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Oggi a Roma si terranno i funerali del “professoreNello Governato. Lo chiamavano così quando giocava nella Lazio per come riusciva a gestire il centrocampo: Nello non era solo calciatore, è stato anche giornalista, scrittore e direttore sportivo, ma soprattutto è stato una bandiera biancoceleste.

governatoNello Governato con la maglia della Lazio. Fonte LazioWiki

Se n’è andato all’età di 81 anni dopo avere dedicato una vita al calcio e in buona parte alla Lazio, prima da calciatore poi da direttore sportivo. Cresciuto a Torino e nel Torino, ha iniziato a giocare nel Como, prima di trasferirsi alla Lazio dove rimarrà per un decennio dal 1961 al 1971, intervallato solo da un prestito al Vicenza nel 1966-67. Quella stagione in realtà doveva giocarla all’Inter, ma arrivato a Milano il suo carattere forte si scontrò subito con quello altrettanto forte del mago Helenio Herrera e così fu smistato al Vicenza prima di tornare alla base. Gli anni ’60 furono anni particolari per la Lazio, fatti di sali e scendi tra A e B, anni preparatori alla meravigliosa follia dello scudetto del ’74.

Nello li ha vissuti da protagonista, 251 presenze e 17 gol, era in campo anche in una delle partite più discusse della storia della Lazio: era il 1962, la Lazio si giocava la promozione in serie A contro il Napoli, Seghedoni segnò un gran gol su punizione che avrebbe dato la vittoria ai biancocelesti, il pallone però uscì da un buco nella rete e l’arbitro, ingannato da questo sfortunato episodio non concesse il gol; a fine campionato oltre il danno anche la beffa, perché il Napoli centrò la promozione al terzo posto con solo un punto di vantaggio sulla Lazio.


Il famoso gol fantasma di Seghedoni, nella sfida tra Lazio e Napoli con Governato in campo.

Nello concluse la carriera a Savona, dove conobbe Gian Paolo Ormezzano, allora direttore di Tuttosport (qui avevamo parlato del fondatore di questo giornale, Renato Casalbore, morto nella strage di Superga) e torinese come lui. Ormezzano lo convinse a intraprendere la carriera da giornalista e Governato iniziò a scrivere per il quotidiano prima da Torino e poi da Roma. Era un giornalista attento e preparato, tanto che la Lazio lo richiamò nel 1983 come direttore tecnico; ma il “professore” non smise mai di scrivere di calcio, pubblicato anche diversi libri, l’ultimo edito da Mondadori nel 2007 che narra la storia di Matthias Sindelar, giocatore austriaco che si rifiutò di scendere in campo con la maglia della Germania nazista dopo l’annessione del suo paese.

govern2Nello Governato con la tuta della Lazio, a fine anni 60. Fonte: LazioWiki

Da direttore sportivo lavorò per la Lazio, per il Bologna, per la Fiorentina e anche per la Juventus, nonostante le sue origini granata. Poi grazie a Sergio Cragnotti ritornò di nuovo alla Lazio, riuscendo a vincere quello scudetto che da calciatore aveva solo sfiorato, essendo andato via appena 3 anni prima di quel pazzo campionato 1973-74, grazie anche alle sue intuizioni e alla sua competenza, con lo scudetto sono arrivati anche i primi successi europei della storia biancoceleste e i tifosi hanno potuto vivere un periodo straordinario, fatto di grandi campioni e di grandi vittorie.

Negli ultimi anni era una presenza rassicurante per chi ascolta le radio romane con i suoi interventi pacati e mai banali, le sue parole adesso mancheranno ma Nello andrà a fare compagnia a tante altre bandiere biancocelesti andate via troppo presto e troppo in fretta. Addio, professore.

GovernNello Governato nelle pagine de "Il Calcio e il Ciclismo Illustrato"

 

LEGGI ANCHE: LOTITO: "HO FATTO LA STORIA DELLA LAZIO. ECCO COME HO CONVINTO INZAGHI E TARE"

19 maggio 1999. A Birmingham la Lazio vince la prima coppa europea della storia. Lo fa battendo il Mallorca in finale di Coppa delle Coppe, grazie alle reti di Christian Vieri e Pavel Nedved. Una squadra fantastica, che poteva vantare anche giocatori come Alessandro Nesta, Dejan Stankovic, Sergio Conceiçao. E Giuseppe Pancaro, difensore simbolo della Lazio degli anni 2000.

Lo abbiamo contatto per parlare insieme di quella squadra, per ricordare il passato ma anche per provare a capire qualcosa di più del futuro della Lazio.

Ecco le sue parole in esclusiva per il Catenaccio.

 

Vent’anni fa la Lazio vinceva la Coppa delle Coppe. Che ricordi ha di quella finale?

Fu il coronamento di un processo di crescita ma allo stesso tempo un nuovo inizio. Era infatti il primo trofeo europeo che riuscimmo a vincere, l’ultima Coppa delle Coppe della storia. L’anno prima ci eravamo prima ci eravamo andati vicino, perdendo solo in finale contro l’Inter di Ronaldo. Avevamo vinto la Coppa Italia, in Italia stavamo crescendo. La finale contro il Mallorca fu la certificazione di un ciclo sia in Italia che in Europa.

A leggere la formazione della Lazio viene quasi la pelle d’oca: Vieri, Nedved, Stankovic, Mancini, Salas, Nesta. Una squadra di campioni, che aria si respirava in quello spogliatoio?

Io sono arrivato a Roma nel 1997, da una piccola realtà come Cagliari. Ricordo ancora la prima sensazione al primo allenamento, alla prima partita. Ero consapevole di essere arrivato in un’ambiente fatto di grandissimi calciatori.

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Alessandro Nesta fu il compagno che più impressionò Pancaro

Tra questi, chi l’ha colpita di più?

Ti dico senza dubbio Alessandro Nesta. Sin dal primo giorno mi aveva stupito piacevolmente, anzi mi aveva letteralmente impressionato perché non avevo mai visto e mai giocato con un difensore così forte, così carismatico, insuperabile nel 1 contro 1. Fu bellissimo giocarci insieme.

Questa per la Lazio è stata una settimana bellissima, dopo la vittoria della Coppa Italia contro l’Atalanta. Si tornerà mai ai livelli degli anni 2000?

È molto difficile perché questa Lazio sta sopperendo al gap con altre squadre, soprattutto quelle che possono spendere di più come la Juventus, grazie alla competenza e alle idee. Io penso che, purtroppo, le idee ti premino fino ad un certo punto, ma se vuoi competere per vincere allora subentra anche la forza economica che hai. Le idee non bastano. Ance se la Lazio, come l’Atalanta d’altronde, è una società da prendere come modello, che mantiene il passo delle più ricche, molto spesso superandole.

pancaro2
Pancaro in copertura

C’è qualche giocatore della Lazio di oggi che giocherebbe anche in quella squadra di Eriksson?

Secondo me ce ne sono diversi che avrebbero potuto far parte di quel gruppo. Faccio tre nomi. Il primo è Milinkovic Savic, decisivo in finale, poi Correa, che da settembre ad oggi ha avuto una crescita e dei miglioramenti straordinari e infine Lucas Levia.

Ha giocato, quegli anni, anche con mister Inzaghi. Pensava potesse fare una carriera simile da allenatore?

Simone sta bruciando le tappe, sta facendo cose straordinarie e sono contentissimo, visto che sono suo amico. Alla base del suo successo c’è una virtù: l’intelligenza. Questo lo rende uno dei migliori allenatori italiani, nonostante siano solo tre gli anni da cui allena. Da tifoso della Lazio spero che possa rimanere a Formello.

 

a cura di 

Gianluca Di Mario

Lamberto Rinaldi

La Coppa Italia la vince la Lazio

La Lazio vince la Coppa Italia, la vince nonostante un pronostico che inspiegabilmente la dava nettamente sfavorita, vittima sacrificale su un altare bergamasco, vista da mezza Italia come un ostacolo nel compimento del sogno di una provinciale che vince una coppa.

La vince Sergej Milinkovic-Savic, che finalmente riesce ad essere decisivo in una stagione in cui era rimasto troppo spesso nelle retrovie e in cui la frustrazione stava prendendo il sopravvento, il calcio dato all’avversario contro il Chievo ne è la dimostrazione.

savic
Milinkovic Savic finalmente decisivo, quest'anno, per la Lazio

La vince Joaquín Correa, che piano piano sta riuscendo a imporre il suo valore tecnico in una squadra che ne aveva estremamente bisogno e che fa cose che pochi in Serie A riescono a fare. Quando parte lo devono buttare o giù e non si ferma finché non trova la porta, non importa quanti avversari si trova davanti.

La vince Francesco Acerbi, che dimostra che sul campo a pagare è la serietà e la professionalità e non la prepotenza, la vince con lui un gruppo di giocatori che qualche difetto da limare ce l’ha ma che quando gioca, come sa fare, non lascia scampo a pronostici negativi.

correaCorrea, autore della rete del definitivo 2 a 0 nella finale di Coppa Italia

La vince Simone Inzaghi, che porta a casa il secondo trofeo da allenatore con la sua squadra del cuore e che riesce a mettere a tacere le critiche sempre più eccessive dopo una stagione sfortunata. La vince sul piano tattico, riuscendo a ingabbiare Ilicic e Zapata e facendo cambi giusti al momento giusto, mandando in confusione il maestro di calcio Gasperini che invece aspetta di subire gol all’ottantesimo per fare i suoi cambi.

La vince Claudio Lotito, che con la sua politica da spending review ha attirato qualche contestazione ma anche qualche risultato: è il suo quinto trofeo da Presidente, vinti in un periodo in cui nella stessa città, altri che hanno speso molto di più, sono a mani vuote da undici anni.

La vincono i tifosi, quelli veri, non quelli che si vestono da ultras per scontrarsi con la polizia prima della partita, ma quelli che hanno incitato la squadra allo stadio e da casa, che non vedevano l’ora di gioire di nuovo dopo qualche delusione di troppo.

La vince una squadra che mette in bacheca la sua settima Coppa Italia, il suo quindicesimo trofeo ufficiale, uno in più dei cugini e dietro solo alle tre grandi del nord. La vince, come diceva Pino Wilson ai nostri microfoni, in un periodo in cui si festeggia per un quarto posto, in cui c’è una squadra che vince i campionati ad aprile e in cui avere un trofeo tra le mani è sempre più difficile. La vince, è questo quello che conta.

Provate a chiedere alla gente una formazione della Lazio rimasta nel cuore. Partiranno da Pulici, senza dubbio”. C’è orgoglio e nostalgia nelle parole di Giuseppe Wilson, storico capitano della Lazio campione d’Italia nel 1974. Quasi 400 presenze con la maglia biancoceleste, con in mezzo una veloce esperienza nei New York Cosmos dove fino all’anno prima aveva giocato Pelè. Classe 1945, giocava da libero, divenne capitano per precisa volontà di Maestrelli. “A lui dobbiamo tutto, era la persona che ci sapeva ricompattare”.

Pino Wilson racconta in esclusiva a il Catenaccio perché, al margine della conferenza “Pallone Bucato – il Fallimento del calcio italiano”, organizzato da FARE a Campagnano di Roma. Con uno sguardo al presente, all’Europa, ai nostri settori giovanili.

 

La sfida per la Champions League diventa sempre più agguerrita, ma la Lazio deve pensare anche alla Coppa Italia. Se dovesse scegliere, quale si porterebbe a casa?

Sono filosofie di pensiero, io per esempio preferisco vincere la Coppa Italia e non qualificarmi per la Champions. Perché è sempre un trofeo che tu acquisisci, ti dà la possibilità di andare in Europa League di diritto e di giocarti anche la Supercoppa. Andare in Champions, inoltre, significa fare grandi sacrifici e non fare brutta figura.

La sua Lazio la Coppa Italia non la vinse, ma alzò al cielo qualcosa di più importante: lo scudetto. Che squadra era?

Detta da me che sono di parte è facile e non posso che dire tutto il bene possibile di quella squadra. Del resto parlano i fatti, a distanza di 45 anni siamo ancora nel cuore della gente: se chiedi una formazione della Lazio degli ultimi 60-70 anni ti dicono Pulici, Wilson, Petrelli, Oddi e via dicendo. Siamo stati veramente una bella squadra, un po’ atipica però allo stesso tempo innovativa, capace di far cambiare il volto del tifo a Roma.

wilson copertina

Pino Wilson insieme a Tommaso Maestrelli e Giorgio Chinaglia

Di quella squadra si parla sempre delle spaccature, delle divisioni che c’erano nello spogliatoio. Si è romanzato troppo?

Forse si è romanzato, è vero, ma la verità era quella. È anche vero che la domenica eravamo un gruppo ricompattato perché avevamo a guidarci una persona di un altro livello, di un altro spessore come Tommaso Maestrelli, al quale tutti noi, nessuno escluso, dobbiamo tanto. Tutto quello che abbiamo fatto lo abbiamo fatto per merito suo ma soprattutto abbiamo giocato per lui che è una cosa fondamentale.

wilson

Un Wilson amarcord

 

Sappiamo che il 10 maggio ci sarà una nuova edizione di “Di padre in figlio”, quali ospiti ci saranno?

La facciamo al teatro del Massimo all’Eur, un teatro molto piccolo ma bellissimo, di 700 persone, molto elegante. Ci saremo ovviamente noi del 74, abbiamo invitato anche il presidente Lotito e ci saranno tanti artisti vicini a noi come Toni Malco, Velia Donati, Gianfranco Butinar, alias Califano (ride ndr) e il chitarrista Anelino e il comico Er Modifica.

Torniamo al presente, c’è un giocatore della Lazio di oggi in cui si rivede Pino Wilson?

Dico Luiz Felipe, anche se mi auguro che lui abbia un futuro migliore del mio, e ha tutti i presupposti per farlo.

 luizfelipe

Il centrale brasiliano, classe 1997, Luiz Felipe è il calciatore in cui si rivede Pino Wilson

Durante la conferenza, c’è spazio per le analisi sulle gestioni economiche delle squadre di calcio. Con una grande differenza rispetto al passato:

Lo stadio di proprietà garantische un’entrata notevole per il bilancio di una società, lo dimostra il caso della Juventus. Io ho vissuto un calcio completamente diverso da quello attuale, noi avevamo a che fare con dei presidenti che hanno perso quasi tutto o tutto pur di mandare avanti una società di calcio. Noi venivamo pagati a giugno con 6-7 cambiali a 7-8 mesi, anche se devo dire che nella fattispecie il presidente Lenzini ha sempre onorato i contratti. Erano altri tempi però, sono passati 50 anni.

Nodo della questione è lo stato di salute dei settori giovanili italiani.

Abbiamo sempre avuto un bacino importante di giovani a cui attingere, ma questa non è più l’epoca di giocare negli oratori o per strada, come avevo fatto io, però nel modo di intendere il settore giovanile qualcosa è cambiato. Gli ultimi dati rivelano che c’è un giro d’affari di 110 milioni di euro per le squadre primavera della massima serie, cifra che ovviamente include stipendi dello staff, ammodernamenti delle strutture. I club non di prima fascia hanno capito che l’Accademy può essere una soluzione e non a caso Udinese, Sampdoria, Parma e quest’anno il Bologna si sono affacciate sulle scuole calcio della capitale e sembrano aver speso per il settore giovanile cifre che erano impensabili prima.

wilson figurina

Pino Wilson con la fascia da capitano

 

Investire nei settori giovanili però non è una mossa esclusiva delle medio-piccole, anzi.

Il Milan investe circa 5milioni l’anno e i risultati portano i nomi di Donnarumma, Calabria, Cutrone. Due sono le società che investono maggiormente: Roma e Juventus con circa 10 milioni a bilancio. In totale, ci indicano gli ultimi dati, il movimento indotto dai settori giovanili della serie include circa 290 squadre attive dai primi calci fino alla primavera con quasi 6mila atleti legati ai club della massima serie italiana.

E proprio la Juventus ha sentito sulla propria pelle quanto un settore giovanile sano, florido e competitivo come quello dell’Ajax possa aiutare al raggiungimento di determinati risultati sportivi.

Gli olandesi sono una società che nel DNA ha avuto sempre lo sviluppo di giocatori da rilanciare in prima squadra. Secondo l’Istituto di Neuchâtel, gli olandesi rimasti nella società per almeno tre anni tra 15 e i 18 ai 21 anni di età sono 77, seguono in questa graduatoria la Dinamo Kiev e il Partizan di Belgrado con 69, la Dinamo di Zagabria a 66, la Stessa Rossa a 61. Passando alle maggiori leghe europee troviamo il Real Madrid con 36 e l’Olympique Lione a 35, la prima squadra italiana è soltanto decima ed è l’Inter con 10 giocatori formati.

 

a cura di 

Gianluca Di Mario

Lamberto Rinaldi

Il trono di squadre

 

L’inverno è finalmente arrivato! Tranquilli, le vostre scampagnate primaverili non sono in pericolo, l’inverno non è arrivato da noi ma a Westeros, il continente immaginario dove si svolgono le vicende di Game of Thrones, la serie tv simbolo di questo decennio che è riuscita a coinvolgere milioni e milioni di fan.

La febbre del trono si fa sentire anche qui nella redazione de Il Catenaccio e allora per ingannare l’attesa tra una puntata e l’altra abbiamo provato a farci una domanda a modo nostro. Se le casate di GoT fossero una squadra di calcio a quale squadra reale assomiglierebbero di più?

Proviamo a dare una risposta, in modo quanto più possibile spoiler free e con una buona dose di ironia:

starkCasa Stark – Roma roma

Gli Stark sono i protettori del Nord, discendono direttamente dai Primi Uomini e venerano gli antichi Dei. Il loro temperamento glaciale non ha molto a che vedere con la passione dei tifosi giallorossi, ma anche loro venerano un dio tutto loro, detto Er capitano o Er pupone dai più devoti, e soprattutto hanno in comune il lupo che campeggia fiero sullo stemma degli Stark e su quello della Roma.

lannisterCasa Lannister – Juventusjuve

I Lannister sono la casata più ricca dei sette regni, grazie a prestiti e sotterfugi sono riusciti ad accumulare una ricchezza incredibile e a dominare economicamente le altre casate, il loro obiettivo però è raggiungere il Trono di Spade e dominare l’intero continente… Serve aggiungere altro?

 

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targaryenCasa Targaryen – Milanmilan

I Targaryen sono un’antica dinastia proveniente dalla misteriosa Valyria, giunti a Westeros sono riusciti a sottomettere l’intero continente grazie al fuoco dei draghi, ma scomparsi i draghi è scomparsa anche la loro potenza. Il Milan ha avuto per più di 30 anni un suo drago, anzi più un biscione, grazie al quale è riuscito a dominare l’Europa, ma da quando quel drago se n’è andato i giorni di gloria continentale sono solo un bel ricordo.

greyjoyCasa Greyjoy – Interinter

I Greyjoy sono i lord delle isole di Ferro, sono pirati e saccheggiatori, sempre pronti a sfruttare le debolezze degli altri lord per occuparne le terre. L’Inter si è dimostrata maestra in passato nello sfruttare la debolezza altrui e prendersi il primo posto per diversi anni, ora sembra che si sia un po’ assopita, ma si sa: “Pazza Inter, amala” e come recita il motto dei Greyjoy: “Ciò che è morto non muoia mai”.

martellCasa Martell – Napolinapoli

I Martell governano su Dorne, la parte meridionale di Westeros, sono fieri e passionali, il loro motto è: ”Mai inchinati, mai piegati, mai spezzati”. La stessa fierezza e passione, lo stesso fuoco e determinazione che hanno i tifosi napoletani e come ‘O sole mio di Napoli il loro stemma è un grande sole splendente.

arryn            Casa Arryn – Laziolazio

Gli Arryn governano da secoli da una fortezza inespugnabile chiamata Nido dell’Aquila, il loro motto  è “In alto come l’onore” e i loro colori sono il bianco e il blu. Non c’è bisogno di aggiungere altro, lassù dove volano le aquile c’è solo la Lazio ed è alto l’onore e l’orgoglio di essere La prima squadra della capitale.

È un Claudio Lotito show quello che va di scena a Campagnano di Roma, nell’ambito dell’iniziativa “Il Pallone Bucato – il Fallimento del calcio italiano”, organizzato dall’Associazione Fare, insieme a Pino Wilson e Riccardo Viola.

Un intervento di quasi un’ora, dove tra bilanci e gestione economica, il numero uno della Lazio si è lasciato andare agli aneddoti e ai ricordi, al racconto delle mosse fatte per risanare la squadra, alle scelte prese. Da Bielsa a Tare, dai fratelli Filippini a Inzaghi, passando per retroscena nascosti, le frecciate a Napoli e Roma, i 160 milioni rifiutati per un calciatore.

Abbiamo raccolto le sue parole in esclusiva.

 

Quando sono entrato in questo mondo, nel 2004, c’era una concezione del presidente come padrone: “Lotito caccia li sordi” mi dicevano. Io ho trovato un bilancio con 84 milioni di ricavi, 86 milioni di perdite e 550 milioni di debiti. Tutti consideravano risanare la Lazio una missione possibile. C’era una cattiva gestione, prima compravano le società con le fidejussioni in banca, i presidenti duravano 3-4 anni. La Lazio ha avuto tantissimi presidenti e se oggi esiste ancora è grazie gente che ha dato tutto. Io sono il proprietario, è vero, ma ho l’obbligo di preservare un patrimonio simbolico e affettivo che è di tutti, quindi economicamente devo salvaguardare questo patrimonio. Non posso fare la politica della cicala.

lotito conferenza

Claudio Lotito a Campagnano, insieme a Pino Wilson e Riccardo Viola 

 

La gestione di una squadra, nella visione di Lotito, deve essere quella di un padre di famiglia. “Una cosa che non esiste più” risponde Riccardo Viola, figlio del presidente romanista Dino, seduto allo stesso tavolo. Gestione ed identità, secondo il patron della Lazio, è il mix vincente:

Si deve creare senso di appartenenza, di lazialità. Io vedo che questa Lazio ha una storia di sofferenza che risale al 1900, agli ideali di chi l’ha fondata, ovvero il superamento di steccati culturali, economici, razziali. I colori sono quelli olimpici, lo sport è al di sopra di tutto.

Sono 15 anni che faccio il presidente e non ho mai preso un euro! Significa che ho interpretato il mio ruolo con un ideale olimpico. L’anno scorso la Lazio ha chiuso il bilancio con 38 milioni di utili, è una società fortissima, ha un patrimonio immobiliare di 200 milioni e un patrimonio di giocatori di 600 milioni, è proiettata verso grandi prospettive. Dopo la Juventus, l’Inter e il Milan, la Lazio è quella che ha vinto più di tutte, partendo da meno 550 milioni. Ci sono alcuni club, come il Napoli, che non ha nemmeno centro sportivo. Io invece ho investito a Formello diversi milioni di euro per ammodernarlo. Prima c’erano le panche di legno, ora i monitor interattivi con la faccia dei giocatori! Gli spogliatoi dei nostri giovanissimi sono meglio di quelli di San Siro!

 

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Non si può parlare di gestione e di crescita dei club, senza passare per forza di cose attraverso la questione degli stadi.

Avevamo fatto una legge perfetta, che includeva la legge di compensazione: se investo 100mln ne devo avere indietro 100. Ora è tutto più lento. Bisogna creare un sistema polifunzionale nel calcio. Il business non è legato all’evento sportivo ma all’indotto, si deve creare una struttura aperta h24, 365 giorni all’anno, con attività che possano creare risorse al club. Guarda il Real Madrid, hanno il cimitero, fanno i matrimoni…

Oggi la Lazio è struttura forte, ha 126 mln di patrimonio netto positivo. E ci sono alcune squadre (e dà un pizzico sulla guancia dell’on. Barbaro, tifoso romanista, ndr) che hanno 126 mln di patrimonio netto negativo. Io la squadra la lascerò mio figlio non perché voglio fare occupazione ma perché voglio dare continuità, perché la Lazio non ha mai avuto un padrone, una figura che si assumesse la responsabilità di decisioni e scelte. Manzini m’ha raccontato che li hanno buttati fuori dall’albergo del ritiro, alcuni presidenti non avevano i soldi per pagare le bollette. Questo perché manca la gestione.

Gestione che passa anche attraverso le decisioni prese dall’alto, negli uffici federali ad esempio. Dove Lotito ha sempre fatto la voce grossa.

Quando sono diventato consigliere di Lega ho iniziato alcune battaglie. Innanzitutto ho imposto che per iscriversi al campionato dovevi aver pagato gli stipendi, prima si pagavano con le cabriolet, gli assegni post-datati. Poi ho combattuto per l’Iva, che quando sono arrivato io non era dato sensibile per l’iscrizione al campionato. Galliani voleva approvare tutto senza l’Iva, io mi opposi. “Se non sei d’accordo mettiamo ai voti” disse. Va bene, ma facciamo con dichiarazione di voto, così voglio vedere se i miei colleghi hanno coraggio di dire che l’Iva non serve, che l’Irpef non serve e così via. E infatti abbiamo approvato la legge.

 galliani

Claudio Lotito e Adriano Galliani

Parlando di economia e di bilanci, si passa necessariamente nel terreno del calciomercato. Terra di scontro, a volte, per Lotito.

Oggi tutto è in mano ai procuratori. Chiedono 2-3 mln di percentuali. Ma che lavoro fa il procuratore? L’avvocato. Quanto ci mette un avvocato a fare 3 milioni? Quando sono arrivato alla Lazio, c’era Mendieta, costato 90 miliardi. Arriva il procuratore e voleva una percentuale. Allora ho dovuto fare di necessità virtù: quando compri una cosa prima la usi e vedi se funziona, se no la dai indietro. Così ho inventato il prestito con diritto di riscatto. Quando presi la Lazio comprai 9 giocatori in un giorno, tutti i prestito con diritto di riscatto, tra cui i gemelli Filippini, la gente rideva e diceva “ma che te sei portato i servitori?”. Coi fratelli Filippini abbiamo vinto il derby 3 a 1.

Si torna sull’attualità, con un aneddoto legato all’ultimo derby, vinto 3 a 0 dalla Lazio.

Stavo nella pancia dello stadio a vedere le trasmissioni. Sullo schermo ecco De Rossi che, in modo encomiabile, dice una cosa: “Questa non è più la Lazio dei Filippini, la Lazio è più forte di noi sia individualmente che collettivamente”. Sono uscito, ho incontrato De Rossi che stava uscendo dagli spogliatoi e gli ho detto: “Daniele ti devo fare i complimenti. Le tue parole sono indice di sportività”. “Presidè è la verità”. Il calcio è così, si è avversari sul campo, non si è nemici. Bisogna collaborare per migliorare questo sport, invece qui è homo homini lupus diceva Hobbes.

Ma a tenere banco sono anche le polemiche arbitrali, con la Var al centro della questione.

Abbiamo inventato la goal technology e poi, insieme a Carlo Tavecchio, contro tutti, abbiamo impostato il sistema Var. Che va ancora migliorata, va gestita come situazione terza, ovvero deve avere una gestione svincolata a quella del campo. Se io oggi arbitro e domani vado a fare il Var, significa fare il controllore e il controllato, c’è sempre situazione che non funziona. Con una persona terza, come il giudice, funzionerà meglio.

Lotito e Tare

"Io ho investito anche nelle persone". Così Lotito su Igli Tare

 

La gestione di una squadra, però, passa anche sulle scelte e sugli investimenti. Anche quelli sulle persone. Come il caso di Igli Tare.

Dicevano che era venuto col gommone, lo prendevano in giro. Invece ho fatto una grande scelta. Avevamo preso impegno di prolungargli il contratto. Viene all’incontro con il procuratore e gli dico: “Guarda, io non ti rinnovo”. “Ma come lei aveva detto così, aveva dato la parola… lei non è corretto, non è serio” dice lui. “Senti - gli ho detto - ho pensato di farti fare il direttore sportivo”. “Ma come non ho neanche il patentino”. “Non ti preoccupare, quello lo prendi. Pensaci, ti do mezzora”. Mezz’ora dopo, torna e mi dice di sì. La prima telefonata che ricevo è quella di Delio Rossi che mi chiede se avessi scelto il direttore, gli dico di sì e lui mi fa: “Mica avrà scelto Tare”. “E invece proprio Tare ho scelto”. “A lei lo fa apposta, perché sa che lui è contro di me”. Allora sbottai: “Come si permette a parlarmi così, moderi i toni: lei è un dipendente, faccia il dipendente e comunque tra due mesi mi ringrazierà”. Dopo un po’ di tempo andiamo a Siena e perdiamo (2-0, terza sconfitta consecutiva ndr). Delio Rossi dice a Tare: “Dica al presidente che mi esonerasse io non controllo più la squadra”. Tare viene, mi racconta tutto e mi fa: “presidente io lo difenderei”. “Hai ragione lo difendiamo”. Quel anno abbiamo vinto la Coppa Italia.

 Bielsa

El loco Bielsa

Investimento come quello su Simone Inzaghi, dove il fantasma di Bielsa è “tutto un film”.

Quando mi sono insediato chiamavo i giocatori per rinegoziare i contratti. Si presenta Simone Inzaghi con Tullio Tinti e gli propongo 5.3 milioni per 5 anni. Il procuratore è soddisfatto, dice per noi va bene. “Avete capito bene - gli faccio - 5.3 milioni in 5 anni”. “All’anno dice lui”. “No in totale”. “A ma lei è matto presidè!”. Allora, non lo dimenticherò mai, Inzaghi mi fa: “posso parlare da solo con lei presidente?”. E gli dico: “Che vuoi fare dopo?”, “L’allenatore”, “Ti faccio fare l’allenatore”.  Quel periodo era veramente drammatico, dormivo un’ora a notte, ma ho fatto cose che rimarranno nella storia dell’Italia e del fisco italiano. Insomma Inzaghi va a Genova, alla Sampdoria, passa un momento difficile dal punto di vista familiare, e quando non giocava più Walter Sabatini, un altro inventato da me, mi dice “licenziamolo”. Io gli dico di no, poi è andato a Bergamo. L’ho chiamato e gli ho detto: “Simò la carriera tua me pare che è finita, ti offro di fare l’allenatore degli Allievi Regionali”. Vince il campionato Allievi Nazionali, poi Bollini va con Reja a Bergamo e allora prendo Simone e lo metto alla Primavera, dove fa bene. Poi sarebbe andato alla Salernitana, ma siccome la piazza borbottava, ho lanciato la storia di Bielsa.

Bielsa l’ho cacciato io. Quando stavo in Francia Tare mi chiamava e mi diceva che aveva comprato dei giocatori che voleva l’allenatore e dopo 3 minuti non andavano più bene. Torno a Formello, con Tare chiamiamo l’allenatore e inizia una situazione di un certo tipo. Tare gli parlava, lui rispondeva come se fosse uno scienziato, a un certo punto mi sono sentito mortificato per Igli, ho preso il telefono, gliel’ho strappato dalle mani, ho detto: “Senta mister, lei se ne deve andare affanculo”. Tare era pallido.

Lotito e inzaghi

Lotito e un'altra sua creatura: Simone Inzaghi.

 

La chiosa finale è ancora sui fatturati, con uno sguardo al mercato.

Il Milan ha 130 milioni di perdite, l’Inter 70, la Juventus 20, il Napoli 7. La Lazio sta a +38mln. E non ho venduto giocatori. Anzi, ho rifiutato 160 milioni per un calciatore, te deve regge la pompa eh…

 

a cura di 

Gianluca Di Mario

Lamberto Rinaldi

Siamo ancora troppo Acerbi

 

L’Italia è un paese bellissimo. Ricco di storia e cultura, di arte, di quella sacralità tipica della cultura prettamente italica. Pullulano turisti e visitatori nelle migliori città dello stivale, da Roma a Venezia, passando per Firenze, Milano e Torino. Stiamo descrivendo un perfetto paesaggio bucolico? Apparentemente sì. Apparentemente, appunto, perché in mezzo a cotanta vastità artistica, il BelPaese è impregnato di un urticante, fastidioso, pruriginoso “malessere”: il moralismo.

Chiamasi così quel tronfio modo di interpretare una qualsivoglia vicenda secondo il classico proverbio del calcio alla botte e uno al cerchio. Il perbenismo elevato all’ennesima potenza, quella codarda incapacità di prendere una decisione convinta, galleggiando nel limbo dell’ovvio e dello scontato. Malanno ben radicato nella tradizione italica, presente in tutti i campi e i settori della quotidianità, non sfugge ad esso neanche l’impresa sportiva per eccellenza: il calcio. Ebbene sì, miei cari lettori, anche lo sport nazional-popolare combatte da anni con forme di moralismo più o meno variegate che contaminano l’eterna bellezza della sfera a scacchi.

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Rino a sedare le scenate alla fine di Milan Lazio

Non sfugge a questo scenario, in questa settimana di lacrime e sangue, anche l’ormai famoso caso Kessiè Bakayoko Acerbi, con il duo rossonero messo letteralmente alla gogna mediatica per il gesto perpetrato alla fine di Milan-Lazio, quando i due centrocampisti hanno mostrato alla curva del Diavolo la maglia del bravissimo difensore biancoceleste. Ora, sicuro del fatto che tanti che si accingeranno a leggere questo scritto convivano da anni con tale morbo, è mia premura fare una doverosa premessa: Kessiè e Bakayoko hanno sbagliato. Discutibile e di poco gusto gettare al pubblico ludibrio la maglia di un avversario che scambiandola aveva avuto proprio l’intenzione di chiudere la vicenda social scatenatasi nei giorni precedenti.

Gesto da evitare, dunque. Partendo da questo presupposto però ci è impossibile non passare a commentare quello che è stato il contorno della vicenda e le conseguenze incredibili che la stessa ha avuto. Ma è possibile che un gesto seppur deprecabile smuova tutta l’opinione pubblica nazionale, spingendo ad intervenire anche il sottosegretario della Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, il quale, ci permettiamo di dire, avrebbe moltissime altre cose a cui pensare? È possibile che si richiedano pene esemplari quando gesti di questo tenore in passato sono stati vissuti e giudicati come un semplice sfottò?

Il calcio è denso di episodi simili, dalle quattro dita di Totti sbattute in faccia a Tudor in un famoso Roma-Juve, dai calzini che Rudiger vendeva a Stoccarda secondo la “lucida” analisi di Lulic, gli attributi di Ronaldo mostrati ai tifosi dell’Atletico. Vedendo la differenza emotiva e di pancia che tali vicende hanno provocato, viene da chiedersi se l’episodio sia stato così reclamizzato perché riguardante due ragazzi di colore. Oppure se lo sia stato per la gravissima malattia che Acerbi ha combattuto, vincendola. Dubbi che probabilmente rimarranno inevasi, ma che forse hanno un minimo fondo di verità.

Il coro intonato dalla Curva Nord della Lazio durante il recupero contro l'Udinese

Moralismo che troppo spesso in questo caso fa rima con razzismo: si sono preoccupati i vari Gravina, Malagò, Pecoraro, Tommasi di chiedersi se in questo preciso momento storico, dove il tema dell’immigrazione è chiaramente dominante, le loro sentenze dialettiche avessero potuto aizzare ancora di più forme di odio etnico? Il calcio che si mischia alla politica, il calcio utilizzato come mero contenitore di consensi per i proprio interessi personali. Stiamo forse esagerando? Magari sì, ma a sentire il coro della Curva Nord dell’altra sera durante Lazio-Udinese non pensiamo di essere andati molto lontano dal vero. “Poporopo, questa banana è per Bakayoko”: non proprio una dichiarazione di pace alla viglia della delicata semifinale di ritorno di Coppa Italia del prossimo 24 aprile. Già, una banana: l’unico frutto dell’amor, direbbe qualcuno. Simbolo di odio razziale, in questo caso. Come la mettiamo adesso, signor Pecoraro? Siamo vigili, in attesa che la giustizia faccia il suo corso. Non molto fiduciosi, questo ci sia concesso. Perchè la dialettica è importante, ma sono i fatti quelli che contano. E su quelli, purtroppo, siamo fermi. Immobili. Apparentemente, troppo Acerbi.

Un Regno con due troni e troppi Re

Bagarre dal sapore infuocato in zona Champions. Lasciando in sospeso il ruolo della Lazio, alle prese sì con una gara in meno da recuperare con l’Udinese, ma con il ritardo forse decisivo in classifica frutto della sconfitta col Milan, almeno altre 4 squadre si trovano a lottare per i 2 posti rimasti disponibili per avere accesso alla prossima edizione della massima competizione continentale. Con tutto ciò che ne consegue.

Polemiche arbitrali, veleni, magliette alzate per schernire gli avversari, alcuni allenatori che sembrano aggiustare una stagione sotto un diluvio e altri che si rifugiano in silenzio stampa. Parliamo di Inter, Milan, Roma e Atalanta che combatteranno tra loro, fermo restando quanto accennato sulla Lazio, per vincere una battaglia decisiva: conquistare uno strano Regno dai 4 troni, di cui 2 già occupati da ottobre. E accanto a ogni trono si trova il suo forziere. Per un club entrare in Champions comporterebbe già solo per l’ingresso una pioggia di denaro spropositato.

Secondo un articolo pubblicato su investireoggi.it nel giugno dello scorso anno, si è stimato che Juve, Roma, Inter e Napoli abbiano incassato per accedere alla competizione continentale riferita alla stagione 2018-2019 dapprima un dividendo fisso di 15,5 milioni, poi una somma che oscillerebbe tra gli 11 e i 29 milioni in base al ranking di tali squadre, infine cifre calcolate sul market pool fisso e variabile consistenti nel complesso ad almeno altri 10 milioni. Anche i soldi da assegnare per l’ingresso nella prossima edizione non saranno granché diversi. Il che fa capire la ruvidezza dello scontro per le prime posizioni.

Sabato la gara tra Milan e Lazio, finita 1 a 0, gol di Kessie su rigore, è il sintomo di tensioni alle stelle che serpeggiano in queste ultime partite in cui il gioco conta assai poco rispetto ai singoli episodi. Cross da distanza siderale di Laxalt verso Piatek e Musacchio, che non ci arrivano con quest’ultimo buttato giù in area da Durmisi. Rigore contestato a favore del Milan. Iniziano i primi guai in campo, dopo che, precedentemente, era stato anche fischiato un rigore per i rossoneri da Rocchi per poi essere annullato dallo stesso alla Var. Un contrasto tra Milinkovic e Rodriguez fa gridare allo scandalo la Lazio, ma l’arbitro non concede il rigore. Da lì la rissa finale con Inzaghi allontanato e con terrificante contorno a fine partita fornito dalla maglietta di Acerbi alzata da Kessie e Bakayoko in segno di spregio dell’avversario. Un inquietante nuovo rituale che sancisce il crollo definitivo dell’ultimo brandello di sportività rimasto nel Paese, cioè lo scambio della maglia.

Fa riflettere invece la vittoria catenacciara della Roma, che nel diluvio dell’Olimpico si impone sull’Udinese 1 a 0 con gol di Dzeko. Viene un dubbio: ma non è che, con un mister così attento agli equilibri difensivi fin da inizio stagione, i giallorossi, evitando di prendere 3 gol a gara, avrebbero potuto occupare un tranquillo terzo posto solitario in classifica con distacchi importanti sulle altre?

 

di Federico Cavallari

Una persona nuova

Ci sono partite che valgono più dei tre punti e della posta in gioco, più di una vittoria o di un passaggio turno. Ci sono partite che possono segnare una svolta, farti prendere una rivincita, rigenerarti. E questo derby cos’è?

Dimmi, cos’è?

La partita di sabato pomeriggio, due giorni dopo Natale, è una doccia fresca, una pioggia estiva dopo mesi di siccità e di magra, una tramontana che spazza via le nubi più scure. Può essere la partita della rinascita per una Roma forte, ma che ancora non sa di esserlo, rimasta incagliata tra le rimonte di Chievo e gli schiaffi di Bologna. La partita di sabato può essere quella che riconsegna ai suoi tifosi una squadra nuova, nuovi giocatori.

Che ci fai vivere e sentire ancora una persona nuova. 

È una persona nuova Lorenzo Pellegrini, l’eroe di un derby che neanche avrebbe dovuto giocare. Era stato tra i peggiori di questo avvio di campionato, era finito sulla graticola per le prestazioni scialbe delle ultime apparizioni. Guardatelo ora, spavaldo e fiero, astuzia e core, a recuperare e a spaccare. A segnare dando le spalle alla Curva Nord, senza guardarli, nella stessa porta dove Javier Pastore, per ben due volte, aveva segnato allo stesso modo. Colpo di tacco, stile giallorosso. Guardatelo come corre fino al limite dell’area per prendere la punizione del 2-1. Guardatelo come accarezza in testa a Fazio il pallone del 3-1. Lorenzo da Roma est, quarto figlio di Roma a segnare nel derby dopo Francesco, Daniele e Alessandro.

È una persona nuova quell’Aleksandar Kolarov che sbatte in porta la palla velenosa dell’ex. Al minuto settantuno. Un raggio di sole sessant’anni dopo Arne “Raggio di luna” Selmosson, l’unico, fino a ieri, a segnare nel derby con entrambe le maglie. Un novello Mosè, come fu Vucinic, che squarcia acque e barriere. Gente diversa venuta dall’Est, diceva che in fondo era uguale. No, non è uguale neanche per niente.

È una persona nuova Federico Fazio, l’emblema forse di questa Roma incompiuta e incomprensibile. Lento, confuso, in ritardo. Aveva consegnato a Immobile la palla del pari. Sembrava la disfatta, la spazza Fazio. Poi di nuovo la rinascita, la redenzione, sotto forma di una capocciata letale sotto l’incrocio.

È una persona nuova Davide Santon, che non giocava due partite in quattro giorni da anni. L’acquisto più bistrattato, fischiato ancora prima di scendere in campo, bollato già all’aeroporto. Una prestazione da incorniciare, di denti stretti e fitte alla milza. E forse, in fondo, è una persona nuova anche chi ha avuto il coraggio di metterlo in campo. Eusebio Di Francesco ha fatto le sue scelte: ha rinnegato il dogma del 4-3-3 per aprirsi al 4-2-3-1, ha mascherato Pellegrini trequartista, ha messo la difesa a 3 quando c’era da difendere. E ha vinto. Ha vinto la Roma.

E adesso il mister ha un patrimonio da difendere. La squadra forse non è guarita, l’amalgama forse è ancora tutta da trovare. Ma dal derby di questo 29 settembre in cui io non pensavo a te esce fuori una squadra unita, grintosa, decisa. Fatta di uomini e di persone. Nuove.

Le sfuriate estive di Claudio Lotito

Sta facendo parlare in casa Lazio in questi giorni la lite telefonica tra Lotito e Simone Inzaghi in quel di Cortina, rubacchiata da un testimone che l'ha ripresa con lo smartphone e postata sui social.

Nel video si sente chiaramente Lotito che, tutt'altro che calmo, discute con il suo allenatore. I due parlano di infortunati e scelte di mercato. Dal dialogo si possono carpire frasi come:

Te stai sempre a lamentà               

“Oh stai a sentì bene, vedi lo staff che c'ha tuo fratello

Voglio avere la certezza che chi sta male, sta male e chi non sta male, non sta male. No che qualcuno je dice: dije che questo male.”

E il capolavoro: “C'hai una squadra che vale dieci volte quello che valgono tutte le altre”.

Dietro alla telefonata c'era una situazione particolare che riguarda lo staff medico del club: nel corso dell'estate ci sono state alcune dimissioni e come ha confermato Filippo Inzaghi, la Lazio ha chiesto informazioni al Bologna su un fisioterapista del club felsineo. Probabilmente Simone Inzaghi ha voluto chiamare il presidente per chiarire la situazione, ma come spesso succede in questi casi la notizia si è poi ingigantita, ne hanno parlato tutti i giornali e le radio romane, si è parlato di crisi, di rapporti incrinati e non è mancata una buona dose di teorie complottistiche.

Alla fine è toccato all'allenatore, oltre che alla società, riportare la calma, facendo notare in conferenza stampa che nella telefonata successiva si sono fatti una risata. Rientra nella normalità del rapporto tra presidente e allenatore avere qualche divergenza, soprattutto se il presidente si chiama Claudio Lotito. L'importante è che il tutto rientri e che poi sia il campo a parlare.

Ma sarà forse l'aria di Cortina dove il presidente ha una casa e va in vacanza tutti gli anni che lo carica più del dovuto: non è infatti la prima volta che si lascia andare a una sfuriata ampezzana di metà agosto.

Era il 2016, il presidente laziale aveva invitato sulle Dolomiti il calciatore tedesco Moritz Leitner e il suo agente per discutere gli ultimi dettagli prima della firma sul contratto che lo avrebbe legato alla Lazio. Durante il pranzo però qualcosa andò storto, un collaboratore riferì a Lotito qualcosa che lo fece infuriare, preso da un raptus d'ira lanciò il piatto di bresaola che aveva davanti che andò a finire sul muro dall'altra parte della stanza. Mentre fette di salume volavano un attonito Moritz Leitner rimaneva scioccato dalla scena a cui stava assistendo e decise che era abbastanza, fece le valigie e se ne tornò in terra teutonica.

Nei giorni successivi comunque vinse lo shock e firmò lo stesso, cosa che, visto che alla Lazio è rimasto solo sei mesi senza lasciare traccia in campo, non ha cambiato di molto la sua storia e il suo nome sarà sempre legato a quell'episodio per i tifosi biancocelesti.

Insomma è nella natura lotitiana fare sfuriate del genere, soprattutto se si trova in vacanza in quel di Cortina, quindi vorrei dare un consiglio a Simone, la prossima volta aspetta che il presidente torni a Roma e andrà tutto bene.

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