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Il corpo della NBA

The Raging Bull. The Bronx Bull. Pronti per ammirare il grande Jake LaMotta. E uno scroscio di applausi accompagnò la salita sul ring di Robert De Niro. Era il 1980 quando Al Capone, Il Cacciatore, Noodles o Jake LaMotta interpretò la vita vera dell’autentico pugile, dominatore di tutti i Ring di New York. Dal più malfamato del Bronx fino a Las Vegas. Non puoi interpretare il personaggio finchè non diventi il personaggio.

Fu per questo motivo, infatti, che molte primavere fa De Niro iniziò un processo di trasformazione e menomazione del proprio corpo per impersonare il ruolo richiesto dall’amico Scorsese. Aumentò il suo peso di circa 40 kg, o meno per chi non vuole essere romantico. Come fai ad essere un pugile se non lo sei? Un lavoro che De Niro aveva già contemplato e sperimentato qualche anno prima, quando decise di diventare un tassista piuttosto atipico.

Vuol dire rischiare tutto. Mettere sul piatto tutto. All in, o quasi. Sapere di poter e dover pagare delle conseguenze in futuro pur di fare bene il proprio lavoro oggi. E’ questa la determinazione. Una determinazione che può appartenere a chiunque, certamente ai più ma che designa il tratto distintivo dei campioni dai quacquaraquà. O semplicemente chi si accontenta del proprio operato, grande, giusto o sbagliato che sia.

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Un concetto di determinazione che accomuna specialmente le Leggende del basket americano. Omoni che vogliono essere eroi, “cristoni” che sanno che un giorno i loro muscoli diventeranno grasso. E non per pigrizia vediamo i fenomeni degli anni ottanta che più che ad un principe somigliano ad un ranocchio, per i colli rigonfi. Muscoli che si procacciano nel più breve tempo possibile rischiando infortuni, fratture da stress.

La cultura sportiva americana supera di ben lunga la nostra, quella europea e del resto del mondo. Anche perché gli americani non hanno un’epica, un Omero, un Dante. O meglio: ce l’hanno, ma più che passato epico e glorioso da raccontare si è trasformato in un genocidio, quello degli Indiani d’America. Per questo gli eroi dello sport sanno che potrebbero ricoprire quel ruolo. Ed anche per questo atleti, come LeBron James, spendono milioni e milioni di dollari l’anno in palestre e cura del proprio corpo. Altri atleti invece questa determinazione fisica ce l’hanno ad intermittenza, ma non bisogna fargliene una colpa.

Nella stagione NBA del 2002 Shaquille O’ Neal, uno dei giocatori più fisici e dominanti della storia, durante una delle prime partite della stagione si sollevò la maglietta e mostro agli avversari la tartaruga. Era il momento dell’inno a bandiera innalzata quando lo fece e più che un inno quel momento divenne un requiem per tutte le altre franchigie. Shaq era dominante, ma soprattutto per il peso e la stazza. Occupava due metri quadri e rischiava di rompere il parquet, oltre che i canestri, per i 130 kg che si portava appresso. Vederlo con la tartaruga fu pazzesco dopo che per anni, ogni estate, il suo collega Kobe inveiva contro di lui e il suo peso imbarazzante.

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Ma non di solo muscoli vive il campione NBA e non di soli muscoli è costituita la determinazione. Lo stesso Kobe, ad esempio, dopo essersi infortunato all’avambraccio destro, iniziò a tirare col braccio sinistro con esiti tecnici e mentali più che positivi. E fu sempre lo stesso Kobe a tirare un paio di tiri liberi dopo essersi spappolato quel tendine d’Achille che lo cambierà per sempre.

I contratti milionari che i giocatori firmano non li rendono prima di tutto dipendenti del padrone che li paga. Quei contratti diventano immediatamente obblighi stipulati con se stessi. Ovviamente è un concetto che se avesse copiosa estensione renderebbe tutti delle Leggende, e a quel punto non saremmo in grado di distinguerle. Una Leggenda su tutte? Michael Jordan.

In pochi lo hanno visto giocare. Anzi forse nessuno. Anzi forse nessuno a parte il figlio o il nipote di 5 anni quando ci giocavano contro. MJ non ha mai giocato. Ha sempre mattato. Chi lo ha conosciuto veramente afferma che MJ prendesse sul serio anche la partitella giocata a Tokio per motivi promozionali. Quello sì che era uno sguardo da vero Toro, rosso infuocato. E non a caso giocava, si fa per dire, per i Chicago Bulls.

 

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