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Il trono di squadre

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È un Claudio Lotito show quello che va di scena a ...

Il trono di squadre

 

L’inverno è finalmente arrivato! Tranquilli, le vostre scampagnate primaverili non sono in pericolo, l’inverno non è arrivato da noi ma a Westeros, il continente immaginario dove si svolgono le vicende di Game of Thrones, la serie tv simbolo di questo decennio che è riuscita a coinvolgere milioni e milioni di fan.

La febbre del trono si fa sentire anche qui nella redazione de Il Catenaccio e allora per ingannare l’attesa tra una puntata e l’altra abbiamo provato a farci una domanda a modo nostro. Se le casate di GoT fossero una squadra di calcio a quale squadra reale assomiglierebbero di più?

Proviamo a dare una risposta, in modo quanto più possibile spoiler free e con una buona dose di ironia:

starkCasa Stark – Roma roma

Gli Stark sono i protettori del Nord, discendono direttamente dai Primi Uomini e venerano gli antichi Dei. Il loro temperamento glaciale non ha molto a che vedere con la passione dei tifosi giallorossi, ma anche loro venerano un dio tutto loro, detto Er capitano o Er pupone dai più devoti, e soprattutto hanno in comune il lupo che campeggia fiero sullo stemma degli Stark e su quello della Roma.

lannisterCasa Lannister – Juventusjuve

I Lannister sono la casata più ricca dei sette regni, grazie a prestiti e sotterfugi sono riusciti ad accumulare una ricchezza incredibile e a dominare economicamente le altre casate, il loro obiettivo però è raggiungere il Trono di Spade e dominare l’intero continente… Serve aggiungere altro?

targaryenCasa Targaryen – Milanmilan

I Targaryen sono un’antica dinastia proveniente dalla misteriosa Valyria, giunti a Westeros sono riusciti a sottomettere l’intero continente grazie al fuoco dei draghi, ma scomparsi i draghi è scomparsa anche la loro potenza. Il Milan ha avuto per più di 30 anni un suo drago, anzi più un biscione, grazie al quale è riuscito a dominare l’Europa, ma da quando quel drago se n’è andato i giorni di gloria continentale sono solo un bel ricordo.

greyjoyCasa Greyjoy – Interinter

I Greyjoy sono i lord delle isole di Ferro, sono pirati e saccheggiatori, sempre pronti a sfruttare le debolezze degli altri lord per occuparne le terre. L’Inter si è dimostrata maestra in passato nello sfruttare la debolezza altrui e prendersi il primo posto per diversi anni, ora sembra che si sia un po’ assopita, ma si sa: “Pazza Inter, amala” e come recita il motto dei Greyjoy: “Ciò che è morto non muoia mai”.

martellCasa Martell – Napolinapoli

I Martell governano su Dorne, la parte meridionale di Westeros, sono fieri e passionali, il loro motto è: ”Mai inchinati, mai piegati, mai spezzati”. La stessa fierezza e passione, lo stesso fuoco e determinazione che hanno i tifosi napoletani e come ‘O sole mio di Napoli il loro stemma è un grande sole splendente.

arryn            Casa Arryn – Laziolazio

Gli Arryn governano da secoli da una fortezza inespugnabile chiamata Nido dell’Aquila, il loro motto  è “In alto come l’onore” e i loro colori sono il bianco e il blu. Non c’è bisogno di aggiungere altro, lassù dove volano le aquile c’è solo la Lazio ed è alto l’onore e l’orgoglio di essere La prima squadra della capitale.

Juventus, la gloria eterna e il disastro europeo

La Juventus festeggia il 35esimo titolo. Come al solito arriva puntuale l’ennesimo scudetto juventino in questo momento della stagione calcistica. Un periodo pasquale che, ogni 12 mesi, di regola tra marzo e aprile, da ben 8 anni consegna, al posto della colomba, il tricolore nelle sole mani della squadra bianconera.

Una vera e propria epoca storica in cui sono si sono succeduti almeno 5 presidenti del Consiglio, 2 papi e 3 guerre. Nel frattempo la Juve ha dominato la nostra serie a e gli altri trofei nazionali, vincendo 8 scudetti di fila, 4 coppe Italia e 4 supercoppe italiane.  Un ciclo iniziato nel 2011-2012 e guidato a quel tempo dal genio di Antonio Conte, gran costruttore di sogni impossibili. All’epoca la rincorsa al Milan di Ibra, Nesta e Thiago Silva fu il frutto del sacrificio di un collettivo combattivo basato sulla sicurezza di Buffon tra i pali e sul nascente mito della BBC, ossia la triade formata da Barzagli, Bonucci e Chiellini. Ma non solo. La genialità di Pirlo, la forza di Vidal, la presenza di Marchisio, la spinta di Pepe, le reti di Vucinic e di Matri, assieme a uno dei gol non dati più famosi della storia del nostro calcio, resero possibile un’impresa difficilissima.

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La Juve quella stagione l’aveva aperta l’8 settembre 2011, con l’inaugurazione dello Stadium, teatro leggendario di tanti successi futuri, e l’aveva proseguita stabilendo svariati record come quello di imbattibilità in campionato (38 partite, di cui 23 vittorie e 15 pareggi) e quello di maggior striscia di risultati utili consecutivi in competizioni ufficiali in una sola annata calcistica in Italia (42 gare). Da quella squadra originaria, formata da un nucleo di campioni veri e da tanti operai dediti ai loro compiti tattici, è nato un team che ha visto militare al proprio interno nel frattempo giocatori straordinari come Pogba, Tevez e Higuain, solo per citare i più iconici. Fino a questa stagione sono stati inanellati ulteriori primati che hanno definitivamente distrutto la competitività del calcio italiano: nella serie a 2013-2014 si è stabilito il record nel nostro Paese di ben 102 punti in un solo campionato; con Allegri successivamente in panca, i bianconeri hanno realizzato 100 punti in 33 gare nel solo 2016; tra le stagioni 2015-2016 e 2016-2017 abbiamo il record delle vittorie consecutive in casa in serie a, ossia 33. Quest’anno il mega acquisto di Cristiano Ronaldo, operazione complessiva da almeno 340 milioni in 4 anni tra ingaggio e cartellino, ha trascinato i bianconeri nel vincere un nuovo titolo italiano, oltre che una supercoppa, insieme a compagni veterani come Bonucci e Chiellini, quest’ultimo unico superstite della Juve di inizio ciclo assieme a Barzagli.

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In questa stagione 2018-2019 costoro, affiancati da Mandzukic, castigatore delle avversarie negli scontri determinanti, dal giovanissimo ed esuberante Kean, dal solido Emre Can, dal decisivo Bernardeschi e dall’imprendibile Cancelo, nulla hanno potuto in Champions, dopo aver conquistato lo scudetto di fatto al termine del girone d’andata, chiuso con l’ennesimo punteggio record di 53 punti, mai realizzato prima in serie A. E qui c’è il primo grande riferimento al disastro di cui accennavamo nel titolo: farsi umiliare dai ragazzi imberbi dell’Ajax non rientra di certo nei piani di un club che ha una delle rose più forti del Continente europeo. E neanche nei piani di un mister come Allegri che vanta al suo attivo 2 finali di Champions. Ma di certo tale squadra, che in ambito domestico ha annientato ogni concorrenza, ha un problema enorme che la porta ad aver vinto negli ultimi 23 anni meno trofei in Europa del Bologna. Ma forse è proprio questo il tema: tale monopolio sul campo, e non solo, ha cancellato ogni tentativo delle nostre squadre di migliorarsi, di dare il meglio di loro e di provare a battere l’impossibile. Le squadre italiane coltivano il loro orticello, usano mille astuzie per racimolare i punti che le servono, stanno ferme, prigioniere di un tatticismo che sarebbe sembrato eccessivo pure ai tempi del Trap, sono inserite in un patetico gioco spezzettato, che si blocca appena si tende a sfiorare l’avversario.

A cosa serve loro sfidare la Juve allo Stadium? A niente. Ma ciò non serve neanche alla Juve per vincere la Champions.

 

di Federico Cavallari

L'ultima Champions League vinta dai bianconeri è lontana, ormai, più di venti anni. Era il 1996 e allo Stadio Olimpico di Roma andò in scena la finale Ajax Juventus. La squadra di Marcello Lippi tornava sul tetto d'Europa dopo undici anni. Per prepararci alla sfida di stasera abbiamo parlato con chi quella finale l'ha vissuta. "Fu il coronamento di un percorso lungo, iniziato almeno due anni prima" ci racconta in questa intervista esclusiva Sergio Porrini, classe 68, difensore. Più di 100 presenze con la maglia dell'Atalanta, una bacheca piena di ogni cosa riempita nei 4 anni a Torino. Erano gli anni di un giovane Del Piero, di Vialli, Conte, Deschamps. "Ma fare i paragoni non serve, questa Juventus ha la stessa fame".

 

Che partita fu quell’Ajax Juventus di 23 anni fa?

Fu il coronamento della stagione precedente, di due anni bellissimi, vissuti con la consapevolezza che bisognava cercare di creare qualcosa di importante. La Juventus infatti veniva da due anni, sia in Italia che in Europa in cui aveva fatto fatica e bisognava ottenere qualcosa. Ricordo la consapevolezza e la voglia, allenamento dopo allenamento, giorno dopo giorno, di diventare una grande squadra. Quella vittoria a Roma contro l’Ajax fu il coronamento di una crescita continua, iniziata l’anno prima con la vittoria della Coppa Italia e dello Scudetto. Le grandi vittorie si creano prima: il giorno della finale ti consacra, ma quello che ottieni mette radici lontano.

Tra voi difensori bianconeri quale era l’attaccante dei Lancieri più temuto di quella finale?

In quel momento il finlandese Jari Litmanen era senza dubbio il più pericoloso, era in un momento in cui se toccava palla faceva gol. E infatti lo fece. Erano molto bravi anche gli esterni di quel 4-3-3, l’olandese Kiki Musampa e il nigeriano Finidi George, che potevano far male in attacco ma allo stesso tempo concedere molto dietro. E infatti le occasioni furono tante, vincemmo ai rigori ma nei 120 minuti meritavamo di vincere.

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E ai rigori fu decisivo Angelo Peruzzi, che vinse anche la personale sfida con Edgar Van der Sar, presente e futuro della porta juventina. Chi era il più bravo?

Ho avuto la fortuna di allenarmi e di giocare insieme a Peruzzi e posso dire che, in quel momento, era in assoluto tra i 3 migliori del mondo. Nonostante magari una corporatura particolare, lo chiamavamo “cinghialone”, e una statura con cui oggi forse probabilmente avrebbe fatto fatica a emergere. Oggi infatti è cambiata la filosofia del portiere, le squadre cercano giocatori di una certa statura, dal 1.90 in su. Per questo va dato ancora più merito a Peruzzi e alla sua forza esplosiva.

Era più forte la Juventus di ieri, di Conte, Ferrara e Del Piero o quella di oggi, di Pjanic, Bonucci e Cristiano Ronaldo?

È impossibile paragonare le Juventus di diversi periodi storici. In quel periodo mi ricordo infatti che si faceva il paragone con la Juve di Platini, oggi si fa il paragone con quella del 1996. È impossibile farlo perché cambiano i metodi e i modi di allenarsi, i mezzi a disposizione dei giocatori, così il raffronto diventa difficile. La cosa sicura è che tutte e due le Juventus hanno la stessa fame e la stessa voglia di vincere tutto quello che c’è da vincere. Cosa che contraddistingue i bianconeri sin dalla nascita.

Domani che partita dobbiamo aspettarci?

Non dobbiamo aspettarci una partita semplice, perché l’Ajax è una squadra molto forte tecnicamente, vivace, frizzante, che gioca in velocità. Ma visto cosa ha fatto la Juve contro l’Atletico Madrid sono sicuro che possa passare il turno.

Usiamo una frase fatta ma vera: lei con i bianconeri ha vinto tutto, ma quale partita le è rimasta nel cuore?

Forse i quarti di finale con il Real Madrid, sempre del 1996, quando con i gol di Del Piero e Padovano ribaltammo l’1-0 dell’andata. Fu il crocevia della vittoria finale. Da giocatore però dico la finale dello stesso anno contro il River, giocata a Tokyo e vinta con un gol di Del Piero. Ho avuto la fortuna di giocarla e di salire sul gradino più alto del mondo.

Il gol di Porrini che apre le danze nella finale di Supercoppa Europea finita 6 a 1 contro il PSG

Non solo Juventus però, ma anche oltre 100 presenze con la maglia dell’Atalanta e tre anni da protagonista in un settore giovanile che è tra i migliori d’Italia. Qual è il segreto?

Il segreto è quello di crederci, che non è una cosa così scontata. Abbiamo visto quante squadre professionistiche di Serie A non credano e non investano per niente nel settore. A Bergamo invece usano parte dei ricavi della prima squadra per il progetto giovanile, dando ai ragazzi i mezzi e il tempo giusto per emergere. Questo, insieme ad una rete di scouting diffusa in tutto il mondo, permette di sfornare anno dopo anno giovani interessanti, piccoli campioni, che solo dopo una lunga trafila riescono ad arrivare in prima squadra. È un processo lungo, lento e non tutti ci credono.

Riuscirà l’Atalanta di Gasperini a centrare la Champions League?

Da atalantino me lo auguro, perché quei 4 anni da giocatore e i 3 da allenatore nelle giovanili hanno fatto diventare una parte del mio cuore nerazzurro. Me lo auguro anche perché, al momento, è la squadra che in Italia esprime il miglior calcio. Spero possa arrivare nell’Europa dei grandi perché so quanto lavoro c’è dietro, quanti investimenti. E soprattutto lo spero perché mi immagino il popolo atalantino assistere alle gare di Champions. Dovesse succedere io vorrei essere uno di quelli, perché l’entusiasmo di Bergamo non si vive da nessuna parte.

L’Atalanta di Porrini e Ganz strapazza 3 a 1 la Roma di Boskov

 

Dal settore giovanile di Zingonia è emerso, tra i tanti, anche Mancini, su cui pare fortissima la Roma.

Mi rivedo molto in lui, nel suo stile di gioco, nel suo saper ricoprire diversi ruoli della difesa. Nonostante la giovane età è già un giocatore di grande responsabilità e di sicuro affidamento. Io dico che il futuro dipenderà dall’Europa: dovesse arrivare la Champions gli consiglierei di rimanere a Bergamo, crescere un altro anno con calma e poi valutare.

E Mancini, insieme a Chiesa, Zaniolo e Kean è uno dei volti nuovi del nuovo ciclo azzurro.

Sì, quelli nominati sono sicuramente tra i migliori giovani del momento. Ma visto anche il recente passato aspetterai a parlare e a considerarli già fenomeni, come si sta facendo con Kean. Sono sicuramente giocatori importanti ma per consacrarsi non basta un anno. È un buon inizio, ma aspettiamo un attimo.

 

Dirigente – O grande Dio del calcio, Eupalla, sferica entità dalla mano argentina, a te mi appello, umile servitore, per risolvere questo annoso problema. Guarda il nostro calcio, quello che te coronasti con codini e tacchi capitolini, con abatini e squadre volate in cielo, guarda il nostro calcio italico, come povero si accascia e dorme. Sfibrato, privo di genio, incapace. Mandaci un messo, un nuovo pibe, una tua benedizione, una indicazione per uscire da questa palude vorticosa. Dicci qual è la via, le squadre b, le scuole calcio, i giovani. Illuminaci, o vate.

Sceicco – Il tuo Dio non ti ascolta, amico. È troppo impegnato in feste transalpine, tiki taka spagnoleggianti e rivoluzioni inglesi. Preferisce, a tratti, anche la solidità germanica. Non c’è tempo, in lui, per rinascite tricolori.

Dirigente – E a chi, allora, dovrei dirigere le mie preghiere? A chi, dunque, dovrei chiedere l’assoluzione dei peccati per tornare alla vita vera, alla gloria calcistica, alle notti magiche inseguendo un gol?

Sceicco – Hai davanti colui che vai cercando.

Dirigente - Perdonami, ma che ne sai te di calcio? Cosa di talento, magia, emozione, genio? Come pensi di poter risollevare il nostro sport?

Sceicco – Le tue domande sono lecite, amico dubbioso. Lascia che ti spieghi. Come si chiama quel trofeo che disputavate in estate, tra le due migliori del vostro campionato? Supercoppa Italiana? Bene. Non l’avete forse disputata già in Cina, negli Stati Uniti, in Libia e in Qatar? Ottimo, il mio paese è pronto ad ospitarvi. Venite a giocarla qui. Siamo o non siamo buoni amici di commercio? Abbiamo o non abbiamo fatto grandi grane insieme?

Dirigente – Grane, granate e bombe. Quello sì.

Sceicco – Esatto amico. Quelle le uso in Yemen, anche contro bambini e donne se serve. Ma proprio per questo quando vado in giro mi guardano in cagnesco, mi scansano, mi spernacchiano, mi additano come malvagio, dispotico, dittatore. Mi occorre qualcosa per apparir più buono, quale io realmente sono. È qui che tu potresti aiutarmi, amico mio.

Dirigente – Cosa potrebbe ripulirti?

Sceicco – Lo sport che piace di più a tutti, il calcio. Per questo dovete venire qui da noi a giocare la vostra finale. In cambio vi daremo 7 milioni a partita, da giocare almeno tre volte nei prossimi cinque anni. Sarà l’inizio di un lungo e felice connubio.

Dirigente – E’ una proposta fenomenale. Il brand tricolore, il made in Italy, le nostre eccellenze all’estero, la promozione dei nostri prodotti calcistici. Perfetto, affare fatto!

Sceicco – Aspetta amico mio, non è ancora tempo per andare in porto. Sono contento della tua gioia, ma prima vorrei farti qualche domanda. Ci sono alcune cose che non capisco del vostro mondo, del vostro calcio. Ad esempio, qualche tempo fa, i vostri giocatori scesero in campo con uno strano segno, vermiglio, rossastro, sotto l’occhio. Perché lo fecero?

Dirigente – Era un segno di protesta contro i salari bassi dei calciatori, nobile amico. Un’altra piaga che attanaglia il nostro calcio.

Sceicco – Oh, me ne dispiaccio. E ascolta ancora, ogni tanto vedo anche delle donne giocare a pallone? Come potete permettere questo scempio?

Dirigente – E’ solo una piccola libertà che concediamo a questo essere inferiore, sceicco. Le lasciamo credere di essere calciatrici ma in realtà, da regolamento, non gli permettiamo contratti professionistici così sono costrette a vedere il pallone solo come un hobby, un passatempo, non come un lavoro. E così per la pallavolo, l’atletica, la pallacanestro, il nuoto. Gli uomini possono guadagnare e farlo come mestiere, loro no.

Sceicco – Oh, mi rincuoro. È astuto da parte vostra. Però vedo che molte donne si recano allo stadio, siedono con gli uomini, urlano e a volte sono anche da sole, in gruppo. Questo è inconcepibile. Da noi devono essere per forza accompagnate e devono chiedere il permesso persino per sottoporsi ad interventi medici. Come me la spieghi questa vostra oscena barbarie?

Dirigente – Voi siete molto saggio. È vero, questo è un grave male, ma stiamo provando ad arginare questo fenomeno di malcostume. Fortunatamente molte tifoserie obbligano le donne a non spingersi nelle loro prime file, per non rischiare così di essere macchiate dalla loro presenza, e le lasciano indietro, scansate e derise. Comunque sia continuiamo ancora a trattarle come animali, a volte le mettiamo i collari come i cani e le prendiamo a botte.

Sceicco – Oh, bene. Questo è giusto. Per me le domande sono finite, se vuoi concludiamo l’affare.

Dirigente – Certamente, maestro. Promozione, visibilità, immagine, pubblicità…

Sceicco – Ecco lì l’altare, sai già cosa fare, amico mio. Ah, un’ultima cosa. Ma chi sono questi Cucchi, Piccinini, Ferrario, di Trapani, che scrivono contro di me, di noi, del nostro patto, della nostra brillante amicizia?

Dirigente – Non vi preoccupate, potente amico. Sono solo giornalisti.

Sceicco – Ah, come Jamal Khashoggi?

Dirigente – Esatto, proprio come lui.

L’ultima volta che Roma e Porto si sono incontrate agli ottavi erano quelli di Coppa delle Coppe, era il 1981, era la squadra di Nils Liedholm. In campo, quel giorno, c’era anche Dario Bonetti, bresciano, classe 1961. Difensore da oltre 250 presenze in Serie A, 90 delle quali con la Roma, quasi 40 con la Juventus. 5 Coppe Italia, una Coppa Uefa e una Supercoppa Italiana in bacheca, poi una carriera da allenatore soprattutto all’estero. Abbiamo chiesto a lui un commento sui sorteggi di Nyon. Ne è venuta fuori un’intervista su Roma e Juventus, settori giovanili e calcio italiano. Ecco le sue parole, in esclusiva per ilCatenaccio.

 

 

Atletico Madrid per i bianconeri, Porto per i giallorossi. È andata bene alle italiane?  

Alla Roma poteva andare sicuramente molto peggio, soprattutto in questo momento. Per quanto riguarda la Juventus, l'Atletico Madrid non sarà avversario facile, è una squadra che ha grande compattezza, grande carattere, grande organizzazione, sa andare bene negli spazi.

Nell’ambiente romanista c’è ottimismo per la sfida con i portoghesi, ma i precedenti vedono solo pareggi e sconfitte. L’ultima volta che Roma e Porto si sfidarono agli ottavi erano quelli di Coppa delle Coppe, nel 1981, lei era in campo.

Ricordo quella partita, ricordo perdemmo 2-0 all'andata, con reti di Walsh e Costa, avevano una grande intensità, giocavano molto meglio. Erano una squadra di qualità, quindi di conseguenza fummo eliminati. In casa non riuscimmo ad andare oltre quello 0-0, ma stavamo costruendo una squadra.

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Quella di Liedholm, dello scudetto, di Falcao e Di Bartolomei.

Ho ricordi bellissimi di loro due. Sia come uomini che come calciatori. Erano dei fuoriclasse, erano le colonne di una squadra fortissima e che sarebbe arrivata in finale di Coppa Campioni nel 1984.

Un’impresa sfiorata l’anno scorso, con la rimonta sul Barcellona e la semifinale col Liverpool. Sembra passato un secolo, non crede?

Io penso che dopo tutte quelle cessioni fosse sotto gli occhi di tutti che la Roma anche quest'anno sarebbe ripartita da zero. Hanno preso dei giovani molto interessanti, ma si sono dimenticati che Roma è una piazza in cui c'è grande passione. E dove c'è grande passione a volte manca l'equilibrio e possono nascere depressioni molto forti. Questo ovviamente crea numerosi problemi ai ragazzi più giovani che, magari, devono dimostrare immediatamente il valore che hanno, non gli viene concesso tempo. Sono talenti di sicura prospettiva, però in questo momento c'è bisogno che vincano e che convincano. E non è così semplice.

Di questi giovani chi l'ha colpita di più?

Devo dire che tutti e tre gli attaccanti, Justin Kluivert, Cengiz Under e Nicolò Zaniolo, sono molto bravi. Mi aspettavo molto di più da Patrick Schick, che aveva confermato la sua grande qualità alla Sampdoria e ora invece sta deludendo. Faccio veramente fatica a capirlo. Evidentemente non ha carattere.

Lei con la Roma ha vinto quattro Coppe Italia, una invece con la Juventus, con la quale ha vinto anche in Europa la Coppa Uefa nel 1990. Cosa manca alle italiane per tornare al top in ambito continentale?

Dobbiamo essere sinceri, a parte quello della Juventus non vedo progetti. Creare un progetto non significa cambiare 5-6 giocatori tutti gli anni. Perchè giocatori forti ne ha anche l'Inter, li ha anche il Napoli, ma manca la progettazione seria, quella che permette di fare 1-2 innesti all'anno per alzare l'asticella della squadra sotto il profilo fisico, tecnico e tattico. Senza sconvolgimenti. Le grandi squadre hanno bisogno di giocatori pronti, di andare sul mercato per rinforzarsi. Penso che lo farà l'Inter di Marotta, un dirigente che ha grande esperienza e sa benissimo come si costruisce.

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Rinforzarsi quindi non solo in campo ma anche nei quadri dirigenziali.

Assolutamente sì. Marotta l'ha dichiarato apertamente, c'è bisogno di tempo ma soprattutto di essere sicuri. Se si prende un calciatore pronto, che ha già dimostrato qualcosa, che sa andare in bicicletta, allora ci sa andare sempre. Bisogna aspettare e inserirlo in un contesto che gli permetta di essere valorizzato al massimo, deve capire la storia del club, la lingua, trovare un senso di appartenenza. Ecco perchè dico che il campionato della Roma me lo aspettavo. I giovani hanno grande prospettiva ma sono, naturalmente, soggetti ad alti e bassi. La cosa che mi ha lasciato perplesso della partita di domenica sera è il modo in cui hanno giocato i giallorossi, il Genoa avrebbe potuto fare 4-5 gol, dal punto di vista tattico erano veramente allo sbando, la difesa imbarazzante.

Ai vertici solo la Juventus ha una coppia di centrali difensivi italiani. Per il resto ci si affida a Manolas e Fazio, De Vrij e Skriniar, Koulibaly e Albiol. Da centrale, si è fermata la scuola italiana dei difensori?

Il grande problema sta nei settori giovanili purtroppo. Voglio essere onesto, quello che penso lo dico, con il massimo rispetto: nei settori giovanili lavorano troppi raccomandati, che non sanno insegnare. La grande qualità che deve avere un allenatore di giovanili è trasferire ai suoi ragazzi l'esperienza che hai avuto in campo. Non sempre questo avviene.

Lei ha allenato soprattutto all’estero. La Dinamo Bucarest, il Dundee, la nazionale dello Zambia. La vedremo su qualche panchina tricolore?

Difficile, io ho allenato più all'estero che in Italia per una questione di rapporti. A parte Ancelotti e Mancini, che son partiti dall'alto, qui si fa fatica a far allenare chi ha fatto la gavetta. Lo vediamo con Zenga, con Bergomi, sono tutti in televisione ma potrebbero fare gli allenatori. Purtroppo è così, io quando vedo Beppe Bergomi allenare la Berretti del Como e sulla panchina dell'Inter magari Stramaccioni, lo dico con il massimo rispetto, c'è qualcosa che non va.

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Torniamo alla Roma, di recente è stato fatto il nome dell’esterno d’attacco rumeno Razvan Marin. Lei che ha allenato in Romania l’ha mai visto giocare?

Sinceramente no. E anche qui vorrei aprire un'altra pagina su Monchi, anche se ci sarebbe da aprire un'enciclopedia. La Roma non ha bisogno di un direttore sportivo spagnolo. Bisognerebbe dare valore anche qui ai prodotti nostrani, ai direttori italiani. In Serie A non si guarda il curriculum, lavorano raccomandati, gente che porta gli sponsor ma che alla fine fa i danni.

Tra le squadre in cui ha giocato, a fine anni 80, c’è anche il Milan. Che con la Roma e con la Lazio si contende il quarto posto. Alla fine chi la spunterà?

Devo dire che in questo momento vedo la Lazio più organizzata e più completa, con un ambiente compatto. Anche la Roma ha qualità ma deve ritrovare l'idea di gioco e, soprattutto, deve recuperare i giocatori che sono fuori.

Filotto italiano in Champions League, in questo secondo turno di fase a gironi. Con le vittorie di Inter e Napoli di mercoledì sera contro PSV Eindhoven e Liverpool, aggiunte ai successi di Juventus e Roma su Young Boys e Viktoria Plzen, si raggiunge un poker tricolore che mancava addirittura da 13 anni. 

Era il 2005, precisamente novembre, quando Juventus, Milan, Udinese e Inter riuscirono a strappare 3 punti rispettivamente a Bruges, Fenerbahce, Panathinaikos e.... Armedia Petrzalka, squadra slovacca nel frattempo fallita e attualmente risalita in Serie B locale, dopo una trafila dalla quinta serie. 

Ecco i tabellini e le formazioni di quelle partite. Per una serata all'insegna della nostalgia e dell'amarcord

 

JUVENTUS BRUGES 1-0

Cattura

 

Panathinaikos - Udinese 1-2

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Fenerbahce - Milan 0-4

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Inter - Artmedia Petrzalka 4-0

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Se a volte basta vedere lo stop, il tiro o il passaggio per capire che giocatore si ha davanti, altre bastano sole le sue parole. Cristiano Ronaldo, in una conferenza stampa di presentazione semplice e discreta, senza palleggi e bagni di folla, ha dato ancora una volta sfoggio della sua grandezza. E lo ha fatto, questa volta, con le parole.

2077 parole, tra domande e risposte, 1846 se si escludono le step words, gli articoli e le congiunzioni. E tutta la conferenza è un continuo ricorrere alla forza, alla grandezza, alla quantità: "grande" ricorre ben 12 volte ma è "molto" la parola più usata, 29 occorrenze testuali. "Molto importante" è il passo fatto nella sua carriera, "molto giovane", "molto preparato", "molto motivato" e "molto fiducioso" è il modo in cui si sente il portoghese, "molto difficile" è invece vincere la Champions. Questa la frase completa: "La Champions è molto difficile da vincere come competizione, ovviamente io spero di poter aiutare. La Juventus è arrivata molto molto vicina negli ultimi anni, non ha vinto perchè le finali sono sempre un'incognita".

La parola "Champions" ricorre addirittura 9 volte, più di "Campionato" (6) e "Coppa" (1), quasi a voler creare e ribadire una gerarchia di successi. E' questa la missione di Cristiano Ronaldo alla Juventus, portare a casa la Coppa dei Campioni, continuare a "vincere", parola che ricorre 12 volte nella conferenza, 1 ogni 165 parole. L'ossessione, il mantra, il punto fisso. E' questa la sua "sfida" (14), l'ennesima tappa importante della sua "carriera" (8): "Mi sento meravigliosamente perchè è un'altra sfida, è una sfida nuova, sarà una sfida dura, lo so, molto difficile, perchè anche giocare in Italia non è tanto facile".

L'altra nota che emerge è la centralità del calciatore, la sua precisa volontà e intransigenza. Il verbo "voglio" ricorre 7 volte, quasi sempre legato all'avverbio "sempre" (11): "Ovviamente io voglio sempre vincere", "voglio sempre essere un esempio, dentro e fuori dal campo, negli allenamenti, aiutare i giovani". La grandezza di Ronaldo, d'altronde, è sempre stata questa. Fissare l'obiettivo e superarlo, trovare sempre nuovi avversari, anche al costo di essere lui stesso il nemico da battere. Oggi l'ha detto a parole, ma presto sarà il campo a parlare. Di nuovo.

 

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Cristiano Ronaldo e la Juventus, il fattore JM

 

Sono ormai diversi giorni che circolano voci su un eventuale trattativa tra Cristiano Ronaldo e la Juventus. In questa fase del mercato ci sono tante voci su diversi giocatori, come ha dimostrato lo scambio, utopico, Icardi-Higuain, di cui si parlava intensamente un mese fa e che ora sembra essere una pista raffreddata.

Invece il nome del giocatore più forte al mondo, colui capace di spostare gli equilibri non a parole come alcuni ma con i fatti. Lo dimostrano le 5 Champions League vinte (quattro con il Real Madrid una con il Manchester United) così come sono 5 i suoi Palloni D’oro per non parlare di tutti gli altri tituli vinti dal campione di Madeira. Per cui forse un solo articolo non basterebbe.

C’è da dire che la trattativa se ci sarà e si svilupperà non sarà semplice visto che Ronaldo è un alieno e tra costo del cartellino e ingaggio si parla di cifre elevate per potersi assicurare il bomber portoghese. Nei giorni passati circolava la notizia (poi prontamente smentita dal Real Madrid) dell’abbassamento della clausola da 1 MILIARDO di euro a 120 milioni di euro. Un prezzo assolutamente abbordabile per le casse bianconere, basti pensare ai 94 milioni spesi per Gonzalo Higuain.

Il nodo su cui la trattativa si baserà è l’ingaggio perché la Juventus riuscirebbe ad arrivare a soddisfare le esigenze del portoghese solo con un dispendioso sacrificio economico. In tal senso è più probabile l’ipotesi Paris Saint Germain vista la disponibilità economica del suo presidente. E infatti le destinazioni dell’asso portoghese saranno o lo United, per una questione di cuore visti i suoi trascorsi all’Old Trafford e visto che lo United ha soldi da investire, o il Paris Saint Germain per i motivi sopra citati.

Oppure l’ipotesi Juventus svantaggiosa a livello economico ma con tante motivazioni che potrebbe offrire a Ronaldo. Per la Juventus c’è un fattore importante, il fattore JM. Jorge Mendes procuratore del portoghese con l’affare Cancelo ha ripreso i rapporti con i dirigenti bianconeri e potrebbe essere lui l’arma in più del duo Marotta-Paratici visto il suo carisma e il suo rapporto con i suoi assistiti. E se il fenomeno di Madeira arriverà a Torino, beh la Champions non sarà più un semplice sogno accarezzato e sfiorato negli ultimi anni ma una solida realtà.

Siamo solo a Giugno ma il mercato è già entrato nel vivo. Complici il Mondiale di Russia ormai alle porte, e la fine della sessione del mercato estivo stabilita al 17 Agosto 2018, le squadre dalla più piccola alla più blasonata hanno già fatto i primi movimenti in entrata ed uscita.

E in quel di Torino, sponda bianconera, i telefoni di Beppe Marotta e Fabio Paratici sono sempre occupati e i due dirigenti sono impegnati in diversi summit. Settimane fa Paratici è stato avvistato a Milano in un incontro con Alvaro Morata che subito ha fatto sognare i tifosi bianconeri. Sempre in quei giorni Paratici era a Bergamo per assistere ad un’amichevole pre-mondiale della Colombia e visionare Arias, terzino destro del PSV del 1992.

Fin qua niente di nuovo, così come il presunto scambio Icardi-Higuain, per cui i dirigenti bianconeri hanno detto, riferito al “Pipita”, una frase al quanto enigmatica “Per Higuain vedremo dopo il Mondiale”. Frase indicativa perché Higuain che è stato pagato tanto (94 milioni di euro) e quest’anno è l’ultimo anno, considerata la sua età, in cui sarebbe possibile venderlo a buon mercato. E alla Juventus vista l’esperienza e la bravura dei suoi dirigenti di sicuro troveranno la soluzione migliore per rinforzare la rosa bianconera e non indebolirla.

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La proposta di scambio Higuain-Icardi, con un conguaglio di 60 milioni all’Inter, per molti tifosi sembra qualcosa di fattibile ma per chi conosce il mercato e le dinamiche questa indiscrezione porta solo acqua al mulino di Icardi, per la precisione di Wanda Nara sua moglie e procuratrice. Una strategia per far avere l’ennesimo rinnovo dorato all’argentino, perché è vero che nel calcio tutto è possibile ma Icardi non andrà mai e poi mai alla Juve.

Più realizzabile invece l’ipotesi di scambio Higuain-Morata se Sarri andrà al Chelsea, ma la Juventus per vincere la benedetta/maledetta Champions ha bisogno di un centrocampista con la C maiuscola e lo testimoniano le operazioni chiuse di Perin (12 milioni+3 di bonus), Caldara, Can (a parametro zero) che coadiuvate dall’acquisto di uno o due terzini (Cancelo una pista caldissima oltre il già citato Arias) saranno l’antipasto per il centrocampista top.

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A prescindere da cosa capiterà avanti in attacco e dall’effetto domino provocato dall’eventuale partenza di Higuain il sogno bianconero non è mister 100 milioni di euro Milinkovic Savic come si professa da tempo ma Paul Pogba. Paul ancora è nella mente e nel cuore dei tifosi bianconeri e se ci sarà la possibilità di riportarlo a Torino con 35-40 milioni di euro in meno di quanto venduto (110 milioni) formerà un centrocampo da urlo con Pjanic e Can. Anche perché il buon Khedira, che per quanto sia fragile è al tempo stesso una garanzia, ormai ha un’età avanzata e se resterà non sarà la prima scelta così come Matuidi, più da lavoro sporco che da qualità. E con Pogba si potrebbe avere l’alternativa tra i moduli del 4-2-3-1 e del 4-3-3 e se oltre al francese, con altri 30 milioni la Juventus riuscirebbe a pagare la clausola alla Roma e strapparle Lorenzo Pellegrini.

Tra un Milinkovic a 100 milioni e un Pellegrini+Pogba alla stessa cifra è superfluo sottolineare quale sia l’operazione più ghiotta. Vedremo cosa accadrà ma le ipotesi di formazione con calciatori già acquistati e quelli che potrebbero arrivare sarebbero ideali per competere anche in Europa e non per arrivare in finale. Stavolta non tanto per partecipare ma per vincerla.

4-3-3

Perin

Alex Sandro Caldara Chiellini Cancelo

Pogba Pjanic Can

Dybala Morata Douglas Costa

4-2-3-1

Perin

Alex Sandro Caldara Chiellini Cancelo

Pjanic Pogba

Douglas Costa Dybala Mandzukic

Morata

Vedere attraverso la lente dell’ironia quel che c’è...o speriamo ci sia!

Passino le analisi tattiche volte a perorare una determinata causa: lo sguardo critico rimane fondamentale per una esistenza che tenga lontani gli spettri dell’abitudine e gli altrettanto accomodanti schemi mentali prestabiliti.

Esempio (seguitemi): agli inizi del liceo (periodo non ben specificato tra Pleistocene e Triassico), ero in fissa con i Paramore, grazie ad una( ai tempi) cara amica con cui (ovviamente) ho perso i contatti. Il gruppo emo-punk-rock, capitanato dalla tuttora-donna-che-sognerò-sempre Hayley Williams, mi conquistava per la estensione vocale della front-man, i testi da un pessimismo sconfinato (la situazione dell’Udinese è NULLA, al confronto) e le chitarre mal suonate, ma che smuovevano le orecchie ed il cuore del piccolo autore adolescente.
Acquistai addirittura (primo e “forse” solo nel mio paese), all’unico negozio di dischi della cittadina, il loro terzo album appena uscito, ormai nove anni or sono.
Bene. Avete per caso ascoltato il loro ultimo prodotto musicale, uscito l’anno scorso? Io no, fino a pochi minuti fa: intenzionato a gettarmi sul divano e riflettere sulla brevità della vita ed i cambi di direzione (Suso chi?), ho cambiato idea, purtroppo per voi aggiungerei, ed ho cercato di rapportare quello che era giunto alle mie orecchie, quasi non accettabile dalla realtà in cui credo di vegetare, con le partite che incombono.
Cosa mi spiazza totalmente nella dimensione pallonara coeva italiana?

Partiamo dal primo anticipo: Under non titolare.
Impazzisco per il giocatore che, in uno degli svariati gruppi dei fantacalci a cui partecipo, ho ribattezzato da subito La Luce : pieno di (troppa) voglia di fare, egoista quanto basta per non inveirci contro dal primo minuto in cui mette piede in campo, Cencio (così ribattezzato affettuosamente dai romanisti sparsi per il mondo) è un must-see per la capacità di attirare il pallone a sé e dipingere calcio. Che sia un controllo orientato, un taglio dalla parte destra del campo verso il cuore dell’area, un tiro a giro dai 23 metri, vedergli preferito Schick in una posizione innaturale (per contrastare la fisicità del Chievo e far entrare il mago turco a difensori spompati) mi fa apparire un sabato di fine Aprile un po’ più spento, se non fosse che mangerò una pizza stasera (sono del partito: Pizza Panacea di qualunque Male; se volete, il PPM cerca nuovi membri).

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Una margherita davanti Inter-Juve: cosa potrebbe sconcertarmi, gol di Candreva a parte? Probabilmente mi concentrerò su come Perisic affronterà la doppia sfida Cuadrado-Barzagli sulla sua corsia: l’impeto del croato verrà contenuto dall’ex miglior marcatore (nel senso difensivo del termine) del campionato, tirato a lustro proprio per la partita più importante della stagione bianconera, e da una freccia colombiana pronta a pressare “forte” su di lui?
Spalletti adotterà la contromisura Cancelo a sinistra, con D’ambrosio a destra, per togliere pressione al buon Ivan? Inter-Juve sarà una partita di “fascia alta”: poco ma sicuro.

Spostiamoci, con questa terribile freddura, alla domenica. Mentre le prime considerazioni sul portare o meno la crema solare in spiaggia e sullo status sociale che deriva da tale scelta si affolleranno nella nostra mente, ventidue eroi avranno un compito non semplice: sopravvivere non solo in chiave sportiva, lottando per la salvezza, ma anche fisiologica, affrontando un mezzogiorno assolato in quel di Crotone. La temperatura non dovrebbe essere altissima (22°, per chi fosse interessato ad una scampagnata nel cuore della Calabria), ma tutto sta nella percezione: percezione aumentata in ogni senso per Matteo Politano, dal fiuto del gol ai movimenti, ovunque dentro al campo (non possiedo una heat-map dei suoi palloni giocati attualmente, ma la immagino con sopra scritto: “The floor is lava”). Il giocatore, vera scheggia impazzita di questo finale di campionato, è il cavallo di Troia di una partita che potrebbe avere le stigmate della noia e della paura, dal primo al 95’ minuto.

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“Non dar retta ai tuoi occhi e non credere a quello che vedi. Gli occhi vedono solo ciò che è limitato. Guarda col tuo intelletto e scopri quello che conosci già; allora imparerai come si vola.”
Con il soprannome nato da un fraintendimento, parlare di Jonathan Livingston ed il ga[m/b]biano Barrow è troppo facile, eppure il ragazzo sembra avere le carte in regola per esplodere da prima punta, con tiro da fuori, discreta progressione, rapidità nel breve e capacità di mettere i compagni in condizione di segnare (assist per Freuler settimana scorsa). Se dico che l’ultimo giocatore con maglia nerazzurra così completo potenzialmente in Italia ora milita nel Nizza, sarà stato un colpo di sole?

Di sicuro L’Udinese, piegata da due mesi a questa parte sulle ginocchia, non vuol subire un ennesimo colpo della strega nel Sannio ; la squadra giallorossa, con una ritrovata leggerezza derivante dalla matematica retrocessione, può affrontare la partita a viso aperto e con un solo scopo: proseguire negli sviluppi del laboratorio de zerbiano.
Cosa farebbe cascare dalla sedia? Qualche filtrante di Sandro dopo aver strappato palla al Fofana di turno. L’ex Tottenham deve rimanere in serie A: per la petizione, ci organizzeremo.

Ennesimo ex dalla ottima tecnica ripudiato contro il Milan: parliamo di Andrea Poli, pronto a riempire di estro il pomeriggio bolognese...ehm...
Intendevo Simone Verdi, scusate. Un lapsus.
Cristante, Saponara, Verdi: tre piccole spine nella rosa che un tempo fu rossonera.
Sembra che il toto-attaccante ci riservi Cutrone (scelta più saggia) dal primo minuto.
Fattore sorpresa: Calhanoglu che segna su punizione (è scoccata l’ora? Lo pensiamo tutti, eppure...).

A Marassi va in scena la corsa disperata all’Europa minore: Giampaolo mette in vetrina probabilmente Andersen (prossima plusvalenza superiore ai  15 milioni) e Kownacki (unica punta rimasta al fantacalcio da contendersi durante la parca asta di riparazione).
Quel che mi preoccupa? Pavoletti che segna di piede (non in rovesciata) è fin troppo scontata come risposta, perciò dirò Torreira che dilapida più di 4 palloni.

Il Verona dei falsi nueve ospita la SPAL in un’altra partita che definire tesa coinciderebbe con un eufemismo: il peggior calcio della A tra le neopromesse contro il più convincente e che si è adattato con risultati importanti alla categoria.
Grassi sta ritornando ai livelli di un tempo, quando il Napoli lo designò unico acquisto per la campagna scudetto 2016: Sarri dà, Sarri toglie.

Pomeriggio rovente a Firenze; il verbo scansare è stato adoperato più del foriestiero “top” tra i quattordicenni, perciò mi auguro non abbia nulla a che vedere con la partita delle 18:00, riferendomi maggiormente ai commenti  esterni al match rispetto a quel che si verificherà sul prato verde, vista la fallacia del ragionamento alla base.
Come reagirà la Fiorentina alla prospettiva di dover contendere il possesso palla alla squadra dalla percentuale più alta in questo fondamentale di tutta la A?
Tanto passerà dalla linea Veretout-Saponara e quanto quest’ultimo riesca ad isolare, con il suo intuito, Chiesa contro i terzini napoletani. Anche perché Simeone che regge l’impatto contro Koulibaly (ciò non implica che non possa rubargli il tempo, vero tallone d’Achille del gigante napoletano) equivale al sottoscritto che resiste per più di un mese alla palestra.

Ljajic, Luis Alberto, Immobile, Iago Falque: la serata pirotecnica a Torino è pronta. Noi? Staremo con la testa al lunedì poco invitante? Alla sveglia preferirei il canto di un Gallo ritrovato, ma credo proprio che dovrò aspettare una ritrovata forma fisica del nativo di Calcinate.

Questo è quanto: vado a riascoltare il disco (tra l’altro, è un synth-pop interessante) ed accettare il presente!
Lieto calcio a voi.

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