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"Il calcio è il re dei giochi. Per quale motivo? Secondo me, perchè - come la danza - riporta il nostro corpo a quel che si potrebbe definire la preistoria dei nostri movimenti. Nel calcio, vi è assolutamente vietato - se non giocate in porta, beninteso - l'uso delle mani e delle braccia. Insomma, degli organi con cui, abitualmente, eseguite tutti i vostri atti. Organi grazie ai quali ottenete il massimo di precisione, di rendimento e di destrezza. Potete adoperare soltanto piedi e gambe - questi antenati sottosviluppati delle mani e delle braccia. Ed ecco che, non potendo più fare ciò che per voi sarebbe normale o naturale, siete ritornati a funzioni arcaiche. Costretti a riannodare il legame con una memoria animale sepolta dentro di voi".

Inizia così il racconto di Vladimir Dimitrijevic, La vita è un pallone rotondo, edito in Italia da Adelphi, quasi una biografia calcistica, un'apologia del football, un suo elogio tra psicanalisi, pedagogia, letteratura e politica.

Non può che essere così per un autore che vede in questo sport "il filo conduttore" della sua vita. Nato a Skopje nel 1934, figlio di un orologiaio imprigionato dal regime di Tito, riesce a scappare in Svizzera nel 1954. Qui si mantiente lavorando in una fabbrica di orologi a Granges e poi, grazie all'ingaggio in una squadra di calcio, da centrocampista. Qui fonda una propria casa editrice, Editions L'Age d'Homme, curando soprattutto la collezione dei Classici slavi, diffondendo la letteratura dell'est Europa.

E l'occhio con cui Dimitrijevic guarda il calcio è proprio quello del letterato, del lettore: "Cercare di sapere qual è esattamente la zona che l'avversario considera più pericolosa e che rende il suo gioco febbrile: questo è il segreto. Oserei aggiungere che, da Gogol' a Dostoevskij, fino a Michail Bulgakov, la grande letteratura russa non ha avuto che un unico tema: l'uomo e il suo doppio".

In pochi riescono a raccontare il calcio e le sue mille sfaccettature come fa Dimitrijevic in questo libro. C'è spazio per tutto, dal calcio come aristocrazia della gamba al primo catenaccio di Helenio Herrera, da Maradona a Napoli alla krpenjaća, la palla fatta di stracci riempiti di sabbia e segatura che usavano i bambini per le strade della Jugoslavia.

Sembra aver capito l'essenza del calcio nella sua totalità quando parla di "squadre organiche, come il corpo umano", in cui tutto è "naturale, come la quiete degli organi che chiamiamo salute. Camminando per strada non ci curiamo del fatto che in quel preciso momento il nostro cuore pompa sangue, i muscoli si contraggono, i polmoni si dilatano. Allo stesso modo non si può costituire una squadra se non mediante una profonda capacità di compenetrazione tra l'allenatore - colui che vede la squadra, la valorizza - e, naturalmente, le individualità che la compongono".

Calcio come musica, come poesia. Calcio come rito, "La tela, i calzini, la segatura di legno o la polvere di carbone che recuperavamo nelle cantine", calcio come prodezza eroica, "tutti gli allenatori e gli educatori dovrebbero far leggere Omero e Pindaro a queste giovani anime, avide di imprese", calcio come mito, quello posseduto dal muratore Mate, che cantava le gesta della Stella Rossa ai bambini quando non c'erano radio né televisioni.

Per la nostra rubrica Bibliocalcio vi regaliamo un breve estratto de La vita è un pallone rotondo:

Bandire il cuore?

Avere ai piedi le scarpe con i tacchetti è quasi come avere un paio di zoccoli. Il calciatore, al pari del cavallo, ha perso le dita dei piedi, che, atrofizzandosi, sono degenerate in zoccoli. Il giocatore di calcio non si muove come noi. Per strada, al lavoro, quando ci si sposta, non tutto si conforma al piede. Nel calcio, invece, tutto è fatto per il piede, per la caviglia e per il ginocchio, che impongono il loro ritmo al corpo intero. Il piede è diventato un organo a se stante, ultrasensibile. E non bisogna dimenticare che l’andatura influisce sulla conformazione fisica.

Gli eserciti dell’antichità andavanno all’attacco con un assordante rumore di passi, il cui rimbombo aveva lo scopo di terrorizzare il nemico. Ma mai nessuna disciplina, se non il balletto, ha consentito alla gamba di essere l’elemento più importante, il più determinante. Questa aristocrazia della gamba, come ho già detto, è quel che c’è di più peculiare nel calcio. Di solito, nella vita di tutti i giorni, la gamba non trova una diretta applicazione, al cotnrario della mano, che regola la maggior parte dei nostri gesti ogni qualvolta prendiamo o gettiamo qualcosa. La gamba è ass

"Il calcio è il re dei giochi. Per quale motivo? Secondo me, perchè - come la danza - riporta il nostro corpo a quel che si potrebbe definire la preistoria dei nostri movimenti. Nel calcio, vi è assolutamente vietato - se non giocate in porta, beninteso - l'uso delle mani e delle braccia. Insomma, degli organi con cui, abitualmente, eseguite tutti i vostri atti. Organi graze ai quali ottenete il massimo di precisione, di rendimento e di destrezza. Potete adoperare soltanto piedi e gambe - questi antenati sottosviluppati delle mani e delle braccia. Ed ecco che, non potendo più fare ciò che per voi sarebbe normale o naturale, siete ritornati a funzioni arcaiche. Costretti a riannodare il legame con una memoria animale sepolta dentro di voi".

Inizia così il racconto di Vladimir Dimitrijevic, La vita è un pallone rotondo, edito in Italia da Adelphi, quasi una biografia calcistica, un'apologia del football, un suo elogio tra psicanalisi, pedagogia, letteratura e politica.

Non può che essere così per un autore che vede in questo sport "il filo conduttore" della sua vita. Nato a Skopje nel 1934, figlio di un orologiaio imprigionato dal regime di Tito, riesce a scappare in Svizzera nel 1954. Qui si mantiente lavorando in una fabbrica di orologi a Granges e poi, grazie all'ingaggio in una squadra di calcio, da centrocampista. Qui fonda una propria casa editrice, Editions L'Age d'Homme, curando soprattutto la collezione dei Classici slavi, diffondendo la letteratura dell'est Europa.

E l'occhio con cui Dimitrijevic guarda il calcio è proprio quello del letterato, del lettore: "Cercare di sapere qual è esattamente la zona che l'avversario considera più pericolosa e che rende il suo gioco febbrile: questo è il segreto. Oserei aggiungere che, da Gogol' a Dostoevskij, fino a Michail Bulgakov, la grande letteratura russa non ha avuto che un unico tema: l'uomo e il suo doppio".

In pochi riescono a raccontare il calcio e le sue mille sfaccettature come fa Dimitrijevic in questo libro. C'è spazio per tutto, dal calcio come aristocrazia della gamba al primo catenaccio di Helenio Herrera, da Maradona a Napoli alla krpenjaća, la palla fatta di stracci riempiti di sabbia e segatura che usavano i bambini per le strade della Jugoslavia.

Sembra aver capito l'essenza del calcio nella sua totalità quando parla di "squadre organiche, come il corpo umano", in cui tutto è "naturale, come la quiete degli organi che chiamiamo salute. Camminando per strada non ci curiamo del fatto che in quel preciso momento il nostro cuore pompa sangue, i muscoli si contraggono, i polmoni si dilatano. Allo stesso modo non si può costituire una squadra se non mediante una profonda capacità di compenetrazione tra l'allenatore - colui che vede la squadra, la valorizza - e, naturalmente, le individualità che la compongono".

Calcio come musica, come poesia. Calcio come rito, "La tela, i calzini, la segatura di legno o la polvere di carbone che recuperavamo nelle cantine", calcio come prodezza eroica, "tutti gli allenatori e gli educatori dovrebbero far leggere Omero e Pindaro a queste giovani anime, avide di imprese", calcio come mito, quello posseduto dal muratore Mate, che cantava le gesta della Stella Rossa ai bambini quando non c'erano radio né televisioni.

Per la nostra rubrica Bibliocalcio vi regaliamo un breve estratto de La vita è un pallone rotondo:

 

Bandire il cuore?

Avere ai piedi le scarpe con i tacchetti è quasi come avere un paio di zoccoli. Il calciatore, al pari del cavallo, ha perso le dita dei piedi, che, atrofizzandosi, sono degenerate in zoccoli. Il giocatore di calcio non si muove come noi. Per strada, al lavoro, quando ci si sposta, non tutto si conforma al piede. Nel calcio, invece, tutto è fatto per il piede, per la caviglia e per il ginocchio, che impongono il loro ritmo al corpo intero. Il piede è diventato un organo a se stante, ultrasensibile. E non bisogna dimenticare che l’andatura influisce sulla conformazione fisica.

Gli eserciti dell’antichità andavano all’attacco con un assordante rumore di passi, il cui rimbombo aveva lo scopo di terrorizzare il nemico. Ma mai nessuna disciplina, se non il balletto, ha consentito alla gamba di essere l’elemento più importante, il più determinante. Questa aristocrazia della gamba, come ho già detto, è quel che c’è di più peculiare nel calcio. Di solito, nella vita di tutti i giorni, la gamba non trova una diretta applicazione, al contrario della mano, che regola la maggior parte dei nostri gesti ogni qualvolta prendiamo o gettiamo qualcosa. La gamba è assai importante, ma con molta moderazione. Provate a darle il giusto spazio, ad accostarla a dei verbi: saranno camminare, correre, saltare, con qualche avverbio; niente di più. Il calcio è questo: la comunicazione, dal cervello alla caviglia, è del tutto insolita, apre un nuovo ventaglio di possibilità, e io credo che ogni bambino di cinque anni a cui lanciamo una palla ci fa capire subito se è un calciatore nato o se sarà soltanto un buon giocatore. Il calciatore vero si riconosce immediatamente, non lo si può inventare né simulare; il suo è un qualcosa di innato, un dono, un tocco inimitabile, l’arte di stoppare la palla; una cosa che non si impara. È esattamente come chi possiede uno stile letterario, perché a mio avviso c’è una correlazione tra questo sport e la letteratura. Il modo in cui uno scrittore colloca una virgola, un aggettivo, il modo in cui percepisce la propria musica, il respiro della frase, tutto ciò si ritrova in questo magico gioco. Vi è un calcio musicale, vi sono giocatori epici, giocatori lirici, giocatori accademici. Si riconoscono tanto in letteratura quanto nel calcio. In realtà, non è il cervello a dare i segnali, ma un centro situato tra quelle due parti fondamentali del nostro corpo che sono da un lato gli organi, gli organi emotivi del desiderio, e dall’altro la testa, che regola questa strategia di vita per evitare che si trasformi in pulsione di caos e distruzione. E la cosa che si trova a metà strada fra la nostra animalità e la nostra intelligenza tutta cerebrale è il cuore dell’uomo: è lui che dà al gioco, e anche alla letteratura, questa pienezza. Il cuore, questo grande escluso dal materialismo economico che ci circonda!

Certi libri stanno lì ad aspettarti, persi in uno scaffale, chiusi in uno scatolone o abbandonati su qualche treno. Il libro di oggi è un piccolo gioiello barocco, fermo al bancone del Professore, a Piazzale Flaminio, a Roma. È Once cuentos de futbol, di Camilo Josè Cela.

C'è solo un aggettivo che può descrivere Camilo Josè Cela e il suo modo di scrivere. È esperpentico. Un modo di descrivere la realtà in maniera deformata, grottesca, spesso insensata. Si tratta di uno stile letterario creato da Ramon Maria del Valle-Inclan e dalla Generazione del '98, gruppo di intellettuali spagnoli dei primi anni del ventesimo secolo.

Esperpentico è il modo in cui Cela offre la sua estetica, deformata e surreale, che solo il senso tragico della vita spagnola può creare.

Classe 1916, galiziano, padre gallego e madre spagnola di origini italo-inglesi, Camilo Josè Cela è stato Premio Nobel per la Letteratura nel 1989, "per una prosa ricca ed intensa, che con la pietà trattenuta forma una visione mutevole della vulnerabilità dell'uomo". Tra le sue opere più importanti ci sono La famiglia di Pascual Duarte (1942), L'alveare (1951), San camilo 1936 (1969).

cela

E nella sua sterminata bibliografia, c'è una perla, piccola e preziosa. Sono gli Undici racconti sul calcio, raccolta del 1963, pubblicata in Italia da Passigli, con traduzione di Bruno Arpaia. Undici racconti strani, curiosi, assurdi, ambientanti in una Spagna che sembra a tratti medievale a tratti moderna, priva di tempo. Il calcio, un po' ovunque, è un pretesto, uno sfondo in cui si riconcorrono boia e banchieri, cavalli e politici, cani ed angeli, bambine e carabinieri.

Vi proponiamo un racconto degli undici. Quello dei due portieri e del cavallo allenatore.

Alta scuola

Un cavallo! Un cavallo! Campo aperto!
- Espronceda

 

Il mantello sauro, nei purosangue inglesi, ha tre tipi di sfumature, vale a dire: bruciato, chiaro e dorato. Il sauro bruciato si suddivide, a sua volta, in altre due: il sauro nerastro spento o liver chestnut, per esempio il puledro Equipoise, e il sauro rosso scuro con riflessi ramati o dark chestnut, per esempio la tre anni Pretty Polly. Il sauro chiaro ha il tono rosso acceso della pelle della volpe; lo stallone Man O’War, che si è coperto di gloria generando campioni, era sauro chiaro (sebbene avesse la criniera più scura, che tendeva al rame). Il sauro dorato, a volte con un riflesso brillante e sempre con balzane e una striscia bianca sul muso, è il più frequente: l’eroe Pocahontas e tutta la famiglia erano sauri dorati.

Gainsborough XXI, il crack che allena Teogenes e Teogonio, i due dioscuridi portieri del Waldetrudis Pucarà F.C. (Alta scuola), è un dark chestnut, come Donatello, trisnipote di Pretty Polly, che era pronipote di Call Boy, il nipote di Bachelor’s Double, a sua volte pronipote dell’archetipo Hermit. Di tutta la stirpe, l’unico che ha provato a giocare a pallone è stato Gainsborough XXI, che è stato campione d’Europa con lo Stade de Castelnaudary, la culla del riconfortante alimento che chiamano cassoulet (che non è di Tolosa, come informano la Guide Bleau, il Baedeker e altre fonti di parte); a Castelnaudary si può mangiare un cassoulet molto affidabile all’Hotel Fourcade, al de France e al Notre Dame, tutti e tre buoni. Poi, quando la FIFA lo ha squalificato perché era un cavallo, Gainsborough XXI è diventato allenatore ed è passato a prestare i suoi servigi nel Waldetrudis Pucarà F.C. (Alta scuola), la squadra che, portando alle estreme conseguenze la tattica del catenaccio, gioca con due portieri: Teogenes, portiere destro, e Teogonio, portiere sinistro.

Teogenes Caldueno Acebal, alias la stecca un asturiano di Llanes, agile come il capriolo e svelto come la volpe, che non ha altri inconvenienti se non quello di mostrare troppo a fior di pelle la fluttuante vena della follia. Teogonio Alcaraz Valronquillo, alias Ladro di polli, invece, è equanime e caparbio (anche atletico), conservatore, disciplinato e sensato, stimato per il suo buon senso. Teogonio Alcarez Valronquillo, Ladro di polli, è toledano di Gerindote, vicino Torrijos, latitudine che produce levrieri come Dio comanda e maturi al punto giusto.

“E gli piace il civet di lepre?”

“Ma certo, come a ogni buon levriere, anche se (sia detto a onor del vero) cerca di reprimere il piacere e si sforza di imbrigliarlo”.

Teogenes e Teogonio sono complementari, di qui la loro efficienza. Gainsborough XXI è molto orgoglioso del loro comportamento e non ha bisogno di prenderli a pedate né di imporgli multe o altre sanzioni (non sempre di indole economica, ma anche morale). Gainsborough XXI è un manager soft, un allenatore molto psicoterapico e scientifico, e il Waldetrudis Pucarà F.C. (Alta scuola) è un club che gode della simpatia generale.

La Stecca ( che ha cominciato come giocatore di biliardo a sponda) è specializzato nel salvare tiri con l’effetto, che devia in corner solo guardandoli, e Ladro di polli (che ha fatto il chierichetto) si occupa di attendere al varco le brave mezzali (come Luis Regueiro o Hilario Marrero), che non mancano mai. Di solito la Stecca scende in campo con un maglio verde (atavismo dei suoi tempi di giocatore di biliardo) e Ladro di polli, non per serietà, ma per tattica deliberata, è uso vestire di rosso (colore che da ai nervi all’avversario e gli fa spesso lisciare il tiro e mandare il pallone nelle nuvole). Gainsborough XXI li allena a base di moderazione e malizia perché pensa che, per colpire duro e lavorare ai menischi, bastino e avanzino i difensori (Arracudiagaguirregoitia II, Guizaburuagaetzeberri II e il canario Cubito, che p un fetente con la faccia da mosca morta). Il Waldetrudis Pucarà F.C. (Alta scuola) aspira ad avere una squadra in cui ognuno dei giocatori sia ben convinto dei suoi obblighi e nella quale non ci sia un solo uomo che non sappia a memoria quale sia la parte che gli tocca recitare. Teogenes Caldueno Acebal, la Stecca, e Teogonio Alcaraz Valronquillo, Ladro di polli, hanno assimilato così bene lo spirito del Waldetrudis Pucarà F.C. (Alta scuola) e di Gainsborough XXI, il suo allenatore, che si sono fatti tatuare sul ventre, a formare un fregio attorno all’ombelico, il verso 355 del libro I delle Metamorfosi di Ovidio: Nos duo turba sumus, noi due formiamo una moltitudine, e fin quando è così non ci fa gol nemmeno Napoleone Bonaparte. Teogenes e Teogonio, sostenendosi l’uno con l’altro (memoria con memoria, intendimento con intendimento, volontà contro volontà), formano una barriera insormontabile, un muro di fronte al quale non possono nulla né i lamenti né imprecazioni, mai ascoltate.

“E non gli fanno un gol neanche per miracolo?”

“Guardi, signora: per miracolo, proprio per miracolo, sì; ma in nessun altro modo. Quest’anno, per esempio, ancora non gli hanno infilato nessun gol (si sa che non è un buon anno per i miracoli, forse ha piovuto troppo), nonostante abbiano giocato più di settanta e dispari partite. Teogenes e Teogonio, be’, la Stecca e Ladro di polli, sono imbattibili, mi creda, almeno fino a quando gli si cancella il tatuaggio sulla pancia, e i tatuaggi, signora, lei sa come sono indelebili”.

Gainsborough XXI è un sauro dark chestnut. La Stecca e Ladro di polli sono, per i capelli, sauri dorati con un leggero riflesso brillante (più evidente nella stecca). I portieri dal mantello baio, isabellino, pomellato, perlaceo, testa di moro, pezzato (alto o basso) e chubarì, di solito sono impacciati e attaccabrighe, sebbene a volte risultino vistosi e facciano la loro figura. Ci sono allenatori che negano l’evidenza; peggio per loro: scaduti i termini del contratto – di solito, a fine stagione – li esonerano e pace. Gainsborough XXI non è, certamente, uno di loro. I dirigenti del Waldetrudis Pucarà F.C. (Alta scuola) sono molti soddisfatti dei suoi servigi, del suo comportamento, del suo rendimento, dei risultati ottenuti dalla squadra sotto i suoi ordini, eccetera. Gainsborough XXI, che preferisce i campi di calcio agli ippodromi, non ha mai vinto il Derby, né il St Leger, né gli Oaks, né le Duemila Ghinee, ma in compenso è stato cantato dai poeti.

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