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Il ritorno del figliol prodigo.

Il ritorno del figliol prodigo.

“Certi amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”. Queste parole della canzone “Amici Mai” di Antonello Venditti sembrano scritte appositamente per il ritorno di Leonardo Bonucci alla Juventus. Bonucci che con la Juventus aveva interrotto la sua storia d’amore un anno fa, anzi anche prima visti gli screzi interni con la punizione dell’ormai celebre sgabello di Oporto, della presunta lite nell’intervallo della finale di Champions League di Cardiff contro il Real Madrid e del rapporto incrinato con mister Max Allegri. La vita è strana e imprevedibile ma in un ritorno di Bonucci in maglia bianconera neanche il più folle scommettitore inglese avrebbe scommesso un euro anzi una sterlina. Se c’è stato questo ritorno alle origini è tutto dovuto all’effetto CR7, perché quel portoghese così forte in campo è capace di spostare gli equilibri ovunque e condizionare tutto ciò che lo circonda come testimoniano le migliaia e migliaia di magliette sue vendute e addirittura le quotazioni del fantacalcio cresciute vertiginosamente e che hanno fatto aumentare i prezzi dei vari Icardi, Immobile, Dybala. Sicuramente senza Ronaldo in bianconero non si sarebbe potuto concretizzare questo clamoroso ritorno di Bonucci perché innanzitutto l’umore della piazza sarebbe stato negativo con possibili veementi proteste da parte dei tifosi bianconeri, ma con l’acquisto del miglior giocatore del mondo anche un po’ di amaro diventa dolce; dolce perché non si parla di un giocatore di livello basso ma di un difensore capace di formare con Giorgio Chiellini una super difesa. Seppur molti tifosi di fede bianconera sono contrari sia per quanto accaduto un anno fa e sia per le modalità di ritorno del difensore ormai ex capitano milanista, visto che la Juventus ha dato in cambio Mattia Caldara giovane di belle speranze e futuro della nazionale c’è un perché che si riassume in due parole: Champions League. La Juventus che è stanca di vincere solo in Italia vuole tornare ad alzare la coppa dalle grandi orecchie che manca dal lontano 1996 e vista l’età di Ronaldo non può mica attendere che Caldara maturi e diventi un top, perché attualmente non lo è ma potrebbe diventarlo nel giro di 3-4 anni e anche a livello economico l’operazione ha una quadratura perché Caldara senza aver giocato una partita in bianconero viene venduto a 40 milioni (scambio alla pari con Bonucci valutato anch’egli 40) dopo che la Juventus lo aveva acquistato per 15 milioni e ovviamente con la recompra o se magari invece di Caldara veniva ceduto Daniele Rugani che ha dimostrato di non essere un top sarebbe stato molto meglio ma come si sa, nessuno regala nulla soprattutto nel mercato e quindi il sacrificio Caldara è mirato. Ma attenzione perché la Juventus è si una delle favorite a vincere la Champions ma non è obbligata a vincerla perché ci sono squadre come il Psg che spendono milioni su milioni con giocatori top ma che non la vincono poi e chi l’ha vinta e chi ne capisce di calcio sa che in Europa ci vuole bravura, mentalità ma una cosa fondamentale, il fattore C (CU..) perché un episodio a favore o sfavore può cambiare la stagione e persino la carriera di un giocatore o di una squadra e il delitto perfetto sarebbe un gol di Bonucci in finale Juventus-Psg contro l’amico Buffon con la Juventus campione d’Europa, in quel caso i tifosi bianconeri dimenticherebbero l’esultanza di Bonucci allo Stadium di qualche mese fa contro la curva bianconera ma realisticamente parlando già tra qualche mese probabilmente si ricomporrà la frattura. Bentornato a casa Bonny.

 

Se a volte basta vedere lo stop, il tiro o il passaggio per capire che giocatore si ha davanti, altre bastano sole le sue parole. Cristiano Ronaldo, in una conferenza stampa di presentazione semplice e discreta, senza palleggi e bagni di folla, ha dato ancora una volta sfoggio della sua grandezza. E lo ha fatto, questa volta, con le parole.

2077 parole, tra domande e risposte, 1846 se si escludono le step words, gli articoli e le congiunzioni. E tutta la conferenza è un continuo ricorrere alla forza, alla grandezza, alla quantità: "grande" ricorre ben 12 volte ma è "molto" la parola più usata, 29 occorrenze testuali. "Molto importante" è il passo fatto nella sua carriera, "molto giovane", "molto preparato", "molto motivato" e "molto fiducioso" è il modo in cui si sente il portoghese, "molto difficile" è invece vincere la Champions. Questa la frase completa: "La Champions è molto difficile da vincere come competizione, ovviamente io spero di poter aiutare. La Juventus è arrivata molto molto vicina negli ultimi anni, non ha vinto perchè le finali sono sempre un'incognita".

La parola "Champions" ricorre addirittura 9 volte, più di "Campionato" (6) e "Coppa" (1), quasi a voler creare e ribadire una gerarchia di successi. E' questa la missione di Cristiano Ronaldo alla Juventus, portare a casa la Coppa dei Campioni, continuare a "vincere", parola che ricorre 12 volte nella conferenza, 1 ogni 165 parole. L'ossessione, il mantra, il punto fisso. E' questa la sua "sfida" (14), l'ennesima tappa importante della sua "carriera" (8): "Mi sento meravigliosamente perchè è un'altra sfida, è una sfida nuova, sarà una sfida dura, lo so, molto difficile, perchè anche giocare in Italia non è tanto facile".

L'altra nota che emerge è la centralità del calciatore, la sua precisa volontà e intransigenza. Il verbo "voglio" ricorre 7 volte, quasi sempre legato all'avverbio "sempre" (11): "Ovviamente io voglio sempre vincere", "voglio sempre essere un esempio, dentro e fuori dal campo, negli allenamenti, aiutare i giovani". La grandezza di Ronaldo, d'altronde, è sempre stata questa. Fissare l'obiettivo e superarlo, trovare sempre nuovi avversari, anche al costo di essere lui stesso il nemico da battere. Oggi l'ha detto a parole, ma presto sarà il campo a parlare. Di nuovo.

 

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Sono ormai diversi giorni che circolano voci su un eventuale trattativa tra Cristiano Ronaldo e la Juventus. In questa fase del mercato ci sono tante voci su diversi giocatori, come ha dimostrato lo scambio, utopico, Icardi-Higuain, di cui si parlava intensamente un mese fa e che ora sembra essere una pista raffreddata.

Invece il nome del giocatore più forte al mondo, colui capace di spostare gli equilibri non a parole come alcuni ma con i fatti. Lo dimostrano le 5 Champions League vinte (quattro con il Real Madrid una con il Manchester United) così come sono 5 i suoi Palloni D’oro per non parlare di tutti gli altri tituli vinti dal campione di Madeira. Per cui forse un solo articolo non basterebbe.

C’è da dire che la trattativa se ci sarà e si svilupperà non sarà semplice visto che Ronaldo è un alieno e tra costo del cartellino e ingaggio si parla di cifre elevate per potersi assicurare il bomber portoghese. Nei giorni passati circolava la notizia (poi prontamente smentita dal Real Madrid) dell’abbassamento della clausola da 1 MILIARDO di euro a 120 milioni di euro. Un prezzo assolutamente abbordabile per le casse bianconere, basti pensare ai 94 milioni spesi per Gonzalo Higuain.

Il nodo su cui la trattativa si baserà è l’ingaggio perché la Juventus riuscirebbe ad arrivare a soddisfare le esigenze del portoghese solo con un dispendioso sacrificio economico. In tal senso è più probabile l’ipotesi Paris Saint Germain vista la disponibilità economica del suo presidente. E infatti le destinazioni dell’asso portoghese saranno o lo United, per una questione di cuore visti i suoi trascorsi all’Old Trafford e visto che lo United ha soldi da investire, o il Paris Saint Germain per i motivi sopra citati.

Oppure l’ipotesi Juventus svantaggiosa a livello economico ma con tante motivazioni che potrebbe offrire a Ronaldo. Per la Juventus c’è un fattore importante, il fattore JM. Jorge Mendes procuratore del portoghese con l’affare Cancelo ha ripreso i rapporti con i dirigenti bianconeri e potrebbe essere lui l’arma in più del duo Marotta-Paratici visto il suo carisma e il suo rapporto con i suoi assistiti. E se il fenomeno di Madeira arriverà a Torino, beh la Champions non sarà più un semplice sogno accarezzato e sfiorato negli ultimi anni ma una solida realtà.

Siamo solo a Giugno ma il mercato è già entrato nel vivo. Complici il Mondiale di Russia ormai alle porte, e la fine della sessione del mercato estivo stabilita al 17 Agosto 2018, le squadre dalla più piccola alla più blasonata hanno già fatto i primi movimenti in entrata ed uscita.

E in quel di Torino, sponda bianconera, i telefoni di Beppe Marotta e Fabio Paratici sono sempre occupati e i due dirigenti sono impegnati in diversi summit. Settimane fa Paratici è stato avvistato a Milano in un incontro con Alvaro Morata che subito ha fatto sognare i tifosi bianconeri. Sempre in quei giorni Paratici era a Bergamo per assistere ad un’amichevole pre-mondiale della Colombia e visionare Arias, terzino destro del PSV del 1992.

Fin qua niente di nuovo, così come il presunto scambio Icardi-Higuain, per cui i dirigenti bianconeri hanno detto, riferito al “Pipita”, una frase al quanto enigmatica “Per Higuain vedremo dopo il Mondiale”. Frase indicativa perché Higuain che è stato pagato tanto (94 milioni di euro) e quest’anno è l’ultimo anno, considerata la sua età, in cui sarebbe possibile venderlo a buon mercato. E alla Juventus vista l’esperienza e la bravura dei suoi dirigenti di sicuro troveranno la soluzione migliore per rinforzare la rosa bianconera e non indebolirla.

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La proposta di scambio Higuain-Icardi, con un conguaglio di 60 milioni all’Inter, per molti tifosi sembra qualcosa di fattibile ma per chi conosce il mercato e le dinamiche questa indiscrezione porta solo acqua al mulino di Icardi, per la precisione di Wanda Nara sua moglie e procuratrice. Una strategia per far avere l’ennesimo rinnovo dorato all’argentino, perché è vero che nel calcio tutto è possibile ma Icardi non andrà mai e poi mai alla Juve.

Più realizzabile invece l’ipotesi di scambio Higuain-Morata se Sarri andrà al Chelsea, ma la Juventus per vincere la benedetta/maledetta Champions ha bisogno di un centrocampista con la C maiuscola e lo testimoniano le operazioni chiuse di Perin (12 milioni+3 di bonus), Caldara, Can (a parametro zero) che coadiuvate dall’acquisto di uno o due terzini (Cancelo una pista caldissima oltre il già citato Arias) saranno l’antipasto per il centrocampista top.

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A prescindere da cosa capiterà avanti in attacco e dall’effetto domino provocato dall’eventuale partenza di Higuain il sogno bianconero non è mister 100 milioni di euro Milinkovic Savic come si professa da tempo ma Paul Pogba. Paul ancora è nella mente e nel cuore dei tifosi bianconeri e se ci sarà la possibilità di riportarlo a Torino con 35-40 milioni di euro in meno di quanto venduto (110 milioni) formerà un centrocampo da urlo con Pjanic e Can. Anche perché il buon Khedira, che per quanto sia fragile è al tempo stesso una garanzia, ormai ha un’età avanzata e se resterà non sarà la prima scelta così come Matuidi, più da lavoro sporco che da qualità. E con Pogba si potrebbe avere l’alternativa tra i moduli del 4-2-3-1 e del 4-3-3 e se oltre al francese, con altri 30 milioni la Juventus riuscirebbe a pagare la clausola alla Roma e strapparle Lorenzo Pellegrini.

Tra un Milinkovic a 100 milioni e un Pellegrini+Pogba alla stessa cifra è superfluo sottolineare quale sia l’operazione più ghiotta. Vedremo cosa accadrà ma le ipotesi di formazione con calciatori già acquistati e quelli che potrebbero arrivare sarebbero ideali per competere anche in Europa e non per arrivare in finale. Stavolta non tanto per partecipare ma per vincerla.

4-3-3

Perin

Alex Sandro Caldara Chiellini Cancelo

Pogba Pjanic Can

Dybala Morata Douglas Costa

4-2-3-1

Perin

Alex Sandro Caldara Chiellini Cancelo

Pjanic Pogba

Douglas Costa Dybala Mandzukic

Morata

Le sette meraviglie

Il 13 Maggio 2018 la Juventus pareggiando 0-0 con la Roma all’Olimpico ha conquistato il suo settimo scudetto consecutivo. Un’impresa che è quasi irripetibile e in Europa tranne Lione (7 volte consecutive come la Juve), Basilea (8 volte consecutive) e Glasgow Rangers (9 volte consecutive) nessuno ha fatto meglio dei bianconeri.

Ma con una piccola differenza che gli altri campionati, è un dato di fatto, sono di livello inferiore rispetto a quello italiano. Un dato che non fa che aumentare l’importanza dell’impresa bianconera.

Questa stagione, in cui la Juventus fino alla fine ha dovuto lottare con la banda Sarri del Napoli, autore di un campionato super e che avrebbe meritato sicuramente qualche trofeo, ha visto i bianconeri dominare con qualche brivido. C’è stato un momento che sembrava tutto finito. Era il 28 Aprile 2018 e c’era Inter-Juventus, una partita mai banale che vide i bianconeri ribaltare nei minuti finali il 2-1 nerazzurro che in quel momento portava virtualmente il Napoli a -1 con una partita in meno. Grazie all’autogol di Skriniar e al gol di Gonzalo Higuain invece la Juve vince 3-2 e si riporta +4 sui campani che il giorno dopo perdono la testa della classifica e la testa in generale subendo la tripletta di Giovanni Simeone “El Cholito” e pongono fine alle speranze scudetto.

La Juventus che oltre al campionato ha vinto anche la Coppa Italia (la 4 consecutiva) è guidata dal migliore allenatore in circolazione, quel Max Allegri che ormai da 4 anni non fa vincere nulla in Italia. Significative sono le dichiarazioni di Giorgio Chiellini nel post-partita di Roma-Juventus "Ringrazio i nostri avversari: dall’inizio della stagione hanno sempre parlato di Var, poi l’arbitro, il bel gioco, le finali, i fuochi d’artificio e non hanno mai smesso di darci nuova linfa. Alla Juventus non devi toccare l’orgoglio". L’ultima frase è forse la più rappresentativa dello stile Juventus, una squadra che non è mai sazia e che se viene toccata nell’orgoglio offre il meglio di sé.

E questa parola chiave “ORGOGLIO” caratterizza le sette meraviglie e accompagna la Juventus dalla stagione 2011, stagione in cui viene inaugurato lo Juventus Stadium (oggi Allianz Stadium), ma con un cambiamento importante: innanzitutto c’è un Agnelli al timone (Andrea) ci sono due dirigenti che si sono fatti valere altrove (Marotta e Paratici), soprattutto c’è un allenatore che ha lo stile Juventus nel DNA e l’orgoglio a livelli massimi e costui è Antonio Conte.

Con Conte la Juventus ritorna la vecchia signora vincente, batte un Milan che doveva dominare sulla carta la stagione 2011-12 e da lì inizierà il ciclo vincente che terminerà con Conte nell’estate del 2014 e che ha proseguito sempre da vincente con Allegri poi. Non si sà se le sette meraviglie diventeranno otto, nove o magari dieci ma una cosa certa è che la Juventus è davanti a tutte per la mentalità vincente, per avere lo stadio di proprietà e per anticipare il mercato con largo anticipo rispetto alle altre squadre che spesso iniziano a fare il mercato a metà Agosto (come l’ultimo Milan di Berlusconi prima di passare a Lì) e che non programmano come i bianconeri. Se qualche presidente o magari qualche direttore sportivo leggerà questo articolo e realizzerà questi punti elencati, beh forse allora la leadership bianconera in Italia terminerà.

Di padre in figlio

Nel calcio ci sono storie ed episodi che si ripetono a distanza di anni. Corsi e ricorsi storici. Vendette, maledizioni, amori.

Ci sono storie che, ad essere precisi, si ripetono a distanza di sedici anni esatti. Perché domenica pomeriggio intorno alle ore 20.00 ai tifosi bianconeri sarà sembrato di ritornare indietro di qualche anno: era il 5 Maggio 2002, giorno che difficilmente sarà dimenticato dagli juventini e dagli interisti, seppure in modo opposto, e che verrà ricordato come una delle più grandi disfatte neroazzurre e una delle più grandi vittorie bianconere.

Si disputava l’ultima giornata di un campionato bellissimo in cui Inter, Juventus e Roma campione d’Italia in carica avevano dato spettacolo. Prima dell’inizio delle partite infatti la classifica recitava: INTER 69, JUVENTUS 68, ROMA 67.

La Roma e la Juventus vinsero rispettivamente contro Torino e Udinese mentre l’Inter clamorosamente fu sconfitta dalla Lazio (squadra storicamente gemellata con i nerazzurri) e nel 4-2 finale oltre all’eroe di giornata, Karel Poborski, e a Simone Inzaghi nel tabellino compare anche il nome di Diego Simeone.

Simeone ha avuto una bella carriera da calciatore nel ruolo di centrocampista vincendo 1 campionato spagnolo (1996), 1 Coppa del Re (1996), 1 campionato italiano (2000), 1 Coppa Italia (2000), 1 Supercoppa italiana (2000), 1 Coppa UEFA (1998) e 1 Supercoppa UEFA (1999) e anche da allenatore con l’Atletico Madrid vincendo oltre che il campionato spagnolo anche l’Europa League e la Supercoppa Europea, andando a sbattere due volte contro i rivali del Real Madrid in finale di Champions League.

Quel giorno i tifosi bianconeri lo ringraziarono cosi come Poborski e Simone Inzaghi e hanno avuto nuovamente modo di ringraziare la famiglia Simeone perché il figlio di Diego, Giovanni, attaccante di belle speranze che già al Genoa aveva mostrato il suo valore e a Firenze sta riconfermando segnando 13 gol,  ha realizzato una tripletta fantastica contro il Napoli.

Quel Napoli capace di fare un’impresa solo una settimana fa battendo la Juventus allo Stadium con il gol di Koulibaly. Che, ironia del destino, proprio contro i viola si è fatto espellere e ha dato il là al figlio del Cholo di scatenarsi.

E se 16 anni fa Diego consegnò lo scudetto alla Juventus di Marcello Lippi ora Giovanni ha consegnato una bella fetta di scudetto ai bianconeri guidati da Max Allegri, a +4 sui campani con partite apparentemente abbordabili sulla carta. Eccezion fatta dei giallorossi, a Roma, impelagati nella lotta per la Champions. E se la Juventus vincerà lo scudetto i tifosi bianconeri si augureranno che un altro Simeone, magari tra altri 16 o 20 anni consegnerà un altro scudetto con un gol o una tripletta decisiva.

Vedere attraverso la lente dell’ironia quel che c’è...o speriamo ci sia!

Passino le analisi tattiche volte a perorare una determinata causa: lo sguardo critico rimane fondamentale per una esistenza che tenga lontani gli spettri dell’abitudine e gli altrettanto accomodanti schemi mentali prestabiliti.

Esempio (seguitemi): agli inizi del liceo (periodo non ben specificato tra Pleistocene e Triassico), ero in fissa con i Paramore, grazie ad una( ai tempi) cara amica con cui (ovviamente) ho perso i contatti. Il gruppo emo-punk-rock, capitanato dalla tuttora-donna-che-sognerò-sempre Hayley Williams, mi conquistava per la estensione vocale della front-man, i testi da un pessimismo sconfinato (la situazione dell’Udinese è NULLA, al confronto) e le chitarre mal suonate, ma che smuovevano le orecchie ed il cuore del piccolo autore adolescente.
Acquistai addirittura (primo e “forse” solo nel mio paese), all’unico negozio di dischi della cittadina, il loro terzo album appena uscito, ormai nove anni or sono.
Bene. Avete per caso ascoltato il loro ultimo prodotto musicale, uscito l’anno scorso? Io no, fino a pochi minuti fa: intenzionato a gettarmi sul divano e riflettere sulla brevità della vita ed i cambi di direzione (Suso chi?), ho cambiato idea, purtroppo per voi aggiungerei, ed ho cercato di rapportare quello che era giunto alle mie orecchie, quasi non accettabile dalla realtà in cui credo di vegetare, con le partite che incombono.
Cosa mi spiazza totalmente nella dimensione pallonara coeva italiana?

Partiamo dal primo anticipo: Under non titolare.
Impazzisco per il giocatore che, in uno degli svariati gruppi dei fantacalci a cui partecipo, ho ribattezzato da subito La Luce : pieno di (troppa) voglia di fare, egoista quanto basta per non inveirci contro dal primo minuto in cui mette piede in campo, Cencio (così ribattezzato affettuosamente dai romanisti sparsi per il mondo) è un must-see per la capacità di attirare il pallone a sé e dipingere calcio. Che sia un controllo orientato, un taglio dalla parte destra del campo verso il cuore dell’area, un tiro a giro dai 23 metri, vedergli preferito Schick in una posizione innaturale (per contrastare la fisicità del Chievo e far entrare il mago turco a difensori spompati) mi fa apparire un sabato di fine Aprile un po’ più spento, se non fosse che mangerò una pizza stasera (sono del partito: Pizza Panacea di qualunque Male; se volete, il PPM cerca nuovi membri).

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Una margherita davanti Inter-Juve: cosa potrebbe sconcertarmi, gol di Candreva a parte? Probabilmente mi concentrerò su come Perisic affronterà la doppia sfida Cuadrado-Barzagli sulla sua corsia: l’impeto del croato verrà contenuto dall’ex miglior marcatore (nel senso difensivo del termine) del campionato, tirato a lustro proprio per la partita più importante della stagione bianconera, e da una freccia colombiana pronta a pressare “forte” su di lui?
Spalletti adotterà la contromisura Cancelo a sinistra, con D’ambrosio a destra, per togliere pressione al buon Ivan? Inter-Juve sarà una partita di “fascia alta”: poco ma sicuro.

Spostiamoci, con questa terribile freddura, alla domenica. Mentre le prime considerazioni sul portare o meno la crema solare in spiaggia e sullo status sociale che deriva da tale scelta si affolleranno nella nostra mente, ventidue eroi avranno un compito non semplice: sopravvivere non solo in chiave sportiva, lottando per la salvezza, ma anche fisiologica, affrontando un mezzogiorno assolato in quel di Crotone. La temperatura non dovrebbe essere altissima (22°, per chi fosse interessato ad una scampagnata nel cuore della Calabria), ma tutto sta nella percezione: percezione aumentata in ogni senso per Matteo Politano, dal fiuto del gol ai movimenti, ovunque dentro al campo (non possiedo una heat-map dei suoi palloni giocati attualmente, ma la immagino con sopra scritto: “The floor is lava”). Il giocatore, vera scheggia impazzita di questo finale di campionato, è il cavallo di Troia di una partita che potrebbe avere le stigmate della noia e della paura, dal primo al 95’ minuto.

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“Non dar retta ai tuoi occhi e non credere a quello che vedi. Gli occhi vedono solo ciò che è limitato. Guarda col tuo intelletto e scopri quello che conosci già; allora imparerai come si vola.”
Con il soprannome nato da un fraintendimento, parlare di Jonathan Livingston ed il ga[m/b]biano Barrow è troppo facile, eppure il ragazzo sembra avere le carte in regola per esplodere da prima punta, con tiro da fuori, discreta progressione, rapidità nel breve e capacità di mettere i compagni in condizione di segnare (assist per Freuler settimana scorsa). Se dico che l’ultimo giocatore con maglia nerazzurra così completo potenzialmente in Italia ora milita nel Nizza, sarà stato un colpo di sole?

Di sicuro L’Udinese, piegata da due mesi a questa parte sulle ginocchia, non vuol subire un ennesimo colpo della strega nel Sannio ; la squadra giallorossa, con una ritrovata leggerezza derivante dalla matematica retrocessione, può affrontare la partita a viso aperto e con un solo scopo: proseguire negli sviluppi del laboratorio de zerbiano.
Cosa farebbe cascare dalla sedia? Qualche filtrante di Sandro dopo aver strappato palla al Fofana di turno. L’ex Tottenham deve rimanere in serie A: per la petizione, ci organizzeremo.

Ennesimo ex dalla ottima tecnica ripudiato contro il Milan: parliamo di Andrea Poli, pronto a riempire di estro il pomeriggio bolognese...ehm...
Intendevo Simone Verdi, scusate. Un lapsus.
Cristante, Saponara, Verdi: tre piccole spine nella rosa che un tempo fu rossonera.
Sembra che il toto-attaccante ci riservi Cutrone (scelta più saggia) dal primo minuto.
Fattore sorpresa: Calhanoglu che segna su punizione (è scoccata l’ora? Lo pensiamo tutti, eppure...).

A Marassi va in scena la corsa disperata all’Europa minore: Giampaolo mette in vetrina probabilmente Andersen (prossima plusvalenza superiore ai  15 milioni) e Kownacki (unica punta rimasta al fantacalcio da contendersi durante la parca asta di riparazione).
Quel che mi preoccupa? Pavoletti che segna di piede (non in rovesciata) è fin troppo scontata come risposta, perciò dirò Torreira che dilapida più di 4 palloni.

Il Verona dei falsi nueve ospita la SPAL in un’altra partita che definire tesa coinciderebbe con un eufemismo: il peggior calcio della A tra le neopromesse contro il più convincente e che si è adattato con risultati importanti alla categoria.
Grassi sta ritornando ai livelli di un tempo, quando il Napoli lo designò unico acquisto per la campagna scudetto 2016: Sarri dà, Sarri toglie.

Pomeriggio rovente a Firenze; il verbo scansare è stato adoperato più del foriestiero “top” tra i quattordicenni, perciò mi auguro non abbia nulla a che vedere con la partita delle 18:00, riferendomi maggiormente ai commenti  esterni al match rispetto a quel che si verificherà sul prato verde, vista la fallacia del ragionamento alla base.
Come reagirà la Fiorentina alla prospettiva di dover contendere il possesso palla alla squadra dalla percentuale più alta in questo fondamentale di tutta la A?
Tanto passerà dalla linea Veretout-Saponara e quanto quest’ultimo riesca ad isolare, con il suo intuito, Chiesa contro i terzini napoletani. Anche perché Simeone che regge l’impatto contro Koulibaly (ciò non implica che non possa rubargli il tempo, vero tallone d’Achille del gigante napoletano) equivale al sottoscritto che resiste per più di un mese alla palestra.

Ljajic, Luis Alberto, Immobile, Iago Falque: la serata pirotecnica a Torino è pronta. Noi? Staremo con la testa al lunedì poco invitante? Alla sveglia preferirei il canto di un Gallo ritrovato, ma credo proprio che dovrò aspettare una ritrovata forma fisica del nativo di Calcinate.

Questo è quanto: vado a riascoltare il disco (tra l’altro, è un synth-pop interessante) ed accettare il presente!
Lieto calcio a voi.

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Lascia che ti rammenti che la vita è un viaggio fine a sé stesso. La vita è un pellegrinaggio verso il nulla, da nessun luogo a nessun luogo.  E in mezzo a questi due non-luoghi esiste il qui-e-ora.
-The Book Of Wisdom


Con il campionato che volge al termine ed un Mondiale da noi atteso nella particolare veste di spettatori non coinvolti (giova ricordarlo soltanto per non soffrire di più il giorno della cerimonia di inizio della competizione russa), gli occhi sul mercato, spauracchio di allenatori nel lungo Gennaio di questo anno, aumentano esponenzialmente di numero: la globalizzazione, con la condivisione costante di notizie ed i simulatori videoludici ad hoc, ha condotto anche i tifosi a parlare maggiormente di tattica ed acquisti, suscitando a volte la sensazione che la serie A sia quasi un riempitivo tra una sessione e l’altra di trasferimenti.
Se in passato un giocatore poteva rappresentare “un buon innesto”, adesso lo sguardo si sofferma su quanto un nuovo tesserato sia stato pagato, la durata del suo contratto ed in secondo luogo la bontà dell’operazione al netto della “vil pecunia” addotta.

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Basta però con le chiacchiere di un passato mitizzato (fondato sulla presenza di svariate gazzette dimenticate sulla sdraio al lido) e focalizziamoci sul cuore dell’argomento.
De Rossi è il mio idolo”; "Il mio futuro? Fa piacere leggere il proprio nome accostato a grandi club, ma sono già in una big con un progetto ambizioso, mi godo questo e cerco di fare il meglio"; non sono qui per entrare prettamente nel merito delle parole di Lorenzo Pellegrini, rilasciate in varie conferenze stampa alla domanda: “Ti vedi lontano dalla Capitale?”, “E’ concreto l’interesse della Juve per te?”, in quanto non spetta a me decidere quanto siano diplomatiche o sentite ed, oltretutto, non rappresenterebbero una colpa nell’eventualità di una partenza: la vita di un professionista è costellata di rinunce, anche quando il cuore implora di restare dove si è raggiunto un equilibrio.

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L’accostamento alla Vecchia Signora, presenza che aleggia sui giovani talenti della A ormai costantemente da 3-4 anni grazie alla gestione Marotta-Paratici, si è fatto più veemente all’indomani del montante rifilato dal Napoli ai bianconeri: quasi come se dalla testa di Koulibaly fosse fuoriuscito il giovane ragazzo la cui carriera iniziò sui campi della Tuscolana, in una riedizione del mito della nascita di Atena per mano (o meglio, per mal di capoccia) di Zeus.
A prescindere dalla chiusura o meno dell’operazione, cosa porterebbe in dote il centrocampista alla squadra con il più alto tasso tecnico nel panorama italiano, alla luce della sua ancor giovane carriera?
Ritorniamo indietro agli albori del Luglio 2017: il ritorno di uno dei prodotti del vivaio, tramite la formula riconosciuta dai più col nome di “recompra”,  riempie di speranza i giallorossi, prossimi a salutare Paredes e con una ferita nel cuore del centrocampo firmata “Miralem” ancora bruciante;

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Pellegrini viene da una stagione scintillante passata in un Sassuolo in crisi (per quanto, alla voce “accuratezza passaggi” sia soltanto il quinto giocatore in rosa, dietro Sensi, Biondini, Magnanelli e Mazzitelli; ultimo per contrasti vinti): nel cuore del gioco delineato dal mister Di Francesco, poteva inserirsi a suo piacimento (basta rammentare lo stupendo gol contro il Milan) e traslare dalla posizione di interno destro a sinistro con assoluta libertà.
L’arrivo a Trigoria non modifica il gioco del nuovo numero 7, per quanto il minutaggio, alla prima vera stagione in una squadra di vertice del campionato, sia calato sensibilmente: 1570 minuti ad oggi, rappresentando l’alter ego tattico di Kevin Strootman, apparso più in difficoltà nel corso dell’annata.
Il dato che balza maggiormente all’occhio, confrontando gli ultimi due anni della carriera di Lorenzo, è la continuità: le voci statistiche si equivalgono sotto molti aspetti ed è facile ritenere che ciò derivi dalla presenza dello stesso tecnico, minimo comune denominatore delle due esperienze calcistiche. Tramite le sue lunghe leve, riesce a compiere 1.5 intercetti per partita ( dati WhoScored), ponendolo sulla stessa dimensione di recuperatori di palloni quali Gagliardini, Poli, Rincon e Parolo. La precisione dei passaggi è aumentata (dal 75% all’82%), in un contesto tecnico superiore quale è la Roma, in partite dove la squadra giallorossa mantiene il pallino del gioco.
Quello che proietta il calciatore verso considerazioni più interessanti è la (rinnovata) scoperta della sua capacità associativa : attualmente si posiziona al 30esimo posto in campionato per passaggi chiave, giocando un numero relativamente basso di palloni a partita. Una simile caratteristica può esser la principale motivazione dell’interesse juventino: un calciatore perfetto per il dopo-Khedira.
Per quanto, infatti, Pellegrini sia stato impiegato da interno sinistro per grandi tratti della stagione in corso, non è detto che non possa occupare stabilmente la zona destra del campo (ricordiamo che il calciatore è ambidestro) in un 4-3-3 contraddistinto dalla sua presenza al fianco di Pjanic e Matuidi; l’assenza totale di copertura nella zona di centrocampo presidiata oggi dal tedesco sarebbe così colmata, garantendo un ricambio 22enne con tempi di inserimento nel cuore dell’area simili ai suoi e con un tiro dalla distanza su cui contare in momenti di difficoltà o estrema pressione offensiva.
 In caso di 4-2-3-1, invece, potrebbe esser deleterio affiancarlo al solo Pjanic : non percorrendo gli stessi chilometri di Matuidi, ciò potrebbe ricondurre ai problemi di equilibrio nell’assetto tattico già paventati ad inizio campionato, non tenendo in considerazione inoltre la sua scarsa predisposizione ai contrasti.
Un’alternativa più affascinante consisterebbe in una metamorfosi in fonte di gioco e, dunque, vice-Pjanic: nella rosa è il solo Bentancur, facilitatore di gioco molto più dedito alla ricerca aggressiva della palla che vero e proprio play, a rappresentare il ricambio del bosniaco, con Marchisio sempre più indietro nelle gerarchie; in quel caso, il romanista chiuderebbe un singolare cerchio, visto che lo stesso Pjanic ha subito, sotto la gestione Allegri, una trasformazione completa da mezzala di possesso a mediano. Pellegrini sarebbe facilitato in questa transizione nel caso in cui vi fosse un secondo giocatore incline a tenere il pallone tra i piedi, abbassandosi fino al centrocampo per dialogare con gli interni: quel che raccomanda ogni partita Allegri a Paulo Dybala, insomma.  
Da qualsiasi prospettiva la si guardi, è complesso non considerare questo acquisto un upgrade vero e proprio per una squadra dai già pochi difetti.
Verrebbe quasi da porsi un ultimo quesito: può la Roma privarsi di Lorenzo Pellegrini?

Dejavu bianconero

Juventus-Napoli, 90esimo minuto, la partita sembra volgersi al termine, scivolare via.

La Juventus tranne il palo di Miralem Pjanic, una punizione deviata da Callejon, ad inizio partita non crea altre occasioni. Il Napoli, pur avendo maggiore possesso palla, solo in un’occasione si rende pericoloso con Hamsik, con un tiro che termina a lato.  La partita è inchiodata sullo zero a zero quando da un innocuo calcio d’angolo, a favore del Napoli, sbuca un gigante che con tutta la forza di un popolo legato al calcio da sempre la manda dentro battendo un incolpevole Buffon. Il delitto perfetto è stato compiuto.

La partita termina 1-0 e il Napoli va a -1 dalla Juventus capolista, con una serie di partite più facili sulla carta rispetto ai bianconeri. Per tifosi e calciatori juventini sembra un anno maledetto con il numero 90 che fa paura nel vero senso della parola, 90 a Madrid e 90 contro il Napoli. Ed è questo è il bello, o il brutto, del calcio.

Proviamo a fare una considerazione tecnica importante: come senza Sergio Ramos il Real aveva sbandato in Champions League contro gli uomini di Allegri, la Juventus senza Giorgio Chiellini perde clamorosamente stabilità e compattezza. E i dati che emergono sono inquietanti: Chiellini non gioca in Crotone-Juventus e la Juventus pareggia, esce ieri nei primi minuti di Napoli-Juventus e c’è la sconfitta al 90esimo. Addirittura contro il Benevento, dove la Juventus vincerà pure 4-2, senza di lui subisce due gol da Prima Categoria.

E se come confermato, i bianconeri dovranno fare a meno di Chiellini fino al termine della stagione, le trasferte di Milano contro l’Inter e di Roma contro la Roma saranno sanguinose per gli uomini degli Allegri.

La partita di ieri, intanto, ha già lasciato scorie nel clan bianconero ed euforia nel cuore napoletano. E ad alcuni amanti e nostalgici delle statistiche lo 0-1 di ieri ha fatto sicuramente ripensare ad un altro 0-1, quello del 1 Aprile 2000 contro la Lazio firmato Simeone.

Quello 0-1 sancì la rimonta laziale che dopo la discussa ultima giornata con la partita di Perugia della Juventus (Perugia-Juventus  1-1) ottenne lo scudetto. Un’analogia che sembra poter dare speranze al Napoli e ai tifosi azzurri. E ce li immaginiamo leggere quest’articolo e toccare ferro. O forse peggio.

Ci vogliono nemmeno due ore di macchina da Livorno a Figline Valdarno. 130 km di strada che dividono il mare tirreno e l'entroterra fiorentino, Massimiliano Allegri e Maurizio Sarri, i due allenatori che domenica sera si giocheranno un pezzo di sogno e di realtà, una fetta di scudetto.

Tra le colline toscane, il tecnico azzurro ci è finito dopo tre anni a Bagnoli, vicino Napoli, dove è nato. Figlio di un gruista di stanza nella città partenopea, ottimo ciclista, nipote di un partigiano che recuperava i piloti americani abbattuti in val d'Arno. Il resto della storia è fissato ormai nella retorica e nell'immaginario sportivo: la banca, la terza catgoria, i modi rudi.
Questo è Maurizio Sarri, la tuta, la sigaretta in bocca, lo sguardo torvo, cupo.

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L'altro invece, è la giacca e la cravatta, il volto pulito e sbarbato, il sorriso sornione, navigato. Massimiliano Allegri, cresciuto in una famglia di operai, il padre scaricatore di porto, la madre infermiera. Faccia da bischero, "ma posso spiegare" dice. Dalla fuga dall'altare a ventiquattro anni, ai nuovi matrimoni, ai flirt, ai divorzi. "Quando succede, succede. Ma ho la coscienza a posto".

L'altro invece è sposato da venticinque anni con Marina, lontano dai riflettori e dal gossip, "presenza discreta e cordiale". Con cui condivide tutto, tutto tranne le sigarette. Allegri non le ha mai fumate, neanche da ragazzo, giura.
Così diversi, così lontani. Lo stesso, simile soprannome. Se il tecnico bianconero è Acciuga, un'etichetta imposta da Rossano Giampaglia, l'altro è Secco, quando ancora giocava da terzino e falciava su e giù per la fascia.
Come ha scritto Mirko Di Natale su Przeglad Sportowy, se si dovesse pensare ad una metafora cinematografica Allegri sarebbe l'intramontabile commedia all'italiana, una sicurezza, un qualcosa di senza tempo, a volte anche autoironica e fuori dagli schemi. Sarri invece preferisce gli effetti speciali da film hollywoodiani, da fantascienza o forse gli spari da western.

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E quello di domenica sera sarà proprio uno scontro all'ultimo colpo di pistola, alla Sergio Leone, per due allenatori lontanissimi anche in campo, nella tattica, nelle idee.
E visto che siamo in tema di metafore, ne usiamo un'altra. Se fossimo in cucina, Allegri sarebbe la nonna pronta a creare un pranzo per venti persone con quello che trova in dispensa. Sarri sarebbe lo chef esigente sui prodotti, con le sue fisse sul bio e sul km 0, con i suoi negozi di fiducia, il fruttarolo all'angolo, il macellaio amico. Tra gli ingredienti più usati dall'allenatore juventino solo in tre superano i 3000 minuti stagionali. Uno per settore: Higuain, Chiellini, Pjanic. La spina dorsale della sua squadra. Quasi il triplo invece quelli del Napoli: Reina, Callejon, Koulibaly, Hysai, Mertens, Insigne, Allan e Albiol, con Hamsik a quota 2978.
Una rosa spremuta fino all'ultimo, fino alla partita decisiva per mantenere in vita un sogno. Perchè saranno pure diversi, lontani, forse all'opposto. Ma domenica sera saranno uguali. Sarri ed Allegri si giocano lo scudetto.

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