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In Ibra we trust

 

In luglio, appena ci siamo insediati alla guida del Milan, ci abbiamo fatto più di un pensierino. Ibra è un guerriero e il suo legame con Milano e il Milan è incredibile. Oggi impossibile, ma mai dire mai”. Parole e musica di Leonardo Nascimento De Araujo, direttore tecnico dell’area sport del Diavolo. Sobbalzano i cuori del tifo milanista. Ibra, gigante svedese da Malmoe, ancora tu: ma non dovevamo vederci più? Filo spezzato, interrotto in quella calda estate del 2012. Il Milan che smantella, l’addio dei senatori, la cessione pesante di Thiago Silva. E la sua. La partenza di Zlatan, più che quella del forte difensore centrale brasiliano, fa perdere al Milan lo status di grande squadra. Uno status parzialmente riacquistato con l’arrivo del Pipita Higuain durante lo scorso mercato estivo, ma ancora non del tutto risanato. Una ferita ancora aperta, lama conficcata nel petto e dolore lancinante. Dove sei, Zlatan? Colui che tutto può. Eccitazione calcistica allo stato puro.

La prefazione erotico-romantica ci serve per introdurre gli aspetti più strettamente mercatari della vicenda. Perchè Zlatan Ibrahimovic, anni 37 appena compiuti, nel bel mezzo della sua campagna di novello Colombo (ma questa è un’altra storia già raccontata) decide o quantomeno sta prendendo in considerazione l’idea di tornare in Italia, nella Milano rossonera? L’ego smisurato dello svedese partorisce una banale quanto inequivocabile risposta: per noia. Troppo sicuro di se per giocare in un campionato poco competitivo e stimolante come quello americano. MLS utile però per testare il suo fisico e in particolare il suo ginocchio, gravemente infortunato, come tutti ricorderanno, nell’aprile 2017. Ibra c’è. I 20 goal in 25 presenze e i numerosi assist forniti ai compagni (mediocri rispetto a lui, sia chiaro) danno al campione trentasettenne le sensazioni che cercava. Sono ancora dominante. Sono ancora io che decido come indirizzare le partite. Sta tutto nella malinconia americana la molla che spinge Ibra a provarci ancora.

E quale posto migliore se non nella squadra che sta piano piano e con fatica cercando di tornare ai fasti di un tempo? Il Milan, dunque. Riannodare il filo troppo rapidamente spezzato da fredde questioni di bilancio. Tornare ad essere l’epicentro del mondo rossonero. Adrenalina clamorosa per chi vive e si alimenta di sfide quotidiane. Leonardo e Maldini tutto questo lo sanno e strizzano l’occhio ripetutamente al campione svedese e soprattutto al suo agente Mino Raiola: Ibra come strumento di pace. Ambasciator non porta pena, direbbero i più fini cultori dell’arte dei proverbi. Ma quali sono i contorni economici di questa intrigante quanto clamorosa operazione? Non preoccupa e non è un problema l’ingaggio, oggi attestatosi sugli 1.2 milioni annui, quanto la durata del contratto. Ibra vorrebbe un contratto di un anno e mezzo (scadenza giugno 2020), il Milan ne propone uno di mesi 6. La soluzione del rebus è a portata di mano e molto limpida: contratto di sei mesi con opzione di rinnovo per la stagione successiva.

Una sorta di assicurazione per il Milan, che da gennaio a giugno testerebbe continuativamente la rinnovata forgia fisica del calciatore, incentivo straordinario per lo svedese per dimostrare sul campo che quel rinnovo annuale se lo merita eccome. Dal punto di vista tecnico, non vediamo sinceramente nessun contro ma una gamma sconfinata di pro: leadership in campo e nello spogliatoio (Reina insegna), contributo ancora determinante in campo, dall’inizio o subentrando dalla panchina, per dare man forte a Higuain e per agevolare la crescita caratteriale e tecnica di Patrick Cutrone. Insomma, tutte le strade in questo caso non portano a Roma, ma a Zlatan. Dio Onnipotente ed Eterno. Aspettando gennaio, sia fatta la Sua volontà.

In Zlatan noi crediamo.

Amen

Benvenuti nel regno di Zlatan

Bella la rovesciata di Cristiano Ronaldo, notevole. Ora provi a farla da 40 metri”. Firmato, Zlatan Ibrahimovic. Mentre l’intero mondo pallonaro celebra con lodi sperticate la prodezza del portoghese contro la Juventus, una rovesciata a due metri e mezzo di altezza che affossa (forse) definitivamente i sogni di gloria europei degli juventini, c’è chi dall’altra parte del globo cataloga quel gesto atletico e tecnico a mero espediente stilistico: utile e anche bello, per carità, ma non originale.

Basterebbe questo per caratterizzare in pieno l’ego e la personalità del genio di Malmoe, lui che il 14 novembre del 2012 distrusse letteralmente l’Inghilterra in amichevole, nella prima partita alla Friends Arena di Stoccolma, segnando il secondo goal della sua personale doppietta con una rovesciata, appunto, fatta a 40 metri dalla porta.

Da quel giorno sono passati 6 lunghi anni, e oggi, all’alba dei 37 anni, Zlatan Ibrahimovic ha deciso di trasferirsi ai LA Galaxy, nella Major League Soccer. “Non vi preoccupate della mia età, sono come Benjamin Button: nato vecchio, morirò giovane”. Con queste parole l’Onnipotente Ibra si è presentato all’estasiata e folta stampa americana. Ego, dicevamo. E se Cristoforo Colombo la scoprì nel 1492, Zlatan è pronto a colonizzarla, l’America. Il debutto è stato come era prevedibile aspettarselo: Ibra entra al minuto 71 del derby di Los Angeles, con i Galaxy sotto 1-3. Risultato finale, 4-3. Ibra sigla il 3-3 con una bomba dai 30 metri a scavalcare il portiere avversario e suggella la vittoria finale con un imperioso stacco di testa a sovrastare il malcapitato difensore preposto alla sua marcatura. “Volevano un po' di Zlatan, gliel’ho dato”, le dichiarazioni dello svedese a fine partita. Sfrontatezza, azzeccato sinonimo. Ripercorrere le tappe della sua immensa carriera sarebbe quasi pleonastico. Ha giocato ovunque, ha vinto ovunque.

Nel continente americano Ibra si porta in dote 33 trofei. Trentatre. Dica trentatre, direbbe un medico. Accatastati uno sull’altro, spicca l’assenza della Champion’s, competizione per lui maledetta ma che non scalfisce di una virgola e non sposta di un centimetro la prepotenza e l’incisività che Ibra ha avuto nelle squadre in cui ha militato. “Non la vivo come un’ossessione, se arriverà saranno 34, altrimenti pace”. Ibra misericordioso, perfetta metafora religiosa. Eppure, oggi che l’Europa è un ricordo vivissimo ma lontano, Ibra, novello Napoleone, ha ancora una missione da compiere: la campagna di Russia. “Ho dato l’addio alla Svezia, ma se vorrò, andrò ai mondiali”. Commissario tecnico di se stesso, Ibra l’Eterno, per chiudere alla grande una fantastica carriera. Prima della fine però, si parta dal preludio. Narra la leggenda che Dio il settimo giorno si riposò e demandò il resto allo svedese. Ibra l’Onnipotente, per nulla intimorito, prese un pallone, rese grazie a se stesso, lo gonfiò e disse: “Benvenuti nel regno di Zlatan”.

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