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Milan, una luce in fondo al baratro

Affrontiamo questa seconda puntata dell’Opinione ...

Che Dio ce la mandi Pioli

Tanto tuonò che alla fine Pioli. Rielaborazione in chiave calcistica di uno dei maggiori proverbi popolari, azzeccatissima citazione per fotografare l’ennesimo e ingiustificato cambio di rotta di casa Milan.

È notizia di ieri infatti la decisione dei vertici di via Aldo Rossi di affidare la panchina del Diavolo all’ex Lazio e Inter al posto di Marco Giampaolo, allenatore convintamente scelto poco più di tre mesi fa dagli stessi dirigenti che oggi altrettanto convintamente ne avallano l’esonero. Il bilancio dell’ormai ex tecnico rossonero parla di un bilancio di 3 vittorie e 4 sconfitte in 7 partite giocate, un ruolino certamente criticabile a dispetto comunque di una classifica che vede il Milan a pochissimi punti dalle proprie avversarie dirette.

A nostro avviso dunque la scelta pare essere francamente incomprensibile, tanto più perché arrivata dopo una vittoria, seppur sofferta e fortunata come quella di Genova. Se si ingaggia un allenatore come Giampaolo, tecnico alla prima avventura in una big (o presunta tale) e con concetti di calcio difficilmente assimilabili in poco tempo, si dovrebbe mettere in preventivo l’indispensabile condizione di dover concedere tempo, concetto largamente inflazionato che però mai come in questo caso andava interpretato nel suo senso più letterale: secondi, minuti, ore, giorni, mesi. Certamente più dei 3 concessi.

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L’oggettività del ragionamento si amplia se si pensa poi al suo successore: Stefano Pioli. Quale sarebbe il senso di scegliere un allenatore dello stesso livello del precedente? Avremmo capito la scelta se a Milanello fosse piombato Luciano Spalletti, per il quale peraltro la società rossonera aveva fatto tutto il possibile e solo i cattivi rapporti tra il toscano e Marotta hanno sbarrato la strada al suo approdo sull’altra sponda del naviglio. Facciamo molta più fatica a comprendere il passaggio da Marco a Stefano, ottimo professionista per carità, ma allenatore dal curriculum abbastanza modesto. 

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Cosa cerca la società, precisamente nelle figure di Maldini e Boban, nella scelta dell’ex Fiorentina? Qualsiasi ragionamento logico ci porta a non sposarne nessuna ragione, nessun motivo, nessuna progettualità di fondo. A dispetto infatti del biennale firmato, siamo così sicuri che Stefano Pioli sia l’uomo giusto da cui ripartire anche in un’ipotetica nuova stagione di rilancio? Ci permettiamo di dire di no. La chiamata di Pioli sa tanto di traghettatore per concludere quantomeno dignitosamente la stagione corrente, stagione nella quale, ci conviene sempre precisarlo, il Milan può puntare solamente ad una onesta salvezza.

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A questo proposito il 20 ottobre prossimo, giorno del 54esimo compleanno del mister parmigiano, andrà in scena a San Siro il delicato incrocio tra Milan e Lecce, vitale scontro diretto per allontanare il più possibile i presagi di una stagione di lacrime e sangue. In un calendario che da qui alla prossima sosta di novembre prevede le sfide con Roma, Lazio e Juve, le due gare con i salentini e la Spal sanno tanto di tappe obbligate per scongiurare scenari apocalittici. Nel frattempo, mentre assistiamo inermi alla distruzione dell’impero, ci tornano in mente gli ultimi anni di Adriano Galliani come amministratore delegato del Milan.

Insultato da gran parte del tifo milanista, capro espiatorio dei primi cedimenti del Milan berlusconiano. Noi eravamo contrari, forse sentendo in cuor nostro che mai nessuno sarebbe stato come lui. Mirabelli prima e Maldini poi ci hanno dimostrato che avevamo ragione. Paolo soprattutto ha dalla sua il tempo per poter rimediare e per recitare quel necessario Mea Culpa attraverso il quale capire che nella vita non “si nasce imparati” e che il passaggio da gloria calcistica a dirigente di successo non è sempre così immediato. Ci pensi Maldini. Rifletta. E si accorga che forse forse si stava meglio quando si stava Galliani.

Milan, una luce in fondo al baratro

Affrontiamo questa seconda puntata dell’Opinione di Fred, nuova rubrica dal sapore vagamente egocentrico, affrontando la situazione del Milan alla luce di queste prime gare di campionato.

Lo facciamo col dolore nel cuore, piangendo la gloria perduta di una squadra che ha fatto la storia non solo del calcio, ma anche dello sport mondiale. Fermo restando l’insensatezza di indugiare sulla classifica dopo sole 5 partite di Serie A, dobbiamo fare un’analisi complessiva molto più ampia, dando particolare peso alle prestazioni in base alle quali sono maturate le 2 vittorie e le 3 sconfitte che costituiscono, per il momento, il bottino disastroso di questo inizio di stagione. Fino al derby con l’Inter di Conte (compreso) e quindi prima della sconfitta con il Torino sulla quale catalizzeremo la nostra attenzione, il Milan è stato un autentico flop sotto il profilo del gioco e della produttività offensiva poiché Giampaolo ha cercato, con enorme sforzo e senza riuscirci affatto, di imporre lo sviluppo di manovre d’attacco basate su tagli, inserimenti continui e sovrapposizioni costanti con centrocampisti assolutamente inadeguati per tale scopo e con attaccanti in perspicace dormiveglia come le guardie della Regina che fingono di sorvegliare Buckingham Palace per farsi il pisolo quotidiano seppur con la scomodità dello stare in piedi. Ad eccezione del buon Suso.

Il tutto ha portato la fase di possesso dei rossoneri ad essere sterile, orizzontale e con scarso senso della profondità a causa di una mancanza di qualità in avanti assolutamente spaventosa e a causa di una mentalità certamente da squadra provinciale, non degna quindi della tradizione di questo club storico. Storico ormai nel vero senso della parola. Parliamo di una squadra che appartiene solo al suo passato: più da museo che proiettata nel futuro dei top club europei. Un team tramutato in una nobile società decaduta in quanto da 6 anni non riesce ad azzeccare una stagione decente, eccezion fatta per la miracolosa Supercoppa Italiana agguantata contro la Juve nel 2016, con un allenatore peraltro che forse non vince una gara, non solo un trofeo, più o meno da allora. Siamo ironici, in qualche altra partita i 3 punti li avrà centrati sicuramente. O no? Non approfondiamo per il bene di Montella. Hanno potuto Suso, Calhanoglu, Kessie, Biglia svolazzare giocando di prima? No.

Hanno potuto costoro, senza l’apporto di nuovi giocatori provenienti dal mercato, creare una manovra avvolgente e dinamica in grado di frastornare gli avversari? No. Chissà perché. Con un centrocampo, identico allo scorso anno, costretto a fare questo folle e vano tentativo di poter essere in grado di realizzare triangolazioni veloci e verticalizzazioni, con il piano di aprire, nei propri sogni più remoti e vanesi, gli spazi in avanti come un ventaglio impazzito animato da corse, rapidità e tecnica senza essere minimamente veloci, rapidi e tecnici (ma questi sono dettagli), il Milan è rimasto bloccato nei catenacci serrati delle difese avversarie, manifestando di tutto tranne la possibilità anche solo di tirare in porta, ed è stato obbligato a giocate individuali senza un’organizzazione tattica ben oliata per un motivo  semplice. Senza i nuovi acquisti del Milan in grado di ingranare a pieno regime, nei quali giocatori riponiamo una certa fiducia, provare queste ricette, senza di loro o con una loro mera comparsata una tantum, è stata una forzatura per Giampaolo. Ciò è dimostrato, oltre che da quanto detto, da una sola palla scaraventata in rete su azione nelle prime cinque partite di campionato, cosa mai accaduta prima. Questo miracolo è avvenuto solo in Milan-Brescia 1 a 0 gol di Calhanoglu.

Allora intendiamoci. Cosa è accaduto in Torino-Milan 2 a 1? I rossoneri non hanno evitato la terza sconfitta stagionale e hanno segnato solo con Piatek su rigore, tuttavia l’apporto dei nuovi giocatori del Diavolo come Bennacer, padrone del gioco a centrocampo tanto da svegliare Kessiè e Calhanoglu alle spalle di un Suso in spolvero, e Theo Hernandez sulla fascia sinistra ha determinato un cambio di rotta visibile, resuscitando dalle zone desertiche un attacco finalmente rivitalizzato formato da un Piatek redivivo e da un Leao, che, in linea con le altre novità di mercato, ha mostrato finalmente una gran prova di sé. Le numerose occasioni create non sono bastate a scongiurare l’ennesima sconfitta stagionale in queste prime gare e occorre rimettersi in carreggiata il più presto possibile. Per far tornare il Milan non di certo al suo antico splendore, ma almeno a livelli più che dignitosi.

L’intenzione di questo articolo era inizialmente di essere molto più duri con Giampaolo, allenatore da apprezzare, ma che rappresenta un enigma sul suo essere in grado di gestire un club così prestigioso nella sua storia. Poi sono intervenute a farci dare maggiore fiducia al mister sia la bella prestazione dei rossoneri col Toro a causa dell’inserimento dei nuovi acquisti sia le parole critiche contro di lui pronunciate dall’ex ministro degli Interni Matteo Salvini. In quest’ultimo caso vi è proprio la garanzia che Giampaolo sia l’uomo giusto a guidare il Milan.  

 

di Federico Cavallari

Bisogna avere pazienza

Esonerate Marco Giampaolo. È questo il grido che si staglia forte in questo infuocato finale di settembre, ai primordi di un campionato ancora giovane e con tantissime squadre ancora lontane dallo sbrogliare le loro intricate matasse.

Nel novero di queste compagini non fa eccezione il Milan. Sei punti in 5 partite, già 3 sconfitte stagionali, pochissimi goal fatti e tanti dubbi sulla proposta di gioco del tecnico ex Sampdoria. Eppure. Eppure noi continuiamo ad essere fiduciosi, ad intravedere in questo nuovo corso milanista la voglia di cambiare un trend di risultati e di spettacoli in campo ben al di sotto della gloriosa storia rossonera. Il nostro non sarà un atto di difesa incondizionata nei confronti del mister nè un’invettiva mossa solamente dallo sconfinato amore per questi colori.

Quella che ci apprestiamo a fare è un’analisi fredda, razionale e lucida su una situazione che ad oggi è tutto tranne che irrimediabile. A tal proposito si parta da un assunto indispensabile: l’esonero non è la panacea di tutti i mali.

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Otto allenatori negli ultimi 5 anni dovrebbero far capire a proprietà e dirigenza che il problema più grande non risiede nel manico. Manico peraltro quest’anno affidato a un allenatore metodico, pignolo, ferreo nel suo credo calcistico. Eravamo i primi, da questo timido scranno, ad elogiare l’ottimo lavoro di Rino Gattuso nel suo anno e mezzo a Milanello. Pretendevamo però maggiore sfrontatezza di gioco e di principi in determinate partite, criticavamo un eccesso di timidezza e prudenza che a volte ha limitato molto, e nell’ultimo campionato è risultata anche decisiva, le ambizioni Champions del Diavolo. Rimaniamo di questa opinione. E siccome crediamo che il pupillo di Galeone sia quello giusto per apportare i necessari cambiamenti richiesti aspettiamo con calma e con fiducia che il suo lavoro attecchisca saldo sulle menti dei calciatori milanisti. Imporre il gioco, voler dare una identità tattica basata non sul modulo avversario ma sulle proprie idee, perseguirle con forza nonostante i passi falsi, questa la griffe del Milan di quest’anno.

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Non ci preoccupano le due battute d’arresto nel derby e a Torino, eravamo decisamente meno convinti dopo le stentate vittorie con Brescia e Verona. Vittorie effimere, frutto del caso e di situazioni contingenti che pochissimo avevano a che fare col reale andamento dei match. Indirizzare la gara e non subirla, determinare episodi e non assecondarli: questo il tremendo e complicato switch mentale che Romagnoli e compagni devono mettere in atto seguendo le indicazioni del loro allenatore. Un processo mentale non semplice per una squadra abituata da troppi anni a giocare sull’avversario, ad accontentarsi di esserci senza avere la presunzione di poter incidere pesantemente.

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La trasferta di Torino ha mostrato chiari i primi vagiti di questa nuova forma mentis, con l’inserimento dei nuovi acquisti che ha certamente aiutato ad alzare qualità e trame di gioco. È proprio questo l’appunto più grande che facciamo a Marco Giampaolo: osi di più. Consegni le chiavi del centrocampo a Ismael Bennacer, calciatore che ci ha rubato gli occhi lo scorso anno a Empoli, e non si faccia offuscare da fantomatici equilibri di spogliatoio. Il calcio è materia molto semplice: i più forti devono giocare. Si affidi Giampaolo all’esuberanza tecnica del ventenne Leao, affidi la fascia sinistra alla sfrontatezza di Hernandez.

Dia seguito con le scelte a quelle che sono le sue condivisibili idee. E sia brava la società a supportarlo convintamente, a non metterlo sulla graticola alla prima sconfitta, ad assecondarne il lavoro quotidiano e quello in partita. Siano saldi Zvone e Paolo. Siano coerenti. Siano ferocemente aggrappati alla forza delle loro idee e non si trasformino nel più classico dei mangia-allenatori. Abbiano pazienza. Per non vivacchiare nel limbo. E vivere l’ennesimo anno zero.

 

Marco Giampaolo, l'esteta silenzionso

Marco Giampaolo è il nuovo allenatore del Milan. La comunicazione ufficiale dell’ingaggio del tecnico pescarese, avvenuta mercoledì nel tardo pomeriggio, ha dato adito ai più disparati dibattiti sul tema. Rischio eccessivo o affascinante scommessa?

Le analisi e le considerazioni spaziano dalla complicata gestione emotiva del personaggio alla convincente idea di gioco mostrata nei suoi trascorsi a Cagliari prima e soprattutto nella Samp poi. La scelta di Maldini e Boban di affidare l’ennesimo tentativo di rinascita degli ultimi sette anni dimostra che la forza delle idee può sopperire a qualche carenza strutturale che al via della stagione la rosa rossonera inevitabilmente presenterà. La capacità di valorizzare il materiale a disposizione fanno di Marco Giampaolo l’interprete perfetto dell’attuale momento storico milanista.

La sua efficacia nel rivitalizzare giocatori inespressi, l’innata capacità di adattare e di plasmare la rosa a disposizione alle sue idee calcistiche fanno di questo controverso mister uno dei più preparati interpreti del panorama nazionale. Elogiato anche da Sarri nella sua prima apparizione torinese. l’ex Brescia è però ricordato dai più per lo spiacevole episodio che lo vide coinvolto quando allenava proprio le rondinelle: sei anni fa, stagione 2013/2014, il tecnico alla vigilia dell’inizio del campionato sparisce nel nulla azzerando tutti i possibili contatti. Si rifarà vivo una settimana dopo dalla sua casa al mare rassicurando tutti sulle sue condizioni di salute.

L’aneddoto, aldilà dell’ilarità che ovviamente suscita, ci è di aiuto per approfondire quello che come abbiamo anticipato in precedenza è proprio il cavallo di battaglia degli scettici: la scarsa capacità caratteriale di reggere alle pressioni, pressioni che sono moltiplicate di N volte in un piazza calda e calcio-centrica come quella rossonera. Al netto di tutto e per completare in maniera chiara il quadro, c’è da aggiungere che lo stesso allenatore poco tempo fa, tornando sull’episodio, ha spiegato che la fuga non fu dovuta a crolli psicologici ma bensì ad una sorta di ripicca nei confronti del presidente del Brescia che non aveva accettato le sue dimissioni, di fatto così non liberandolo. In qualunque modo la si voglia mettere tuttavia, il fatto getta e getterà sempre un’ombra di inquietudine che solo i risultati del campo, l’estetica unita alla redditività del risultato, potranno definitivamente scacciare.  

La sfida si presenta dunque ardua: riportare il Milan in quel solco di bellezza stilistica caratteristica della sua storia, ripercorrere le orme di Sacchi e Ancelotti, elevare il bello a condizione indispensabile per raggiungere le vittorie sono il mantra sposato indissolubilmente da Zvone e Paolo, coppia carismatica che ha vissuto gli anni d’oro di Silvio Berlusconi dove vincere era importante quanto convincere. Il percorso non sarà certamente breve tra morsa dell’UEFA e ovvio restyling della rosa, ma l’idea di tornare ad infarcire il centrocampo milanista di piedi buoni stuzzica moltissimo la nostra fantasia: cresciuti nel segno dell’epopea magica del trio Pirlo-Seedorf-Kakà, non possiamo che accogliere con fervente trepidazione la mission di tornare a palleggiare senza paura sui campi di tutta Italia. Spregiudicatezza desiderata, voluta, rimpianta e poi fortemente ricercata: l’uomo che leggeva Sepulveda è pronto. Al Milan il grande compito di assecondarlo.

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Nel segno di Zvone Boban

Attuale vice segretario della Fifa, ex fantasista del Milan e della Croazia degli anni ‘90, un recente passato da arguto e critico commentatore Sky. Di chi stiamo parlando? Ovviamente di Zvonimir Zvone Boban.

La chiamata alle armi di Paolo Maldini, neo direttore tecnico in pectore del primo vero Milan targato Elliott dopo la supplenza forzata del primo tumultuoso anno, non ha lasciato insensibile il grande fuoriclasse croato, stimolato dall’affascinante sfida di riportare il Diavolo dove è sempre stato, nell’elite del calcio mondiale. Piccato, Zvone. Realista. Dannatamente fatalista. E’ stato questo il tratto caratteristico delle sua lunga esperienza come opinionista televisivo nell’affrontare l’argomento Milan. Troppo dura per lui accettare il ridimensionamento sia tecnico che economico di quella squadra che aveva dominato per 20 anni l’intero panorama calcistico. Famose le sue discussione accese con l’allora AD Adriano Galliani sulla piega provinciale presa dal club, accorati i consigli volti a riportare tutti sulla retta via. Per Boban, lo Zorro più famoso del contesto pallonaro, il concetto di Milan è sempre stato connesso e correlato a quella di top. Di bello. Di super. Di inarrivabile, per certi versi.

L’accettazione dell’incarico da parte sua segna in maniera intangibile la serietà della proprietà americana, minata forse un po' troppo dai toccanti e per certi versi inattesi addii di Gattuso e, soprattutto, Leonardo. Il brasiliano, abbandonando la guida della nave rossonera, aveva fatto calare una pericolosa cappa di scetticismo su tutta la tifoseria e tra gli addetti ai lavori. A rischiarare il clima e a risollevare gli entusiasmi generali, chiarendo definitivamente le intenzioni serissime dei Singer, sono arrivati prima il si di Paolo Maldini e poi, ci permettiamo di sottolinearlo senza la minima intenzione di sminuire l’eterno capitano milanista, quello del croato tutto stile, classe, e competenza.

L’ufficialità è ormai solo una formalità, l’arrivo chiuso mercoledì del centrocampista Krunic, eclettica mezz’ala dell’Empoli, porta indissolubilmente la sua firma. E qui emerge prepotentemente il secondo tratto peculiare del Profeta dell’Erzegovina: quello di scovare prima degli altri il talento altrui. Una capacità che si sposa meravigliosamente con la linea giovane presentata da Gazidis qualche settimana fa alla Gazzetta dello Sport. Ricercare il talento, valorizzarlo, consolidarlo. Una missione che Boban ha trasformato nel must di un’intera carriera, migliorarsi per raggiungere vette difficilmente preventivabili. Quali? Quelle che l’hanno portato direttamente al secondo gradino più importante del podio Uefa: collaboratore strettissimo di Gianni Infantino, frequentatore assiduo delle stanze dei bottoni più importanti del massimo organo calcistico mondiale. Zorro multiuso. Limpido come il sole, accaparrarsi uno dei più influenti manager per semplificare l’annosa trattativa Milan-Uefa sull’intricata questione del FFP. Il carisma, lo charme, il fascino e la competenza di Zorro per andare a chiudere definitivamente la vicenda e permettere finalmente al Diavolo di ripartire, In che modo? Scontato: nel segno di Zvone Zorro Boban.

Caos calmo

 

Novanta minuti alla fine delle ostilità. Novanta minuti per la gloria o per la polvere. Una partita. Una sola, singola, maledetta partita. Prima dell’ennesima rivoluzione?

E’ precisamente questo lo scenario che aleggia sulle teste dei dirigenti dell’AC Milan e su quella del suo allenatore, Gennaro Gattuso. La trasferta di Ferrara in casa della Spal di domenica sera alle 20.30 segna l’ultima tappa di un campionato e di una stagione complicata, quella dell’ennesimo passaggio di proprietà e di una continua frizione fra Leonardo e lo stesso mister calabrese. A differenza degli ultimi 5 anni però, nonostante questo quadro non proprio idilliaco, i rossoneri sono ancora in piena corsa per il ritorno in Champions e proprio per questo tutte le discussioni sul futuro sono rimandate a lunedì 27 maggio.

Come è tradizione però, in questo periodo dell’anno le voci si rincorrono e non possiamo certo far finta di evitarle o credere che non esistano. La posizione che sembra più in bilico è quella di Leonardo Nascimento De Araujo, dirigente brasiliano poliglotta e affetto da una spiccata dose di maniavantismo. E’ nostra premura affermare, per amore della verità e della coerenza, che la figura dell’ex Inter ci ha sempre tremendamente affascinato. Carismatico, poliedrico, incisivo. Brillante. Tutte caratteristiche che ci avevano fatto vedere di buon occhio il suo terzo ritorno a Milano sponda rossonera. E proprio per questo ancora oggi ne caldeggiamo e ne caldeggeremmo la permanenza.

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Cosa è andato storto, verrebbe dunque da chiedersi. In quella che sembra l’ultima settimana da direttore sportivo del Diavolo, è chiaro ed evidente che un peso rilevante nella pressochè certa decisione di Paul Singer di allontanarlo dalla sua carica abbiano pesato indissolubilmente gli ormai annosi contrasti con Rino Gattuso e soprattutto una politica economica e di mercato, quella imposta da Ivan Gazidis, che mal si abbina con l’idea di calcio del brasiliano. Ma andiamo con ordine: narrano fonti accreditate che giovedì 15 marzo, alla vigilia del derby di ritorno, Leonardo si fece pizzicare da Gattuso intento a spiegare ad alcuni calciatori della rosa rossonera, tra i quali Paquetà, alcuni movimenti da eseguire poi nel rettangolo di gioco. Esautorando, di fatto, l’allenatore. Tra gli strali di Rino e l’abile ma duro lavoro di ricucitura da parte di Maldini, la stagione del Milan ha preso da quel momento quella disastrosa china che l’ha portato a perdere un terzo e poi un quarto posto consolidato ormai da 2 mesi e obbligando la truppa milanista a sperare solo nelle disavventure altrui per riconquistarlo.

Una mossa questa, ci permettiamo di dire, abbastanza dilettantesca. Ego non al servizio della causa comune ma solo al servizio di sé stesso. Forse il peggior difetto di Leo, ragionare sempre per l’io e mai per il noi. Difetto che si ripercuote poi nel secondo aspetto che sta spingendo Elliott a prendere una strada diversa: quello della strategia economica e tecnica del Milan. Ivan Gazidis, amministratore delegato profumatamente pagato, detta la linea finanziaria da seguire e all’interno di questa devono inserirsi i colpi e le strategie di mercato rossonere. Ebbene, il terzo no, dopo quelli per Ibra e Fabregas, al prossimo acquisto dell’esterno brasiliano Everton hanno incancrenito definitivamente i rapporti tra i 2, con Leonardo ingabbiato in una morsa che, secondo lui, gli impedisce di lavorare al meglio. Prove di dismissione, dunque. Nella settimana decisiva per la Champions spira ancora forte il vento della rivoluzione. Il quarto posto come panacea di tutti i mali? Chi vivrà vedrà. La resa dei conti è vicina.

L’estate 2019 si preannuncia rovente per quanto riguarda il toto-allenatore. Se dal punto di vista climatico questo pazzo maggio sembra tutto tranne che prossimo ad accogliere il tipico caldo estivo, la stessa cosa non si può dire per i tantissimi mister che con la valigia in mano sono pronti ad imbarcarsi in una nuova e affascinante avventura.

È di 24 ore fa la notizia della separazione consensuale tra la Juve e Massimiliano Allegri, a conclusione di un ciclo di 5 anni che ha portato in dote 11 trofei: nel dettaglio, 5 scudetti, 4 Coppe Italia e 2 Supercoppe Italiane. Altrettante le finali di Champions giocate. E perse. E sta proprio qui il punto di non ritorno. Quella terribile e incessante ossessione di Agnelli, Paratici e -soprattutto- Nedved di alzare finalmente la coppa dalle grandi orecchie. Troppo logoro e consumato ormai il rapporto, poche le motivazioni per continuare a dare impulsi ad un gruppo che vince continuativamente da otto anni.


Un pacato Allegri

Si cambia dunque, buonuscita e tanti saluti. La domanda a questo punto sorge spontanea: chi a Vinovo? Premettendo che non abbiamo la presunzione di affermare di avere la verità in tasca, se dovessimo scommettere un euro avremmo pochi dubbi nel metterlo su Pochettino, attuale finalista di Champions col suo Tottenham. I motivi sono facilmente intuibili. Allenatore elegante, aziendalista, europeo. Proprio tutte quelle caratteristiche che fanno gola ai vertici Fiat e proprio l’uomo identificato come perfetto a dare ai bianconeri un respiro più internazionale.

L’alternativa porta il nome e il cognome di Antonio Conte, promesso sposo nerazzurro. Promesso, appunto. Tremendamente legato al famoso detto popolare della sora Camilla, Conte sembra assomigliare sempre più a quello che tutti lo vogliono ma nessuno se lo piglia. Più precisamente, la strategia del tecnico leccese è ormai chiara, aspettare la migliore occasione prendendo tempo con qualsiasi squadra che lo cerchi. E in Italia cosa c’è di meglio della Juve? In attesa d sciogliere questa intricata matassa, osservano interessate al valzer delle panchine anche Milan e Roma, entrambe sconquassate al proprio interno da lotte intestine che ne minano serenità e competitività futura.

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L’addio di De Rossi ha definitivamente lacerato il già sottile laccio che teneva uniti tifosi e proprietà, con un Totti praticamente esautorato e un Baldini sempre più occulto deus ex machina delle sorti giallo-rosse. Il progetto giovani che si scorge all’orizzonte (insieme al numero 16 dovrebbero lasciare anche Manolas e Dzeko) sembra tagliato su misura per Giampiero Gasperini, condottiero indefesso dell’Atalanta dei miracoli e desideroso di una nuova occasione dopo il fallimentare trimestre interista. Fonti autorevoli parlano di un accordo già sottoscritto col nuovo Ds romanista Petrachi, un triennale a 2.5 milioni all’anno. Ridimensionamento o meno, siamo dell’idea che Gasperini abbia tutte le carte in regola per infiammare nuovamente la glaciale piazza romana di questo periodo.

Sponda rossonera, la situazione non è di certo più tranquilla: tensioni esasperate tra Leonardo e Gattuso hanno lastricato di ostacoli il percorso quarto posto e le stesse tensioni tra il brasiliano e Gazidis sembrano propendere per un licenziamento in tronco del direttore sportivo a fine anno, Ennesima rivoluzione societaria dunque: i nomi per la sua successione sono quelli di Tare e Campos. E Gattuso? L’ottimo rapporto instaurato con l’ex Arsenal potrebbe portarlo ad una clamorosa conferma in caso di insperata qualificazione europea, ma la linea Elliott sarebbe quella di dare finalmente via al proprio corso affidando le questioni di campo ad un allenatore scelto da loro e non ereditato dalla passata gestione sportiva.


Sarri probabilmente lascerà il Chelsea a fine stagione

Il nome, già fatto di recente su queste pagine, è sempre quello di Maurizio Sarri, in odore di esonero dal Chelsea dopo la finale di EL del 29 maggio e forte di un pre-accordo col Diavolo sulla base di un contratto di 3 anni a 4 milioni a stagione, bonus inclusi. Che sia di nuovo l’avvento del Sarrismo? Probabile, anche se all’orizzonte si staglia minacciosa la sagoma di un livornese sorridente, amante dell’ippica e ironico quanto basta. Perplessità? Ragazzi, è molto semplice: state...Allegri.

Il Diavolo veste Sarri

Intendiamoci subito, cari lettori: questo non sarà uno di quei classici articoli di informazione sportiva, asettici nelle loro fredde informazioni, glaciali nelle analisi più dettagliate, avulsi da qualsiasi considerazione personale. No, non sarà tutto questo.

Assomiglierà molto di più ad una lettera a cuore aperto a quello che con tutta probabilità sarà il nuovo allenatore dell’AC Milan di Milano: Maurizio Sarri. Siamo felici di questa notizia? Vibriamo al pensiero del toscano con le natiche ben piantate sulla panchina di San Siro? Ebbene, no. Noi lo sappiamo, caro Maurizio, che l’aria di Londra ti sta stretta, che il rapporto con Abramovich stenta a decollare per quell’incompatibilità di caratteri figlia di origini di vita troppo distanti una dall’altra, conosciamo bene quel tuo ammaliante, ripetitivo, ossessivo modo di giocare con le sovrapposizioni dei terzini, i tagli degli esterni, il tiki-taka di Guardiolana memoria, l’idiosincrasia spiccata al turnover. Ti abbiamo ben presente, una maschera di insoddisfazione tra il fumo del tuo amato sigaro, il taccuino da novello Mourinho, i modi burberi e soprattutto quell’inseparabile tuta, manco fosse l’armatura di uno degli Avengers.

sarri galliani

Galliani fa i complimenti a Maurizio Sarri, sulla panchina del Napoli

Ti abbiamo ammirato, in principio, invocato in quella torrida estate del 2015, quando alla fine dell’ecatombe Inzaghi e in bilico tra i mille tentennamenti di Ancelotti ci sembravi l’unica ancora di salvezza di una nave ormai alla deriva. Fummo molto vicini a quei tempi, Galliani ti strappò un accordo e un sorriso (!), prima che Berlusconi stracciasse tutto per mere ideologie politiche. Diverse ai tempi, così diverse che ti spinsero fra le braccia dell’eccentrico patron De Laurentiis e della calorosissima piazza napoletana.

Forse è lì che la nostra cotta per te cominciò a vacillare, ad attenuarsi, a rivendicare quella pia illusione che ancora una volta ci era stata strappata via. I tuoi anni all’ombra del Vesuvio sono filati via tutto sommato lisci, iniziali incomprensioni tattiche culminate con la splendida cavalcata quasi scudettata della stagione 2017-2018. Tutto molto bello. Tutto, forse, troppo bello.

Non ci convinceva, caro Maurizio, quella litania cantilenante sui fatturati che ci propinavi ad ogni maledetta conferenza stampa, quell’usura nell’utilizzo diabolico di pochissimi componenti della rosa, quella maniacalità tattica che da pregio ai nostri occhi era ed è diventata un urticante e pruriginoso difetto. Ti abbiamo collocato, per tutta queste serie di ragioni, nel limbo dei tanti allenatori del “vorrei ma non posso”, il bel calcio a discapito dei risultati, la rigidità calcistica fatta dogma.

Non ci piaci più. burbero Maurizio. Ed è per questo che siamo sobbalzati quando in questi ultimi giorni abbiamo appurato che potresti essere il condottiero scelto da Maldini e Leonardo per avviare definitivamente il progetto targato Elliott. Se avremo mai l’opportunità di confrontarci, ti diremmo schiettamente che avremmo preferito o preferiremmo altro, che ci inquieta quella tua incapacità di essere versatile mista forse ad una lievissima ignoranza paesana. Potremmo annusarci, lanciarci frecciatine, ma non andremmo mai pienamente d’accordo.

Eppure sei il prescelto. Eppure sappiamo che possiedi tutte le carte in regola per farcela tornare quella stra-maledetta cotta del 2015. Eppure una vocina ci sussurra che forse potresti essere quello giusto, anche più di quell’Antonio Conte che tanti, forse troppi, bramano. Non ci piaci, caro Maurizio. Ed è magari per questo che ci intrighi. Come un bel vestito di Prada. Anche se te, lo sappiamo, sei più comodo in tuta.

Alberto Petrosilli

Il trono di squadre

 

L’inverno è finalmente arrivato! Tranquilli, le vostre scampagnate primaverili non sono in pericolo, l’inverno non è arrivato da noi ma a Westeros, il continente immaginario dove si svolgono le vicende di Game of Thrones, la serie tv simbolo di questo decennio che è riuscita a coinvolgere milioni e milioni di fan.

La febbre del trono si fa sentire anche qui nella redazione de Il Catenaccio e allora per ingannare l’attesa tra una puntata e l’altra abbiamo provato a farci una domanda a modo nostro. Se le casate di GoT fossero una squadra di calcio a quale squadra reale assomiglierebbero di più?

Proviamo a dare una risposta, in modo quanto più possibile spoiler free e con una buona dose di ironia:

starkCasa Stark – Roma roma

Gli Stark sono i protettori del Nord, discendono direttamente dai Primi Uomini e venerano gli antichi Dei. Il loro temperamento glaciale non ha molto a che vedere con la passione dei tifosi giallorossi, ma anche loro venerano un dio tutto loro, detto Er capitano o Er pupone dai più devoti, e soprattutto hanno in comune il lupo che campeggia fiero sullo stemma degli Stark e su quello della Roma.

lannisterCasa Lannister – Juventusjuve

I Lannister sono la casata più ricca dei sette regni, grazie a prestiti e sotterfugi sono riusciti ad accumulare una ricchezza incredibile e a dominare economicamente le altre casate, il loro obiettivo però è raggiungere il Trono di Spade e dominare l’intero continente… Serve aggiungere altro?

 

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targaryenCasa Targaryen – Milanmilan

I Targaryen sono un’antica dinastia proveniente dalla misteriosa Valyria, giunti a Westeros sono riusciti a sottomettere l’intero continente grazie al fuoco dei draghi, ma scomparsi i draghi è scomparsa anche la loro potenza. Il Milan ha avuto per più di 30 anni un suo drago, anzi più un biscione, grazie al quale è riuscito a dominare l’Europa, ma da quando quel drago se n’è andato i giorni di gloria continentale sono solo un bel ricordo.

greyjoyCasa Greyjoy – Interinter

I Greyjoy sono i lord delle isole di Ferro, sono pirati e saccheggiatori, sempre pronti a sfruttare le debolezze degli altri lord per occuparne le terre. L’Inter si è dimostrata maestra in passato nello sfruttare la debolezza altrui e prendersi il primo posto per diversi anni, ora sembra che si sia un po’ assopita, ma si sa: “Pazza Inter, amala” e come recita il motto dei Greyjoy: “Ciò che è morto non muoia mai”.

martellCasa Martell – Napolinapoli

I Martell governano su Dorne, la parte meridionale di Westeros, sono fieri e passionali, il loro motto è: ”Mai inchinati, mai piegati, mai spezzati”. La stessa fierezza e passione, lo stesso fuoco e determinazione che hanno i tifosi napoletani e come ‘O sole mio di Napoli il loro stemma è un grande sole splendente.

arryn            Casa Arryn – Laziolazio

Gli Arryn governano da secoli da una fortezza inespugnabile chiamata Nido dell’Aquila, il loro motto  è “In alto come l’onore” e i loro colori sono il bianco e il blu. Non c’è bisogno di aggiungere altro, lassù dove volano le aquile c’è solo la Lazio ed è alto l’onore e l’orgoglio di essere La prima squadra della capitale.

Siamo ancora troppo Acerbi

 

L’Italia è un paese bellissimo. Ricco di storia e cultura, di arte, di quella sacralità tipica della cultura prettamente italica. Pullulano turisti e visitatori nelle migliori città dello stivale, da Roma a Venezia, passando per Firenze, Milano e Torino. Stiamo descrivendo un perfetto paesaggio bucolico? Apparentemente sì. Apparentemente, appunto, perché in mezzo a cotanta vastità artistica, il BelPaese è impregnato di un urticante, fastidioso, pruriginoso “malessere”: il moralismo.

Chiamasi così quel tronfio modo di interpretare una qualsivoglia vicenda secondo il classico proverbio del calcio alla botte e uno al cerchio. Il perbenismo elevato all’ennesima potenza, quella codarda incapacità di prendere una decisione convinta, galleggiando nel limbo dell’ovvio e dello scontato. Malanno ben radicato nella tradizione italica, presente in tutti i campi e i settori della quotidianità, non sfugge ad esso neanche l’impresa sportiva per eccellenza: il calcio. Ebbene sì, miei cari lettori, anche lo sport nazional-popolare combatte da anni con forme di moralismo più o meno variegate che contaminano l’eterna bellezza della sfera a scacchi.

rino

Rino a sedare le scenate alla fine di Milan Lazio

Non sfugge a questo scenario, in questa settimana di lacrime e sangue, anche l’ormai famoso caso Kessiè Bakayoko Acerbi, con il duo rossonero messo letteralmente alla gogna mediatica per il gesto perpetrato alla fine di Milan-Lazio, quando i due centrocampisti hanno mostrato alla curva del Diavolo la maglia del bravissimo difensore biancoceleste. Ora, sicuro del fatto che tanti che si accingeranno a leggere questo scritto convivano da anni con tale morbo, è mia premura fare una doverosa premessa: Kessiè e Bakayoko hanno sbagliato. Discutibile e di poco gusto gettare al pubblico ludibrio la maglia di un avversario che scambiandola aveva avuto proprio l’intenzione di chiudere la vicenda social scatenatasi nei giorni precedenti.

Gesto da evitare, dunque. Partendo da questo presupposto però ci è impossibile non passare a commentare quello che è stato il contorno della vicenda e le conseguenze incredibili che la stessa ha avuto. Ma è possibile che un gesto seppur deprecabile smuova tutta l’opinione pubblica nazionale, spingendo ad intervenire anche il sottosegretario della Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, il quale, ci permettiamo di dire, avrebbe moltissime altre cose a cui pensare? È possibile che si richiedano pene esemplari quando gesti di questo tenore in passato sono stati vissuti e giudicati come un semplice sfottò?

Il calcio è denso di episodi simili, dalle quattro dita di Totti sbattute in faccia a Tudor in un famoso Roma-Juve, dai calzini che Rudiger vendeva a Stoccarda secondo la “lucida” analisi di Lulic, gli attributi di Ronaldo mostrati ai tifosi dell’Atletico. Vedendo la differenza emotiva e di pancia che tali vicende hanno provocato, viene da chiedersi se l’episodio sia stato così reclamizzato perché riguardante due ragazzi di colore. Oppure se lo sia stato per la gravissima malattia che Acerbi ha combattuto, vincendola. Dubbi che probabilmente rimarranno inevasi, ma che forse hanno un minimo fondo di verità.

Il coro intonato dalla Curva Nord della Lazio durante il recupero contro l'Udinese

Moralismo che troppo spesso in questo caso fa rima con razzismo: si sono preoccupati i vari Gravina, Malagò, Pecoraro, Tommasi di chiedersi se in questo preciso momento storico, dove il tema dell’immigrazione è chiaramente dominante, le loro sentenze dialettiche avessero potuto aizzare ancora di più forme di odio etnico? Il calcio che si mischia alla politica, il calcio utilizzato come mero contenitore di consensi per i proprio interessi personali. Stiamo forse esagerando? Magari sì, ma a sentire il coro della Curva Nord dell’altra sera durante Lazio-Udinese non pensiamo di essere andati molto lontano dal vero. “Poporopo, questa banana è per Bakayoko”: non proprio una dichiarazione di pace alla viglia della delicata semifinale di ritorno di Coppa Italia del prossimo 24 aprile. Già, una banana: l’unico frutto dell’amor, direbbe qualcuno. Simbolo di odio razziale, in questo caso. Come la mettiamo adesso, signor Pecoraro? Siamo vigili, in attesa che la giustizia faccia il suo corso. Non molto fiduciosi, questo ci sia concesso. Perchè la dialettica è importante, ma sono i fatti quelli che contano. E su quelli, purtroppo, siamo fermi. Immobili. Apparentemente, troppo Acerbi.

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