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Milan, una luce in fondo al baratro

Affrontiamo questa seconda puntata dell’Opinione ...

Scrivere di sport non è un mestiere inferiore”. Così rispondeva Manuel Vazquez Montalban alla giornalista di Repubblica, Emanuela Audisio. L’occasione di quella chiacchierata era una finale di Champions League tutta italiana: Milan Juventus, nel 2003.

Lo scrittore catalano sarebbe morto nell’ottobre dello stesso anno, stroncato da un infarto nell’aeroporto di Bangkok. Oggi avrebbe compiuto 80 anni. Era nato, infatti, il 14 luglio 1939, in quella Barcellona in cui si aggirava il suo Pepe Carvalho, detective dal fiuto sopraffino e dalla bocca raffinata. Per capire gli intrecci tra letteratura e calcio, ma anche politica e società, proponiamo la versione integrale di quella, fantastica, intervista.

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Montalban: Spagna mia, quante star inutili

Si starà consolando con un bianco del Penedes. Nella sua casa sopra Barcellona, con una cucina funzionale, ma vecchio stile. Seduto nel salotto, mentre fuori nel giardino i suoi due cani abbaiano. E sulle pagine, il suo personaggio più famoso, Pepe Carvalho, è in fuga per il mondo. Due italiane, protagoniste per l'Europa. E la Spagna, ricacciata nel ruolo di guardona.

Allora Manuel Vasquez Montalban, è una finale dura da digerire?

Per la Spagna che non ci è arrivata, lo è, eccome. Si era tanto parlato di Real e di Barcellona, di nuovo calcio iberico, antagonista a quello italiano. E invece stiamo a guardare. Abbiamo le star: Ronaldo, Zidane, Raul, abbiamo campioni capaci di risolvere da soli la partita, ma quando non ci riescono?

Cos' è, si lamenta del calcio che punta allo spettacolo, al numero da esibizione?

Mi lamento di un calcio spagnolo che rispetto a quello italiano non ha avuto gioco collettivo. I suoi campioni non sono riusciti ad andare in gol, il resto della squadra nemmeno. Non sarà un caso che in questo momento la formazione leader nel campionato spagnolo, con un punto di vantaggio sul Real, non è una squadra di ricconi, ma il quasi sconosciuto Real Sociedad.

Quella che ha il turco Nihat e come attaccante Kovacevic?

Sì e il tecnico francese Denoueix in panchina. Almeno loro un'idea di gioco ce l'hanno, Real e Barcellona invece puntano sulla pura individualità. Ma se il trapezista ha il mal di testa chi fa il salto mortale? Comunque la Juve contro il Real mi ha impressionato, mai vista così tanta attenzione e concentrazione. Per me è stata una sorpresa. Quando vedi un gruppo di uomini stare così attaccati alla loro idea, alla loro preda, non puoi non complimentarti per la determinazione.

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Anche lei dirà che tra Agnelli e Berlusconi è una finale tra un vecchio e nuovo padrone.

La trovo una finale straordinaria. Così come trovo straordinario studiare l'origine politica del calcio. Togliatti, capo del partito comunista, tifava Juve. Berlusconi che è un leader mediatico usa e vende il Milan come propaganda. Agnelli con la Juve si è costruito un consenso popolare. Il nostro stesso premier Aznar, che ha una predisposizione per l'ideologia imperiale, è vicino al Real. Ma la cosa più importante è che il cliente del calcio se ne frega di tutto questo. Anzi è piuttosto schizofrenico. Vota un partito e tifa in maniera sfegatata per la squadra che appartiene al nemico politico. Io ormai il calcio lo chiamo la comunione dei santi. E' un'offerta all' interno del mercato della religione, nemmeno dello spettacolo. E' come andare a messa, con il calciatore al posto del sacerdote, con un certo rito da osservare. C'è l'attesa, la speranza, la consolazione, l'identità, la soddisfazione, c'è la costruzione di un immaginario. Che va oltre il capo del governo e di un'azienda. Si è del Milan o della Juve a prescindere dai presidenti delle squadre. Sa cosa mi ha riferito un grande giocatore come Jorge Valdano?

Le ha confessato un segreto da spogliatoio?

Mi ha detto che tutta la memoria del calcio dipende da attimi magici. Che il mondo si ricorda di Pelè, di Maradona, di Di Stefano perché nella mente ha un'immagine, un'azione, un gol. E per tutta la vita il calcio sarà quel momento. E così che si costruisce una fede, è così che da ragazzi si comincia ad appartenere ad una squadra e non si smette mai.

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Lei per chi tifa?

Trovo il Milan una buona squadra, in tutti i reparti. Maldini è insostituibile, come il Papa. Anche se non capisco quello che sta capitando a Rivaldo. E' un problema di rapporto con la cultura nazionale, si vede che la soffre. Anche altri, come Kluivert, si sono trovati male in Italia. Nella Juve la genialità è di Del Piero, ma l'organizzazione, l'intelligenza e la strategia sono di Nedved, che non ci sarà. La Juve mi pare più laica, più fredda, vedi che sa vincere e che ha sempre voglia di farlo.

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Perché in Spagna e in Sudamerica molti scrittori scrivono di calcio e in Italia no?

Perché tradizionalmente in questi paesi per la mia generazione scrivere di calcio voleva dire poter criticare la dittatura e gente come Franco, perché la destra ha sempre usato il pallone e su di esso è stata capace di costruire e di mobilitare un potere politico, sociale, culturale. O forse perché in Italia gli scrittori credono che il calcio sia un tema troppo basso da trattare. Da noi a parte me e Javier Marìas c' è anche il signor Racioneo. E' il capo della biblioteca nazionale di Spagna ed anche è il commentatore sportivo del Mundo Deportivo, giornale della Catalogna. Noi non pensiamo che scrivere di sport sia un mestiere inferiore.

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Farà bene all'Italia questa finale un po' da incesto?

Certo. Risolleverà l'immagine del paese. Porterà un po' di prestigio. Sarà un ottimo spot, anche se non riguarda una supremazia in campo economico o quello in una strategia militare. Soprattutto un anno dopo i mondiali, quando il calcio italiano tornò a casa a mani vuote, sconfitto da sé stesso e dagli altri. Perché la nazionale azzurra che ha una grande tradizione, rispetto a quella assai modesta della Spagna, ha anche il difetto di congelare tutto il nuovo e il buono che viene dal campionato. Più che esaltare i giocatori, li deprime. Con un tatticismo che imprigiona e paralizza.

Pepe Carvalho per chi terrebbe?

Magari per l'Arcigola o per lo Slowfood. Per un paese dove a parte saper giocare, si è ancora capaci di mangiare.

 

Dall'archivio de La Repubblica, 28 maggio 2003

L’Arsenal e una finale da Febbre a 90’

 

Raccontare e descrivere la passione che si prova per la propria squadra del cuore non è semplice.

C’è chi lo fa vivendo lo stadio ogni domenica e chi, come Nick Hornby, lo fa scrivendo un libro che sottolinea le sfumature più complesse e tragicomiche dell’essere tifoso. Con Febbre a 90’ si può comprendere quanto possa essere folle l’amore per il calcio e come questo potrebbe condizionare la vita di molte persone, a volte aiutandole, altre volte lasciandole cadere in un baratro senza fondo.

Essere tifoso dell’Arsenal ha provocato molti scossoni alla vita di Hornby, che forse oggi, in attesa della finale di Europa League di stasera, sta vivendo delle sensazioni che potrebbero allungare di qualche pagina il suo libro. In questa ultima fase della stagione 2018/2019 i Gunners hanno evitato in tutti i modi il quarto posto, mancando la qualificazione in Champions League e non riuscendo a superare il Tottenham che non ha mai vinto nelle ultime quattro giornate di campionato. Il gioco che Unai Emery ha portato ad Highbury non ha sempre brillato, ma è servito per raggiungere una finale di una coppa europea che potrebbe finalmente riportare a festeggiare una tifoseria isolata, che ha sempre avuto tutti contro e che è stata spesso vittima del suo stesso calcio controproducente.

 

“Qualsiasi tifoso dell'Arsenal, dal più giovane al più vecchio, sa che nessuno ci vuole, e quest'antipatia la respiriamo quotidianamente intorno a noi”

 

 L’Europa League dell’Arsenal ha messo in mostra il loro potenziale nelle verticalizzazioni. 

 

L’Arsenal di Emery ha fatto passi in avanti rispetto alle ultime stagioni di Wenger, soprattutto nelle transizioni offensive, dove nelle sue verticalizzazioni, specialmente per vie esterne, ha causato vari problemi alle difese avversarie.

Tra i giocatori che hanno sorpreso di più ci sono i due centrocampisti Matteo Guendouzi e Lucas Torreira, ma i numeri fanno automaticamente comprendere che ci si dovrebbe soffermare un po’ di più sulla stagione di Aubameyang e Lacazette. Il gabonese ha segnato 22 gol in Premier League, vincendo la Scarpa d’oro nella sua prima stagione inglese insieme a Salah e Manè. Il suo apporto nella manovra offensiva è essenziale negli ultimi metri, dove è riuscito ad andare in gol in molteplici modi differenti. Il suo punto di forza, oltre a un grande fiuto per il gol, sta nella prestanza fisica unita all’incredibile velocità (durante gli anni trascorsi a Dortmund riuscì a coprire 30 metri di distanza in 3,7 secondi: 8 decimi in meno rispetto a Usain Bolt).

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Il francese è stato meno prolifico, ma il suo sostegno è stato essenziale in moltissime circostanze. La stagione di Alexandre Lacazette è stato un crescendo e si è materializzata con la doppia cifra sia per gli assist che per i gol (19 gol e 11 assist). L’Europa League dell’Arsenal è stato un continuo di alti e bassi: ottima la fase a gironi, ma estremamente pericolosi i sedicesimi e gli ottavi di finale. Contro il Napoli ai quarti di finale e nelle semifinali con il Valencia, invece, ha ritrovato quella quadratura che l’ha portato a poter disputare il derby nella finale di Baku. La partita contro il Chelsea li metterà di fronte a una squadra che, come loro, si è ricostruita con un nuovo allenatore in questa stagione. Due squadre con una nuova identità di gioco e con qualche difetto che a volte le rende vulnerabili. Una finale che potrebbe non regalare lo stesso spettacolo di quella della Champions League, tutta inglese anche lei, ma che, in qualche modo, aiuterà sicuramente a crescere i due club sotto alcuni aspetti. Una finale totalmente irrazionale, come l’Arsenal durante la vita di Nick Hornby.

 

“E per quanto riguarda quelli dell'Arsenal... (i tifosi ndr.) È impossibile pensare di non essere stati influenzati dal fatto di amare ciò che il resto del mondo considera fondamentalmente indegno di amore"

 

 

 Una delle migliori coppie d’attacco del 2019. 

 

Naturalmente, ogni impresa dell’Arsenal è riconducibile a Febbre a 90’, ma questa finale lo fa con più convinzione. Nel suo libro Hornby descrive la costante insofferenza che lo ha accompagnato nel corso della sua vita, quando ha dovuto affrontare (come se fosse un giocatore o un allenatore) gli 0-0 delle piovose domeniche inglesi. I Gunners di questa stagione non hanno certo brillato con costanza, ma potrebbero, in modo inaspettato, portare a casa un trofeo di grande prestigio. La delusione che li accompagnerebbe in caso di sconfitta potrebbe essere, quindi, estremamente difficile da sopportare, perché l’amarezza va espulsa nel tempo come una tossina, soprattutto quando le vittorie importanti non arrivano da tanti anni.

Hornby ha sempre associato un periodo positivo della sua vita a un momento in cui l’Arsenal gioca bene, ma questo è accaduto anche al contrario. Si tratta di un tifoso ammalato, come ce ne sono molti, ma che ha utilizzato questa malattia per sconfiggerne un’altra ben più grave: la depressione. Un 2-1 in rimonta a White Hart Lane nel 1986 la spazzò via e, da quel giorno in poi, quella bestia che ti può trascinare lentamente in un baratro senza uscita non si presentò più. Una vittoria della propria squadra del cuore può stravolgere la vita di un tifoso. Sembra follia (e probabilmente lo è), ma accade molto più spesso di quanto si possa immaginare.

Una vittoria dell’Arsenal nella finale di Europa League di stasera contro il Chelsea potrebbe riportare colore a una tifoseria che negli anni si è ingrigita e che sta dimenticando come si festeggiano i successi più importanti. Questa coppa potrebbe regalare una delle gioie più belle che un uomo inglese di Higbury possa provare, perché la miglior felicità è quella che si presenta in modo inaspettato, non quella che con certezza arriverà.

 

“Siate tolleranti, quindi, con quelli che descrivono un momento sportivo come il loro miglior momento in assoluto. Non è che manchino di immaginazione, e non è nemmeno che abbiamo avuto una vita triste e vuota; è solo che la vita reale è più pallida, più opaca, e offre meno possibilità di frenesie impreviste”

Alla base delle grandi passioni, anzi, al loro cuore, c’è quasi sempre un vuoto. Un vuoto da colmare, non importa tanto con cosa. Come potrebbe importare se la tua vita passa da una rissa a una pinta di birra, da una canna rollata alla perdita di un amico? Cosa potrebbe importare se hai vissuto per tutta la vita con un padre alcolizzato, sei stato abbandonato da tua madre, sei innamorato di una tossica e sei cresciuto con il mito di tuo zio hooligans?

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La copertina di Hool, traduzione di Riccardo Cravero

Il libro di Philipp Winkler parla proprio di questo. Il titolo è Hool, uscito in Italia per 66thand2nd, e significa proprio hoolingans, ma fa un rumore diverso. È un suono, un urlo tribale, un canto di lotta dei suoi protagonisti. Perché Heiko, suo zio Axel, i suoi amici Kaj, Ulf e Jojo, sono un gruppo di tifosi dell’Hannover 96, squadra del campionato di calcio tedesco. Il loro campo però non è lo stadio, dove vanno raramente, il loro terreno da battaglia è fuori, nelle strade isolate, in periferia, nei boschi fuori città dove la polizia non può arrivare. Basta un messaggio, una chiamata all’altra tifoseria, un appuntamento. Poi qualche regola fissa, quasi un codice d’onore: niente coltelli, solo mani, non si mena chi è a terra. E inizia la baldoria.

 

“C’è differenza tra ultras e hooligans, una differenza che in Germania è evidente, ma in altri paesi è più sottile – spiega Philipp Winkler - Nel primo caso parlerei di una cultura giovanile, a vocazione di massa, mentre per gli hooligans il discorso è diverso. Si tratta di un circuito molto più ridotto, meno articolato dal punto di vista simbolico e che non raccoglie tanto gli adolescenti, ma ragazzi più grandi e, come nel caso di coloro che hanno cominciato a picchiarsi sugli spalti negli anni Novanta, uomini sulla quarantina. Per loro la violenza è una sorta di urgenza, non solo qualcosa che ha che fare con i meccanismi di socializzazione, ma che riguarda la propria identità, direi quasi il proprio istinto”.

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Philipp Winkler, autore del libro, classe 1986

Hool racconta i frammenti di vita di Heiko e gli altri senza retorica, senza giudicare. Il linguaggio è crudo e diretto, come i cazzotti che si danno i tedeschi tra il fango, la trama avvincente e non banale. Ingredienti che sono valsi a Winkler la vittoria del ZDP Aspekte Literaturpreis 2016 e un posto nella finale del più importante premio letterario tedesco, il Deutscher Buchpreis. Classe 1986, l’autore tra i sobborghi di Hannover ci è nato e cresciuto. Oggi vive a Lipsia, dopo aver girato tra Kosovo, Albania, Serbia e Giappone. “Il romanzo è ambientato nella mia zona, il protagonista, Heiko, ha all’incirca la mia età e come me viene da una famiglia operaia – ha raccontato l’autore a Il Manifesto - Volevo scrivere ciò che avrei sempre voluto leggere, vale a dire un romanzo sul fenomeno dell’hooliganismo in Germania che fino ad ora è stato trattato solo attraverso inchieste e reportage. Così, già quando studiavo scrittura creativa all’Università di Hildesheim ho cominciato a prendere appunti e ad immaginare una storia che almeno in parte è poi confluita in Hool”.

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I tifosi dell'Hannover 96

 

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Il libro, che è stato portato sulla scena dal regista teatrale Lars-Ole Walburg, non giudica e soprattutto non si compiace. Osserva e descrive. Studia il modo in cui queste schegge impazzite fanno i conti con la loro vita estrema e dimenticata. Dove tutto cambia e si trasforma, dove niente ha valore. E così, per colmare un vuoto, ci si attacca a qualcosa di altrettanto, apparentemente, privo di senso: il calcio, i colombi del nonno, la carriera, un posto di lavoro, la tigre di Arnim, i cazzotti, la birra.

Una scena tratta da Green Street Hooligans

A tratti Fight Club di Chuck Palahniuk, a tratti Trainspotting di Danny Boyle, anche se “in realtà quando ho scritto Hool credo di essermi ispirato, sia per quanto riguarda la lingua e i dialoghi che, per così dire, il «materiale didattico», più ad Arancia meccanica di Burgess che ad altro”.

Aldilà della violenza e delle droghe vendute sottobanco in palestra, Hool nasconde un romanzo di formazione incompleto che è tutto nelle scelte e nelle parole di Heiko, nelle sue notti in macchina a guardare la luce accesa della casa della ragazza che ama senza salire, nel sangue che leva con cura dai vestiti dopo ogni rissa senza smettere di lottare. Nel guardare il vuoto che ha dentro, senza smettere di provare a colmarlo.

#4 Gianni Rodari e il calcio

Sarebbe fin troppo semplice dire che Gianni Rodari, in un immaginario campo di calcio, avrebbe giocato da fantasista. Per la sua semplicità, per la sua naturalezza, avrebbe giocato bene a centrocampo, ad impostare la manovra con passaggi lineari, come la rima “cuore-amore”.

Gianni Rodari è morto il 14 aprile 1980, a soli 60 anni. Classe 1920, ha attraversato il regime fascista prima da studente poi da maestro. Nel ’43 viene richiamato alle armi dalla Repubblica Sociale, ma il giovane Rodari non ci sta. Ha perso Nino e Amedeo, due carissimi amici, il primo nel naufragio della nave Calipso, il secondo nella campagna di Russia, suo fratello viene internato in un campo di concentramento nazista in Germania. Così Gianni Rodari diventa partigiano, nella clandestinità lombarda. Finita la guerra inizia la carriera da giornalista, prima al ciclostilato Cinque punte, poi dirigendo L’Ordine Nuovo e infine sulle pagine de L’Unità di Milano, dove cura una rubrica: “La domenica dei piccoli”.

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Non per tutti domenica è festa” recita una tra le centinaia di sue filastrocche. “Non è festa per il tranviere, il vigile urbano il ferroviere, non è domenica per il fornaio”. E fornaio era proprio il padre di Rodari, morto per salvare un gatto: “L’ultima immagine che conservo di mio padre è quella di un uomo che tenta invano di scaldarsi la schiena contro il suo forno. É fradicio e trema. É uscito sotto il temporale per aiutare un gattino rimasto isolato tra le pozzanghere. Morirà dopo sette giorni, di broncopolmonite.” 

Ma la domenica, lo sappiamo, è anche il giorno del campionato, delle partite, del calcio. Un universo a cui neanche Rodari resta indifferente, ma che entra nelle sue filastrocche, nei suoi racconti, nelle sue parole, per parlare ai bambini con semplicità e fantasia, come il caso della “Storia di un pallone”:

 

Caduto nel fossato,

un anziano pallone

narrava al vicinato

(la rana,il gamberone)

le sue passate gesta,

quando,ad ogni partita

era il re della festa,

tra una folla impazzita.

- Migliaia d'occhi umani

guardavano me solo!

E quanti battimani,

che grida,ad ogni volo!

Elastico balzavo

Da un giocatore all'altro,

sfuggivo anche al più bravo,

ingannavo il più scaltro.

Correvo per il campo

(che sia,voi lo sapete...)

rapido come il lampo

guizzavo nella rete:

allora nello stadio

scoppiava il finimondo.

Io riprendevo subito

L'allegro girotondo...

- Capisco,eri un campione-

fece un ranocchio -ma,

come finisti qua?

Strappato,il poveretto,

ai suoi sogni di gloria,

rimase un po' interdetto,

poi...narrò un'altra storia:

-La vita ogni domenica

ben dura mi rendevano:

ventidue giocatori

a calci mi prendevano...

 

Il calcio e il pallone fa parte di un immaginario che unisce tutta la penisola, dal nord al sud, arrivando ovviamente anche a Napoli, che di lì a poco avrebbe ospitato uno dei maggiori poeti di questo sport:

 

NAPOLI SENZA SOLE

Filastrocca del Pallonetto,

vicolo storto, vicolo stretto, s

enza cielo e senza mare,

senza canzoni da cantare...

Chi farà musica e parole per te,

Napoli senza sole?

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Parlando del suo lavoro, Gianni Rodari diceva:

Il 2 novembre 1975 il corpo di Pier Paolo Pasolini veniva trovato, privo di vita, sulla spiaggia di Ostia. Tra i più grandi intellettuali della storia d'Italia, poeta e scrittore, regista e giornalista, fu anche un grandissimo appassionato di calcio. Tifoso del Bologna, fantasiosa ala destra, per lui questo sport era "l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro".

In questo suo saggio, pubblicato su Il Giorno, il 3 gennaio 1971, Pasolini assimila il calcio a un vero e proprio linguaggio. Ecco il testo:

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Il calcio “è” un linguaggio con i suoi poeti e prosatori 

Nel dibattito in corso sui problemi linguistici che artificialmente dividono letterati da giornalisti e giornalisti da calciatori sono stato interrogato da una gentile giornalista per l'Europeo: ma le mie risposte sul rotocalco sono risultate un po' menomate e fioche (per via delle esigenze giornalistiche!). Siccome l'argomento mi piace, vorrei ritornarci sopra con un po' di calma e con la piena responsabilità di ciò che dico. Che cos'è una lingua? "Un sistema di segni", risponde nel modo oggi più esatto, un semiologo.
Ma questo "sistema di segni" non è solo necessariamente una lingua scritto-parlata (questa qui che usiamo adesso, io scrivendo, e tu, lettore, leggendo).

I "sistemi di segni" possono essere molti. Prendiamo un caso: io e tu, lettore, ci troviamo in una stanza dove sono presenti anche Ghirelli e Brera, e tu vuoi dirmi di Ghirelli qualcosa che Brera non deve sentire. Allora non puoi parlarmi per mezzo del sistema di segni verbali: devi per forza adottare un altro sistema di segni: per esempio, quello della mimica: allora cominci a torcere gli occhi, a fare delle boccacce, ad agitare le mani, ad accennare dei gesti coi piedi ecc. ecc. Sei il "cifratore" di un discorso "mimico" che io decifro: ciò significa che possediamo in comune un codice "italiano" di un sistema di segni mimico.

Ci sono ventidue "podemi". Un altro sistema di segni non verbale è quello della pittura; o quello del cinema; o quello della moda (oggetto di studi di un gran maestro in questo campo, Roland Barthes) ecc. ecc. Il gioco del football è un "sistema di segni"; è, cioè, una lingua, sia pure non verbale. Perché faccio questo discorso (che voglio poi schematicamente proseguire)? Perché la querelle che pone uno contro l'altro il linguaggio dei letterati e quello dei giornalisti è falsa. E il problema è un altro.

Vediamo. Ogni lingua (sistema di segni scritti-parlati) possiede un codice generale. Prendiamo l'italiano: io e tu, lettore, usando questo sistema di segni, ci comprendiamo, perché l'italiano è un nostro patrimonio comune, "una moneta di scambio". Ogni lingua, però, è articolata in varie sottolingue, di cui ognuno possiede un codice: e allora gli italiani medici si comprendono fra loro - quando parlano il loro gergo specializzato - perché ognuno di essi conosce il sottocodice della lingua medica; gli italiani teologi si comprendono fra loro perché possiedono il sottocodice del gergo teologico, ecc. ecc. Anche la lingua letteraria è una lingua gergale che possiede un sottocodice (in poesia, per es., invece di dire "speranza" si può dire "speme", ma ognuno di noi non si meraviglia di questa cosa buffa, perché è a conoscenza che il sottocodice della lingua letteraria italiana richiede e ammette che in poesia si usino latinismi, arcaismi, parole tronche ecc. ecc.).

Il giornalismo non è un ramo minore della lingua letteraria: per comprenderlo noi ci valiamo di una specie di sottocodice. In parole povere, i giornalisti altro non sono che degli scrittori, che, per volgarizzare e semplificare concetti e rappresentazioni, si valgono di un codice letterario diciamo - per restare in campo sportivo - di serie B. Anche il linguaggio di Brera è di serie B rispetto al linguaggio di Carlo Emilio Gadda e di Gianfranco Contini.

E quello di Brera è forse il caso più dignitosamente qualificato del giornalismo sportivo italiano.

Non esiste dunque conflitto "reale" tra scrittura letteraria e scrittura giornalistica; è questa seconda, che, ancillare com'è sempre stata, esaltata ora dal suo impiego nella cultura di massa (che non è popolare!!), accampa pretese un po' superbe, da parvenue. Ma veniamo al football.

Il football è un sistema di segni, cioè un linguaggio. Esso ha tutte le caratteristiche fondamentali del linguaggio per eccellenza, quello che noi ci poniamo subito come termine di confronto, ossia il linguaggio scritto-parlato.

Infatti le "parole" del linguaggio del calcio si formano esattamente come le parole del linguaggio scritto-parlato. Ora, come si formano queste ultime? Esse si formano attraverso la cosiddetta "doppia articolazione" ossia attraverso le infinite combinazioni dei "fonemi": che sono, in italiano, le 21 lettere dell'alfabeto.

I "fonemi" sono dunque le "unità minime" della lingua scritto-parlata. Vogliamo divertirci a definire l'unità minima della lingua del calcio? Ecco: "Un uomo che usa i piedi per calciare un pallone" è tale unità minima: tale "podema" (se vogliamo continuare a divertirci). Le infinite possibilità di combinazione dei "podemi" formano le "parole calcistiche"; e l'insieme delle "parole calcistiche" forma un discorso, regolato da vere e proprie norme sintattiche.

I "podemi" sono ventidue (circa, dunque, come i fonemi); le "parole calcistiche" sono potenzialmente infinite, perché infinite sono le possibilità di combinazione dei "podemi" (ossia, in pratica, dei passaggi del pallone tra giocatore e giocatore); la sintassi si esprime nella "partita", che è un vero e proprio discorso drammatico.

I migliori dribblatori del mondo. I cifratori di questo linguaggio sono i giocatori, noi, sugli spalti, siamo i decifratori: in comune dunque possediamo un codice.

Chi non conosce il codice del calcio non capisce il "significato" delle sue parole (i passaggi) né il senso del suo discorso (un insieme di passaggi).

Non sono né Roalnd Barthes né Greimas, ma da dilettante, se volessi, potrei scrivere un saggio ben più convincente di questo accenno, sulla "lingua del calcio". Penso, inoltre, che si potrebbe anche scrivere un bel saggio intitolato Propp applicato al calcio: perché naturalmente, come ogni lingua, il calcio ha il suo momento puramente "strumentale" rigidamente e astrattamente regolato dal codice e il suo momento "espressivo".

Ho detto infatti qui sopra come ogni lingua si articoli in varie sotto lingue, in possesso ciascuna di un sottocodice.

Ebbene, anche per la lingua del calcio si possono fare distinzioni del genere; anche il calcio possiede dei sottocodici, dal momento in cui, da puramente strumentale, diventa espressivo.

Ci può essere un calcio come linguaggio fondamentalmente prosastico e un calcio come linguaggio fondamentalmente poetico.

Per spiegarmi, darò - anticipando le conclusioni - alcuni esempi: Bulgarelli gioca un calcio in prosa: egli è un "prosatore realista"; Riva gioca un calcio in poesia: egli è un "poeta realista".

Corso gioca un calcio in poesia: ma non è un "poeta realista": è un poeta un po' maudit, extravagante.

Rivera gioca un calcio in prosa: ma la sua è una prosa poetica, da "elzeviro".

Anche Mazzola è un elzevirista, che potrebbe scrivere sul "Corriere della Sera": ma è più poeta di Rivera; ogni tanto egli interrompe la prosa, e inventa lì per lì due versi folgoranti.

Si noti bene che tra la prosa e la poesia non faccio distinzione di valore: la mia è una distinzione puramente tecnica.

Tuttavia intendiamoci; la letteratura italiana, specie recente, è la letteratura degli "elzeviri": essi sono eleganti e al limite estetizzanti; il loro fondo è quasi sempre conservatore e un po' provinciale... insomma, democristiano. Fra tutti i linguaggi che si parlano in un Paese, anche i più gergali e ostici, c'è un terreno comune: che è la "cultura di quel Paese: la sua attualità storica.

Così, proprio per ragioni di cultura e di storia, il calcio di alcuni popoli è fondamentalmente in prosa: prosa realistica o prosa estetizzante (quest'ultimo è il caso dell'Italia): mentre il calcio di altri popoli è fondamentalmente in poesia.

Ci sono nel calcio dei momenti esclusivamente poetici: si tratta dei momenti del "goal". Ogni goal è sempre un'invenzione, è sempre una sovversione del codice:ogni goal è ineluttabilità, folgorazione, stupore, irreversibilità. Proprio come la parola poetica. Il capocannoniere di un campionato è sempre il miglior poeta dell'anno. In questo momento lo è Savoldi,. Il calcio che esprime più goal è il calcio più poetico.

Anche il "dribbling" è di per sé poetico (anche se non "sempre" come l'azione del goal). Infatti il sogno di ogni giocatore (condiviso da ogni spettatore) è partire da metà campo, dribblare tutti e segnare. Se, entro i limiti consentiti, si può immaginate nel calcio una cosa sublime, è proprio questa. Ma non succede mai. È un sogno (che ho visto realizzato solo nei "Maghi del pallone" da Franco Franchi, che, sia pure a livello brado, è riuscito a essere perfettamente onirico).

Chi sono i migliori "dribblatori" del mondo e i migliori facitori di goal? I brasiliani. Dunque il loro calcio è un calcio di poesia: ed esso è infatti tutto impostato sul dribbling e sul goal.

Il catenaccio e la triangolazione (che Brera chiama geometria) è un calcio di prosa:esso è infatti basato sulla sintassi, ossia sul gioco collettivo e organizzato: cioè sull'esecuzione ragionata del codice. Il suo solo momento poetico è il contropiede, con l'annesso "goal" (che, come abbiamo visto, non può che essere poetico). Insomma, il momento poetico del calcio sembra essere (come sempre) il momento individualistico (dribbling e goal; o passaggio ispirato).

Il calcio in prosa è quello del cosiddetto sistema (il calcio europeo): il suo schema è il seguente:

catenaccio --> triangolazioni --> conclusioni

Il "goal"in questo schema, è affidato alla "conclusione", possibilmente di un "poeta realistico" come Riva, ma deve derivare da una organizzazione dei gioco collettivo, fondato da una serie di passaggi "geometrici" eseguiti secondo le regole del codice (Rivera in questo è perfetto: a Brera non piace perché si tratta di una perfezione un po' estetizzante, e non realistica, come nei centrocampisti inglesi o tedeschi).

Il calcio in poesia è quello del calcio latinoamericano: il suo schema è il seguente:

discese concentriche --> conclusioni

Schema che per essere realizzato deve richiedere una capacità mostruosa di dribblare (cosa che in Europa è snobbata in nome della "prosa collettiva"): e il goal può essere inventato da chiunque e da qualunque posizione. Se dribbling e goal sono i momenti individualistici poetici del calcio, ecco quindi che il calcio brasiliano è un calcio di poesia. Senza far distinzione di valore, ma in senso puramente tecnico, in Messico è stata la prosa estetizzante italiana a essere battuta dalla poesia brasiliana.

* Da Il giorno, 3 gennaio 1971
cit. in Il portiere caduto alla difesa. Il calcio e il ciclismo nella letteratura italiana del Novecento, a cura di Folco Portinari, Manni, Lecce, 2005,

"Il calcio è il re dei giochi. Per quale motivo? Secondo me, perchè - come la danza - riporta il nostro corpo a quel che si potrebbe definire la preistoria dei nostri movimenti. Nel calcio, vi è assolutamente vietato - se non giocate in porta, beninteso - l'uso delle mani e delle braccia. Insomma, degli organi con cui, abitualmente, eseguite tutti i vostri atti. Organi grazie ai quali ottenete il massimo di precisione, di rendimento e di destrezza. Potete adoperare soltanto piedi e gambe - questi antenati sottosviluppati delle mani e delle braccia. Ed ecco che, non potendo più fare ciò che per voi sarebbe normale o naturale, siete ritornati a funzioni arcaiche. Costretti a riannodare il legame con una memoria animale sepolta dentro di voi".

Inizia così il racconto di Vladimir Dimitrijevic, La vita è un pallone rotondo, edito in Italia da Adelphi, quasi una biografia calcistica, un'apologia del football, un suo elogio tra psicanalisi, pedagogia, letteratura e politica.

Non può che essere così per un autore che vede in questo sport "il filo conduttore" della sua vita. Nato a Skopje nel 1934, figlio di un orologiaio imprigionato dal regime di Tito, riesce a scappare in Svizzera nel 1954. Qui si mantiente lavorando in una fabbrica di orologi a Granges e poi, grazie all'ingaggio in una squadra di calcio, da centrocampista. Qui fonda una propria casa editrice, Editions L'Age d'Homme, curando soprattutto la collezione dei Classici slavi, diffondendo la letteratura dell'est Europa.

E l'occhio con cui Dimitrijevic guarda il calcio è proprio quello del letterato, del lettore: "Cercare di sapere qual è esattamente la zona che l'avversario considera più pericolosa e che rende il suo gioco febbrile: questo è il segreto. Oserei aggiungere che, da Gogol' a Dostoevskij, fino a Michail Bulgakov, la grande letteratura russa non ha avuto che un unico tema: l'uomo e il suo doppio".

In pochi riescono a raccontare il calcio e le sue mille sfaccettature come fa Dimitrijevic in questo libro. C'è spazio per tutto, dal calcio come aristocrazia della gamba al primo catenaccio di Helenio Herrera, da Maradona a Napoli alla krpenjaća, la palla fatta di stracci riempiti di sabbia e segatura che usavano i bambini per le strade della Jugoslavia.

Sembra aver capito l'essenza del calcio nella sua totalità quando parla di "squadre organiche, come il corpo umano", in cui tutto è "naturale, come la quiete degli organi che chiamiamo salute. Camminando per strada non ci curiamo del fatto che in quel preciso momento il nostro cuore pompa sangue, i muscoli si contraggono, i polmoni si dilatano. Allo stesso modo non si può costituire una squadra se non mediante una profonda capacità di compenetrazione tra l'allenatore - colui che vede la squadra, la valorizza - e, naturalmente, le individualità che la compongono".

Calcio come musica, come poesia. Calcio come rito, "La tela, i calzini, la segatura di legno o la polvere di carbone che recuperavamo nelle cantine", calcio come prodezza eroica, "tutti gli allenatori e gli educatori dovrebbero far leggere Omero e Pindaro a queste giovani anime, avide di imprese", calcio come mito, quello posseduto dal muratore Mate, che cantava le gesta della Stella Rossa ai bambini quando non c'erano radio né televisioni.

Per la nostra rubrica Bibliocalcio vi regaliamo un breve estratto de La vita è un pallone rotondo:

Bandire il cuore?

Avere ai piedi le scarpe con i tacchetti è quasi come avere un paio di zoccoli. Il calciatore, al pari del cavallo, ha perso le dita dei piedi, che, atrofizzandosi, sono degenerate in zoccoli. Il giocatore di calcio non si muove come noi. Per strada, al lavoro, quando ci si sposta, non tutto si conforma al piede. Nel calcio, invece, tutto è fatto per il piede, per la caviglia e per il ginocchio, che impongono il loro ritmo al corpo intero. Il piede è diventato un organo a se stante, ultrasensibile. E non bisogna dimenticare che l’andatura influisce sulla conformazione fisica.

Gli eserciti dell’antichità andavanno all’attacco con un assordante rumore di passi, il cui rimbombo aveva lo scopo di terrorizzare il nemico. Ma mai nessuna disciplina, se non il balletto, ha consentito alla gamba di essere l’elemento più importante, il più determinante. Questa aristocrazia della gamba, come ho già detto, è quel che c’è di più peculiare nel calcio. Di solito, nella vita di tutti i giorni, la gamba non trova una diretta applicazione, al cotnrario della mano, che regola la maggior parte dei nostri gesti ogni qualvolta prendiamo o gettiamo qualcosa. La gamba è ass

"Il calcio è il re dei giochi. Per quale motivo? Secondo me, perchè - come la danza - riporta il nostro corpo a quel che si potrebbe definire la preistoria dei nostri movimenti. Nel calcio, vi è assolutamente vietato - se non giocate in porta, beninteso - l'uso delle mani e delle braccia. Insomma, degli organi con cui, abitualmente, eseguite tutti i vostri atti. Organi graze ai quali ottenete il massimo di precisione, di rendimento e di destrezza. Potete adoperare soltanto piedi e gambe - questi antenati sottosviluppati delle mani e delle braccia. Ed ecco che, non potendo più fare ciò che per voi sarebbe normale o naturale, siete ritornati a funzioni arcaiche. Costretti a riannodare il legame con una memoria animale sepolta dentro di voi".

Inizia così il racconto di Vladimir Dimitrijevic, La vita è un pallone rotondo, edito in Italia da Adelphi, quasi una biografia calcistica, un'apologia del football, un suo elogio tra psicanalisi, pedagogia, letteratura e politica.

Non può che essere così per un autore che vede in questo sport "il filo conduttore" della sua vita. Nato a Skopje nel 1934, figlio di un orologiaio imprigionato dal regime di Tito, riesce a scappare in Svizzera nel 1954. Qui si mantiente lavorando in una fabbrica di orologi a Granges e poi, grazie all'ingaggio in una squadra di calcio, da centrocampista. Qui fonda una propria casa editrice, Editions L'Age d'Homme, curando soprattutto la collezione dei Classici slavi, diffondendo la letteratura dell'est Europa.

E l'occhio con cui Dimitrijevic guarda il calcio è proprio quello del letterato, del lettore: "Cercare di sapere qual è esattamente la zona che l'avversario considera più pericolosa e che rende il suo gioco febbrile: questo è il segreto. Oserei aggiungere che, da Gogol' a Dostoevskij, fino a Michail Bulgakov, la grande letteratura russa non ha avuto che un unico tema: l'uomo e il suo doppio".

In pochi riescono a raccontare il calcio e le sue mille sfaccettature come fa Dimitrijevic in questo libro. C'è spazio per tutto, dal calcio come aristocrazia della gamba al primo catenaccio di Helenio Herrera, da Maradona a Napoli alla krpenjaća, la palla fatta di stracci riempiti di sabbia e segatura che usavano i bambini per le strade della Jugoslavia.

Sembra aver capito l'essenza del calcio nella sua totalità quando parla di "squadre organiche, come il corpo umano", in cui tutto è "naturale, come la quiete degli organi che chiamiamo salute. Camminando per strada non ci curiamo del fatto che in quel preciso momento il nostro cuore pompa sangue, i muscoli si contraggono, i polmoni si dilatano. Allo stesso modo non si può costituire una squadra se non mediante una profonda capacità di compenetrazione tra l'allenatore - colui che vede la squadra, la valorizza - e, naturalmente, le individualità che la compongono".

Calcio come musica, come poesia. Calcio come rito, "La tela, i calzini, la segatura di legno o la polvere di carbone che recuperavamo nelle cantine", calcio come prodezza eroica, "tutti gli allenatori e gli educatori dovrebbero far leggere Omero e Pindaro a queste giovani anime, avide di imprese", calcio come mito, quello posseduto dal muratore Mate, che cantava le gesta della Stella Rossa ai bambini quando non c'erano radio né televisioni.

Per la nostra rubrica Bibliocalcio vi regaliamo un breve estratto de La vita è un pallone rotondo:

 

Bandire il cuore?

Avere ai piedi le scarpe con i tacchetti è quasi come avere un paio di zoccoli. Il calciatore, al pari del cavallo, ha perso le dita dei piedi, che, atrofizzandosi, sono degenerate in zoccoli. Il giocatore di calcio non si muove come noi. Per strada, al lavoro, quando ci si sposta, non tutto si conforma al piede. Nel calcio, invece, tutto è fatto per il piede, per la caviglia e per il ginocchio, che impongono il loro ritmo al corpo intero. Il piede è diventato un organo a se stante, ultrasensibile. E non bisogna dimenticare che l’andatura influisce sulla conformazione fisica.

Gli eserciti dell’antichità andavano all’attacco con un assordante rumore di passi, il cui rimbombo aveva lo scopo di terrorizzare il nemico. Ma mai nessuna disciplina, se non il balletto, ha consentito alla gamba di essere l’elemento più importante, il più determinante. Questa aristocrazia della gamba, come ho già detto, è quel che c’è di più peculiare nel calcio. Di solito, nella vita di tutti i giorni, la gamba non trova una diretta applicazione, al contrario della mano, che regola la maggior parte dei nostri gesti ogni qualvolta prendiamo o gettiamo qualcosa. La gamba è assai importante, ma con molta moderazione. Provate a darle il giusto spazio, ad accostarla a dei verbi: saranno camminare, correre, saltare, con qualche avverbio; niente di più. Il calcio è questo: la comunicazione, dal cervello alla caviglia, è del tutto insolita, apre un nuovo ventaglio di possibilità, e io credo che ogni bambino di cinque anni a cui lanciamo una palla ci fa capire subito se è un calciatore nato o se sarà soltanto un buon giocatore. Il calciatore vero si riconosce immediatamente, non lo si può inventare né simulare; il suo è un qualcosa di innato, un dono, un tocco inimitabile, l’arte di stoppare la palla; una cosa che non si impara. È esattamente come chi possiede uno stile letterario, perché a mio avviso c’è una correlazione tra questo sport e la letteratura. Il modo in cui uno scrittore colloca una virgola, un aggettivo, il modo in cui percepisce la propria musica, il respiro della frase, tutto ciò si ritrova in questo magico gioco. Vi è un calcio musicale, vi sono giocatori epici, giocatori lirici, giocatori accademici. Si riconoscono tanto in letteratura quanto nel calcio. In realtà, non è il cervello a dare i segnali, ma un centro situato tra quelle due parti fondamentali del nostro corpo che sono da un lato gli organi, gli organi emotivi del desiderio, e dall’altro la testa, che regola questa strategia di vita per evitare che si trasformi in pulsione di caos e distruzione. E la cosa che si trova a metà strada fra la nostra animalità e la nostra intelligenza tutta cerebrale è il cuore dell’uomo: è lui che dà al gioco, e anche alla letteratura, questa pienezza. Il cuore, questo grande escluso dal materialismo economico che ci circonda!

Certi libri stanno lì ad aspettarti, persi in uno scaffale, chiusi in uno scatolone o abbandonati su qualche treno. Il libro di oggi è un piccolo gioiello barocco, fermo al bancone del Professore, a Piazzale Flaminio, a Roma. È Once cuentos de futbol, di Camilo Josè Cela.

C'è solo un aggettivo che può descrivere Camilo Josè Cela e il suo modo di scrivere. È esperpentico. Un modo di descrivere la realtà in maniera deformata, grottesca, spesso insensata. Si tratta di uno stile letterario creato da Ramon Maria del Valle-Inclan e dalla Generazione del '98, gruppo di intellettuali spagnoli dei primi anni del ventesimo secolo.

Esperpentico è il modo in cui Cela offre la sua estetica, deformata e surreale, che solo il senso tragico della vita spagnola può creare.

Classe 1916, galiziano, padre gallego e madre spagnola di origini italo-inglesi, Camilo Josè Cela è stato Premio Nobel per la Letteratura nel 1989, "per una prosa ricca ed intensa, che con la pietà trattenuta forma una visione mutevole della vulnerabilità dell'uomo". Tra le sue opere più importanti ci sono La famiglia di Pascual Duarte (1942), L'alveare (1951), San camilo 1936 (1969).

cela

E nella sua sterminata bibliografia, c'è una perla, piccola e preziosa. Sono gli Undici racconti sul calcio, raccolta del 1963, pubblicata in Italia da Passigli, con traduzione di Bruno Arpaia. Undici racconti strani, curiosi, assurdi, ambientanti in una Spagna che sembra a tratti medievale a tratti moderna, priva di tempo. Il calcio, un po' ovunque, è un pretesto, uno sfondo in cui si riconcorrono boia e banchieri, cavalli e politici, cani ed angeli, bambine e carabinieri.

Vi proponiamo un racconto degli undici. Quello dei due portieri e del cavallo allenatore.

Alta scuola

Un cavallo! Un cavallo! Campo aperto!
- Espronceda

 

Il mantello sauro, nei purosangue inglesi, ha tre tipi di sfumature, vale a dire: bruciato, chiaro e dorato. Il sauro bruciato si suddivide, a sua volta, in altre due: il sauro nerastro spento o liver chestnut, per esempio il puledro Equipoise, e il sauro rosso scuro con riflessi ramati o dark chestnut, per esempio la tre anni Pretty Polly. Il sauro chiaro ha il tono rosso acceso della pelle della volpe; lo stallone Man O’War, che si è coperto di gloria generando campioni, era sauro chiaro (sebbene avesse la criniera più scura, che tendeva al rame). Il sauro dorato, a volte con un riflesso brillante e sempre con balzane e una striscia bianca sul muso, è il più frequente: l’eroe Pocahontas e tutta la famiglia erano sauri dorati.

Gainsborough XXI, il crack che allena Teogenes e Teogonio, i due dioscuridi portieri del Waldetrudis Pucarà F.C. (Alta scuola), è un dark chestnut, come Donatello, trisnipote di Pretty Polly, che era pronipote di Call Boy, il nipote di Bachelor’s Double, a sua volte pronipote dell’archetipo Hermit. Di tutta la stirpe, l’unico che ha provato a giocare a pallone è stato Gainsborough XXI, che è stato campione d’Europa con lo Stade de Castelnaudary, la culla del riconfortante alimento che chiamano cassoulet (che non è di Tolosa, come informano la Guide Bleau, il Baedeker e altre fonti di parte); a Castelnaudary si può mangiare un cassoulet molto affidabile all’Hotel Fourcade, al de France e al Notre Dame, tutti e tre buoni. Poi, quando la FIFA lo ha squalificato perché era un cavallo, Gainsborough XXI è diventato allenatore ed è passato a prestare i suoi servigi nel Waldetrudis Pucarà F.C. (Alta scuola), la squadra che, portando alle estreme conseguenze la tattica del catenaccio, gioca con due portieri: Teogenes, portiere destro, e Teogonio, portiere sinistro.

Teogenes Caldueno Acebal, alias la stecca un asturiano di Llanes, agile come il capriolo e svelto come la volpe, che non ha altri inconvenienti se non quello di mostrare troppo a fior di pelle la fluttuante vena della follia. Teogonio Alcaraz Valronquillo, alias Ladro di polli, invece, è equanime e caparbio (anche atletico), conservatore, disciplinato e sensato, stimato per il suo buon senso. Teogonio Alcarez Valronquillo, Ladro di polli, è toledano di Gerindote, vicino Torrijos, latitudine che produce levrieri come Dio comanda e maturi al punto giusto.

“E gli piace il civet di lepre?”

“Ma certo, come a ogni buon levriere, anche se (sia detto a onor del vero) cerca di reprimere il piacere e si sforza di imbrigliarlo”.

Teogenes e Teogonio sono complementari, di qui la loro efficienza. Gainsborough XXI è molto orgoglioso del loro comportamento e non ha bisogno di prenderli a pedate né di imporgli multe o altre sanzioni (non sempre di indole economica, ma anche morale). Gainsborough XXI è un manager soft, un allenatore molto psicoterapico e scientifico, e il Waldetrudis Pucarà F.C. (Alta scuola) è un club che gode della simpatia generale.

La Stecca ( che ha cominciato come giocatore di biliardo a sponda) è specializzato nel salvare tiri con l’effetto, che devia in corner solo guardandoli, e Ladro di polli (che ha fatto il chierichetto) si occupa di attendere al varco le brave mezzali (come Luis Regueiro o Hilario Marrero), che non mancano mai. Di solito la Stecca scende in campo con un maglio verde (atavismo dei suoi tempi di giocatore di biliardo) e Ladro di polli, non per serietà, ma per tattica deliberata, è uso vestire di rosso (colore che da ai nervi all’avversario e gli fa spesso lisciare il tiro e mandare il pallone nelle nuvole). Gainsborough XXI li allena a base di moderazione e malizia perché pensa che, per colpire duro e lavorare ai menischi, bastino e avanzino i difensori (Arracudiagaguirregoitia II, Guizaburuagaetzeberri II e il canario Cubito, che p un fetente con la faccia da mosca morta). Il Waldetrudis Pucarà F.C. (Alta scuola) aspira ad avere una squadra in cui ognuno dei giocatori sia ben convinto dei suoi obblighi e nella quale non ci sia un solo uomo che non sappia a memoria quale sia la parte che gli tocca recitare. Teogenes Caldueno Acebal, la Stecca, e Teogonio Alcaraz Valronquillo, Ladro di polli, hanno assimilato così bene lo spirito del Waldetrudis Pucarà F.C. (Alta scuola) e di Gainsborough XXI, il suo allenatore, che si sono fatti tatuare sul ventre, a formare un fregio attorno all’ombelico, il verso 355 del libro I delle Metamorfosi di Ovidio: Nos duo turba sumus, noi due formiamo una moltitudine, e fin quando è così non ci fa gol nemmeno Napoleone Bonaparte. Teogenes e Teogonio, sostenendosi l’uno con l’altro (memoria con memoria, intendimento con intendimento, volontà contro volontà), formano una barriera insormontabile, un muro di fronte al quale non possono nulla né i lamenti né imprecazioni, mai ascoltate.

“E non gli fanno un gol neanche per miracolo?”

“Guardi, signora: per miracolo, proprio per miracolo, sì; ma in nessun altro modo. Quest’anno, per esempio, ancora non gli hanno infilato nessun gol (si sa che non è un buon anno per i miracoli, forse ha piovuto troppo), nonostante abbiano giocato più di settanta e dispari partite. Teogenes e Teogonio, be’, la Stecca e Ladro di polli, sono imbattibili, mi creda, almeno fino a quando gli si cancella il tatuaggio sulla pancia, e i tatuaggi, signora, lei sa come sono indelebili”.

Gainsborough XXI è un sauro dark chestnut. La Stecca e Ladro di polli sono, per i capelli, sauri dorati con un leggero riflesso brillante (più evidente nella stecca). I portieri dal mantello baio, isabellino, pomellato, perlaceo, testa di moro, pezzato (alto o basso) e chubarì, di solito sono impacciati e attaccabrighe, sebbene a volte risultino vistosi e facciano la loro figura. Ci sono allenatori che negano l’evidenza; peggio per loro: scaduti i termini del contratto – di solito, a fine stagione – li esonerano e pace. Gainsborough XXI non è, certamente, uno di loro. I dirigenti del Waldetrudis Pucarà F.C. (Alta scuola) sono molti soddisfatti dei suoi servigi, del suo comportamento, del suo rendimento, dei risultati ottenuti dalla squadra sotto i suoi ordini, eccetera. Gainsborough XXI, che preferisce i campi di calcio agli ippodromi, non ha mai vinto il Derby, né il St Leger, né gli Oaks, né le Duemila Ghinee, ma in compenso è stato cantato dai poeti.

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