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Smalling e Mancini sono i pilastri della Roma

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Essere milanisti

E’ dura. Difficile. Amaramente complicata. ...

Smalling e Mancini sono i pilastri della Roma

E’ incredibile. La Roma ce l’ha fatta. Ha trovato i suoi perni, i suoi elementi essenziali, quelli che potrebbero addirittura far iniziare un ciclo che, si spera, possa essere vincente. Smalling e Mancini. Due nomi due garanzie. Tra campionato ed Europa League in ben 5 gare in cui si è formata questa coppia ben assortita la Roma ha subito un solo gol e ciò contro il Cagliari, peraltro su rigore. 5 partite sembrano poche per tirare le somme? Verissimo. Ma ricordiamo quanto negli scorsi incontri la presenza di almeno uno dei due giocatori o di entrambi, anche se in questo caso in ruoli diversi, sia pesata nei risultati della squadra giallorossa.

Che, per essere precisi, è quarta in classifica insieme proprio al suindicato Cagliari, avendo 6 punti in più in Serie A rispetto allo scorso anno in tale momento della stagione. Smalling vanta 1080 minuti giocati finora, 10 gare disputate tutte di fila, 2 gol fatti e, rimanendo nei confini italiani, una media voto pari a 6,33 tra le più alte nel nostro campionato finora tra i difensori, dando già da solo una stabilità inedita al reparto arretrato ed essendo in grado di aver al proprio fianco calciatori dal timoroso talento come Cetin o dalla comprovata esperienza sì, ma dalla crisi irreversibile come Fazio. Smalling soprattutto fornisce prestazioni d’eccellenza, è rapido, gioca d’anticipo, leggendo le mosse degli avversari, è bravo in marcatura e rende decenti le prestazioni imbarazzanti dei suoi compagni di reparto, diversi da Mancini è chiaro, anche quando sono palesemente in difficoltà. In base alla Gazzetta dello Sport, dopo aver rifiutato un’offerta iniziale di 12 milioni di euro da parte della Roma, il Manchester United ne pretende 20 per cedere a titolo definitivo il cartellino del giocatore arrivato in prestito oneroso con corrispettivo fisso di 3 milioni, prestito che è rimasto secco e non con diritto o obbligo di riscatto per mancanza di tempo, essendo stato concluso l’affare nella fase finale della sessione estiva di calciomercato appena trascorsa.

L’accordo si dovrebbe trovare a 15 milioni di euro più 3 di bonus con il patto già delineato nella sostanza dalle parti a che il club capitolino versi 3 milioni annui di ingaggio al difensore inglese fino al 2022: si spera che il tutto vada in porto per la gloria dei colori giallorossi. Il buon Mancini invece è già di fatto della Roma che ha saputo brillantemente investire in un talento assai luminoso dal presente e dal futuro assicurato: è arrivato alla Roma nel luglio di quest’anno con un prestito oneroso a 2 milioni di euro da rendere subito all’Atalanta assieme a un obbligo di riscatto pari 13 milioni più 8 di bonus da pagare a fine stagione ai bergamaschi. Il ragazzo ha soli 23 anni, ha fisico, ha carattere, ha piedi d’oro, sa organizzare il gioco facendolo partire da dietro e, dopo le primissime disastrose gare, per carburare per la prima volta in una realtà allo stesso tempo traumatica, ma anche di livello come quella romana, è migliorato accanto a Smalling e, successivamente prima di essere ricollocato al momento opportuno accanto al Saggio inglese proveniente da Greenwich, è stato piazzato dal genio portoghese di Fonseca sulla mediana affianco al prodigioso Veretout per poter esplodere, entrando in una spirale magica alla Desailly per svariate partite decisive per la Roma in ottica Champions.

Certo, in quest’ultima scelta hanno inciso gli infortuni di massa, i dolori trasfiguranti di giocatori caduti in aree verdi di cemento fatte passare per campi di allenamento, i segreti mistici di una chiesa non sconsacrata in tempo per una dimenticanza usata come ripostiglio a Trigoria e sparizioni misteriose di calciatori romanisti inghiottiti nei lazzaretti e nelle cliniche tra la fiorente vegetazione del centro sportivo. Ad ogni modo Mancini è essenziale per la Roma. E la sua posizione naturale deve essere quella vicino a Smalling. Uno deve essere accanto all’altro. Un maestro che corregge l’allievo nei momenti duri e un allievo che rende migliore la prontezza del suo insegnante e più elastico il suo pensare. Separarli ormai diventa complesso. Uno anticipa, l’altro recupera; uno imposta, l’altro difende con più solerzia; entrambi, se si proiettano in avanti sulle palle inattive, costringono gli avversari a mostrare alle tv gli sguardi pietosi e le urla imploranti di chi non sa come diamine deve reagire. Un malinconico addio va a Manolas che abbiamo lasciato il 30 di giugno alla ricerca di trofei e che ora ha trovato al massimo un record di multe e un dubbioso, ma severo sguardo può posarsi su di lui, sul suo Napoli vincente e su alcuni tifosi giallorossi in preda alle isterie collettive per l’assenza di un campione che chiedeva gli aumenti in presenza di 50 gol subiti a stagione dalla difesa da lui diretta nei suoi 5 anni passati a Roma.   

 

 

di Federico Cavallari

Tiri Mancini

Ci siamo stancati di non vincere”: si apre con questa constatazione amara l’intervista del commissario tecnico Roberto Mancini dopo il deludente 1-1 nell’amichevole tra Italia e Ucraina giocata al Ferraris di Genova.

Ennesimo passo falso di un’avventura che stenta a decollare. Sei partite al comando della disastrata Italia post Ventura, una sola vittoria (sofferto 2-1 sull’Arabia Saudita a fine maggio scorso), poi sconfitte alternate a mesti pareggi. La conclusione ineluttabile potrebbe, o dovrebbe, essere solo una: se è vero che abbiamo tanti problemi, è pur vero che Mancini non ne ha risolto nemmeno uno. Tuttavia, non volendo addossare tutte le colpe a chi come il “Mancio” si è appena insediato e non volendo perseguire la corrente dei critici a prescindere, dei depositari di verità assolute senza contradditorio (specie molto evoluta sui social), analizziamo più a fondo quelli che secondo noi sono i problemi che attanagliano la squinternata Italia calcistica. Prima riflessione, semplice e forse anche un po' banale: il calcio è lo specchio del paese. 

Non produciamo più ricchezze, viviamo adagiati sul limbo della mediocrità, accontentandoci di ciò che passa il convento. Ma questo è un articolo sportivo, direte voi: avete ragione. Tralasciando quindi aspetti di più alto impegno intellettivo, la seconda riflessione che emerge dalle pallide prestazione offerte dall’Italia è certamente quella della poca cura dei vivai. Ai ragazzi, più o meno giovani, oggi non si chiede più semplicemente di divertirsi, ma già in tenera età si pretende da loro il raggiungimento del risultato. Da ciò deriva quindi uno scarso sviluppo del talento, oberato e prosciugato dalla rigida freddezza di numeri e schemi. Schiavi della vittoria. Azzerare il talento, ridurlo a mero orpello accessorio rende oggi la cantera italiana priva di quella genialità necessaria allo sviluppo di una più solida consapevolezza nei propri mezzi, Alla rinuncia all’imponderabile.

Prendete Insigne: profeta a Napoli, spaurita comparsa con addosso la casacca azzurra. Personalità sotto lo zero, direbbero i più. Incapacità di esaltarsi al di fuori di uno schema ripetitivo, diciamo noi. E se è indubbiamente vero che oggi non viviamo nella stessa epopea d’oro dei Totti e dei Del Piero, è altrettanto certo che mettere fretta a chi deve ricostruire dalle macerie non sia propriamente una splendida idea. Roberto Mancini si trova oggi nella scomoda posizione di chi deve riscattare il fallimento altrui mescolando il tutto con il lancio dei futuri campioncini azzurri. Leggendola così, sembrerebbe una strada senza uscita. In realtà, il tempo per riemergere dall’abisso in cui sembriamo piombati c’è. La strada è quella del coraggio e Mancini è l’uomo giusto da cui ripartire: ricordate chi lanciò in serie A il diciassettenne Balotelli? Proprio lui, Roberto. Ci aspettiamo dal CT che abbia oggi la stessa faccia tosta di allora. In barba ai risultati, l’Italia e i suoi calciatori devono tornare a vivere l’esperienza in Nazionale con la leggerezza di quei bambini che al parco rincorrono una palla e sognano.

Forse è una visione un po' utopistica, ma potrebbe essere la soluzione al grigiore odierno. Scordandosi della bellezza di un gesto tecnico, della giocata di un campione, voler dogmatizzare il calcio a semplice elucubrazione mentale, ci consegnerà nuovi Ventura e nuovi fallimenti annunciati. Non è tanto chi siede in panchina il problema (pur ribadendo la fiducia per l’attuale tecnico), quanto lo spirito con il quale ci si rapporta con quel manipolo di uomini che l’Italia chiamò. E chiama ogni volta. Approcciarsi con l’aria di chi la sa lunga è deleterio. Cercare la via del talento, far brillare gli occhi per lo stop impossibile di un calciatore, la strada da seguire. Per evitare altri venti di (s)Ventura. E nuovi tiri Mancini.

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