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Una splendida banda di sfrontati

L’estate scorsa, durante un barbecue, un amico olandese vedeva in streaming il secondo turno preliminare di Champions League nel quale era impegnato l’Ajax contro lo Sturm Graz. Mentre sfilava il coltello tra una salsiccia e un’altra, Cris mi avvertiva sulle potenzialità dei lancieri, squadra di cui sapevo poco, memoria storica a parte. Approdare alla fase finale della Champions era il minimo per una società storica del calcio mondiale, pensai tra me e me. Nove mesi dopo, quell’accozzaglia di giovani guidata da un tecnico ignoto della quale mi ero colpevolmente preso beffa senza conoscerla è tra le prime quattro squadre d’Europa. Morsa dalla tarantola del gioco armonioso, la truppa biancorossa si è esibita in uno spettacolo pirotecnico in uno degli stadi più inespugnabili d’Europa. Giocando a un pallone che ha preso ormai i connotati di un calcio virtuoso, magari non totale come cinquant’anni fa, ma totalitario nell’imposizione del proprio gioco.

Non contenti dell’impresa di Madrid, dove hanno banchettato al tavolo di un Re decaduto e depauperato del suo miglior cavaliere, i giovani olandesi hanno riproposto un’esibizione piena di sfacciataggine, creatività, divertimento e concretezza. Non sono il bello vuoto. Non sono il riflesso sfocato nello specchio. Sono l’azzardo vincente e pulcro dell’unica proletaria seduta a un tavolo di aristocratici che non vuole alzarsi e continua a puntare i piedi. La giovane età dei suo componenti, però, non basta. Perché per uscire palla al piede in ogni situazione, cercare sempre il triangolo o riuscire ad imbeccare il compagno meglio piazzato serve la voglia di farlo. Quella mentalità che in pochi hanno in Europa, e che nessuno ha mai avuto allo Stadium, dove i ragazzi di ten Hag sono scesi in campo come se fossero stati nel parco dove si divertivano da adolescenti, senza però mai far prevalere l’egoismo sul collettivo. Con la paura giusta. Necessaria per diventare prodezza.

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La banda degli sfrontati è capitanata e impersonificata da Matthias De Ligt, con la fascia al braccio a soli 19 anni. Leader, goleador e primo pistone del gioco fluido dei lancieri, è stato lui ad affossare la Juve con un colpo di testa senza guardare ma sapendo dove arrivava il pallone. Svettando tra Rugani e Alex Sandro, il verginello con meno anni in campo ha firmato con le unghie una qualificazione storica. Non c’è da appellarsi alla poca competitività di un calcio italiano dove la Juve ha indebolito gli avversari in maniera sistematica. L’Ajax degli sbarbati ha dato una lezione di calcio all’Europa intera. In barba, in tutti i sensi, ai colpi di mercato da oltre cento milioni e ai palloni d’oro sfoggiati come medagliette sulla divisa da guerra. In campo il blasone non conta. Serve sbatterla dentro, meglio ancora se con la sfrontatezza dei ragazzini che prima ancora di lavorare si divertono. E vincono. Sorridendo. Come il mio amico che per Whatsapp mi scrive: "Te l'avevo detto".

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