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Forse questo vento che soffia oggi su Roma è solo l'ennesimo scatto bruciante di Joseph, che quando parte lui, beh provate a prenderlo se ci riuscite.” Con queste parole la Liberi Nantes ha salutato Joseph Bouasse Perfection, l’ex calciatore giallorosso scomparso oggi, a soli 21 anni, per un arresto cardiaco.

Sei mesi a Trigoria, all’ordine di Alberto De Rossi, allenatore della Primavera. Lo chiamavano “la ruspa”, per una potenza fisica fuori dal comune. Luciano Spalletti se lo portò con i grandi per qualche allenamento, tra Totti, De Rossi, Nainggolan. Joseph era arrivato in Italia dal Camerun, gli avevano promesso un contratto milionario. Fuggiva dalla povertà, inseguiva un sogno. E proprio di povertà, di sogni ma anche di discriminazione e illusioni abbiamo parlato con Alberto Urbinati, presidente della Liberi Nantes, più che una squadra “un progetto sociale”, attivo a Pietralata, a Roma.

Ecco le sue parole.

Joseph2

Come avete conosciuto Joseph?

È venuto al campo come fanno migliaia di ragazzi, da tredici anni a questa parte. Da quando esiste la Liberi Nantes nelle comunità migranti il nostro nome gira. Così i ragazzi che vogliono a calcio sanno che venendo da noi hanno la possibilità di giocare, di far parte di una squadra, di stare insieme agli altri. Quello che ci ha raccontato Joseph è di essere stato trasportato in Italia da un sedicente procuratore, un presunto talent scout, con la prospettiva che gli si potessero aprire le porte del grande calcio e dei grandi guadagni.

Invece non è andata così.

Arrivato a stazione Termini Joseph è stato abbandonato con una scusa. Si è ritrovato in una città sconosciuta, in un altro continente, da minorenne, senza punti di riferimento. Piano piano si è trovato una sua sistemazione a casa di un amico, grazie al passaparola tra connazionali. È venuto al campo e ci ha detto: “a me piace giocare a pallone.”

con totti

Una volta in campo, qual è stata la vostra impressione?

L’allenatore del tempo, Salvatore Lisciandrello, si è accorto subito che Perfection aveva doti tecniche e fisiche non comuni per un ragazzo di sedici anni. Ha provato a parlarne con qualche talent scout, serio, che potesse fare una valutazione. Tramite questi canali è arrivato alla Roma.

A Trigoria resta sei mesi, poi un prestito al Vicenza, un provino non superato al Livorno e l’approdo da svincolato al Cluj, in Romania. Ultimamente quali erano stati i suoi spostamenti?

Noi della Liberi Nantes ne abbiamo perse le tracce, lui si affacciava sporadicamente qui al campo ma non per giocare, solo per trovare qualche vecchio compagno di squadra. Anche noi abbiamo fatto fatica a seguire la sua carriera. Quello che so lo so dalle informazioni su internet, frequentava la Romania in cerca di un contatto da professionista.

Quanti ragazzi, come Joseph, arrivano in Italia attratti dal miraggio del calcio?

Joseph è stato l’unico, anche perché un progetto come il nostro non è attrattivo: i ragazzi che vogliono giocare a calcio puntano immediatamente ai settori giovanili delle grandi o medie squadre, non di certo a un campo in terra battuta in periferia. Con Joseph è successo perché era disorientato: era un ragazzino di 16 anni, senza punti di riferimento, caso più unico che raro.

LEGGI ANCHE: FUORI CAMPO, INTERVISTA AL COLLETTIVO MELKANAA: "IL CALCIO COME LUOGO FISICO E SIMBOLICO"

Come vi rapportate con ragazzi che hanno sogni, e spesso illusioni, simili?

In 13 anni Joseph è stato l’unico caso che è approdato al professionismo, o per lo meno ci è andato vicino. Noi lo diciamo sempre: se in 13 anni è successo solo una volta si deve abbandonare l’idea che attraverso noi si faccia il salto verso il grande calcio. Questo noi lo diciamo subito, in realtà Liberi Nantes è un progetto sociale che usa il calcio, abbiamo fatto 12 anni fuori classifica proprio perché l’obiettivo è integrare i ragazzi facendo leva sul calcio, facendo leva su qualcosa che li coinvolge e li attrae. Non è un progetto calcistico, noi cerchiamo sempre di smontarli questi sogni: arrivano tutti che sono i “nuovi Messi”, i “nuovi Maradona” ma messi in campo non riescono a fare la differenza neanche in terza categoria. Noi facciamo azione costante in questo: è più importante che impariate la lingua, che seguiate un corso professionale. Liberi Nantes deve essere solo un divertimento.

liberi

Un progetto sociale più che una squadra di calcio, la Liberi Nantes ha trovato difficoltà in questo periodo di emergenza Covid?

Ovviamente sì, abbiamo provato a mantenere i contatti con i ragazzi attraverso Skype, Zoom ma ci siamo accorti di una nuova problematica: l’accesso a internet. Nei centri di accoglienza manca una connessione aperta e sufficientemente larga. Così ci siamo affacciati a un nuovo tema, quello della discriminazione nell’accesso delle risorse digitali. È un tema che sta emergendo in tanti settori, basti pensare alla Didattica a Distanza e che accomuna migranti a tante famiglie italiane che non possono permettersi una connessione dignitosa.

Come avete affrontato il problema?

Lo abbiamo affrontato con la solidarietà, con un gesto piccolo ma significativo: abbiamo portato la connessione gratuita per sei mesi a 4 centri di accoglienza, ora ci sono 230 ragazzi circa che possono avere accesso a internet.

Torniamo a Joseph, qual è il ricordo che conserva di lui?

Quello di un ragazzo assolutamente normale, con tutti i pregi e tutti i difetti dei ragazzi che sentono di avere un grande talento, a volte anche sbruffoncelli ma assolutamente umani, veri. Purtroppo Joseph aveva bisogno di tempo per maturare, probabilmente fra 4 o 5 anni sarebbe stato un ragazzo più pronto, cosciente, consapevole degli atteggiamenti giusti che gli avrebbero permesso magari di fare strada. Purtroppo è arrivato un infarto a portarcelo via prima. E non sapremmo mai come poteva andare a finire…

Joseph

Ancora una volta, il calcio è solo un pretesto. Si tratta di un modo come gli altri per raccontare paure e sogni, solitudini e incontri. Lo sanno bene i ragazzi del Collettivo Melkanaa, autori del documentario "Fuoricampo". Nata durante la prima edizione del Master in Cinema del Reale dell’Università degli Studi Roma Tre e nelle sale dallo scorso 18 ottobre grazie a Distribuzione Indipendente, la pellicola racconta la storia della Liberi Nantes Football Club, squadra romana composta interamente da rifugiati e richiedenti asilo che milita in Terza Categoria senza poter concorrere al titolo: la maggior parte dei calciatori infatti non ha i documenti necessari per il tesseramento.

Tre storie, Chijioke, Abdoulaye e Mohamed. Attaccante, centrocampista e portiere. Perse tra un passato difficile, un futuro fatto di utopie, un presente di tempi morti, di identità privata, di solitudine.

Abbiamo chiesto ai ragazzi del Collettivo Melkanaa di raccontarci com'è nato questo documentario. Ne è venuta fuori un'intervista sull'accoglienza, sul calcio, sul cinema. Sugli uomini.

 

Chiariamo innanzitutto cos'è il cinema del reale? E' giusto parlare di Fuoricampo come di un documentario?

Sotto l’etichetta di “cinema del reale” si nasconde un mondo molto vasto e altrettanto vario. Non si tratta, come si pensa normalmente, di un genere che prescinde dalla presenza e dallo sguardo del regista o che vive di totale imparzialità. Ciò che manca rispetto al cinema di finzione è sicuramente la messa in scena che normalmente si riscontra in quest’ultimo. Nel cinema del reale si lavora, invece, con personaggi che decidono volontariamente di mettere uno squarcio della loro vita al servizio della macchina da presa (la cui presenza e influenza sul soggetto inquadrato, seppur minima, non può essere negata) per un determinato periodo di tempo, e con storie che non sono né inventate né romanzate, ma il più possibile vere. La base è, appunto, la relazione che si costruisce con il personaggio. Alla luce di questo, Fuoricampo è a tutti gli effetti un documentario e ricade sotto la definizione di “cinema del reale”, purché non si ignori che questo film non si pone come oggettivo e imparziale: sarebbe impossibile, dal momento che noi registi abbiamo compiuto delle scelte precise e che la nostra posizione emerge da ciascuna di queste scelte.

Fuoricampo si divide in tre sequenze, Attacco-Centrocampo-Difesa, e tre storie diverse. Come avete scelto i tre ragazzi protagonisti?

I protagonisti non sono davvero stati scelti, almeno non nel senso comune del termine. Piuttosto si potrebbe dire che essi stessi si sono proposti, dopo una lunga fase di relazione, a noi registi. Inizialmente, infatti, ci siamo presentati a tutta la squadra, lasciando che la relazione tra noi e i giocatori si costruisse naturalmente giorno dopo giorno. Inevitabilmente con alcuni siamo riusciti a instaurare qualcosa di più profondo, che ci ha permesso poi di ricorrere - con il consenso dichiarato dei tre protagonisti - alla macchina da presa, sapendo di poter contare su un rapporto ormai saldo di fiducia reciproca. Il rapporto si è venuto a creare anche con altri ragazzi, ma abbiamo alla fine scelto i tre personaggi che vediamo nel film perché ciascuno di loro rappresenta un momento diverso e specifico del percorso di integrazione in Italia. Altri ancora, invece, hanno deciso di non prendere affatto parte al film per varie ragioni, pur avendo instaurato con noi un legame forte.

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I protagonisti mettono a nudo le loro paure, i loro sogni, le loro ansie, le loro felicità. Quanto è stato difficile raggiungere questo rapporto di tranquillità e di fiducia, sia dal punto di vista tecnico-cinematografico che da quello umano?

La costruzione del rapporto tra noi registi e i protagonisti è stata la fase principale e più delicata del nostro lavoro, nonché la più intensa: qui abbiamo gettato le basi di quello che sarebbe poi diventato un documentario a tutti gli effetti. In primo luogo, abbiamo cercato di costruire un dialogo con i ragazzi e di acquisire una certa fiducia e confidenza reciproca, prima ancora di ricorrere alla macchina da presa. Questa fase ha richiesto più tempo con alcuni, meno con altri, a seconda ovviamente del carattere personale. Una volta ottenuto questo dal punto di vita umano, è stato facile metterlo in pratica dal punto di vista più puramente tecnico, perché da lì in poi abbiamo lavorato attraverso un pedinamento quotidiano, mentre i ragazzi erano lasciati liberi di vivere normalmente la loro vita. La macchina da presa era ovviamente presente, ma il suo peso era mitigato dal fatto di aver concordato in anticipo con i personaggi lo sviluppo delle singole storie, rispettando il criterio di verità, ma anche la loro volontà di mettersi in scena.

Il sogno di questi ragazzi è quello di diventare un giorno "famosi come Totti, il re di Roma, rispettati da tutti", giocare per il Milan, il Napoli, avere successo, soldi e fama, tanto da poter dire "io lo conoscevo". Si può parlare di colonialismo culturale per questo modello "occidentale" di vita che si innesta sui protagonisti?

Di certo la produzione di valori e modelli di comportamento ha un ruolo determinante nelle pratiche di governo delle popolazioni, ma oggi appare complicato dire se sia una forma di colonialismo culturale imposto dall'occidente oppure piuttosto un’adesione attiva a modelli e stili di vita ormai globali. In fondo i protagonisti del nostro documentario non sono nient'altro che giovani ventenni cresciuti in una società globalizzata e tardocapitalista come quella attuale, in cui fama e successo risultano valori predominanti. La ricerca del successo (poco cambia se nel calcio, nella musica o nell'alta finanza) è probabilmente l'unica strada ritenuta come legittima per affermare e vedere riconosciuta la propria esistenza. È però vero che quello di diventare un calciatore affermato, in realtà, non è il sogno di tutti i protagonisti (nel nostro film infatti solo uno di loro ambisce a questo), né tantomeno rimane l’unico: per gli altri due ragazzi, invece, il calcio è più che altro una passione da coltivare mentre ricercano una vita semplice ma stabile. Al sogno calcistico si aggiungono ben altre aspettative. Per tornare al possibile rapporto tra colonialismo culturale e calcio, non era di certo l'intenzione di Fuoricampo raccontare questo aspetto, ma sarebbe comunque interessante capire come il calcio riesca a veicolare valori e modelli altri rispetto a quelli prettamente sportivi. Ma allora potrebbero essere prese in considerazione - tra le tante cose - le pratiche di scouting delle società calcistiche europee in Africa o ancora si potrebbe vedere cosa hanno significato e prodotto i Mondiali di calcio giocati in quel continente quasi dieci anni fa. Questi però potrebbero essere spunti per un altro documentario.

Il calcio però non è solo soldi e successo. Qual è l'immagine di questo sport che avete voluto mettere in risalto?

L’immagine del calcio legata a denaro e successo è venuta a coincidere incidentalmente solo con la storia di uno dei protagonisti, ma non era ciò che volevamo mostrare a priori. Il calcio nel nostro film è più che altro il luogo - fisico e simbolico - dove le vite dei vari protagonisti, solitamente traiettorie singole e solitarie, possono incrociarsi e condividere insieme principalmente un momento di unione e gioco di squadra, mettendo da parte per un momento i problemi quotidiani e immaginando per se stessi un’opportunità di rivalsa. Il calcio è anche una metafora della loro vita: costantemente in lotta per un qualsiasi tipo di affermazione e conquista personale, ma spesso bloccati appena prima del traguardo dalla lunga burocrazia, dalla mancata padronanza della lingua italiana, da un sistema di accoglienza miope.

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Ricorre in questi giorni l'anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini, grande appassionato di calcio e ovviamente anche tra i più grandi esponenti del cinema della realtà. C'è anche lui tra i vostri modelli?

Abbiamo volutamente evitato di rifarci a dei modelli cinematografici specifici, per evitare di legarci troppo rigidamente allo stile di un regista in particolare. Inevitabilmente, però, il nostro percorso didattico e personale ci ha portato a toccare e ad approfondire il lavoro di molti artisti, tra cui ovviamente anche Pasolini, dai quali abbiamo preso in prestito molti strumenti, che ci sono stati utili in tutte le fasi del lavoro: dalla costruzione della relazione tra regista e personaggio, alla scrittura del soggetto, fino alle riprese vere e proprie.

Fuori dai corridoi asettici dei centri di accoglienza, fuori dalle file infinite delle questure, fuori dalla burocrazia labirintica, Fuoricampo fa vedere anche un mosaico di accoglienza esterno ai canali ufficiali. L'allenatore della Giardinetti, il signore che aiuta nel trasloco Abdoulaye, l'amico di Mohamed. Che percezione avete avuto di questa integrazione? Pensate sia cambiato qualcosa dall'estate 2016, quando avete girato, ad oggi?

La nostra percezione di questa integrazione parallela è che essa è vitale a garantire un’accoglienza efficace. Anzi, riteniamo che essa sia ancora più risolutiva ed importante rispetto al sistema di accoglienza istituzionale, il quale al contrario presenta numerose lacune e malfunzionamenti. Come abbiamo mostrato nel film, ci siamo imbattuti in questo numerose volte, quando, di fronte ad una impasse burocratica subentrava l’aiuto del singolo a dare un nuovo impulso alla risoluzione del problema. In questo scenario, l’attività di realtà come l’Acrobax, l’Atletico San Lorenzo e ovviamente la Liberi Nantes, come pure - al di fuori del film - il Baobab e altre ancora, sono state e sono fondamentali. Allo stato attuale delle cose, infatti, questa divergenza appare ancora maggiore rispetto al 2016 ed è ancora più importante incentivare sistemi di accoglienza collaterali rispetto al modello istituzionale.

 

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