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L’incoerenza di essere Buffon(i)

Istruzioni per l’uso: questo non è un articolo moralista. Chi sta per affrontare la lettura di questo scritto con tale stato d’animo, può anche fermarsi qui. Chi invece avrà la curiosità di leggere il mio punto di vista sul caso della settimana, si immerga a capofitto in queste poche ma forse utili righe.

Da Achille ad Ulisse, da Napoleone a Cassano, la storia e la leggenda sono piene di episodi in cui uomini, di sport o meno, hanno perso la testa. Chi per un motivo, chi per un altro, avviene in tutti noi, in un determinato momento della propria esistenza, quell’attimo, quella frazione di secondo in cui la vista si annebbia, il cervello si offusca: “l’emozione ostacola il ragionamento”, diceva Sir Arthur Conan Doyle, l’inventore di Sherlock Holmes. E la rabbia è un’emozione forte, prorompente e a volte anche accattivante, se non trascende i limiti della decenza comune.

L’introduzione filosofico-emozionale serve per aprire la strada all’analisi di uno dei personaggi più controversi del mondo del calcio, quel Gianluigi Buffon che troppo spesso ha dimostrato fuori dal campo di non  essere lo stesso splendido campione che invece calca da 20 anni i campi della Serie A e dell’Europa. 

I fatti: succede che alla tua probabilissima ultima partita in Champion’s la tua squadra, ormai spacciata dopo la partita di andata, decida di farti un regalo e sfoggiare la migliore prestazione europea della sua storia in quel di Madrid. Succede che l’impresa riesce, fino al minuto 93. All’improvviso tra te e il tuo sogno si mette di mezzo un fischietto inglese, tale Michael Oliver, che commette il grave “torto” di applicare il regolamento e fischiare un rigore al Real all’ultimo sospiro del match. l’emozione ostacola il ragionamento: Buffon insegue l’arbitro, gli inveisce contro. Espulsione. Fine del sogno. Messo così, tutto questo sembrerebbe essere giustificato e giustificabile.

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Nessuno sapeva prima di averlo visto che Gianluigi Buffon stesse riservando il suo raccapricciante show per il dopo partita. Presentatosi baldanzoso alle telecamere e ai microfoni delle varie emittenti tv, Gigione nazionale proferisce queste precise parole: "Un arbitro che fischia un rigore del genere, in una partita di questo livello fra 2 grandissime squadre, dimostra di non avere la necessaria sensibilità che dovrebbe albergare in ogni essere umano. Se fischi un rigore del genere, al novantatreesimo di un Real-Juve, dimostri soltanto di avere un bidone dell’immondizia al posto del cuore”. Finita qui, direte voi? Ma che! Prosegue, il Buffon: "Se non hai la necessaria capacità di arbitrare un quarto di finale di Coppa Campioni, fai spazio a qualcun altro e vai in tribuna o sul divano di casa con la tua famiglia a mangiare patatine, bere coca cola e mangiare i fruttini”.

Ora, premesso che nessuno ha fatto caso alla clamorosa pubblicità occulta che Buffon ha messo in atto (la Zuegg e i suoi fruttini ringraziano) e fuori da questa malcelata ironia, alcune domande attanagliano il mio frastornato e attonito animo: la sensibilità tirata in ballo dal campione del mondo 2006 è la stessa che pervadeva il suo cuore, in quella sera del 25 febbraio 2012, nella quale questo signore tolse dalla porta un palla di Muntari entrata di mezzo metro dicendo nel post gara che se se ne fosse accorto non avrebbe avvisato l’arbitro? Ed è sempre il sensibile Buffon quello che per difendere se stesso e Antonio Conte, due anni dopo disse, riguardo al calcio scommesse e all’eventuale combine di alcune partite che “è meglio avere 2 feriti che un morto”?.

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Mal comune, mezzo gaudio. Figli e figliastri. Proverbi secolari che dovrebbero far capire a Buffon e a tutti quelli che lo difendono che la sensibilità non può albergare nel cuore di una persona ad episodi alterni. E soprattutto a fargli capire che quando ci sono delle regole, delle norme, dei parametri da rispettare, ricorrere al luogo comune della sensibilità è squallido. Inutile. Controproducente. Il buffone Buffon. E’ così che vuoi infangare la tua carriera calcistica, caro Gigi?  Se dalle parti di Torino ti hanno insegnato che vincere è l’unica cosa che conta, sappi che saper perdere con dignità e stile, accettando il semplice utilizzo delle regole, ha lo stesso identico valore, se non superiore. Anche se hai perso il tuo sogno. Anche se sei Buffon(e).

La buca di Maspero, volume secondo

“Il fine giustifica i mezzi”. Diceva Niccolò Machiavelli, neanche troppo velato tifoso fiorentino a cavallo tra Quattro e Cinquecento.

Da tifoso viola mai avrebbe pensato che il suo motto, tra l’altro un po’ più complesso di questo ma vabbè, sarebbe stato usato e subito dagli odiati rivali bianconeri.

Usato, di recente. Proprio contro il Real Madrid di Cristiano Ronaldo. Proprio nella notte della rimonta andata a sbattere all’ultimo secondo contro un calcio di rigore. Allora, prima che il portoghese si incaricasse della battuta del tiro della vita, Stephan Licthsteiner, terzino della Juventus, va sul dischetto e tenta il tutto per tutto. Col tacco scava una buca, come si fa ancora oggi nei peggiori campi di provincia.

Ma, soprattutto, come aveva fatto un certo Maspero, proprio contro la Juve, qualche anno fa.

Era il 14 ottobre 2001 e si giocava un derby sentitissimo. La Juventus era favorita sulla carta, in campo c’erano Del Piero, Nedved, Trezeguet, Buffon. Dopo soli 25 minuti il risultato è già sul 3 a 0 per i bianconeri. La partita sembra già chiusa e i giocatori bianconeri irridono i granata con torelli in campo accompagnati dagli “olé” dei propri tifosi sugli spalti.

Si rientra negli spogliatoi e l’aria tra gli juventini sembra quella di un’amichevole estiva. Si scherza, si ride, ci si prende in giro. Questo rilassamento sarà la “fine” della Juventus quel giorno.

Infatti i granata rientrano in campo carichi e memori di una rimonta compiuta già in un derby nel 1983, quando recuperarono due reti di svantaggio, iniziano a rimontare. Siamo sul 3-2. A quel punto la Juventus, impaurita ma consapevole della forza dei suoi campioni, inizia ad attaccare e sfiora il gol.

Ma il peggio deve ancora venire e un giocatore del Torino entrato nel secondo tempo, Riccardo Maspero, sarà il giustiziere dei bianconeri. Prima trova il gol del pari inaspettato, poi succede l’impensabile.

Sono gli ultimi minuti e la Juventus attacca sempre di più, quando c’è un contatto in area granata e l’arbitro fischia un rigore dubbio a favore dei bianconeri. Si scatena il finimondo con i giocatori del Torino che protestano intorno all’arbitro e quelli della Juve che si stringono intorno a Marcelo Salas, uno che di rigori ne ha sempre battuti e realizzati.

Passano i secondi ma nessuno si accorge che del tutto indisturbato proprio Maspero, in modo furbesco, scava con le scarpe una buca sul dischetto del rigore. L’arbitro intanto conferma il rigore e Salas si prepara per la rincorsa.

E come accade nelle più belle, o più brutte, favole del calcio, Salas calciando va proprio sulla buca scavata da Maspero e spedisce il pallone in curva.

Quello di Cristiano Ronaldo, invece, è finito nel sacco. Come scava Maspero, non scava più nessuno.

 

Don’t worry, be Allegri

Massimiliano Allegri è il miglior allenatore d’Europa. Il più bravo, il più scaltro, forse forse anche il più simpatico.

L’incipit parrebbe essere fuori luogo. “Ma come, lodi ad Allegri nel giorno della più cocente eliminazione europea della storia juventina”? Ebbene si. E’ proprio il doppio confronto con i bianchi di Spagna che incorona Max nel gotha del calcio mondiale. Se nello sport la banalità più gettonata è quella secondo cui ciò che conta maggiormente è il risultato finale, la rivoluzione culturale che “Acciughina” ha installato e sviluppato nelle teste di tutte le persone che compongono il mondo bianconero è qualcosa che va oltre la mera conta dei trofei e dei titoli personali.

Il primo anno che sono arrivato qui, c’era il terrore addirittura di non passare il girone”. Questo l’Allegri pensiero immediatamente dopo la sconfitta di Cardiff, sempre contro il Real, il 3 giugno dello scorso anno. Una frase, un inciso estrapolato fra i sorrisi (amari) e le lacrime (salate) dalla delusione cocente.

Ma forse anche una dichiarazione d’intenti che va doverosamente approfondita. Prologo: Max Allegri sbarca alla Juve nel luglio 2014, piomba all’improvviso in una Vinovo sconquassata dall’addio di Antonio Conte e soprattutto dalle sue dichiarazioni; “Si pretende di fare strada in Europa, ma con 10 euro non si mangia nei ristoranti da 100”. Terrore, paura, panico al solo pensiero di doverla affrontare, quella Coppa dalle grandi orecchie tanto ambita. E qui arriva il primo sussulto, il primo fremito d’eccitazione. “C’è chi da per morto questo gruppo, io penso che si possa arrivare in finale”.

Il resto è storia nota, nei giocatori juventini scatta quel necessario clic mentale che li porta a giocare 2 finali negli ultimi 3 anni, fino al contestatissimo quarto di finale di ieri sera. Davanti ancora il Real, ancora la cornice del Bernabeu che 3 anni prima aveva visto festeggiare Max e la sua truppa per l’approdo alla finale di Berlino. “Siamo leoni feriti, ma non siamo ancora morti”. L’ironia, la calma. Che spesso è la virtù dei forti. In un calcio che va ormai a mille allora, ciò che colpisce di questo uomo, di questo esile livornese, di questo guascone prestato al mondo del calcio, non è tanto la gestione del gruppo o le vittorie in serie, ma la straordinaria capacità di ricordare a tutti quello che il calcio effettivamente è: un gioco. Il gioco più bello del mondo. Scevro da pressioni di alcun genere, Massimiliano Allegri approccia al calcio come un bimbo quando scopre per la prima volta il gusto dolce di una caramella o quando incespica provando a muovere i primi passi: con gioia. Con esaltazione. Quell’esaltazione contagiosa che lo ha portato, lui e suoi ragazzi, a banchettare allegramente al tavolo delle grandi d’Europa con un portafoglio sguarnito dei contanti necessari ma pieno di semplicità e pacatezza. Il calcio è una cosa semplice. Un mantra, un atto di fede, un concetto spiattellato in faccia ai teorici del calcio totale e a quelli fissati con gli schemi da imparare a memoria. “Non mi parlate di schemi, quello è basket”.

Chiaro, semplice, limpido. Oggi Max Allegri è fuori dalla Champion’s. “Ho detto a Sergio Ramos che più che claro quel rigore era un po' grigio”. Sarcasmo elevato all’ennesima potenza, anche quando ci sarebbe da piangere. Oggi Max Allegri sa che l’1-3 preso all’ultimo respiro e la conseguente eliminazione fanno male. Malissimo. Ma oggi Max Allegri si alzerà, guarderà i suoi ragazzi e dirà che c’è da battere la Sampdoria, con calma, senza fretta, divertendosi. Perchè quella coppa la inseguirà l’anno prossimo. Perchè il calcio è un gioco e Massimiliano Allegri da Livorno è il miglior allenatore d’Europa.

Sondaggio sulla vittoria finale della Serie A

Al termine della 31esima giornata di campionato, la Juventus è ancora in testa distante solamente 4 punti dal Napoli che, nonostante la soffertissima vittoria contro il Chievo, continua a credere nello Scudetto in attesa dello scontro diretto decisivo all'Allianz Stadium del 22 aprile.

 

Le notti di Zibì

Se c’è un giocatore che incarna meglio la sfida tra Juventus e Roma, questo è Zbigniew Boniek. Primo giocatore polacco del nostro campionato, sei stagioni in Italia, tre a Torino e tre a Roma. E una serie infinite di duelli tra bianconeri e giallorossi. Ecco le parole del “bello di notte”, in esclusiva per ilCatenaccio.es, sulla sfida di domenica.

Martedì contro il Manchester City, domenica contro la Juventus. Per molti è questa la settimana cruciale della stagione romanista, lei che ne pensa?

Non sono d’accordo. Le vittorie valgono comunque tre punti. Può succedere che in una settimana perdi una partita e poi vinci per quattro mesi di fila. Certo, settimane come questa possono servire a livello psicologico. Perché se fai una buona prestazione a Manchester, come è successo, esci con più convinzione nei tuoi mezzi e capisci di potertela giocare con chiunque. Ma alla fine non esistono partite più decisive di altre, tutte sono fondamentali e tutte valgono tre punti.

Una gara quella di Manchester dove ha ben figurato Skorupski, al suo esordio in Champions League.

Lukasz ha dato sicurezza alla squadra. Ha grande talento, è bravo anche a giocare con i piedi. È un giocatore con tanta personalità, lo abbiamo visto perché non si è fatto intimorire da avversario e pubblico. Poi c’è da dire che i Citizens non lo hanno mai impensierito, meglio così. Certo per crescere deve giocare di più, prendere più feeling con il campo. Ma ora c’è De Sanctis e va benissimo così, quando ce ne sarà bisogno Skorupski risponderà presente.

Juventus-Roma non sarà decisiva ma sicuramente è sfida tra le favorite al titolo. Lei che partita si aspetta?

Negli ultimi anni i giallorossi quando sono andati a Torino hanno sempre subito il gioco degli avversari. Ovviamente è una Roma diversa rispetto agli ultimi anni. Lo ha dimostrato la partita di Manchester, dove sei andato in trasferta a giocartela a viso aperto. La chiave della partita sarà il centrocampo. Ci sono grandi interpreti in entrambe le squadre, giocatori capaci di far girare il pallone, di mettere in moto la manovra. La Juventus forse dopo la partita di Madrid arriva con qualche punto interrogativo in più. Staremo a vedere.

Contro non ci sarà più Antonio Conte, ma Massimiliano Allegri. Cosa pensa del tecnico toscano?

Sono due allenatori molto diversi. Conte spronava di più la squadra, era un tecnico più carico e aveva un modo diverso di allenare. Poi ovvio, ognuno ha la sua strategia. Entrambi però hanno lo stesso problema: quello dell’Europa. Perché esiste una Juve straripante in Italia ma che non riesce a vincere fuori dai confini. L’anno scorso non si è riusciti a superare un girone con Galatasaray e Copenaghen e non si è arrivati in fondo nemmeno in Europa League. Affermarsi in patria è sicuramente importante ma bisogna far bene anche fuori. Ecco, Allegri è chiamato a invertire questo trend.

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Diamo uno sguardo al passato, quando Juve-Roma era un derby. La sfida è tornata ai livelli di allora?

In un certo senso si. Perché ad inizio anni 80 c’erano solo Roma e Juventus e anche oggi, da qualche campionato, ci sono solo Roma e Juventus. Per come si sente il duello forse siamo tornati alle sensazioni di quell’epoca. Ad essere cambiato è però il calcio. Noi giocavamo sempre gli stessi undici, c’erano poche riserve, la squadra era solo quella titolare, si ragionava partita per partita. Era tutto un altro calcio…

Qual è il ricordo più bello che ha di queste sfide?

Tutte le partite erano intense, combattute, sia da una parte che dall’altra. Mi ricordo quando ero alla Juventus rimasi a bocca aperta per un gol di Pruzzo. Era il dicembre del ’83, giocavamo a Torino e la Roma segna con Bruno Conti, noi ribaltiamo con Platini e Penzo. Sembrava fatta ma poi Roberto si è inventato questa rovesciata spalle alla porta, un gol magnifico. Altro ricordo indelebile, questa volta con la maglia della Roma, quando travolgemmo la Juve per 3 a 0 all’Olimpico, nel ’86. Erano gare particolari, che sentivamo molto. Erano sfide che ti davano una carica eccezionale.

Ma torniamo alla partita di domenica, qual è il pronostico di Boniek?

La Juventus nella sua tana è molto difficile da battere. Si sente al sicuro, ha i tifosi dalla sua parte. Io penso che se la Roma mette in campo la stessa prestazione di Manchester ci sarà grande equilibrio tra le due squadre. Dico 1 a 1.

Non suonano spesso i campanelli d'allarme dalle parti di Vinovo. Ma quando succede vengono spenti in fretta. Chiedere a Massimiliano Allegri, tecnico artigiano, capace di plasmare e modellare le sue squadre e il suo materiale calcistico.

Chiedere, soprattutto, alla linea difensiva della Juventus, finita sul banco degli imputati ad inizio stagione, etichettata come finita, orfana del perno fondamentale Leonardo Bonucci, con innesti non adeguati. Difesa bollita, squadra arrivata alla frutta, con Inter e Napoli praticamente ad un passo dallo scudetto. Allegri non si è scomposto e ha risposto sul campo. Prima quello d'allenamento, poi quello della partita.

C'è un prima e un dopo nella stagione della Juventus. Ed ormai consolidato come la cesura sia la partita contro la Sampdoria, persa per 3-2. 14 gol subiti in 13 partite disputate fin a quel punto. Poi, la svolta. Appena 1 nelle restanti sei del girone d'andata, in un filotto di partite dove capitarono gli scontri diretti con Inter, Napoli e Roma. Cosa è cambiato allora? Le chiavi di lettura sono due e coincidono con il ritorno ad ottimi livelli di due giocatori ora fondamentali: Mehdi Benatia e Blaise Matuidi. 

***


Un paio di numeri, in maniera prelimare, sul rientro e l'evoluzione della Juventus con Benatia. Con l'ex Roma e Udinese in campo appena 3 gol subiti in 9 incontri di campionato (3 in 3 di Champions, ma pesa il 3-0 contro il Barcellona), vale a dire 7 clean sheet. Il miglioramento è però esponenziale dopo la 13esima giornata: Allegri ha usato ancora l'arma della panchina per recuperare mentalmente e atleticamente un giocatore non ancora pronto. Innanzitutto dal punto di vista fisico: basta una contusione alla caviglia per mandarlo ai box cinque partite. Smaltiti i fastidi e assimilati i dettami tattici, Benatia si è preso la difesa a suon di prestazioni. E di gol, suo vecchio vizio, uno dei quali decisivo proprio contro i giallorossi. Primo per intercettazioni a partita (2.8) secondo per rinvii dalla difesa con 4.8 a gara in 810'. Primo è Chiellini, con 5.1 ma in 1260'. 

***


Ma non sono le individualità la vera forza della fase difensiva juventina. È il collettivo, il movimento totale. L'ultimo tassello che mancava, nel centrocampo di Allegri, era un calciatore con le caratteristiche di Matuidi. Agile, tecnico, da legna e da corsa. Fondamentale per gli equilibri in fase di non possesso con la Juventus che si trasforma in 4-4-2 o in 4-5-1: vedere per credere le chiusure del francese su De Silvestri nel derby di Coppa Italia. Era lui il primo ad aprirsi, ad occupare tutto il campo e non dare sbocchi alla manovra granata. 

***


A proposito di movimenti e di spazi. Prendendo come riferimento i tre big match contro Inter, Napoli e Roma possiamo vedere come Allegri abbia saputo plasmare i suoi uomini e i suoi movimenti sulle caratteeristiche dell'avversario. Contro Perisic e Candreva, così come contro Perotti ed El Shaarawy, c'era da chiudere le corsie laterali: la ricetta è un 4-3-3 con Cuadrado e Mandzukic in attacco, pronti a raddoppiare sulle fasce, con Khedira da un lato e Matuidi dall'altro a occupare la parte interna dello spazio di gioco. Nelle due partite sono cambiati i due esterni bassi: a sinistra Asamoah contro l'Inter, Alex Sandro contro la Roma, a destra De Sciglio contro i nerazzurri, Barzagli contro gli uomini di Di Francesco. Un falso terzino insomma, bloccato, capace di aspettare Perotti e non lasciarsi superare. Una difesa che ricorda quella a "3 e mezzo" di Spalletti a Roma lo scorso anno, con Rudiger e Juan Jesus centrali mascherati da laterali. 
Contro il Napoli cambia ancora: serve densità in mezzo al campo. Via Cuadrado e Mandzukic, dentro Dybala e Douglas Costa, abili (soprattutto il secondo) ad accentrarsi e a rientrare. 

***

La trasformazione è servita allora. E la difesa ritrovata. Intanto, in panchina, c'è chi prende appunti. è Rugani. 1190 minuti per lui finora. Il futuro porta il suo nome, insieme a quello di Caldara. Ma questa è un'altra storia

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