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Un Toro di passione

Ogni anno l’Inter arriva a marzo completamente svuotata. Con l’idea, ormai chiara, che per l’ennesima volta non si alzeranno trofei a fine anno, con la speranza di entrare in Champions come unico appiglio per tenere incollati i tifosi allo schermo e per farli andare allo stadio. Oltre alla passione, ovviamente. È un copione che va in scena da 8 anni e tutto l’ambiente Inter sembra quasi rassegnato a questo. In queste tribolate stagioni poche sono state le note liete. Fino a poco tempo fa una di queste era senza dubbio Mauro Icardi, ma le delicate situazioni extra-campo, avvenute in questo ultimo periodo, hanno decisamente staccato l’Inter dal suo ex-capitano. Ed ecco che entra in scena Lautaro Martínez...

proba

Lautaro Javier Martínez nasce il 22 agosto 1997 a Bahía Blanca, la capitale del basket argentino. La terra che ha dato i natali a Manu Ginobili, per intenderci. Fin da piccolo ha una grande passione sia per la pallacanestro che per il calcio, ma quando ha dovuto prendere una decisione, ha scelto il calcio! Inizia nelle giovanili del Club Liniers, squadra della sua città e dove aveva militato anche il padre, Mario Martínez. Viene notato dagli osservatori del Racing, che non perdono tempo e lo mettono sotto contratto. Milito, e qui il destino lo lega all’Inter, lo prende sotto la sua ala e l’esordio con la maglia biancoazzurra avviene il 31 ottobre 2015, sostituendo proprio il Principe. Il ruolo dell’ex 22 nerazzurro sarà fondamentale durante la trattativa per portarlo a Milano. Lo lavora ai fianchi, lo fa appassionare alla causa interista e lo convince a sceglierla rifiutando le avance dell’Atletico Madrid del Cholo. Una trattativa impostata da Sabatini e chiusa da Piero Ausilio porta la punta, atipica, nel naviglio.

Promessa estiva, come molte passate alla pinetina di questi tempi: giovane, argentino, costo del cartellino sui 25 milioni. Insomma, aveva tutto per fallire. I primi tempi sono duri, dopo l’ottimo pre-campionato scompare dai radar. Spalletti, del resto, non è il più indicato a far esplodere i giovani. Aleggia in aria l’etichetta di “nuovo Gabigol”, ma non lo è mai stato. I più attenti, o i meno pessimisti, se preferite, se ne erano accorti fin da subito che tra le fila dell’Inter fosse arrivato qualcosa di ben diverso dalla meteora brasiliana. Zero tocchetti e orpelli inutili, lo sguardo di Lautaro parla da solo. Ma la vera sliding-door si ha quando avviene il patatrac con il marito di Wanda, o Uanda come piace tanto a lei. Trova minuti, fiducia, e non delude mai. Si prende l’Inter come si era preso il Racing. Non segna a valanga, pur mantenendo un’ottima media gol, ma si spende per la squadra. Dall’inizio alla fine corre, si batte, a volte ci mette troppa foga e si guadagna troppi gialli. Migliora di partita in partita e inizia a prendersi anche la nazionale.

Nel video estivo girato dall’Inter per presentare Lautaro veniva messo in evidenza il suo soprannome: El Toro. Un simbolo di virilità, potenza, forza, che da tempo si è provato a domare senza risultati. Può descrivere perfettamente cosa rappresenta il nuovo 10 nerazzurro. Lui che era tanto indeciso, da piccolo, tra basket e calcio, si sta prendendo San Siro. Sta soprattutto alimentando la passione degli interisti, che mai erano stati concordi su Icardi, e dando un motivo in più per vedere il solito finale di stagione. La passione, del resto, è il leitmotiv della vita del Toro. Tra passione per il basket e passione per il calcio non poteva immaginare che a 21 anni sarebbe arrivato a far appassionare il difficile pubblico di San Siro. Continua così, con quello sguardo! Toro!

Senso di incompiuto

Adda passà a’ nuttata. Deve passare la nottata. Celebre frase di Eduardo De Filippo utilizzata spessissimo per cercare di superare avvenimenti, fatti o serate più o meno dure e difficili della propria vita nelle successive 24 ore.

Filosofia che potrebbe e poteva tranquillamente essere affibbiata al post Inter-Milan, derby della Madonnina terminato 1-0 per i nerazzurri con goal al 92’ di Icardi. A noi ne sono servite 48. Troppa l’amarezza, la rabbia, la sensazione di non vissuto che ci ha investito ripensando a come commentare la gara. Dopo 2 giorni però, a mente fredda, siamo pronti e lucidi per declinare ciò che le sinapsi ci suggeriscono copiose.

Come detto, la partita l’hanno vinta i nerazzurri con una zampata del suo capitano argentino all’ultimo sospiro della gara. Una gara però dovrebbe essere giocata da due squadre, come è comunemente noto a tutti gli appassionati della sfera a scacchi. Il derby lo ha giocato solo l’Inter. Novantatre minuti in apnea e in balia delle vampate interiste, più tenaci, più sicuri e dannatamente più fisici. “Dobbiamo affrontare il derby senza paura”: perché, Rino? Perchè alle parole non sono seguiti fatti concreti che scacciassero quella terribile idiosincrasia degli ultimi anni a sentirsi veramente top, veramente Milan? Domande che rimarranno inevase, aggravando gli animi già attoniti di tutti gli sconsolati tifosi rossoneri.

Il grande minimo comune denominatore di queste ultime annate è l’atavica incapacità del Milan di fare quel definitivo salto di qualità dopo una serie di buonissime partite condite da altrettante indispensabili vittorie. Salto di qualità che va trovato nella benedetta continuità di risultati che marcano la differenza fra squadre di vertice e squadre che galleggiano mestamente a metà classifica. La posizione degli ignavi. Siamo ignavi, Rino?

La clamorosa differenza che è balzata agli occhi tra le due squadre è stata quella per cui il manipolo di uomini guidati dall’uomo di Certaldo, al secolo Luciano Spalletti, abbia compiuto quell’indispensabile scatto mentale che la porta oggi a considerarsi una grande squadra pur magari non essendolo pienamente. Andare oltre i propri limiti. Raggiungere l’obiettivo semplicemente perché la maglia che indossiamo merita fino all’ultima goccia di sudore. Retorica spicciola? Assolutamente sì. Certe volte converrebbe che tutti, dal primo dei calciatori all’ultimo dei magazzinieri (con tutto il rispetto per la categoria), si ricordassero che il calcio molto spesso si riduce a mera corsa, sudore e attaccamento ai valori per i quali si fa sport: orgoglio, coraggio, senso di appartenenza. A volte, ma direi anche molto spesso, ciò che conta in 90’ minuti di calcio non sono gli schemi, il giro palla dal basso, le verticalizzazioni o i cambi gioco provati in allenamento ma la cattiveria, la voglia di prevalere sull’avversario, il desiderio di aiutare un compagno in difficoltà o semplicemente quello di sacrificarsi per lo stemma della squadra che si rappresenta. Tutte queste componenti, nel derby di domenica sera, sono mancate al Milan e hanno invece inondato i cuori e colmato le anime degli interisti.

Più che per una chiara supremazia tecnica, l’Inter ha vinto il derby per una chiara supremazia morale. E’ questa la componente che più angoscia i supporter del Diavolo. I calciatori rossoneri hanno affrontato il derby come quegli impiegati che da 30 anni vanno in posta annoiati e timbrano il cartellino solo per dovere d’ufficio. Nessuno slancio emotivo, zero sussulti, istinti primordiali azzerati. Siamo qui solo perché ce lo impone il calendario. Ciò che più dovrebbe far riflettere Gattuso e i suoi uomini è il fatto di aver giocato il confronto cittadino come se fosse una seccatura, una gara da cui evadere piuttosto che da vivere pienamente. E da uno che viveva i derby con l’adrenalina a mille non ce lo aspettavamo proprio. Dove non arriva la tecnica, da sempre dovrebbe arrivare l’agonismo, la corsa, la grinta. Concetti passati di moda perché c’è chi ha voluto elevare il calcio ad ars aulico-ludica (siano maledetti Guardiola e il suo tiki-taka) dimenticandosi però che questo sport da sempre racchiude in se gli aspetti più puri dell’endoscheletro umano. Siamo uomini. Siate uomini. Per tornare ad essere calciatori da derby. E per non vivere di nuovo quel maledetto senso di incompiuto.

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