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Un canestro che salva la vita

Lo sguardo volge verso un paesaggio più sublime e ...

Marco Giampaolo, l'esteta silenzionso

Marco Giampaolo è il nuovo allenatore del Milan. La comunicazione ufficiale dell’ingaggio del tecnico pescarese, avvenuta mercoledì nel tardo pomeriggio, ha dato adito ai più disparati dibattiti sul tema. Rischio eccessivo o affascinante scommessa?

Le analisi e le considerazioni spaziano dalla complicata gestione emotiva del personaggio alla convincente idea di gioco mostrata nei suoi trascorsi a Cagliari prima e soprattutto nella Samp poi. La scelta di Maldini e Boban di affidare l’ennesimo tentativo di rinascita degli ultimi sette anni dimostra che la forza delle idee può sopperire a qualche carenza strutturale che al via della stagione la rosa rossonera inevitabilmente presenterà. La capacità di valorizzare il materiale a disposizione fanno di Marco Giampaolo l’interprete perfetto dell’attuale momento storico milanista.

La sua efficacia nel rivitalizzare giocatori inespressi, l’innata capacità di adattare e di plasmare la rosa a disposizione alle sue idee calcistiche fanno di questo controverso mister uno dei più preparati interpreti del panorama nazionale. Elogiato anche da Sarri nella sua prima apparizione torinese. l’ex Brescia è però ricordato dai più per lo spiacevole episodio che lo vide coinvolto quando allenava proprio le rondinelle: sei anni fa, stagione 2013/2014, il tecnico alla vigilia dell’inizio del campionato sparisce nel nulla azzerando tutti i possibili contatti. Si rifarà vivo una settimana dopo dalla sua casa al mare rassicurando tutti sulle sue condizioni di salute.

L’aneddoto, aldilà dell’ilarità che ovviamente suscita, ci è di aiuto per approfondire quello che come abbiamo anticipato in precedenza è proprio il cavallo di battaglia degli scettici: la scarsa capacità caratteriale di reggere alle pressioni, pressioni che sono moltiplicate di N volte in un piazza calda e calcio-centrica come quella rossonera. Al netto di tutto e per completare in maniera chiara il quadro, c’è da aggiungere che lo stesso allenatore poco tempo fa, tornando sull’episodio, ha spiegato che la fuga non fu dovuta a crolli psicologici ma bensì ad una sorta di ripicca nei confronti del presidente del Brescia che non aveva accettato le sue dimissioni, di fatto così non liberandolo. In qualunque modo la si voglia mettere tuttavia, il fatto getta e getterà sempre un’ombra di inquietudine che solo i risultati del campo, l’estetica unita alla redditività del risultato, potranno definitivamente scacciare.  

La sfida si presenta dunque ardua: riportare il Milan in quel solco di bellezza stilistica caratteristica della sua storia, ripercorrere le orme di Sacchi e Ancelotti, elevare il bello a condizione indispensabile per raggiungere le vittorie sono il mantra sposato indissolubilmente da Zvone e Paolo, coppia carismatica che ha vissuto gli anni d’oro di Silvio Berlusconi dove vincere era importante quanto convincere. Il percorso non sarà certamente breve tra morsa dell’UEFA e ovvio restyling della rosa, ma l’idea di tornare ad infarcire il centrocampo milanista di piedi buoni stuzzica moltissimo la nostra fantasia: cresciuti nel segno dell’epopea magica del trio Pirlo-Seedorf-Kakà, non possiamo che accogliere con fervente trepidazione la mission di tornare a palleggiare senza paura sui campi di tutta Italia. Spregiudicatezza desiderata, voluta, rimpianta e poi fortemente ricercata: l’uomo che leggeva Sepulveda è pronto. Al Milan il grande compito di assecondarlo.

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Nel segno di Zvone Boban

Attuale vice segretario della Fifa, ex fantasista del Milan e della Croazia degli anni ‘90, un recente passato da arguto e critico commentatore Sky. Di chi stiamo parlando? Ovviamente di Zvonimir Zvone Boban.

La chiamata alle armi di Paolo Maldini, neo direttore tecnico in pectore del primo vero Milan targato Elliott dopo la supplenza forzata del primo tumultuoso anno, non ha lasciato insensibile il grande fuoriclasse croato, stimolato dall’affascinante sfida di riportare il Diavolo dove è sempre stato, nell’elite del calcio mondiale. Piccato, Zvone. Realista. Dannatamente fatalista. E’ stato questo il tratto caratteristico delle sua lunga esperienza come opinionista televisivo nell’affrontare l’argomento Milan. Troppo dura per lui accettare il ridimensionamento sia tecnico che economico di quella squadra che aveva dominato per 20 anni l’intero panorama calcistico. Famose le sue discussione accese con l’allora AD Adriano Galliani sulla piega provinciale presa dal club, accorati i consigli volti a riportare tutti sulla retta via. Per Boban, lo Zorro più famoso del contesto pallonaro, il concetto di Milan è sempre stato connesso e correlato a quella di top. Di bello. Di super. Di inarrivabile, per certi versi.

L’accettazione dell’incarico da parte sua segna in maniera intangibile la serietà della proprietà americana, minata forse un po' troppo dai toccanti e per certi versi inattesi addii di Gattuso e, soprattutto, Leonardo. Il brasiliano, abbandonando la guida della nave rossonera, aveva fatto calare una pericolosa cappa di scetticismo su tutta la tifoseria e tra gli addetti ai lavori. A rischiarare il clima e a risollevare gli entusiasmi generali, chiarendo definitivamente le intenzioni serissime dei Singer, sono arrivati prima il si di Paolo Maldini e poi, ci permettiamo di sottolinearlo senza la minima intenzione di sminuire l’eterno capitano milanista, quello del croato tutto stile, classe, e competenza.

L’ufficialità è ormai solo una formalità, l’arrivo chiuso mercoledì del centrocampista Krunic, eclettica mezz’ala dell’Empoli, porta indissolubilmente la sua firma. E qui emerge prepotentemente il secondo tratto peculiare del Profeta dell’Erzegovina: quello di scovare prima degli altri il talento altrui. Una capacità che si sposa meravigliosamente con la linea giovane presentata da Gazidis qualche settimana fa alla Gazzetta dello Sport. Ricercare il talento, valorizzarlo, consolidarlo. Una missione che Boban ha trasformato nel must di un’intera carriera, migliorarsi per raggiungere vette difficilmente preventivabili. Quali? Quelle che l’hanno portato direttamente al secondo gradino più importante del podio Uefa: collaboratore strettissimo di Gianni Infantino, frequentatore assiduo delle stanze dei bottoni più importanti del massimo organo calcistico mondiale. Zorro multiuso. Limpido come il sole, accaparrarsi uno dei più influenti manager per semplificare l’annosa trattativa Milan-Uefa sull’intricata questione del FFP. Il carisma, lo charme, il fascino e la competenza di Zorro per andare a chiudere definitivamente la vicenda e permettere finalmente al Diavolo di ripartire, In che modo? Scontato: nel segno di Zvone Zorro Boban.

Caos calmo

 

Novanta minuti alla fine delle ostilità. Novanta minuti per la gloria o per la polvere. Una partita. Una sola, singola, maledetta partita. Prima dell’ennesima rivoluzione?

E’ precisamente questo lo scenario che aleggia sulle teste dei dirigenti dell’AC Milan e su quella del suo allenatore, Gennaro Gattuso. La trasferta di Ferrara in casa della Spal di domenica sera alle 20.30 segna l’ultima tappa di un campionato e di una stagione complicata, quella dell’ennesimo passaggio di proprietà e di una continua frizione fra Leonardo e lo stesso mister calabrese. A differenza degli ultimi 5 anni però, nonostante questo quadro non proprio idilliaco, i rossoneri sono ancora in piena corsa per il ritorno in Champions e proprio per questo tutte le discussioni sul futuro sono rimandate a lunedì 27 maggio.

Come è tradizione però, in questo periodo dell’anno le voci si rincorrono e non possiamo certo far finta di evitarle o credere che non esistano. La posizione che sembra più in bilico è quella di Leonardo Nascimento De Araujo, dirigente brasiliano poliglotta e affetto da una spiccata dose di maniavantismo. E’ nostra premura affermare, per amore della verità e della coerenza, che la figura dell’ex Inter ci ha sempre tremendamente affascinato. Carismatico, poliedrico, incisivo. Brillante. Tutte caratteristiche che ci avevano fatto vedere di buon occhio il suo terzo ritorno a Milano sponda rossonera. E proprio per questo ancora oggi ne caldeggiamo e ne caldeggeremmo la permanenza.

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Cosa è andato storto, verrebbe dunque da chiedersi. In quella che sembra l’ultima settimana da direttore sportivo del Diavolo, è chiaro ed evidente che un peso rilevante nella pressochè certa decisione di Paul Singer di allontanarlo dalla sua carica abbiano pesato indissolubilmente gli ormai annosi contrasti con Rino Gattuso e soprattutto una politica economica e di mercato, quella imposta da Ivan Gazidis, che mal si abbina con l’idea di calcio del brasiliano. Ma andiamo con ordine: narrano fonti accreditate che giovedì 15 marzo, alla vigilia del derby di ritorno, Leonardo si fece pizzicare da Gattuso intento a spiegare ad alcuni calciatori della rosa rossonera, tra i quali Paquetà, alcuni movimenti da eseguire poi nel rettangolo di gioco. Esautorando, di fatto, l’allenatore. Tra gli strali di Rino e l’abile ma duro lavoro di ricucitura da parte di Maldini, la stagione del Milan ha preso da quel momento quella disastrosa china che l’ha portato a perdere un terzo e poi un quarto posto consolidato ormai da 2 mesi e obbligando la truppa milanista a sperare solo nelle disavventure altrui per riconquistarlo.

Una mossa questa, ci permettiamo di dire, abbastanza dilettantesca. Ego non al servizio della causa comune ma solo al servizio di sé stesso. Forse il peggior difetto di Leo, ragionare sempre per l’io e mai per il noi. Difetto che si ripercuote poi nel secondo aspetto che sta spingendo Elliott a prendere una strada diversa: quello della strategia economica e tecnica del Milan. Ivan Gazidis, amministratore delegato profumatamente pagato, detta la linea finanziaria da seguire e all’interno di questa devono inserirsi i colpi e le strategie di mercato rossonere. Ebbene, il terzo no, dopo quelli per Ibra e Fabregas, al prossimo acquisto dell’esterno brasiliano Everton hanno incancrenito definitivamente i rapporti tra i 2, con Leonardo ingabbiato in una morsa che, secondo lui, gli impedisce di lavorare al meglio. Prove di dismissione, dunque. Nella settimana decisiva per la Champions spira ancora forte il vento della rivoluzione. Il quarto posto come panacea di tutti i mali? Chi vivrà vedrà. La resa dei conti è vicina.

L’estate 2019 si preannuncia rovente per quanto riguarda il toto-allenatore. Se dal punto di vista climatico questo pazzo maggio sembra tutto tranne che prossimo ad accogliere il tipico caldo estivo, la stessa cosa non si può dire per i tantissimi mister che con la valigia in mano sono pronti ad imbarcarsi in una nuova e affascinante avventura.

È di 24 ore fa la notizia della separazione consensuale tra la Juve e Massimiliano Allegri, a conclusione di un ciclo di 5 anni che ha portato in dote 11 trofei: nel dettaglio, 5 scudetti, 4 Coppe Italia e 2 Supercoppe Italiane. Altrettante le finali di Champions giocate. E perse. E sta proprio qui il punto di non ritorno. Quella terribile e incessante ossessione di Agnelli, Paratici e -soprattutto- Nedved di alzare finalmente la coppa dalle grandi orecchie. Troppo logoro e consumato ormai il rapporto, poche le motivazioni per continuare a dare impulsi ad un gruppo che vince continuativamente da otto anni.


Un pacato Allegri

Si cambia dunque, buonuscita e tanti saluti. La domanda a questo punto sorge spontanea: chi a Vinovo? Premettendo che non abbiamo la presunzione di affermare di avere la verità in tasca, se dovessimo scommettere un euro avremmo pochi dubbi nel metterlo su Pochettino, attuale finalista di Champions col suo Tottenham. I motivi sono facilmente intuibili. Allenatore elegante, aziendalista, europeo. Proprio tutte quelle caratteristiche che fanno gola ai vertici Fiat e proprio l’uomo identificato come perfetto a dare ai bianconeri un respiro più internazionale.

L’alternativa porta il nome e il cognome di Antonio Conte, promesso sposo nerazzurro. Promesso, appunto. Tremendamente legato al famoso detto popolare della sora Camilla, Conte sembra assomigliare sempre più a quello che tutti lo vogliono ma nessuno se lo piglia. Più precisamente, la strategia del tecnico leccese è ormai chiara, aspettare la migliore occasione prendendo tempo con qualsiasi squadra che lo cerchi. E in Italia cosa c’è di meglio della Juve? In attesa d sciogliere questa intricata matassa, osservano interessate al valzer delle panchine anche Milan e Roma, entrambe sconquassate al proprio interno da lotte intestine che ne minano serenità e competitività futura.

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L’addio di De Rossi ha definitivamente lacerato il già sottile laccio che teneva uniti tifosi e proprietà, con un Totti praticamente esautorato e un Baldini sempre più occulto deus ex machina delle sorti giallo-rosse. Il progetto giovani che si scorge all’orizzonte (insieme al numero 16 dovrebbero lasciare anche Manolas e Dzeko) sembra tagliato su misura per Giampiero Gasperini, condottiero indefesso dell’Atalanta dei miracoli e desideroso di una nuova occasione dopo il fallimentare trimestre interista. Fonti autorevoli parlano di un accordo già sottoscritto col nuovo Ds romanista Petrachi, un triennale a 2.5 milioni all’anno. Ridimensionamento o meno, siamo dell’idea che Gasperini abbia tutte le carte in regola per infiammare nuovamente la glaciale piazza romana di questo periodo.

Sponda rossonera, la situazione non è di certo più tranquilla: tensioni esasperate tra Leonardo e Gattuso hanno lastricato di ostacoli il percorso quarto posto e le stesse tensioni tra il brasiliano e Gazidis sembrano propendere per un licenziamento in tronco del direttore sportivo a fine anno, Ennesima rivoluzione societaria dunque: i nomi per la sua successione sono quelli di Tare e Campos. E Gattuso? L’ottimo rapporto instaurato con l’ex Arsenal potrebbe portarlo ad una clamorosa conferma in caso di insperata qualificazione europea, ma la linea Elliott sarebbe quella di dare finalmente via al proprio corso affidando le questioni di campo ad un allenatore scelto da loro e non ereditato dalla passata gestione sportiva.


Sarri probabilmente lascerà il Chelsea a fine stagione

Il nome, già fatto di recente su queste pagine, è sempre quello di Maurizio Sarri, in odore di esonero dal Chelsea dopo la finale di EL del 29 maggio e forte di un pre-accordo col Diavolo sulla base di un contratto di 3 anni a 4 milioni a stagione, bonus inclusi. Che sia di nuovo l’avvento del Sarrismo? Probabile, anche se all’orizzonte si staglia minacciosa la sagoma di un livornese sorridente, amante dell’ippica e ironico quanto basta. Perplessità? Ragazzi, è molto semplice: state...Allegri.

Il Diavolo veste Sarri

Intendiamoci subito, cari lettori: questo non sarà uno di quei classici articoli di informazione sportiva, asettici nelle loro fredde informazioni, glaciali nelle analisi più dettagliate, avulsi da qualsiasi considerazione personale. No, non sarà tutto questo.

Assomiglierà molto di più ad una lettera a cuore aperto a quello che con tutta probabilità sarà il nuovo allenatore dell’AC Milan di Milano: Maurizio Sarri. Siamo felici di questa notizia? Vibriamo al pensiero del toscano con le natiche ben piantate sulla panchina di San Siro? Ebbene, no. Noi lo sappiamo, caro Maurizio, che l’aria di Londra ti sta stretta, che il rapporto con Abramovich stenta a decollare per quell’incompatibilità di caratteri figlia di origini di vita troppo distanti una dall’altra, conosciamo bene quel tuo ammaliante, ripetitivo, ossessivo modo di giocare con le sovrapposizioni dei terzini, i tagli degli esterni, il tiki-taka di Guardiolana memoria, l’idiosincrasia spiccata al turnover. Ti abbiamo ben presente, una maschera di insoddisfazione tra il fumo del tuo amato sigaro, il taccuino da novello Mourinho, i modi burberi e soprattutto quell’inseparabile tuta, manco fosse l’armatura di uno degli Avengers.

sarri galliani

Galliani fa i complimenti a Maurizio Sarri, sulla panchina del Napoli

Ti abbiamo ammirato, in principio, invocato in quella torrida estate del 2015, quando alla fine dell’ecatombe Inzaghi e in bilico tra i mille tentennamenti di Ancelotti ci sembravi l’unica ancora di salvezza di una nave ormai alla deriva. Fummo molto vicini a quei tempi, Galliani ti strappò un accordo e un sorriso (!), prima che Berlusconi stracciasse tutto per mere ideologie politiche. Diverse ai tempi, così diverse che ti spinsero fra le braccia dell’eccentrico patron De Laurentiis e della calorosissima piazza napoletana.

Forse è lì che la nostra cotta per te cominciò a vacillare, ad attenuarsi, a rivendicare quella pia illusione che ancora una volta ci era stata strappata via. I tuoi anni all’ombra del Vesuvio sono filati via tutto sommato lisci, iniziali incomprensioni tattiche culminate con la splendida cavalcata quasi scudettata della stagione 2017-2018. Tutto molto bello. Tutto, forse, troppo bello.

Non ci convinceva, caro Maurizio, quella litania cantilenante sui fatturati che ci propinavi ad ogni maledetta conferenza stampa, quell’usura nell’utilizzo diabolico di pochissimi componenti della rosa, quella maniacalità tattica che da pregio ai nostri occhi era ed è diventata un urticante e pruriginoso difetto. Ti abbiamo collocato, per tutta queste serie di ragioni, nel limbo dei tanti allenatori del “vorrei ma non posso”, il bel calcio a discapito dei risultati, la rigidità calcistica fatta dogma.

Non ci piaci più. burbero Maurizio. Ed è per questo che siamo sobbalzati quando in questi ultimi giorni abbiamo appurato che potresti essere il condottiero scelto da Maldini e Leonardo per avviare definitivamente il progetto targato Elliott. Se avremo mai l’opportunità di confrontarci, ti diremmo schiettamente che avremmo preferito o preferiremmo altro, che ci inquieta quella tua incapacità di essere versatile mista forse ad una lievissima ignoranza paesana. Potremmo annusarci, lanciarci frecciatine, ma non andremmo mai pienamente d’accordo.

Eppure sei il prescelto. Eppure sappiamo che possiedi tutte le carte in regola per farcela tornare quella stra-maledetta cotta del 2015. Eppure una vocina ci sussurra che forse potresti essere quello giusto, anche più di quell’Antonio Conte che tanti, forse troppi, bramano. Non ci piaci, caro Maurizio. Ed è magari per questo che ci intrighi. Come un bel vestito di Prada. Anche se te, lo sappiamo, sei più comodo in tuta.

Alberto Petrosilli

Il trono di squadre

 

L’inverno è finalmente arrivato! Tranquilli, le vostre scampagnate primaverili non sono in pericolo, l’inverno non è arrivato da noi ma a Westeros, il continente immaginario dove si svolgono le vicende di Game of Thrones, la serie tv simbolo di questo decennio che è riuscita a coinvolgere milioni e milioni di fan.

La febbre del trono si fa sentire anche qui nella redazione de Il Catenaccio e allora per ingannare l’attesa tra una puntata e l’altra abbiamo provato a farci una domanda a modo nostro. Se le casate di GoT fossero una squadra di calcio a quale squadra reale assomiglierebbero di più?

Proviamo a dare una risposta, in modo quanto più possibile spoiler free e con una buona dose di ironia:

starkCasa Stark – Roma roma

Gli Stark sono i protettori del Nord, discendono direttamente dai Primi Uomini e venerano gli antichi Dei. Il loro temperamento glaciale non ha molto a che vedere con la passione dei tifosi giallorossi, ma anche loro venerano un dio tutto loro, detto Er capitano o Er pupone dai più devoti, e soprattutto hanno in comune il lupo che campeggia fiero sullo stemma degli Stark e su quello della Roma.

lannisterCasa Lannister – Juventusjuve

I Lannister sono la casata più ricca dei sette regni, grazie a prestiti e sotterfugi sono riusciti ad accumulare una ricchezza incredibile e a dominare economicamente le altre casate, il loro obiettivo però è raggiungere il Trono di Spade e dominare l’intero continente… Serve aggiungere altro?

 

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targaryenCasa Targaryen – Milanmilan

I Targaryen sono un’antica dinastia proveniente dalla misteriosa Valyria, giunti a Westeros sono riusciti a sottomettere l’intero continente grazie al fuoco dei draghi, ma scomparsi i draghi è scomparsa anche la loro potenza. Il Milan ha avuto per più di 30 anni un suo drago, anzi più un biscione, grazie al quale è riuscito a dominare l’Europa, ma da quando quel drago se n’è andato i giorni di gloria continentale sono solo un bel ricordo.

greyjoyCasa Greyjoy – Interinter

I Greyjoy sono i lord delle isole di Ferro, sono pirati e saccheggiatori, sempre pronti a sfruttare le debolezze degli altri lord per occuparne le terre. L’Inter si è dimostrata maestra in passato nello sfruttare la debolezza altrui e prendersi il primo posto per diversi anni, ora sembra che si sia un po’ assopita, ma si sa: “Pazza Inter, amala” e come recita il motto dei Greyjoy: “Ciò che è morto non muoia mai”.

martellCasa Martell – Napolinapoli

I Martell governano su Dorne, la parte meridionale di Westeros, sono fieri e passionali, il loro motto è: ”Mai inchinati, mai piegati, mai spezzati”. La stessa fierezza e passione, lo stesso fuoco e determinazione che hanno i tifosi napoletani e come ‘O sole mio di Napoli il loro stemma è un grande sole splendente.

arryn            Casa Arryn – Laziolazio

Gli Arryn governano da secoli da una fortezza inespugnabile chiamata Nido dell’Aquila, il loro motto  è “In alto come l’onore” e i loro colori sono il bianco e il blu. Non c’è bisogno di aggiungere altro, lassù dove volano le aquile c’è solo la Lazio ed è alto l’onore e l’orgoglio di essere La prima squadra della capitale.

Siamo ancora troppo Acerbi

 

L’Italia è un paese bellissimo. Ricco di storia e cultura, di arte, di quella sacralità tipica della cultura prettamente italica. Pullulano turisti e visitatori nelle migliori città dello stivale, da Roma a Venezia, passando per Firenze, Milano e Torino. Stiamo descrivendo un perfetto paesaggio bucolico? Apparentemente sì. Apparentemente, appunto, perché in mezzo a cotanta vastità artistica, il BelPaese è impregnato di un urticante, fastidioso, pruriginoso “malessere”: il moralismo.

Chiamasi così quel tronfio modo di interpretare una qualsivoglia vicenda secondo il classico proverbio del calcio alla botte e uno al cerchio. Il perbenismo elevato all’ennesima potenza, quella codarda incapacità di prendere una decisione convinta, galleggiando nel limbo dell’ovvio e dello scontato. Malanno ben radicato nella tradizione italica, presente in tutti i campi e i settori della quotidianità, non sfugge ad esso neanche l’impresa sportiva per eccellenza: il calcio. Ebbene sì, miei cari lettori, anche lo sport nazional-popolare combatte da anni con forme di moralismo più o meno variegate che contaminano l’eterna bellezza della sfera a scacchi.

rino

Rino a sedare le scenate alla fine di Milan Lazio

Non sfugge a questo scenario, in questa settimana di lacrime e sangue, anche l’ormai famoso caso Kessiè Bakayoko Acerbi, con il duo rossonero messo letteralmente alla gogna mediatica per il gesto perpetrato alla fine di Milan-Lazio, quando i due centrocampisti hanno mostrato alla curva del Diavolo la maglia del bravissimo difensore biancoceleste. Ora, sicuro del fatto che tanti che si accingeranno a leggere questo scritto convivano da anni con tale morbo, è mia premura fare una doverosa premessa: Kessiè e Bakayoko hanno sbagliato. Discutibile e di poco gusto gettare al pubblico ludibrio la maglia di un avversario che scambiandola aveva avuto proprio l’intenzione di chiudere la vicenda social scatenatasi nei giorni precedenti.

Gesto da evitare, dunque. Partendo da questo presupposto però ci è impossibile non passare a commentare quello che è stato il contorno della vicenda e le conseguenze incredibili che la stessa ha avuto. Ma è possibile che un gesto seppur deprecabile smuova tutta l’opinione pubblica nazionale, spingendo ad intervenire anche il sottosegretario della Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, il quale, ci permettiamo di dire, avrebbe moltissime altre cose a cui pensare? È possibile che si richiedano pene esemplari quando gesti di questo tenore in passato sono stati vissuti e giudicati come un semplice sfottò?

Il calcio è denso di episodi simili, dalle quattro dita di Totti sbattute in faccia a Tudor in un famoso Roma-Juve, dai calzini che Rudiger vendeva a Stoccarda secondo la “lucida” analisi di Lulic, gli attributi di Ronaldo mostrati ai tifosi dell’Atletico. Vedendo la differenza emotiva e di pancia che tali vicende hanno provocato, viene da chiedersi se l’episodio sia stato così reclamizzato perché riguardante due ragazzi di colore. Oppure se lo sia stato per la gravissima malattia che Acerbi ha combattuto, vincendola. Dubbi che probabilmente rimarranno inevasi, ma che forse hanno un minimo fondo di verità.

Il coro intonato dalla Curva Nord della Lazio durante il recupero contro l'Udinese

Moralismo che troppo spesso in questo caso fa rima con razzismo: si sono preoccupati i vari Gravina, Malagò, Pecoraro, Tommasi di chiedersi se in questo preciso momento storico, dove il tema dell’immigrazione è chiaramente dominante, le loro sentenze dialettiche avessero potuto aizzare ancora di più forme di odio etnico? Il calcio che si mischia alla politica, il calcio utilizzato come mero contenitore di consensi per i proprio interessi personali. Stiamo forse esagerando? Magari sì, ma a sentire il coro della Curva Nord dell’altra sera durante Lazio-Udinese non pensiamo di essere andati molto lontano dal vero. “Poporopo, questa banana è per Bakayoko”: non proprio una dichiarazione di pace alla viglia della delicata semifinale di ritorno di Coppa Italia del prossimo 24 aprile. Già, una banana: l’unico frutto dell’amor, direbbe qualcuno. Simbolo di odio razziale, in questo caso. Come la mettiamo adesso, signor Pecoraro? Siamo vigili, in attesa che la giustizia faccia il suo corso. Non molto fiduciosi, questo ci sia concesso. Perchè la dialettica è importante, ma sono i fatti quelli che contano. E su quelli, purtroppo, siamo fermi. Immobili. Apparentemente, troppo Acerbi.

Un Regno con due troni e troppi Re

Bagarre dal sapore infuocato in zona Champions. Lasciando in sospeso il ruolo della Lazio, alle prese sì con una gara in meno da recuperare con l’Udinese, ma con il ritardo forse decisivo in classifica frutto della sconfitta col Milan, almeno altre 4 squadre si trovano a lottare per i 2 posti rimasti disponibili per avere accesso alla prossima edizione della massima competizione continentale. Con tutto ciò che ne consegue.

Polemiche arbitrali, veleni, magliette alzate per schernire gli avversari, alcuni allenatori che sembrano aggiustare una stagione sotto un diluvio e altri che si rifugiano in silenzio stampa. Parliamo di Inter, Milan, Roma e Atalanta che combatteranno tra loro, fermo restando quanto accennato sulla Lazio, per vincere una battaglia decisiva: conquistare uno strano Regno dai 4 troni, di cui 2 già occupati da ottobre. E accanto a ogni trono si trova il suo forziere. Per un club entrare in Champions comporterebbe già solo per l’ingresso una pioggia di denaro spropositato.

Secondo un articolo pubblicato su investireoggi.it nel giugno dello scorso anno, si è stimato che Juve, Roma, Inter e Napoli abbiano incassato per accedere alla competizione continentale riferita alla stagione 2018-2019 dapprima un dividendo fisso di 15,5 milioni, poi una somma che oscillerebbe tra gli 11 e i 29 milioni in base al ranking di tali squadre, infine cifre calcolate sul market pool fisso e variabile consistenti nel complesso ad almeno altri 10 milioni. Anche i soldi da assegnare per l’ingresso nella prossima edizione non saranno granché diversi. Il che fa capire la ruvidezza dello scontro per le prime posizioni.

Sabato la gara tra Milan e Lazio, finita 1 a 0, gol di Kessie su rigore, è il sintomo di tensioni alle stelle che serpeggiano in queste ultime partite in cui il gioco conta assai poco rispetto ai singoli episodi. Cross da distanza siderale di Laxalt verso Piatek e Musacchio, che non ci arrivano con quest’ultimo buttato giù in area da Durmisi. Rigore contestato a favore del Milan. Iniziano i primi guai in campo, dopo che, precedentemente, era stato anche fischiato un rigore per i rossoneri da Rocchi per poi essere annullato dallo stesso alla Var. Un contrasto tra Milinkovic e Rodriguez fa gridare allo scandalo la Lazio, ma l’arbitro non concede il rigore. Da lì la rissa finale con Inzaghi allontanato e con terrificante contorno a fine partita fornito dalla maglietta di Acerbi alzata da Kessie e Bakayoko in segno di spregio dell’avversario. Un inquietante nuovo rituale che sancisce il crollo definitivo dell’ultimo brandello di sportività rimasto nel Paese, cioè lo scambio della maglia.

Fa riflettere invece la vittoria catenacciara della Roma, che nel diluvio dell’Olimpico si impone sull’Udinese 1 a 0 con gol di Dzeko. Viene un dubbio: ma non è che, con un mister così attento agli equilibri difensivi fin da inizio stagione, i giallorossi, evitando di prendere 3 gol a gara, avrebbero potuto occupare un tranquillo terzo posto solitario in classifica con distacchi importanti sulle altre?

 

di Federico Cavallari

Dal Vangelo secondo Paolo

Il deferimento dell’Uefa? Non ci preoccupa, era un passo obbligato e siamo molto sereni. Elliott ha tantissimi mezzi e siamo pronti a tutto per il Milan”. Parole e musica di Paolo Maldini che alla vigilia della delicatissima sfida Champions con la Lazio a San Siro tranquillizza i tantissimi tifosi rossoneri preoccupati da una clamorosa esclusione dalle coppe europee per la prossima stagione.

Curioso il caso di Paolo: invocato a gran voce dal popolo milanista nell’ultimo decadente quinquennio Berlusconiano, oggi pizzicato per la scarsa esposizione mediatica nonostante il suo ruolo di direttore dell’area sport rossonera, col brasiliano Leonardo spesso pronto a tirare le fila di fronte a microfoni e taccuini. L’atteggiamento del figlio di Cesare però non ci stupisce. Maldini non parla, scolpisce. E quando il capitano di mille battaglie prende la parola si tace umilmente e si ascolta. Un caso forse che una proprietà forte come Elliott abbia speso proprio il suo dirigente mediaticamente più importante il giorno dopo quello che pare essere a tutti gli effetti un attacco frontale dell’UEFA? Ovviamente no. Il carisma di un uomo che del Milan ha respirato e incarnato l’essenza come rimedio taumaturgico ai tanti malanni e pensieri che tormentano i cuori dei supporter del Diavolo.

Lungi da noi sconfinare nel più elevato campo religioso, si tratta pur sempre di calcio, ma inquadrare la figura di Paolo Maldini come una sorta di Messia del mondo milanista non ci sembra poi così tanto azzardato. Leale sul terreno di gioco, ingombrante e colto quanto basta per sfidare senza paura gli esponenti della Curva Sud, ancora e scialuppa di salvataggio nel tragicomico passaggio dal cinese Li all’americano Singer. Mille sfaccettature che fanno di questo cinquantenne l’uomo ideale per ridare solidità ad un progetto, quello rossonero, sconquassato negli ultimi anni da vicende che non hanno minimamente intaccato il blasone ma ne hanno atterrito storia e prospettive future. Ce lo ricordiamo bene tutti quel 5 agosto di un anno fa: un comunicato sanciva il ritorno a casa dell’ex numero 3, ai margini del calcio da troppi anni. E ci ricordiamo bene ancora oggi il fremito di gioia che abbiamo provato nel poter accostare nuovamente la sua persona alla nostra storia.

Passato, presente e futuro. Icona dei successi andati, manifesto futurista di nuove conquiste. Oggi, col Milan quarto a sette giornate dalla fine di un campionato che potrebbe finalmente riportare il club nell’Europa che conta davvero, l’afflato mistico di Paolo Maldini aiuta a ricordare a tutti che il Milan c’è, battagliero e pronto a non lasciare nulla al caso. Un segnale forte, importante, clamorosamente esatto nella sua semplicità. Già, la semplicità. Elemento ormai disperso di un calcio che va a mille all’ora e che uomini come il direttore tecnico dei rossoneri aiutano a rinvigorire e a tenere sempre bene in mente. “Siamo pronti a tutto”. Preciso, lineare, conciso ma dannatamente efficace. Credibilità elevata all’ennesima potenza.

Non semplice vessillo da sventolare ed esibire, ma immagine sacra operativa e vogliosa di lasciare ancora una volta il segno nella storia. Quella del calcio. Quella del calcio milanista. “Noi siamo pronti a tutto”, versetti 1-10, Genesi. Dal Vangelo secondo Paolo.

 

Il rilancio di Sinisa Mihajlovic, l'uomo che ci crede

Inutile parlare di Sinisa Mihajlovic e la sua fantastica carriera da giocatore, si sono spese già troppe parole in merito. Quello che vorrei sottolineare, ora, è la sua bravura come tecnico. Spesso sottovalutato, soprattutto dopo il flop con il Milan, il serbo sta cercando di prendersi la sua rivincita personale con il Bologna, che già lo aveva lanciato come allenatore.

sinisa catania

Inizia la sua “seconda vita” come vice di Roberto Mancini, all’Inter. La sua prima chance nel mondo dei grandi, però, gliela fornisce proprio il Bologna, nel 2008. Avventura che, tra alti ma soprattutto bassi, dura appena 5 mesi. Un anno dopo arriva quindi il Catania, che è disposto a puntare su quell’uomo tanto rude quanto serio. Subentra a Gianluca Atzori, ereditando una situazione di classifica preoccupante. Riesce a salvare la squadra siciliana facendola arrivare addirittura 13esima in classifica e conquistando il record di punti nella storia recente della squadra, 45 (record poi migliorato da Maran nel 2013). I successi ottenuti con il Catania convincono la Fiorentina a puntare su di lui. Si tratta della prima grande opportunità per Sinisa.

sin samp

Viene annunciato il 3 giungo 2010 e prende il posto di Cesare Prandelli, molto amato dal pubblico fiorentino. Nella sua prima stagione alla viola ottiene un tranquillo nono posto e viene riconfermato per la stagione successiva. Non inizia bene la sua seconda annata e, il 7 novembre, viene esonerato in favore di Delio Rossi. Dopo una breve parentesi a guida della Nazionale serba, viene messo sotto contratto dalla Sampdoria, il 20 novembre 2013. Chiamato a risollevare la stagione, iniziata male proprio da quel Delio Rossi che lo aveva sostituito qualche anno prima a Firenze, si impone e dimostra a tutti di essere un grandissimo tecnico. Nella prima stagione raggiunge una tranquilla salvezza, ma nella stagione successiva compie il miracolo. Per buona parte della stagione 2014-2015, la Doria si ritrova in zona Champions. Concluderà la stagione al settimo posto, guadagnandosi comunque un’ottima qualificazione in Europa League. La sua squadra verrà ricordata per la grinta messa in campo, i leader di quella squadra erano Palombo ed Eder, che di sicuro non verranno ricordati per la aver avuto una tecnica sopraffina.

Si crea la nomea come sergente di ferro, e questo gli vale la chance della sua vita, ma anche la panchina sulla quale aveva giurato di non sedersi mai: il Milan. Viene annunciato il 16 giugno 2015, Silvio Berlusconi vuole un grande rilancio per la sua squadra e stanzia quasi 100 milioni di euro per il mercato, che porta giocatori come Carlos Bacca e Luiz Adriano e Alessio Romagnoli a Milanello. La stagione non va come previsto e la sua avventura nel club milanese dura appena 10 mesi, con Brocchi chiamato al suo posto per concludere la stagione. Avrà comunque dei meriti, come quello di aver lanciato il giovane Gianluigi Donnarumma, appena 16enne, al posto di Diego Lopez, che era considerato il titolare inamovibile. Senza dubbio l’esperienza al Milan ha frenato la sua crescita come tecnico, con il Torino dopo un’inizio ottimo si perde e viene esonerato nella stagione successiva. Con lo Sporting Lisbona addirittura viene cacciato nove giorni dopo la sua firma sul contratto, visto che il neoeletto presidente non lo voleva alla guida della squadra. E allora arriviamo ai giorni nostri, il Bologna in evidente difficoltà decide a malincuore di esonerare Filippo Inzaghi, che tanto bene aveva fatto a Venezia quanto male stava facendo sulla panchina bolognese. Non è la prima volta che subentra a Pippo, e la prima, al Milan, non andò bene.

bologna

Inizia subito con una gaffe, durante presentazione confonde i romagnoli con i bolognesi e, si sa, non fa piacere da quelle parti. Nonostante la falsa partenza, però, si fa subito valere. Si vede nei suoi occhi che è convinto di poter salvare il Bologna. Alla sua prima partita espugna San Siro battendo l’Inter 1-0. Poi arrivano 4 stop: il pareggio di Genoa e le tre sconfitte di fila, molte delle quali immeritate, con Roma Juventus e Udinese. Sinisa non si scoraggia, la sua squadra ha cominciato a giocare. Ha cominciato a correre, ad avere quello sguardo lì. Ha iniziato a crederci, che è la cosa più importante di tutte. Le successive 5 partite vedranno il Bologna uscire vincitore per ben 4 volte, con la sola sconfitta contro l’Atalanta, ma su quella squadra ci sarebbe molto da dire. Il Bologna inizia a segnare, in 21 partite Inzaghi aveva raccolto 16 gol, nelle 10 di Sinisa il Bologna ne ha già segnati 15, e menomale che il primo era un attaccante mentre il secondo un difensore... Ma anche la difesa è migliorata, da 1.6 gol di media a partita i felsinei ora ne subiscono 1.3. I numeri, però, non sono tutto. È cambiata la convinzione. Il Bologna sembrava spacciato ed ora, per la prima volta in stagione, si trova quartultimo. La strada è ancora lunga e Mihajlovic lo sa bene “Vittoria meritata ma ancora non siamo salvi. Dobbiamo crederci” ma questo cambio di mentalità va attribuito totalmente al sergente di ferro. Il suo modo di allenare, nelle grandi piazze, per ora non ha funzionato, ma se dovessi scegliere un profilo per una piazza passionale sceglierei tutta la vita il buon Sinisa.

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