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Juventus, la gloria eterna e il disastro europeo

La Juventus festeggia il 35esimo titolo. Come al ...

Lascia che ti rammenti che la vita è un viaggio fine a sé stesso. La vita è un pellegrinaggio verso il nulla, da nessun luogo a nessun luogo.  E in mezzo a questi due non-luoghi esiste il qui-e-ora.
-The Book Of Wisdom


Con il campionato che volge al termine ed un Mondiale da noi atteso nella particolare veste di spettatori non coinvolti (giova ricordarlo soltanto per non soffrire di più il giorno della cerimonia di inizio della competizione russa), gli occhi sul mercato, spauracchio di allenatori nel lungo Gennaio di questo anno, aumentano esponenzialmente di numero: la globalizzazione, con la condivisione costante di notizie ed i simulatori videoludici ad hoc, ha condotto anche i tifosi a parlare maggiormente di tattica ed acquisti, suscitando a volte la sensazione che la serie A sia quasi un riempitivo tra una sessione e l’altra di trasferimenti.
Se in passato un giocatore poteva rappresentare “un buon innesto”, adesso lo sguardo si sofferma su quanto un nuovo tesserato sia stato pagato, la durata del suo contratto ed in secondo luogo la bontà dell’operazione al netto della “vil pecunia” addotta.

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Basta però con le chiacchiere di un passato mitizzato (fondato sulla presenza di svariate gazzette dimenticate sulla sdraio al lido) e focalizziamoci sul cuore dell’argomento.
De Rossi è il mio idolo”; "Il mio futuro? Fa piacere leggere il proprio nome accostato a grandi club, ma sono già in una big con un progetto ambizioso, mi godo questo e cerco di fare il meglio"; non sono qui per entrare prettamente nel merito delle parole di Lorenzo Pellegrini, rilasciate in varie conferenze stampa alla domanda: “Ti vedi lontano dalla Capitale?”, “E’ concreto l’interesse della Juve per te?”, in quanto non spetta a me decidere quanto siano diplomatiche o sentite ed, oltretutto, non rappresenterebbero una colpa nell’eventualità di una partenza: la vita di un professionista è costellata di rinunce, anche quando il cuore implora di restare dove si è raggiunto un equilibrio.

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L’accostamento alla Vecchia Signora, presenza che aleggia sui giovani talenti della A ormai costantemente da 3-4 anni grazie alla gestione Marotta-Paratici, si è fatto più veemente all’indomani del montante rifilato dal Napoli ai bianconeri: quasi come se dalla testa di Koulibaly fosse fuoriuscito il giovane ragazzo la cui carriera iniziò sui campi della Tuscolana, in una riedizione del mito della nascita di Atena per mano (o meglio, per mal di capoccia) di Zeus.
A prescindere dalla chiusura o meno dell’operazione, cosa porterebbe in dote il centrocampista alla squadra con il più alto tasso tecnico nel panorama italiano, alla luce della sua ancor giovane carriera?
Ritorniamo indietro agli albori del Luglio 2017: il ritorno di uno dei prodotti del vivaio, tramite la formula riconosciuta dai più col nome di “recompra”,  riempie di speranza i giallorossi, prossimi a salutare Paredes e con una ferita nel cuore del centrocampo firmata “Miralem” ancora bruciante;

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Pellegrini viene da una stagione scintillante passata in un Sassuolo in crisi (per quanto, alla voce “accuratezza passaggi” sia soltanto il quinto giocatore in rosa, dietro Sensi, Biondini, Magnanelli e Mazzitelli; ultimo per contrasti vinti): nel cuore del gioco delineato dal mister Di Francesco, poteva inserirsi a suo piacimento (basta rammentare lo stupendo gol contro il Milan) e traslare dalla posizione di interno destro a sinistro con assoluta libertà.
L’arrivo a Trigoria non modifica il gioco del nuovo numero 7, per quanto il minutaggio, alla prima vera stagione in una squadra di vertice del campionato, sia calato sensibilmente: 1570 minuti ad oggi, rappresentando l’alter ego tattico di Kevin Strootman, apparso più in difficoltà nel corso dell’annata.
Il dato che balza maggiormente all’occhio, confrontando gli ultimi due anni della carriera di Lorenzo, è la continuità: le voci statistiche si equivalgono sotto molti aspetti ed è facile ritenere che ciò derivi dalla presenza dello stesso tecnico, minimo comune denominatore delle due esperienze calcistiche. Tramite le sue lunghe leve, riesce a compiere 1.5 intercetti per partita ( dati WhoScored), ponendolo sulla stessa dimensione di recuperatori di palloni quali Gagliardini, Poli, Rincon e Parolo. La precisione dei passaggi è aumentata (dal 75% all’82%), in un contesto tecnico superiore quale è la Roma, in partite dove la squadra giallorossa mantiene il pallino del gioco.
Quello che proietta il calciatore verso considerazioni più interessanti è la (rinnovata) scoperta della sua capacità associativa : attualmente si posiziona al 30esimo posto in campionato per passaggi chiave, giocando un numero relativamente basso di palloni a partita. Una simile caratteristica può esser la principale motivazione dell’interesse juventino: un calciatore perfetto per il dopo-Khedira.
Per quanto, infatti, Pellegrini sia stato impiegato da interno sinistro per grandi tratti della stagione in corso, non è detto che non possa occupare stabilmente la zona destra del campo (ricordiamo che il calciatore è ambidestro) in un 4-3-3 contraddistinto dalla sua presenza al fianco di Pjanic e Matuidi; l’assenza totale di copertura nella zona di centrocampo presidiata oggi dal tedesco sarebbe così colmata, garantendo un ricambio 22enne con tempi di inserimento nel cuore dell’area simili ai suoi e con un tiro dalla distanza su cui contare in momenti di difficoltà o estrema pressione offensiva.
 In caso di 4-2-3-1, invece, potrebbe esser deleterio affiancarlo al solo Pjanic : non percorrendo gli stessi chilometri di Matuidi, ciò potrebbe ricondurre ai problemi di equilibrio nell’assetto tattico già paventati ad inizio campionato, non tenendo in considerazione inoltre la sua scarsa predisposizione ai contrasti.
Un’alternativa più affascinante consisterebbe in una metamorfosi in fonte di gioco e, dunque, vice-Pjanic: nella rosa è il solo Bentancur, facilitatore di gioco molto più dedito alla ricerca aggressiva della palla che vero e proprio play, a rappresentare il ricambio del bosniaco, con Marchisio sempre più indietro nelle gerarchie; in quel caso, il romanista chiuderebbe un singolare cerchio, visto che lo stesso Pjanic ha subito, sotto la gestione Allegri, una trasformazione completa da mezzala di possesso a mediano. Pellegrini sarebbe facilitato in questa transizione nel caso in cui vi fosse un secondo giocatore incline a tenere il pallone tra i piedi, abbassandosi fino al centrocampo per dialogare con gli interni: quel che raccomanda ogni partita Allegri a Paulo Dybala, insomma.  
Da qualsiasi prospettiva la si guardi, è complesso non considerare questo acquisto un upgrade vero e proprio per una squadra dai già pochi difetti.
Verrebbe quasi da porsi un ultimo quesito: può la Roma privarsi di Lorenzo Pellegrini?

Ci vogliono nemmeno due ore di macchina da Livorno a Figline Valdarno. 130 km di strada che dividono il mare tirreno e l'entroterra fiorentino, Massimiliano Allegri e Maurizio Sarri, i due allenatori che domenica sera si giocheranno un pezzo di sogno e di realtà, una fetta di scudetto.

Tra le colline toscane, il tecnico azzurro ci è finito dopo tre anni a Bagnoli, vicino Napoli, dove è nato. Figlio di un gruista di stanza nella città partenopea, ottimo ciclista, nipote di un partigiano che recuperava i piloti americani abbattuti in val d'Arno. Il resto della storia è fissato ormai nella retorica e nell'immaginario sportivo: la banca, la terza catgoria, i modi rudi.
Questo è Maurizio Sarri, la tuta, la sigaretta in bocca, lo sguardo torvo, cupo.

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L'altro invece, è la giacca e la cravatta, il volto pulito e sbarbato, il sorriso sornione, navigato. Massimiliano Allegri, cresciuto in una famglia di operai, il padre scaricatore di porto, la madre infermiera. Faccia da bischero, "ma posso spiegare" dice. Dalla fuga dall'altare a ventiquattro anni, ai nuovi matrimoni, ai flirt, ai divorzi. "Quando succede, succede. Ma ho la coscienza a posto".

L'altro invece è sposato da venticinque anni con Marina, lontano dai riflettori e dal gossip, "presenza discreta e cordiale". Con cui condivide tutto, tutto tranne le sigarette. Allegri non le ha mai fumate, neanche da ragazzo, giura.
Così diversi, così lontani. Lo stesso, simile soprannome. Se il tecnico bianconero è Acciuga, un'etichetta imposta da Rossano Giampaglia, l'altro è Secco, quando ancora giocava da terzino e falciava su e giù per la fascia.
Come ha scritto Mirko Di Natale su Przeglad Sportowy, se si dovesse pensare ad una metafora cinematografica Allegri sarebbe l'intramontabile commedia all'italiana, una sicurezza, un qualcosa di senza tempo, a volte anche autoironica e fuori dagli schemi. Sarri invece preferisce gli effetti speciali da film hollywoodiani, da fantascienza o forse gli spari da western.

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E quello di domenica sera sarà proprio uno scontro all'ultimo colpo di pistola, alla Sergio Leone, per due allenatori lontanissimi anche in campo, nella tattica, nelle idee.
E visto che siamo in tema di metafore, ne usiamo un'altra. Se fossimo in cucina, Allegri sarebbe la nonna pronta a creare un pranzo per venti persone con quello che trova in dispensa. Sarri sarebbe lo chef esigente sui prodotti, con le sue fisse sul bio e sul km 0, con i suoi negozi di fiducia, il fruttarolo all'angolo, il macellaio amico. Tra gli ingredienti più usati dall'allenatore juventino solo in tre superano i 3000 minuti stagionali. Uno per settore: Higuain, Chiellini, Pjanic. La spina dorsale della sua squadra. Quasi il triplo invece quelli del Napoli: Reina, Callejon, Koulibaly, Hysai, Mertens, Insigne, Allan e Albiol, con Hamsik a quota 2978.
Una rosa spremuta fino all'ultimo, fino alla partita decisiva per mantenere in vita un sogno. Perchè saranno pure diversi, lontani, forse all'opposto. Ma domenica sera saranno uguali. Sarri ed Allegri si giocano lo scudetto.

10, 100, 1000 Buffon

"Un arbitro così ha un bidone di spazzatura al posto del cuore".

Questa la dichiarazione di Gigi Buffon, rilasciata nel post partita di Real Madrid-Juventus finita 1-3 e destinata a far discutere per molto tempo.

Conseguenza di quel maledetto rigore fischiato a pochi secondi dalla fine della partita, quando ormai i supplementari erano scontati e i bianconeri erano lanciatissimi verso l’impresa.

Una partita che ancora non si è conclusa visto che negli ultimi giorni si discute ancora della dichiarazione di Buffon. Si parla più delle parole che della partita. "Buffon? Al suo posto avrei fatto di peggio" dice Walter Zenga, attuale mister del Crotone ed ex bandiera Inter. “Buffon doveva spaccare la faccia all’arbitro” dice invece Stefano Tacconi, bandiera bianconera. E a questi due grandi ex campioni si deve aggiungere la dichiarazione di Adriano GallianiL’arbitro di Real-Juve è un stato un co…La Juve meritava di vincere contro il Real. Quel rigore era dubbio, e poi è stato assurdo espellere Buffon: significa non capire la psicologia nel calcio”.

Dichiarazioni forti, ancora al limite, ma che vanno oltre gli schieramenti e i colori. I trascorsi di Zenga e Galliani, acerrimi rivali dei bianconeri in casa nostra, e le loro parole devono far riflettere su un paio di cose.

Innanzitutto che la dichiarazione di Gigi ha fatto più scalpore dell’incompetenza dell’arbitro Michael Oliver, dell’episodio dubbio e della sua gestione tecnica. La seconda è che Buffon è una figura genuina, spontanea, vera. Che dice quello che pensa, senza fare i soliti discorsi e le classiche frasi fatte.

“Oggi la squadra ha fatto il suo lavoro ed è arrivata la vittoria”, “Ho segnato ma quello che conta è la vittoria per la squadra”, “Il risultato è casuale, la prestazione no”. Tanto per citare qualche frase detta e ridetta da migliaia di tesserati. Frasi noiose, scontate, studiate a tavolino.

Per una volta basta con il politically correct. Viva la genuinità, viva il pensiero vero e non filtrato. Basta con gli esperti di comunicazione, i social media manager da intervista, le dichiarazioni da 0-0. Voi cosa avreste detto?

Mettetevi nei panni di Buffon. E come diceva Alberto proprio su queste pagine “la rabbia è un’emozione forte, prorompente e a volte anche accattivante”. La rabbia offusca, accieca ma a volte rappresenta. In un calcio di plastica, di bidoni al posto del cuore e computer al posto del cervello, viva il tifoso in campo, viva l’assenza di calcoli e di buonismo, viva il pensiero. Viva Buffon.

L’incoerenza di essere Buffon(i)

Istruzioni per l’uso: questo non è un articolo moralista. Chi sta per affrontare la lettura di questo scritto con tale stato d’animo, può anche fermarsi qui. Chi invece avrà la curiosità di leggere il mio punto di vista sul caso della settimana, si immerga a capofitto in queste poche ma forse utili righe.

Da Achille ad Ulisse, da Napoleone a Cassano, la storia e la leggenda sono piene di episodi in cui uomini, di sport o meno, hanno perso la testa. Chi per un motivo, chi per un altro, avviene in tutti noi, in un determinato momento della propria esistenza, quell’attimo, quella frazione di secondo in cui la vista si annebbia, il cervello si offusca: “l’emozione ostacola il ragionamento”, diceva Sir Arthur Conan Doyle, l’inventore di Sherlock Holmes. E la rabbia è un’emozione forte, prorompente e a volte anche accattivante, se non trascende i limiti della decenza comune.

L’introduzione filosofico-emozionale serve per aprire la strada all’analisi di uno dei personaggi più controversi del mondo del calcio, quel Gianluigi Buffon che troppo spesso ha dimostrato fuori dal campo di non  essere lo stesso splendido campione che invece calca da 20 anni i campi della Serie A e dell’Europa. 

I fatti: succede che alla tua probabilissima ultima partita in Champion’s la tua squadra, ormai spacciata dopo la partita di andata, decida di farti un regalo e sfoggiare la migliore prestazione europea della sua storia in quel di Madrid. Succede che l’impresa riesce, fino al minuto 93. All’improvviso tra te e il tuo sogno si mette di mezzo un fischietto inglese, tale Michael Oliver, che commette il grave “torto” di applicare il regolamento e fischiare un rigore al Real all’ultimo sospiro del match. l’emozione ostacola il ragionamento: Buffon insegue l’arbitro, gli inveisce contro. Espulsione. Fine del sogno. Messo così, tutto questo sembrerebbe essere giustificato e giustificabile.

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Nessuno sapeva prima di averlo visto che Gianluigi Buffon stesse riservando il suo raccapricciante show per il dopo partita. Presentatosi baldanzoso alle telecamere e ai microfoni delle varie emittenti tv, Gigione nazionale proferisce queste precise parole: "Un arbitro che fischia un rigore del genere, in una partita di questo livello fra 2 grandissime squadre, dimostra di non avere la necessaria sensibilità che dovrebbe albergare in ogni essere umano. Se fischi un rigore del genere, al novantatreesimo di un Real-Juve, dimostri soltanto di avere un bidone dell’immondizia al posto del cuore”. Finita qui, direte voi? Ma che! Prosegue, il Buffon: "Se non hai la necessaria capacità di arbitrare un quarto di finale di Coppa Campioni, fai spazio a qualcun altro e vai in tribuna o sul divano di casa con la tua famiglia a mangiare patatine, bere coca cola e mangiare i fruttini”.

Ora, premesso che nessuno ha fatto caso alla clamorosa pubblicità occulta che Buffon ha messo in atto (la Zuegg e i suoi fruttini ringraziano) e fuori da questa malcelata ironia, alcune domande attanagliano il mio frastornato e attonito animo: la sensibilità tirata in ballo dal campione del mondo 2006 è la stessa che pervadeva il suo cuore, in quella sera del 25 febbraio 2012, nella quale questo signore tolse dalla porta un palla di Muntari entrata di mezzo metro dicendo nel post gara che se se ne fosse accorto non avrebbe avvisato l’arbitro? Ed è sempre il sensibile Buffon quello che per difendere se stesso e Antonio Conte, due anni dopo disse, riguardo al calcio scommesse e all’eventuale combine di alcune partite che “è meglio avere 2 feriti che un morto”?.

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Mal comune, mezzo gaudio. Figli e figliastri. Proverbi secolari che dovrebbero far capire a Buffon e a tutti quelli che lo difendono che la sensibilità non può albergare nel cuore di una persona ad episodi alterni. E soprattutto a fargli capire che quando ci sono delle regole, delle norme, dei parametri da rispettare, ricorrere al luogo comune della sensibilità è squallido. Inutile. Controproducente. Il buffone Buffon. E’ così che vuoi infangare la tua carriera calcistica, caro Gigi?  Se dalle parti di Torino ti hanno insegnato che vincere è l’unica cosa che conta, sappi che saper perdere con dignità e stile, accettando il semplice utilizzo delle regole, ha lo stesso identico valore, se non superiore. Anche se hai perso il tuo sogno. Anche se sei Buffon(e).

La buca di Maspero, volume secondo

“Il fine giustifica i mezzi”. Diceva Niccolò Machiavelli, neanche troppo velato tifoso fiorentino a cavallo tra Quattro e Cinquecento.

Da tifoso viola mai avrebbe pensato che il suo motto, tra l’altro un po’ più complesso di questo ma vabbè, sarebbe stato usato e subito dagli odiati rivali bianconeri.

Usato, di recente. Proprio contro il Real Madrid di Cristiano Ronaldo. Proprio nella notte della rimonta andata a sbattere all’ultimo secondo contro un calcio di rigore. Allora, prima che il portoghese si incaricasse della battuta del tiro della vita, Stephan Licthsteiner, terzino della Juventus, va sul dischetto e tenta il tutto per tutto. Col tacco scava una buca, come si fa ancora oggi nei peggiori campi di provincia.

Ma, soprattutto, come aveva fatto un certo Maspero, proprio contro la Juve, qualche anno fa.

Era il 14 ottobre 2001 e si giocava un derby sentitissimo. La Juventus era favorita sulla carta, in campo c’erano Del Piero, Nedved, Trezeguet, Buffon. Dopo soli 25 minuti il risultato è già sul 3 a 0 per i bianconeri. La partita sembra già chiusa e i giocatori bianconeri irridono i granata con torelli in campo accompagnati dagli “olé” dei propri tifosi sugli spalti.

Si rientra negli spogliatoi e l’aria tra gli juventini sembra quella di un’amichevole estiva. Si scherza, si ride, ci si prende in giro. Questo rilassamento sarà la “fine” della Juventus quel giorno.

Infatti i granata rientrano in campo carichi e memori di una rimonta compiuta già in un derby nel 1983, quando recuperarono due reti di svantaggio, iniziano a rimontare. Siamo sul 3-2. A quel punto la Juventus, impaurita ma consapevole della forza dei suoi campioni, inizia ad attaccare e sfiora il gol.

Ma il peggio deve ancora venire e un giocatore del Torino entrato nel secondo tempo, Riccardo Maspero, sarà il giustiziere dei bianconeri. Prima trova il gol del pari inaspettato, poi succede l’impensabile.

Sono gli ultimi minuti e la Juventus attacca sempre di più, quando c’è un contatto in area granata e l’arbitro fischia un rigore dubbio a favore dei bianconeri. Si scatena il finimondo con i giocatori del Torino che protestano intorno all’arbitro e quelli della Juve che si stringono intorno a Marcelo Salas, uno che di rigori ne ha sempre battuti e realizzati.

Passano i secondi ma nessuno si accorge che del tutto indisturbato proprio Maspero, in modo furbesco, scava con le scarpe una buca sul dischetto del rigore. L’arbitro intanto conferma il rigore e Salas si prepara per la rincorsa.

E come accade nelle più belle, o più brutte, favole del calcio, Salas calciando va proprio sulla buca scavata da Maspero e spedisce il pallone in curva.

Quello di Cristiano Ronaldo, invece, è finito nel sacco. Come scava Maspero, non scava più nessuno.

 

Don’t worry, be Allegri

Massimiliano Allegri è il miglior allenatore d’Europa. Il più bravo, il più scaltro, forse forse anche il più simpatico.

L’incipit parrebbe essere fuori luogo. “Ma come, lodi ad Allegri nel giorno della più cocente eliminazione europea della storia juventina”? Ebbene si. E’ proprio il doppio confronto con i bianchi di Spagna che incorona Max nel gotha del calcio mondiale. Se nello sport la banalità più gettonata è quella secondo cui ciò che conta maggiormente è il risultato finale, la rivoluzione culturale che “Acciughina” ha installato e sviluppato nelle teste di tutte le persone che compongono il mondo bianconero è qualcosa che va oltre la mera conta dei trofei e dei titoli personali.

Il primo anno che sono arrivato qui, c’era il terrore addirittura di non passare il girone”. Questo l’Allegri pensiero immediatamente dopo la sconfitta di Cardiff, sempre contro il Real, il 3 giugno dello scorso anno. Una frase, un inciso estrapolato fra i sorrisi (amari) e le lacrime (salate) dalla delusione cocente.

Ma forse anche una dichiarazione d’intenti che va doverosamente approfondita. Prologo: Max Allegri sbarca alla Juve nel luglio 2014, piomba all’improvviso in una Vinovo sconquassata dall’addio di Antonio Conte e soprattutto dalle sue dichiarazioni; “Si pretende di fare strada in Europa, ma con 10 euro non si mangia nei ristoranti da 100”. Terrore, paura, panico al solo pensiero di doverla affrontare, quella Coppa dalle grandi orecchie tanto ambita. E qui arriva il primo sussulto, il primo fremito d’eccitazione. “C’è chi da per morto questo gruppo, io penso che si possa arrivare in finale”.

Il resto è storia nota, nei giocatori juventini scatta quel necessario clic mentale che li porta a giocare 2 finali negli ultimi 3 anni, fino al contestatissimo quarto di finale di ieri sera. Davanti ancora il Real, ancora la cornice del Bernabeu che 3 anni prima aveva visto festeggiare Max e la sua truppa per l’approdo alla finale di Berlino. “Siamo leoni feriti, ma non siamo ancora morti”. L’ironia, la calma. Che spesso è la virtù dei forti. In un calcio che va ormai a mille allora, ciò che colpisce di questo uomo, di questo esile livornese, di questo guascone prestato al mondo del calcio, non è tanto la gestione del gruppo o le vittorie in serie, ma la straordinaria capacità di ricordare a tutti quello che il calcio effettivamente è: un gioco. Il gioco più bello del mondo. Scevro da pressioni di alcun genere, Massimiliano Allegri approccia al calcio come un bimbo quando scopre per la prima volta il gusto dolce di una caramella o quando incespica provando a muovere i primi passi: con gioia. Con esaltazione. Quell’esaltazione contagiosa che lo ha portato, lui e suoi ragazzi, a banchettare allegramente al tavolo delle grandi d’Europa con un portafoglio sguarnito dei contanti necessari ma pieno di semplicità e pacatezza. Il calcio è una cosa semplice. Un mantra, un atto di fede, un concetto spiattellato in faccia ai teorici del calcio totale e a quelli fissati con gli schemi da imparare a memoria. “Non mi parlate di schemi, quello è basket”.

Chiaro, semplice, limpido. Oggi Max Allegri è fuori dalla Champion’s. “Ho detto a Sergio Ramos che più che claro quel rigore era un po' grigio”. Sarcasmo elevato all’ennesima potenza, anche quando ci sarebbe da piangere. Oggi Max Allegri sa che l’1-3 preso all’ultimo respiro e la conseguente eliminazione fanno male. Malissimo. Ma oggi Max Allegri si alzerà, guarderà i suoi ragazzi e dirà che c’è da battere la Sampdoria, con calma, senza fretta, divertendosi. Perchè quella coppa la inseguirà l’anno prossimo. Perchè il calcio è un gioco e Massimiliano Allegri da Livorno è il miglior allenatore d’Europa.

Sondaggio sulla vittoria finale della Serie A

Al termine della 31esima giornata di campionato, la Juventus è ancora in testa distante solamente 4 punti dal Napoli che, nonostante la soffertissima vittoria contro il Chievo, continua a credere nello Scudetto in attesa dello scontro diretto decisivo all'Allianz Stadium del 22 aprile.

 

Le notti di Zibì

Se c’è un giocatore che incarna meglio la sfida tra Juventus e Roma, questo è Zbigniew Boniek. Primo giocatore polacco del nostro campionato, sei stagioni in Italia, tre a Torino e tre a Roma. E una serie infinite di duelli tra bianconeri e giallorossi. Ecco le parole del “bello di notte”, in esclusiva per ilCatenaccio.es, sulla sfida di domenica.

Martedì contro il Manchester City, domenica contro la Juventus. Per molti è questa la settimana cruciale della stagione romanista, lei che ne pensa?

Non sono d’accordo. Le vittorie valgono comunque tre punti. Può succedere che in una settimana perdi una partita e poi vinci per quattro mesi di fila. Certo, settimane come questa possono servire a livello psicologico. Perché se fai una buona prestazione a Manchester, come è successo, esci con più convinzione nei tuoi mezzi e capisci di potertela giocare con chiunque. Ma alla fine non esistono partite più decisive di altre, tutte sono fondamentali e tutte valgono tre punti.

Una gara quella di Manchester dove ha ben figurato Skorupski, al suo esordio in Champions League.

Lukasz ha dato sicurezza alla squadra. Ha grande talento, è bravo anche a giocare con i piedi. È un giocatore con tanta personalità, lo abbiamo visto perché non si è fatto intimorire da avversario e pubblico. Poi c’è da dire che i Citizens non lo hanno mai impensierito, meglio così. Certo per crescere deve giocare di più, prendere più feeling con il campo. Ma ora c’è De Sanctis e va benissimo così, quando ce ne sarà bisogno Skorupski risponderà presente.

Juventus-Roma non sarà decisiva ma sicuramente è sfida tra le favorite al titolo. Lei che partita si aspetta?

Negli ultimi anni i giallorossi quando sono andati a Torino hanno sempre subito il gioco degli avversari. Ovviamente è una Roma diversa rispetto agli ultimi anni. Lo ha dimostrato la partita di Manchester, dove sei andato in trasferta a giocartela a viso aperto. La chiave della partita sarà il centrocampo. Ci sono grandi interpreti in entrambe le squadre, giocatori capaci di far girare il pallone, di mettere in moto la manovra. La Juventus forse dopo la partita di Madrid arriva con qualche punto interrogativo in più. Staremo a vedere.

Contro non ci sarà più Antonio Conte, ma Massimiliano Allegri. Cosa pensa del tecnico toscano?

Sono due allenatori molto diversi. Conte spronava di più la squadra, era un tecnico più carico e aveva un modo diverso di allenare. Poi ovvio, ognuno ha la sua strategia. Entrambi però hanno lo stesso problema: quello dell’Europa. Perché esiste una Juve straripante in Italia ma che non riesce a vincere fuori dai confini. L’anno scorso non si è riusciti a superare un girone con Galatasaray e Copenaghen e non si è arrivati in fondo nemmeno in Europa League. Affermarsi in patria è sicuramente importante ma bisogna far bene anche fuori. Ecco, Allegri è chiamato a invertire questo trend.

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Diamo uno sguardo al passato, quando Juve-Roma era un derby. La sfida è tornata ai livelli di allora?

In un certo senso si. Perché ad inizio anni 80 c’erano solo Roma e Juventus e anche oggi, da qualche campionato, ci sono solo Roma e Juventus. Per come si sente il duello forse siamo tornati alle sensazioni di quell’epoca. Ad essere cambiato è però il calcio. Noi giocavamo sempre gli stessi undici, c’erano poche riserve, la squadra era solo quella titolare, si ragionava partita per partita. Era tutto un altro calcio…

Qual è il ricordo più bello che ha di queste sfide?

Tutte le partite erano intense, combattute, sia da una parte che dall’altra. Mi ricordo quando ero alla Juventus rimasi a bocca aperta per un gol di Pruzzo. Era il dicembre del ’83, giocavamo a Torino e la Roma segna con Bruno Conti, noi ribaltiamo con Platini e Penzo. Sembrava fatta ma poi Roberto si è inventato questa rovesciata spalle alla porta, un gol magnifico. Altro ricordo indelebile, questa volta con la maglia della Roma, quando travolgemmo la Juve per 3 a 0 all’Olimpico, nel ’86. Erano gare particolari, che sentivamo molto. Erano sfide che ti davano una carica eccezionale.

Ma torniamo alla partita di domenica, qual è il pronostico di Boniek?

La Juventus nella sua tana è molto difficile da battere. Si sente al sicuro, ha i tifosi dalla sua parte. Io penso che se la Roma mette in campo la stessa prestazione di Manchester ci sarà grande equilibrio tra le due squadre. Dico 1 a 1.

Non suonano spesso i campanelli d'allarme dalle parti di Vinovo. Ma quando succede vengono spenti in fretta. Chiedere a Massimiliano Allegri, tecnico artigiano, capace di plasmare e modellare le sue squadre e il suo materiale calcistico.

Chiedere, soprattutto, alla linea difensiva della Juventus, finita sul banco degli imputati ad inizio stagione, etichettata come finita, orfana del perno fondamentale Leonardo Bonucci, con innesti non adeguati. Difesa bollita, squadra arrivata alla frutta, con Inter e Napoli praticamente ad un passo dallo scudetto. Allegri non si è scomposto e ha risposto sul campo. Prima quello d'allenamento, poi quello della partita.

C'è un prima e un dopo nella stagione della Juventus. Ed ormai consolidato come la cesura sia la partita contro la Sampdoria, persa per 3-2. 14 gol subiti in 13 partite disputate fin a quel punto. Poi, la svolta. Appena 1 nelle restanti sei del girone d'andata, in un filotto di partite dove capitarono gli scontri diretti con Inter, Napoli e Roma. Cosa è cambiato allora? Le chiavi di lettura sono due e coincidono con il ritorno ad ottimi livelli di due giocatori ora fondamentali: Mehdi Benatia e Blaise Matuidi. 

***


Un paio di numeri, in maniera prelimare, sul rientro e l'evoluzione della Juventus con Benatia. Con l'ex Roma e Udinese in campo appena 3 gol subiti in 9 incontri di campionato (3 in 3 di Champions, ma pesa il 3-0 contro il Barcellona), vale a dire 7 clean sheet. Il miglioramento è però esponenziale dopo la 13esima giornata: Allegri ha usato ancora l'arma della panchina per recuperare mentalmente e atleticamente un giocatore non ancora pronto. Innanzitutto dal punto di vista fisico: basta una contusione alla caviglia per mandarlo ai box cinque partite. Smaltiti i fastidi e assimilati i dettami tattici, Benatia si è preso la difesa a suon di prestazioni. E di gol, suo vecchio vizio, uno dei quali decisivo proprio contro i giallorossi. Primo per intercettazioni a partita (2.8) secondo per rinvii dalla difesa con 4.8 a gara in 810'. Primo è Chiellini, con 5.1 ma in 1260'. 

***


Ma non sono le individualità la vera forza della fase difensiva juventina. È il collettivo, il movimento totale. L'ultimo tassello che mancava, nel centrocampo di Allegri, era un calciatore con le caratteristiche di Matuidi. Agile, tecnico, da legna e da corsa. Fondamentale per gli equilibri in fase di non possesso con la Juventus che si trasforma in 4-4-2 o in 4-5-1: vedere per credere le chiusure del francese su De Silvestri nel derby di Coppa Italia. Era lui il primo ad aprirsi, ad occupare tutto il campo e non dare sbocchi alla manovra granata. 

***


A proposito di movimenti e di spazi. Prendendo come riferimento i tre big match contro Inter, Napoli e Roma possiamo vedere come Allegri abbia saputo plasmare i suoi uomini e i suoi movimenti sulle caratteeristiche dell'avversario. Contro Perisic e Candreva, così come contro Perotti ed El Shaarawy, c'era da chiudere le corsie laterali: la ricetta è un 4-3-3 con Cuadrado e Mandzukic in attacco, pronti a raddoppiare sulle fasce, con Khedira da un lato e Matuidi dall'altro a occupare la parte interna dello spazio di gioco. Nelle due partite sono cambiati i due esterni bassi: a sinistra Asamoah contro l'Inter, Alex Sandro contro la Roma, a destra De Sciglio contro i nerazzurri, Barzagli contro gli uomini di Di Francesco. Un falso terzino insomma, bloccato, capace di aspettare Perotti e non lasciarsi superare. Una difesa che ricorda quella a "3 e mezzo" di Spalletti a Roma lo scorso anno, con Rudiger e Juan Jesus centrali mascherati da laterali. 
Contro il Napoli cambia ancora: serve densità in mezzo al campo. Via Cuadrado e Mandzukic, dentro Dybala e Douglas Costa, abili (soprattutto il secondo) ad accentrarsi e a rientrare. 

***

La trasformazione è servita allora. E la difesa ritrovata. Intanto, in panchina, c'è chi prende appunti. è Rugani. 1190 minuti per lui finora. Il futuro porta il suo nome, insieme a quello di Caldara. Ma questa è un'altra storia

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