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Dialogo di un dirigente Lega Calcio e di uno ...

Dirigente – O grande Dio del calcio, Eupalla, ...
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Dove lo festeggia il capodanno Nicolò Zaniolo?

Il 5 luglio 2017, quando Nicolò Zaniolo firmava ...
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L'altra finale

Era l'estate del 2002 e mentre noi italiani ...
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C’è ancora qualcuno che si stupisce?

Premessa doverosa: questo sarà un articolo ...

Dirigente – O grande Dio del calcio, Eupalla, sferica entità dalla mano argentina, a te mi appello, umile servitore, per risolvere questo annoso problema. Guarda il nostro calcio, quello che te coronasti con codini e tacchi capitolini, con abatini e squadre volate in cielo, guarda il nostro calcio italico, come povero si accascia e dorme. Sfibrato, privo di genio, incapace. Mandaci un messo, un nuovo pibe, una tua benedizione, una indicazione per uscire da questa palude vorticosa. Dicci qual è la via, le squadre b, le scuole calcio, i giovani. Illuminaci, o vate.

Sceicco – Il tuo Dio non ti ascolta, amico. È troppo impegnato in feste transalpine, tiki taka spagnoleggianti e rivoluzioni inglesi. Preferisce, a tratti, anche la solidità germanica. Non c’è tempo, in lui, per rinascite tricolori.

Dirigente – E a chi, allora, dovrei dirigere le mie preghiere? A chi, dunque, dovrei chiedere l’assoluzione dei peccati per tornare alla vita vera, alla gloria calcistica, alle notti magiche inseguendo un gol?

Sceicco – Hai davanti colui che vai cercando.

Dirigente - Perdonami, ma che ne sai te di calcio? Cosa di talento, magia, emozione, genio? Come pensi di poter risollevare il nostro sport?

Sceicco – Le tue domande sono lecite, amico dubbioso. Lascia che ti spieghi. Come si chiama quel trofeo che disputavate in estate, tra le due migliori del vostro campionato? Supercoppa Italiana? Bene. Non l’avete forse disputata già in Cina, negli Stati Uniti, in Libia e in Qatar? Ottimo, il mio paese è pronto ad ospitarvi. Venite a giocarla qui. Siamo o non siamo buoni amici di commercio? Abbiamo o non abbiamo fatto grandi grane insieme?

Dirigente – Grane, granate e bombe. Quello sì.

Sceicco – Esatto amico. Quelle le uso in Yemen, anche contro bambini e donne se serve. Ma proprio per questo quando vado in giro mi guardano in cagnesco, mi scansano, mi spernacchiano, mi additano come malvagio, dispotico, dittatore. Mi occorre qualcosa per apparir più buono, quale io realmente sono. È qui che tu potresti aiutarmi, amico mio.

Dirigente – Cosa potrebbe ripulirti?

Sceicco – Lo sport che piace di più a tutti, il calcio. Per questo dovete venire qui da noi a giocare la vostra finale. In cambio vi daremo 7 milioni a partita, da giocare almeno tre volte nei prossimi cinque anni. Sarà l’inizio di un lungo e felice connubio.

Dirigente – E’ una proposta fenomenale. Il brand tricolore, il made in Italy, le nostre eccellenze all’estero, la promozione dei nostri prodotti calcistici. Perfetto, affare fatto!

Sceicco – Aspetta amico mio, non è ancora tempo per andare in porto. Sono contento della tua gioia, ma prima vorrei farti qualche domanda. Ci sono alcune cose che non capisco del vostro mondo, del vostro calcio. Ad esempio, qualche tempo fa, i vostri giocatori scesero in campo con uno strano segno, vermiglio, rossastro, sotto l’occhio. Perché lo fecero?

Dirigente – Era un segno di protesta contro i salari bassi dei calciatori, nobile amico. Un’altra piaga che attanaglia il nostro calcio.

Sceicco – Oh, me ne dispiaccio. E ascolta ancora, ogni tanto vedo anche delle donne giocare a pallone? Come potete permettere questo scempio?

Dirigente – E’ solo una piccola libertà che concediamo a questo essere inferiore, sceicco. Le lasciamo credere di essere calciatrici ma in realtà, da regolamento, non gli permettiamo contratti professionistici così sono costrette a vedere il pallone solo come un hobby, un passatempo, non come un lavoro. E così per la pallavolo, l’atletica, la pallacanestro, il nuoto. Gli uomini possono guadagnare e farlo come mestiere, loro no.

Sceicco – Oh, mi rincuoro. È astuto da parte vostra. Però vedo che molte donne si recano allo stadio, siedono con gli uomini, urlano e a volte sono anche da sole, in gruppo. Questo è inconcepibile. Da noi devono essere per forza accompagnate e devono chiedere il permesso persino per sottoporsi ad interventi medici. Come me la spieghi questa vostra oscena barbarie?

Dirigente – Voi siete molto saggio. È vero, questo è un grave male, ma stiamo provando ad arginare questo fenomeno di malcostume. Fortunatamente molte tifoserie obbligano le donne a non spingersi nelle loro prime file, per non rischiare così di essere macchiate dalla loro presenza, e le lasciano indietro, scansate e derise. Comunque sia continuiamo ancora a trattarle come animali, a volte le mettiamo i collari come i cani e le prendiamo a botte.

Sceicco – Oh, bene. Questo è giusto. Per me le domande sono finite, se vuoi concludiamo l’affare.

Dirigente – Certamente, maestro. Promozione, visibilità, immagine, pubblicità…

Sceicco – Ecco lì l’altare, sai già cosa fare, amico mio. Ah, un’ultima cosa. Ma chi sono questi Cucchi, Piccinini, Ferrario, di Trapani, che scrivono contro di me, di noi, del nostro patto, della nostra brillante amicizia?

Dirigente – Non vi preoccupate, potente amico. Sono solo giornalisti.

Sceicco – Ah, come Jamal Khashoggi?

Dirigente – Esatto, proprio come lui.

L’ultima volta che Roma e Porto si sono incontrate agli ottavi erano quelli di Coppa delle Coppe, era il 1981, era la squadra di Nils Liedholm. In campo, quel giorno, c’era anche Dario Bonetti, bresciano, classe 1961. Difensore da oltre 250 presenze in Serie A, 90 delle quali con la Roma, quasi 40 con la Juventus. 5 Coppe Italia, una Coppa Uefa e una Supercoppa Italiana in bacheca, poi una carriera da allenatore soprattutto all’estero. Abbiamo chiesto a lui un commento sui sorteggi di Nyon. Ne è venuta fuori un’intervista su Roma e Juventus, settori giovanili e calcio italiano. Ecco le sue parole, in esclusiva per ilCatenaccio.

 

 

Atletico Madrid per i bianconeri, Porto per i giallorossi. È andata bene alle italiane?  

Alla Roma poteva andare sicuramente molto peggio, soprattutto in questo momento. Per quanto riguarda la Juventus, l'Atletico Madrid non sarà avversario facile, è una squadra che ha grande compattezza, grande carattere, grande organizzazione, sa andare bene negli spazi.

Nell’ambiente romanista c’è ottimismo per la sfida con i portoghesi, ma i precedenti vedono solo pareggi e sconfitte. L’ultima volta che Roma e Porto si sfidarono agli ottavi erano quelli di Coppa delle Coppe, nel 1981, lei era in campo.

Ricordo quella partita, ricordo perdemmo 2-0 all'andata, con reti di Walsh e Costa, avevano una grande intensità, giocavano molto meglio. Erano una squadra di qualità, quindi di conseguenza fummo eliminati. In casa non riuscimmo ad andare oltre quello 0-0, ma stavamo costruendo una squadra.

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Quella di Liedholm, dello scudetto, di Falcao e Di Bartolomei.

Ho ricordi bellissimi di loro due. Sia come uomini che come calciatori. Erano dei fuoriclasse, erano le colonne di una squadra fortissima e che sarebbe arrivata in finale di Coppa Campioni nel 1984.

Un’impresa sfiorata l’anno scorso, con la rimonta sul Barcellona e la semifinale col Liverpool. Sembra passato un secolo, non crede?

Io penso che dopo tutte quelle cessioni fosse sotto gli occhi di tutti che la Roma anche quest'anno sarebbe ripartita da zero. Hanno preso dei giovani molto interessanti, ma si sono dimenticati che Roma è una piazza in cui c'è grande passione. E dove c'è grande passione a volte manca l'equilibrio e possono nascere depressioni molto forti. Questo ovviamente crea numerosi problemi ai ragazzi più giovani che, magari, devono dimostrare immediatamente il valore che hanno, non gli viene concesso tempo. Sono talenti di sicura prospettiva, però in questo momento c'è bisogno che vincano e che convincano. E non è così semplice.

Di questi giovani chi l'ha colpita di più?

Devo dire che tutti e tre gli attaccanti, Justin Kluivert, Cengiz Under e Nicolò Zaniolo, sono molto bravi. Mi aspettavo molto di più da Patrick Schick, che aveva confermato la sua grande qualità alla Sampdoria e ora invece sta deludendo. Faccio veramente fatica a capirlo. Evidentemente non ha carattere.

Lei con la Roma ha vinto quattro Coppe Italia, una invece con la Juventus, con la quale ha vinto anche in Europa la Coppa Uefa nel 1990. Cosa manca alle italiane per tornare al top in ambito continentale?

Dobbiamo essere sinceri, a parte quello della Juventus non vedo progetti. Creare un progetto non significa cambiare 5-6 giocatori tutti gli anni. Perchè giocatori forti ne ha anche l'Inter, li ha anche il Napoli, ma manca la progettazione seria, quella che permette di fare 1-2 innesti all'anno per alzare l'asticella della squadra sotto il profilo fisico, tecnico e tattico. Senza sconvolgimenti. Le grandi squadre hanno bisogno di giocatori pronti, di andare sul mercato per rinforzarsi. Penso che lo farà l'Inter di Marotta, un dirigente che ha grande esperienza e sa benissimo come si costruisce.

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Rinforzarsi quindi non solo in campo ma anche nei quadri dirigenziali.

Assolutamente sì. Marotta l'ha dichiarato apertamente, c'è bisogno di tempo ma soprattutto di essere sicuri. Se si prende un calciatore pronto, che ha già dimostrato qualcosa, che sa andare in bicicletta, allora ci sa andare sempre. Bisogna aspettare e inserirlo in un contesto che gli permetta di essere valorizzato al massimo, deve capire la storia del club, la lingua, trovare un senso di appartenenza. Ecco perchè dico che il campionato della Roma me lo aspettavo. I giovani hanno grande prospettiva ma sono, naturalmente, soggetti ad alti e bassi. La cosa che mi ha lasciato perplesso della partita di domenica sera è il modo in cui hanno giocato i giallorossi, il Genoa avrebbe potuto fare 4-5 gol, dal punto di vista tattico erano veramente allo sbando, la difesa imbarazzante.

Ai vertici solo la Juventus ha una coppia di centrali difensivi italiani. Per il resto ci si affida a Manolas e Fazio, De Vrij e Skriniar, Koulibaly e Albiol. Da centrale, si è fermata la scuola italiana dei difensori?

Il grande problema sta nei settori giovanili purtroppo. Voglio essere onesto, quello che penso lo dico, con il massimo rispetto: nei settori giovanili lavorano troppi raccomandati, che non sanno insegnare. La grande qualità che deve avere un allenatore di giovanili è trasferire ai suoi ragazzi l'esperienza che hai avuto in campo. Non sempre questo avviene.

Lei ha allenato soprattutto all’estero. La Dinamo Bucarest, il Dundee, la nazionale dello Zambia. La vedremo su qualche panchina tricolore?

Difficile, io ho allenato più all'estero che in Italia per una questione di rapporti. A parte Ancelotti e Mancini, che son partiti dall'alto, qui si fa fatica a far allenare chi ha fatto la gavetta. Lo vediamo con Zenga, con Bergomi, sono tutti in televisione ma potrebbero fare gli allenatori. Purtroppo è così, io quando vedo Beppe Bergomi allenare la Berretti del Como e sulla panchina dell'Inter magari Stramaccioni, lo dico con il massimo rispetto, c'è qualcosa che non va.

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Torniamo alla Roma, di recente è stato fatto il nome dell’esterno d’attacco rumeno Razvan Marin. Lei che ha allenato in Romania l’ha mai visto giocare?

Sinceramente no. E anche qui vorrei aprire un'altra pagina su Monchi, anche se ci sarebbe da aprire un'enciclopedia. La Roma non ha bisogno di un direttore sportivo spagnolo. Bisognerebbe dare valore anche qui ai prodotti nostrani, ai direttori italiani. In Serie A non si guarda il curriculum, lavorano raccomandati, gente che porta gli sponsor ma che alla fine fa i danni.

Tra le squadre in cui ha giocato, a fine anni 80, c’è anche il Milan. Che con la Roma e con la Lazio si contende il quarto posto. Alla fine chi la spunterà?

Devo dire che in questo momento vedo la Lazio più organizzata e più completa, con un ambiente compatto. Anche la Roma ha qualità ma deve ritrovare l'idea di gioco e, soprattutto, deve recuperare i giocatori che sono fuori.

Filotto italiano in Champions League, in questo secondo turno di fase a gironi. Con le vittorie di Inter e Napoli di mercoledì sera contro PSV Eindhoven e Liverpool, aggiunte ai successi di Juventus e Roma su Young Boys e Viktoria Plzen, si raggiunge un poker tricolore che mancava addirittura da 13 anni. 

Era il 2005, precisamente novembre, quando Juventus, Milan, Udinese e Inter riuscirono a strappare 3 punti rispettivamente a Bruges, Fenerbahce, Panathinaikos e.... Armedia Petrzalka, squadra slovacca nel frattempo fallita e attualmente risalita in Serie B locale, dopo una trafila dalla quinta serie. 

Ecco i tabellini e le formazioni di quelle partite. Per una serata all'insegna della nostalgia e dell'amarcord

 

JUVENTUS BRUGES 1-0

Cattura

 

Panathinaikos - Udinese 1-2

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Fenerbahce - Milan 0-4

fener

Inter - Artmedia Petrzalka 4-0

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Se a volte basta vedere lo stop, il tiro o il passaggio per capire che giocatore si ha davanti, altre bastano sole le sue parole. Cristiano Ronaldo, in una conferenza stampa di presentazione semplice e discreta, senza palleggi e bagni di folla, ha dato ancora una volta sfoggio della sua grandezza. E lo ha fatto, questa volta, con le parole.

2077 parole, tra domande e risposte, 1846 se si escludono le step words, gli articoli e le congiunzioni. E tutta la conferenza è un continuo ricorrere alla forza, alla grandezza, alla quantità: "grande" ricorre ben 12 volte ma è "molto" la parola più usata, 29 occorrenze testuali. "Molto importante" è il passo fatto nella sua carriera, "molto giovane", "molto preparato", "molto motivato" e "molto fiducioso" è il modo in cui si sente il portoghese, "molto difficile" è invece vincere la Champions. Questa la frase completa: "La Champions è molto difficile da vincere come competizione, ovviamente io spero di poter aiutare. La Juventus è arrivata molto molto vicina negli ultimi anni, non ha vinto perchè le finali sono sempre un'incognita".

La parola "Champions" ricorre addirittura 9 volte, più di "Campionato" (6) e "Coppa" (1), quasi a voler creare e ribadire una gerarchia di successi. E' questa la missione di Cristiano Ronaldo alla Juventus, portare a casa la Coppa dei Campioni, continuare a "vincere", parola che ricorre 12 volte nella conferenza, 1 ogni 165 parole. L'ossessione, il mantra, il punto fisso. E' questa la sua "sfida" (14), l'ennesima tappa importante della sua "carriera" (8): "Mi sento meravigliosamente perchè è un'altra sfida, è una sfida nuova, sarà una sfida dura, lo so, molto difficile, perchè anche giocare in Italia non è tanto facile".

L'altra nota che emerge è la centralità del calciatore, la sua precisa volontà e intransigenza. Il verbo "voglio" ricorre 7 volte, quasi sempre legato all'avverbio "sempre" (11): "Ovviamente io voglio sempre vincere", "voglio sempre essere un esempio, dentro e fuori dal campo, negli allenamenti, aiutare i giovani". La grandezza di Ronaldo, d'altronde, è sempre stata questa. Fissare l'obiettivo e superarlo, trovare sempre nuovi avversari, anche al costo di essere lui stesso il nemico da battere. Oggi l'ha detto a parole, ma presto sarà il campo a parlare. Di nuovo.

 

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Cristiano Ronaldo e la Juventus, il fattore JM

 

Sono ormai diversi giorni che circolano voci su un eventuale trattativa tra Cristiano Ronaldo e la Juventus. In questa fase del mercato ci sono tante voci su diversi giocatori, come ha dimostrato lo scambio, utopico, Icardi-Higuain, di cui si parlava intensamente un mese fa e che ora sembra essere una pista raffreddata.

Invece il nome del giocatore più forte al mondo, colui capace di spostare gli equilibri non a parole come alcuni ma con i fatti. Lo dimostrano le 5 Champions League vinte (quattro con il Real Madrid una con il Manchester United) così come sono 5 i suoi Palloni D’oro per non parlare di tutti gli altri tituli vinti dal campione di Madeira. Per cui forse un solo articolo non basterebbe.

C’è da dire che la trattativa se ci sarà e si svilupperà non sarà semplice visto che Ronaldo è un alieno e tra costo del cartellino e ingaggio si parla di cifre elevate per potersi assicurare il bomber portoghese. Nei giorni passati circolava la notizia (poi prontamente smentita dal Real Madrid) dell’abbassamento della clausola da 1 MILIARDO di euro a 120 milioni di euro. Un prezzo assolutamente abbordabile per le casse bianconere, basti pensare ai 94 milioni spesi per Gonzalo Higuain.

Il nodo su cui la trattativa si baserà è l’ingaggio perché la Juventus riuscirebbe ad arrivare a soddisfare le esigenze del portoghese solo con un dispendioso sacrificio economico. In tal senso è più probabile l’ipotesi Paris Saint Germain vista la disponibilità economica del suo presidente. E infatti le destinazioni dell’asso portoghese saranno o lo United, per una questione di cuore visti i suoi trascorsi all’Old Trafford e visto che lo United ha soldi da investire, o il Paris Saint Germain per i motivi sopra citati.

Oppure l’ipotesi Juventus svantaggiosa a livello economico ma con tante motivazioni che potrebbe offrire a Ronaldo. Per la Juventus c’è un fattore importante, il fattore JM. Jorge Mendes procuratore del portoghese con l’affare Cancelo ha ripreso i rapporti con i dirigenti bianconeri e potrebbe essere lui l’arma in più del duo Marotta-Paratici visto il suo carisma e il suo rapporto con i suoi assistiti. E se il fenomeno di Madeira arriverà a Torino, beh la Champions non sarà più un semplice sogno accarezzato e sfiorato negli ultimi anni ma una solida realtà.

Siamo solo a Giugno ma il mercato è già entrato nel vivo. Complici il Mondiale di Russia ormai alle porte, e la fine della sessione del mercato estivo stabilita al 17 Agosto 2018, le squadre dalla più piccola alla più blasonata hanno già fatto i primi movimenti in entrata ed uscita.

E in quel di Torino, sponda bianconera, i telefoni di Beppe Marotta e Fabio Paratici sono sempre occupati e i due dirigenti sono impegnati in diversi summit. Settimane fa Paratici è stato avvistato a Milano in un incontro con Alvaro Morata che subito ha fatto sognare i tifosi bianconeri. Sempre in quei giorni Paratici era a Bergamo per assistere ad un’amichevole pre-mondiale della Colombia e visionare Arias, terzino destro del PSV del 1992.

Fin qua niente di nuovo, così come il presunto scambio Icardi-Higuain, per cui i dirigenti bianconeri hanno detto, riferito al “Pipita”, una frase al quanto enigmatica “Per Higuain vedremo dopo il Mondiale”. Frase indicativa perché Higuain che è stato pagato tanto (94 milioni di euro) e quest’anno è l’ultimo anno, considerata la sua età, in cui sarebbe possibile venderlo a buon mercato. E alla Juventus vista l’esperienza e la bravura dei suoi dirigenti di sicuro troveranno la soluzione migliore per rinforzare la rosa bianconera e non indebolirla.

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La proposta di scambio Higuain-Icardi, con un conguaglio di 60 milioni all’Inter, per molti tifosi sembra qualcosa di fattibile ma per chi conosce il mercato e le dinamiche questa indiscrezione porta solo acqua al mulino di Icardi, per la precisione di Wanda Nara sua moglie e procuratrice. Una strategia per far avere l’ennesimo rinnovo dorato all’argentino, perché è vero che nel calcio tutto è possibile ma Icardi non andrà mai e poi mai alla Juve.

Più realizzabile invece l’ipotesi di scambio Higuain-Morata se Sarri andrà al Chelsea, ma la Juventus per vincere la benedetta/maledetta Champions ha bisogno di un centrocampista con la C maiuscola e lo testimoniano le operazioni chiuse di Perin (12 milioni+3 di bonus), Caldara, Can (a parametro zero) che coadiuvate dall’acquisto di uno o due terzini (Cancelo una pista caldissima oltre il già citato Arias) saranno l’antipasto per il centrocampista top.

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A prescindere da cosa capiterà avanti in attacco e dall’effetto domino provocato dall’eventuale partenza di Higuain il sogno bianconero non è mister 100 milioni di euro Milinkovic Savic come si professa da tempo ma Paul Pogba. Paul ancora è nella mente e nel cuore dei tifosi bianconeri e se ci sarà la possibilità di riportarlo a Torino con 35-40 milioni di euro in meno di quanto venduto (110 milioni) formerà un centrocampo da urlo con Pjanic e Can. Anche perché il buon Khedira, che per quanto sia fragile è al tempo stesso una garanzia, ormai ha un’età avanzata e se resterà non sarà la prima scelta così come Matuidi, più da lavoro sporco che da qualità. E con Pogba si potrebbe avere l’alternativa tra i moduli del 4-2-3-1 e del 4-3-3 e se oltre al francese, con altri 30 milioni la Juventus riuscirebbe a pagare la clausola alla Roma e strapparle Lorenzo Pellegrini.

Tra un Milinkovic a 100 milioni e un Pellegrini+Pogba alla stessa cifra è superfluo sottolineare quale sia l’operazione più ghiotta. Vedremo cosa accadrà ma le ipotesi di formazione con calciatori già acquistati e quelli che potrebbero arrivare sarebbero ideali per competere anche in Europa e non per arrivare in finale. Stavolta non tanto per partecipare ma per vincerla.

4-3-3

Perin

Alex Sandro Caldara Chiellini Cancelo

Pogba Pjanic Can

Dybala Morata Douglas Costa

4-2-3-1

Perin

Alex Sandro Caldara Chiellini Cancelo

Pjanic Pogba

Douglas Costa Dybala Mandzukic

Morata

Vedere attraverso la lente dell’ironia quel che c’è...o speriamo ci sia!

Passino le analisi tattiche volte a perorare una determinata causa: lo sguardo critico rimane fondamentale per una esistenza che tenga lontani gli spettri dell’abitudine e gli altrettanto accomodanti schemi mentali prestabiliti.

Esempio (seguitemi): agli inizi del liceo (periodo non ben specificato tra Pleistocene e Triassico), ero in fissa con i Paramore, grazie ad una( ai tempi) cara amica con cui (ovviamente) ho perso i contatti. Il gruppo emo-punk-rock, capitanato dalla tuttora-donna-che-sognerò-sempre Hayley Williams, mi conquistava per la estensione vocale della front-man, i testi da un pessimismo sconfinato (la situazione dell’Udinese è NULLA, al confronto) e le chitarre mal suonate, ma che smuovevano le orecchie ed il cuore del piccolo autore adolescente.
Acquistai addirittura (primo e “forse” solo nel mio paese), all’unico negozio di dischi della cittadina, il loro terzo album appena uscito, ormai nove anni or sono.
Bene. Avete per caso ascoltato il loro ultimo prodotto musicale, uscito l’anno scorso? Io no, fino a pochi minuti fa: intenzionato a gettarmi sul divano e riflettere sulla brevità della vita ed i cambi di direzione (Suso chi?), ho cambiato idea, purtroppo per voi aggiungerei, ed ho cercato di rapportare quello che era giunto alle mie orecchie, quasi non accettabile dalla realtà in cui credo di vegetare, con le partite che incombono.
Cosa mi spiazza totalmente nella dimensione pallonara coeva italiana?

Partiamo dal primo anticipo: Under non titolare.
Impazzisco per il giocatore che, in uno degli svariati gruppi dei fantacalci a cui partecipo, ho ribattezzato da subito La Luce : pieno di (troppa) voglia di fare, egoista quanto basta per non inveirci contro dal primo minuto in cui mette piede in campo, Cencio (così ribattezzato affettuosamente dai romanisti sparsi per il mondo) è un must-see per la capacità di attirare il pallone a sé e dipingere calcio. Che sia un controllo orientato, un taglio dalla parte destra del campo verso il cuore dell’area, un tiro a giro dai 23 metri, vedergli preferito Schick in una posizione innaturale (per contrastare la fisicità del Chievo e far entrare il mago turco a difensori spompati) mi fa apparire un sabato di fine Aprile un po’ più spento, se non fosse che mangerò una pizza stasera (sono del partito: Pizza Panacea di qualunque Male; se volete, il PPM cerca nuovi membri).

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Una margherita davanti Inter-Juve: cosa potrebbe sconcertarmi, gol di Candreva a parte? Probabilmente mi concentrerò su come Perisic affronterà la doppia sfida Cuadrado-Barzagli sulla sua corsia: l’impeto del croato verrà contenuto dall’ex miglior marcatore (nel senso difensivo del termine) del campionato, tirato a lustro proprio per la partita più importante della stagione bianconera, e da una freccia colombiana pronta a pressare “forte” su di lui?
Spalletti adotterà la contromisura Cancelo a sinistra, con D’ambrosio a destra, per togliere pressione al buon Ivan? Inter-Juve sarà una partita di “fascia alta”: poco ma sicuro.

Spostiamoci, con questa terribile freddura, alla domenica. Mentre le prime considerazioni sul portare o meno la crema solare in spiaggia e sullo status sociale che deriva da tale scelta si affolleranno nella nostra mente, ventidue eroi avranno un compito non semplice: sopravvivere non solo in chiave sportiva, lottando per la salvezza, ma anche fisiologica, affrontando un mezzogiorno assolato in quel di Crotone. La temperatura non dovrebbe essere altissima (22°, per chi fosse interessato ad una scampagnata nel cuore della Calabria), ma tutto sta nella percezione: percezione aumentata in ogni senso per Matteo Politano, dal fiuto del gol ai movimenti, ovunque dentro al campo (non possiedo una heat-map dei suoi palloni giocati attualmente, ma la immagino con sopra scritto: “The floor is lava”). Il giocatore, vera scheggia impazzita di questo finale di campionato, è il cavallo di Troia di una partita che potrebbe avere le stigmate della noia e della paura, dal primo al 95’ minuto.

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“Non dar retta ai tuoi occhi e non credere a quello che vedi. Gli occhi vedono solo ciò che è limitato. Guarda col tuo intelletto e scopri quello che conosci già; allora imparerai come si vola.”
Con il soprannome nato da un fraintendimento, parlare di Jonathan Livingston ed il ga[m/b]biano Barrow è troppo facile, eppure il ragazzo sembra avere le carte in regola per esplodere da prima punta, con tiro da fuori, discreta progressione, rapidità nel breve e capacità di mettere i compagni in condizione di segnare (assist per Freuler settimana scorsa). Se dico che l’ultimo giocatore con maglia nerazzurra così completo potenzialmente in Italia ora milita nel Nizza, sarà stato un colpo di sole?

Di sicuro L’Udinese, piegata da due mesi a questa parte sulle ginocchia, non vuol subire un ennesimo colpo della strega nel Sannio ; la squadra giallorossa, con una ritrovata leggerezza derivante dalla matematica retrocessione, può affrontare la partita a viso aperto e con un solo scopo: proseguire negli sviluppi del laboratorio de zerbiano.
Cosa farebbe cascare dalla sedia? Qualche filtrante di Sandro dopo aver strappato palla al Fofana di turno. L’ex Tottenham deve rimanere in serie A: per la petizione, ci organizzeremo.

Ennesimo ex dalla ottima tecnica ripudiato contro il Milan: parliamo di Andrea Poli, pronto a riempire di estro il pomeriggio bolognese...ehm...
Intendevo Simone Verdi, scusate. Un lapsus.
Cristante, Saponara, Verdi: tre piccole spine nella rosa che un tempo fu rossonera.
Sembra che il toto-attaccante ci riservi Cutrone (scelta più saggia) dal primo minuto.
Fattore sorpresa: Calhanoglu che segna su punizione (è scoccata l’ora? Lo pensiamo tutti, eppure...).

A Marassi va in scena la corsa disperata all’Europa minore: Giampaolo mette in vetrina probabilmente Andersen (prossima plusvalenza superiore ai  15 milioni) e Kownacki (unica punta rimasta al fantacalcio da contendersi durante la parca asta di riparazione).
Quel che mi preoccupa? Pavoletti che segna di piede (non in rovesciata) è fin troppo scontata come risposta, perciò dirò Torreira che dilapida più di 4 palloni.

Il Verona dei falsi nueve ospita la SPAL in un’altra partita che definire tesa coinciderebbe con un eufemismo: il peggior calcio della A tra le neopromesse contro il più convincente e che si è adattato con risultati importanti alla categoria.
Grassi sta ritornando ai livelli di un tempo, quando il Napoli lo designò unico acquisto per la campagna scudetto 2016: Sarri dà, Sarri toglie.

Pomeriggio rovente a Firenze; il verbo scansare è stato adoperato più del foriestiero “top” tra i quattordicenni, perciò mi auguro non abbia nulla a che vedere con la partita delle 18:00, riferendomi maggiormente ai commenti  esterni al match rispetto a quel che si verificherà sul prato verde, vista la fallacia del ragionamento alla base.
Come reagirà la Fiorentina alla prospettiva di dover contendere il possesso palla alla squadra dalla percentuale più alta in questo fondamentale di tutta la A?
Tanto passerà dalla linea Veretout-Saponara e quanto quest’ultimo riesca ad isolare, con il suo intuito, Chiesa contro i terzini napoletani. Anche perché Simeone che regge l’impatto contro Koulibaly (ciò non implica che non possa rubargli il tempo, vero tallone d’Achille del gigante napoletano) equivale al sottoscritto che resiste per più di un mese alla palestra.

Ljajic, Luis Alberto, Immobile, Iago Falque: la serata pirotecnica a Torino è pronta. Noi? Staremo con la testa al lunedì poco invitante? Alla sveglia preferirei il canto di un Gallo ritrovato, ma credo proprio che dovrò aspettare una ritrovata forma fisica del nativo di Calcinate.

Questo è quanto: vado a riascoltare il disco (tra l’altro, è un synth-pop interessante) ed accettare il presente!
Lieto calcio a voi.

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Lascia che ti rammenti che la vita è un viaggio fine a sé stesso. La vita è un pellegrinaggio verso il nulla, da nessun luogo a nessun luogo.  E in mezzo a questi due non-luoghi esiste il qui-e-ora.
-The Book Of Wisdom


Con il campionato che volge al termine ed un Mondiale da noi atteso nella particolare veste di spettatori non coinvolti (giova ricordarlo soltanto per non soffrire di più il giorno della cerimonia di inizio della competizione russa), gli occhi sul mercato, spauracchio di allenatori nel lungo Gennaio di questo anno, aumentano esponenzialmente di numero: la globalizzazione, con la condivisione costante di notizie ed i simulatori videoludici ad hoc, ha condotto anche i tifosi a parlare maggiormente di tattica ed acquisti, suscitando a volte la sensazione che la serie A sia quasi un riempitivo tra una sessione e l’altra di trasferimenti.
Se in passato un giocatore poteva rappresentare “un buon innesto”, adesso lo sguardo si sofferma su quanto un nuovo tesserato sia stato pagato, la durata del suo contratto ed in secondo luogo la bontà dell’operazione al netto della “vil pecunia” addotta.

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Basta però con le chiacchiere di un passato mitizzato (fondato sulla presenza di svariate gazzette dimenticate sulla sdraio al lido) e focalizziamoci sul cuore dell’argomento.
De Rossi è il mio idolo”; "Il mio futuro? Fa piacere leggere il proprio nome accostato a grandi club, ma sono già in una big con un progetto ambizioso, mi godo questo e cerco di fare il meglio"; non sono qui per entrare prettamente nel merito delle parole di Lorenzo Pellegrini, rilasciate in varie conferenze stampa alla domanda: “Ti vedi lontano dalla Capitale?”, “E’ concreto l’interesse della Juve per te?”, in quanto non spetta a me decidere quanto siano diplomatiche o sentite ed, oltretutto, non rappresenterebbero una colpa nell’eventualità di una partenza: la vita di un professionista è costellata di rinunce, anche quando il cuore implora di restare dove si è raggiunto un equilibrio.

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L’accostamento alla Vecchia Signora, presenza che aleggia sui giovani talenti della A ormai costantemente da 3-4 anni grazie alla gestione Marotta-Paratici, si è fatto più veemente all’indomani del montante rifilato dal Napoli ai bianconeri: quasi come se dalla testa di Koulibaly fosse fuoriuscito il giovane ragazzo la cui carriera iniziò sui campi della Tuscolana, in una riedizione del mito della nascita di Atena per mano (o meglio, per mal di capoccia) di Zeus.
A prescindere dalla chiusura o meno dell’operazione, cosa porterebbe in dote il centrocampista alla squadra con il più alto tasso tecnico nel panorama italiano, alla luce della sua ancor giovane carriera?
Ritorniamo indietro agli albori del Luglio 2017: il ritorno di uno dei prodotti del vivaio, tramite la formula riconosciuta dai più col nome di “recompra”,  riempie di speranza i giallorossi, prossimi a salutare Paredes e con una ferita nel cuore del centrocampo firmata “Miralem” ancora bruciante;

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Pellegrini viene da una stagione scintillante passata in un Sassuolo in crisi (per quanto, alla voce “accuratezza passaggi” sia soltanto il quinto giocatore in rosa, dietro Sensi, Biondini, Magnanelli e Mazzitelli; ultimo per contrasti vinti): nel cuore del gioco delineato dal mister Di Francesco, poteva inserirsi a suo piacimento (basta rammentare lo stupendo gol contro il Milan) e traslare dalla posizione di interno destro a sinistro con assoluta libertà.
L’arrivo a Trigoria non modifica il gioco del nuovo numero 7, per quanto il minutaggio, alla prima vera stagione in una squadra di vertice del campionato, sia calato sensibilmente: 1570 minuti ad oggi, rappresentando l’alter ego tattico di Kevin Strootman, apparso più in difficoltà nel corso dell’annata.
Il dato che balza maggiormente all’occhio, confrontando gli ultimi due anni della carriera di Lorenzo, è la continuità: le voci statistiche si equivalgono sotto molti aspetti ed è facile ritenere che ciò derivi dalla presenza dello stesso tecnico, minimo comune denominatore delle due esperienze calcistiche. Tramite le sue lunghe leve, riesce a compiere 1.5 intercetti per partita ( dati WhoScored), ponendolo sulla stessa dimensione di recuperatori di palloni quali Gagliardini, Poli, Rincon e Parolo. La precisione dei passaggi è aumentata (dal 75% all’82%), in un contesto tecnico superiore quale è la Roma, in partite dove la squadra giallorossa mantiene il pallino del gioco.
Quello che proietta il calciatore verso considerazioni più interessanti è la (rinnovata) scoperta della sua capacità associativa : attualmente si posiziona al 30esimo posto in campionato per passaggi chiave, giocando un numero relativamente basso di palloni a partita. Una simile caratteristica può esser la principale motivazione dell’interesse juventino: un calciatore perfetto per il dopo-Khedira.
Per quanto, infatti, Pellegrini sia stato impiegato da interno sinistro per grandi tratti della stagione in corso, non è detto che non possa occupare stabilmente la zona destra del campo (ricordiamo che il calciatore è ambidestro) in un 4-3-3 contraddistinto dalla sua presenza al fianco di Pjanic e Matuidi; l’assenza totale di copertura nella zona di centrocampo presidiata oggi dal tedesco sarebbe così colmata, garantendo un ricambio 22enne con tempi di inserimento nel cuore dell’area simili ai suoi e con un tiro dalla distanza su cui contare in momenti di difficoltà o estrema pressione offensiva.
 In caso di 4-2-3-1, invece, potrebbe esser deleterio affiancarlo al solo Pjanic : non percorrendo gli stessi chilometri di Matuidi, ciò potrebbe ricondurre ai problemi di equilibrio nell’assetto tattico già paventati ad inizio campionato, non tenendo in considerazione inoltre la sua scarsa predisposizione ai contrasti.
Un’alternativa più affascinante consisterebbe in una metamorfosi in fonte di gioco e, dunque, vice-Pjanic: nella rosa è il solo Bentancur, facilitatore di gioco molto più dedito alla ricerca aggressiva della palla che vero e proprio play, a rappresentare il ricambio del bosniaco, con Marchisio sempre più indietro nelle gerarchie; in quel caso, il romanista chiuderebbe un singolare cerchio, visto che lo stesso Pjanic ha subito, sotto la gestione Allegri, una trasformazione completa da mezzala di possesso a mediano. Pellegrini sarebbe facilitato in questa transizione nel caso in cui vi fosse un secondo giocatore incline a tenere il pallone tra i piedi, abbassandosi fino al centrocampo per dialogare con gli interni: quel che raccomanda ogni partita Allegri a Paulo Dybala, insomma.  
Da qualsiasi prospettiva la si guardi, è complesso non considerare questo acquisto un upgrade vero e proprio per una squadra dai già pochi difetti.
Verrebbe quasi da porsi un ultimo quesito: può la Roma privarsi di Lorenzo Pellegrini?

Ci vogliono nemmeno due ore di macchina da Livorno a Figline Valdarno. 130 km di strada che dividono il mare tirreno e l'entroterra fiorentino, Massimiliano Allegri e Maurizio Sarri, i due allenatori che domenica sera si giocheranno un pezzo di sogno e di realtà, una fetta di scudetto.

Tra le colline toscane, il tecnico azzurro ci è finito dopo tre anni a Bagnoli, vicino Napoli, dove è nato. Figlio di un gruista di stanza nella città partenopea, ottimo ciclista, nipote di un partigiano che recuperava i piloti americani abbattuti in val d'Arno. Il resto della storia è fissato ormai nella retorica e nell'immaginario sportivo: la banca, la terza catgoria, i modi rudi.
Questo è Maurizio Sarri, la tuta, la sigaretta in bocca, lo sguardo torvo, cupo.

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L'altro invece, è la giacca e la cravatta, il volto pulito e sbarbato, il sorriso sornione, navigato. Massimiliano Allegri, cresciuto in una famglia di operai, il padre scaricatore di porto, la madre infermiera. Faccia da bischero, "ma posso spiegare" dice. Dalla fuga dall'altare a ventiquattro anni, ai nuovi matrimoni, ai flirt, ai divorzi. "Quando succede, succede. Ma ho la coscienza a posto".

L'altro invece è sposato da venticinque anni con Marina, lontano dai riflettori e dal gossip, "presenza discreta e cordiale". Con cui condivide tutto, tutto tranne le sigarette. Allegri non le ha mai fumate, neanche da ragazzo, giura.
Così diversi, così lontani. Lo stesso, simile soprannome. Se il tecnico bianconero è Acciuga, un'etichetta imposta da Rossano Giampaglia, l'altro è Secco, quando ancora giocava da terzino e falciava su e giù per la fascia.
Come ha scritto Mirko Di Natale su Przeglad Sportowy, se si dovesse pensare ad una metafora cinematografica Allegri sarebbe l'intramontabile commedia all'italiana, una sicurezza, un qualcosa di senza tempo, a volte anche autoironica e fuori dagli schemi. Sarri invece preferisce gli effetti speciali da film hollywoodiani, da fantascienza o forse gli spari da western.

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E quello di domenica sera sarà proprio uno scontro all'ultimo colpo di pistola, alla Sergio Leone, per due allenatori lontanissimi anche in campo, nella tattica, nelle idee.
E visto che siamo in tema di metafore, ne usiamo un'altra. Se fossimo in cucina, Allegri sarebbe la nonna pronta a creare un pranzo per venti persone con quello che trova in dispensa. Sarri sarebbe lo chef esigente sui prodotti, con le sue fisse sul bio e sul km 0, con i suoi negozi di fiducia, il fruttarolo all'angolo, il macellaio amico. Tra gli ingredienti più usati dall'allenatore juventino solo in tre superano i 3000 minuti stagionali. Uno per settore: Higuain, Chiellini, Pjanic. La spina dorsale della sua squadra. Quasi il triplo invece quelli del Napoli: Reina, Callejon, Koulibaly, Hysai, Mertens, Insigne, Allan e Albiol, con Hamsik a quota 2978.
Una rosa spremuta fino all'ultimo, fino alla partita decisiva per mantenere in vita un sogno. Perchè saranno pure diversi, lontani, forse all'opposto. Ma domenica sera saranno uguali. Sarri ed Allegri si giocano lo scudetto.

10, 100, 1000 Buffon

"Un arbitro così ha un bidone di spazzatura al posto del cuore".

Questa la dichiarazione di Gigi Buffon, rilasciata nel post partita di Real Madrid-Juventus finita 1-3 e destinata a far discutere per molto tempo.

Conseguenza di quel maledetto rigore fischiato a pochi secondi dalla fine della partita, quando ormai i supplementari erano scontati e i bianconeri erano lanciatissimi verso l’impresa.

Una partita che ancora non si è conclusa visto che negli ultimi giorni si discute ancora della dichiarazione di Buffon. Si parla più delle parole che della partita. "Buffon? Al suo posto avrei fatto di peggio" dice Walter Zenga, attuale mister del Crotone ed ex bandiera Inter. “Buffon doveva spaccare la faccia all’arbitro” dice invece Stefano Tacconi, bandiera bianconera. E a questi due grandi ex campioni si deve aggiungere la dichiarazione di Adriano GallianiL’arbitro di Real-Juve è un stato un co…La Juve meritava di vincere contro il Real. Quel rigore era dubbio, e poi è stato assurdo espellere Buffon: significa non capire la psicologia nel calcio”.

Dichiarazioni forti, ancora al limite, ma che vanno oltre gli schieramenti e i colori. I trascorsi di Zenga e Galliani, acerrimi rivali dei bianconeri in casa nostra, e le loro parole devono far riflettere su un paio di cose.

Innanzitutto che la dichiarazione di Gigi ha fatto più scalpore dell’incompetenza dell’arbitro Michael Oliver, dell’episodio dubbio e della sua gestione tecnica. La seconda è che Buffon è una figura genuina, spontanea, vera. Che dice quello che pensa, senza fare i soliti discorsi e le classiche frasi fatte.

“Oggi la squadra ha fatto il suo lavoro ed è arrivata la vittoria”, “Ho segnato ma quello che conta è la vittoria per la squadra”, “Il risultato è casuale, la prestazione no”. Tanto per citare qualche frase detta e ridetta da migliaia di tesserati. Frasi noiose, scontate, studiate a tavolino.

Per una volta basta con il politically correct. Viva la genuinità, viva il pensiero vero e non filtrato. Basta con gli esperti di comunicazione, i social media manager da intervista, le dichiarazioni da 0-0. Voi cosa avreste detto?

Mettetevi nei panni di Buffon. E come diceva Alberto proprio su queste pagine “la rabbia è un’emozione forte, prorompente e a volte anche accattivante”. La rabbia offusca, accieca ma a volte rappresenta. In un calcio di plastica, di bidoni al posto del cuore e computer al posto del cervello, viva il tifoso in campo, viva l’assenza di calcoli e di buonismo, viva il pensiero. Viva Buffon.

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