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Tiri Mancini

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Tiri Mancini

Ci siamo stancati di non vincere”: si apre con questa constatazione amara l’intervista del commissario tecnico Roberto Mancini dopo il deludente 1-1 nell’amichevole tra Italia e Ucraina giocata al Ferraris di Genova.

Ennesimo passo falso di un’avventura che stenta a decollare. Sei partite al comando della disastrata Italia post Ventura, una sola vittoria (sofferto 2-1 sull’Arabia Saudita a fine maggio scorso), poi sconfitte alternate a mesti pareggi. La conclusione ineluttabile potrebbe, o dovrebbe, essere solo una: se è vero che abbiamo tanti problemi, è pur vero che Mancini non ne ha risolto nemmeno uno. Tuttavia, non volendo addossare tutte le colpe a chi come il “Mancio” si è appena insediato e non volendo perseguire la corrente dei critici a prescindere, dei depositari di verità assolute senza contradditorio (specie molto evoluta sui social), analizziamo più a fondo quelli che secondo noi sono i problemi che attanagliano la squinternata Italia calcistica. Prima riflessione, semplice e forse anche un po' banale: il calcio è lo specchio del paese. 

Non produciamo più ricchezze, viviamo adagiati sul limbo della mediocrità, accontentandoci di ciò che passa il convento. Ma questo è un articolo sportivo, direte voi: avete ragione. Tralasciando quindi aspetti di più alto impegno intellettivo, la seconda riflessione che emerge dalle pallide prestazione offerte dall’Italia è certamente quella della poca cura dei vivai. Ai ragazzi, più o meno giovani, oggi non si chiede più semplicemente di divertirsi, ma già in tenera età si pretende da loro il raggiungimento del risultato. Da ciò deriva quindi uno scarso sviluppo del talento, oberato e prosciugato dalla rigida freddezza di numeri e schemi. Schiavi della vittoria. Azzerare il talento, ridurlo a mero orpello accessorio rende oggi la cantera italiana priva di quella genialità necessaria allo sviluppo di una più solida consapevolezza nei propri mezzi, Alla rinuncia all’imponderabile.

Prendete Insigne: profeta a Napoli, spaurita comparsa con addosso la casacca azzurra. Personalità sotto lo zero, direbbero i più. Incapacità di esaltarsi al di fuori di uno schema ripetitivo, diciamo noi. E se è indubbiamente vero che oggi non viviamo nella stessa epopea d’oro dei Totti e dei Del Piero, è altrettanto certo che mettere fretta a chi deve ricostruire dalle macerie non sia propriamente una splendida idea. Roberto Mancini si trova oggi nella scomoda posizione di chi deve riscattare il fallimento altrui mescolando il tutto con il lancio dei futuri campioncini azzurri. Leggendola così, sembrerebbe una strada senza uscita. In realtà, il tempo per riemergere dall’abisso in cui sembriamo piombati c’è. La strada è quella del coraggio e Mancini è l’uomo giusto da cui ripartire: ricordate chi lanciò in serie A il diciassettenne Balotelli? Proprio lui, Roberto. Ci aspettiamo dal CT che abbia oggi la stessa faccia tosta di allora. In barba ai risultati, l’Italia e i suoi calciatori devono tornare a vivere l’esperienza in Nazionale con la leggerezza di quei bambini che al parco rincorrono una palla e sognano.

Forse è una visione un po' utopistica, ma potrebbe essere la soluzione al grigiore odierno. Scordandosi della bellezza di un gesto tecnico, della giocata di un campione, voler dogmatizzare il calcio a semplice elucubrazione mentale, ci consegnerà nuovi Ventura e nuovi fallimenti annunciati. Non è tanto chi siede in panchina il problema (pur ribadendo la fiducia per l’attuale tecnico), quanto lo spirito con il quale ci si rapporta con quel manipolo di uomini che l’Italia chiamò. E chiama ogni volta. Approcciarsi con l’aria di chi la sa lunga è deleterio. Cercare la via del talento, far brillare gli occhi per lo stop impossibile di un calciatore, la strada da seguire. Per evitare altri venti di (s)Ventura. E nuovi tiri Mancini.

Ode a Gilardino

L'esordio a Piacenza, il Verona, i 23 al primo anno da titolare al Parma, una rete in girata con la Roma, il poker all'Udinese, l'Europeo U21 vinto da protagonista, altri 23 l'anno dopo a Parma più uno nello spareggio di Bologna, il poker al Livorno, l'arrivo al Milan, i 17 al primo anno senza rigori, il violino che suona anche al Mondiale con gli USA, il goal al Manchester United, le critiche.

Risultati immagini per gilardino


La rinascita in riva all'Arno, il goal al debutto contro la Juve in mezza girata, uno al volo col Genoa di sinistro all'ultimo secondo, una doppietta al Franchi con la Roma, quella di Lione in Champions, il goal a Lisbona con lo Sporting di esterno al volo, il 2-1 all'ultimo minuto ad Anfield col Liverpool, Vargas to Gilardino come Stockton to Malone, un goal da rapace a Marassi col Genoa, l'eurogoal di sinistro col Cesena, quello al volo col Bari, la tripletta in Nazionale contro Cipro proprio al Tardini, la prima avventura al Genoa.

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L'anno di Bologna, la doppietta a Roma per una rimonta da cardiopalma, l'eurogoal di sinistro contro il Palermo, un goal al volo a San Siro con l'Inter, la rete a Pescara davanti ai miei occhi nel giorno in cui prese in un colpo solo il trio Mancini-Inzaghi-Riva nella classifica all-time dei marcatori di A, il ritorno al Genoa e la salvezza con 15 centri stagionali quando tutti lo davano per finito.


La fugace apparizione in Cina, il ritorno nell'amata Firenze, Palermo e una salvezza all'ultimo respiro, Empoli e Pescara tappe disgraziate, quel saluto dietro una vetrata a Poggio degli Ulivi, Spezia in B a suonare ancora dolce musica, il goal al volo di destro in quel di Cittadella come ultimo gioiello.

La corsa si è fermata a quota 188 in A, ben 19 in Nazionale e più di 250 in carriera.
Come scrisse il maestro Califano anni or sono, "ecco la musica è finita"...
Grazie "centravanti di mestiere", grazie eterno Bomber!

 

di Francesco Tusi

Valdir Peres e il mestiere del portiere

Se nasci calciatore in Brasile il ruolo più difficile che tu possa sceglierti è senza dubbio quello del portiere. Costretto a difendere, invece di creare. Costretto a giocare con le mani, invece che accarezzare il pallone con i piedi. Limitato dall’area di rigore, chiuso, invece di correre libero per il campo.

Lo sapeva bene Moacir Barbosa, portiere del Maracanazo, quanto fosse difficile indossare la maglia della nazionale brasiliana e giocare tra i pali. Lo sapeva benissimo anche Valdir Peres, portiere del Brasile nel mondiale del 1982, scomparso il 23 luglio 2017 per un arresto cardiaco.

Della sua carriera non rimane niente, non un ricordo delle parate, dei rigori salvati, delle smanacciate in angolo. Non rimane niente o quasi. Perché Valdir Peres, per molti, è il portiere della “tragedia del Sarrià”, lo stadio di Barcellona dove il Brasile di Zico, Socrates e Falcao si arrese all’Italia di Bearzot.

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Era una delle nazionali verdeoro più forti di sempre. Sarebbe bastato un pareggio contro gli azzurri per accedere al turno successivo. Ma è un Brasile spavaldo, che sa di essere bello e fortissimo. Non vuole accontentarsi di giocare per il pari, vuole vincere, vuole dominare. Si riversa in attacco ma alla prima occasione viene punito da Paolo Rossi. Sotto di un gol i brasiliani si riscattano subito, segna Socrates e poi di nuovo Rossi, segna Falcao e poi ancora Rossi.

L’attaccante italiano è una furia. È l’incubo di Valdir Peres che non riesce in alcun modo a fermarlo. La partita finisce 3-2, il Brasile viene eliminato.

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La colpa è solo di una persona. Del portiere. Incapace, inadatto, non all’altezza di una nazionale di fenomeni. Valdir Peres viene espulso dalla seleçao, non sarà più convocato e qualcosa si incrinerà anche nel rapporto con il San Paolo, la squadra di cui difese i pali per oltre dieci anni e di cui, tuttora, è uno dei calciatori più presenti.

Non resta nulla dei campionati brasiliani vinti, dei rigori parati, dei gol salvati. Del portiere resta solo la faccia impaurita al momento del tiro, la rassegnazione nel raccogliere il pallone in fondo al sacco. “Rossi è uno dei miei incubi peggiori – raccontava – ma rimango convinto che se rigiocassimo quella partita, la Seleçao vincerebbe dieci volte su dieci”.

Internazionale

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