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La storia di Patrik Schick alla Roma è tutta racchiusa in una manciata di secondi. Una sliding door natalizia, del dicembre 2017. Prendete Juventus-Roma, con tutto quello che si porta dietro. Prendete l'attaccante scartato da loro in estate e venuto da te per un sacco di soldi, talmente tanti da renderlo l’acquisto più costoso della tua storia. Prendete i minuti e fateli scorrere fino al 90esimo passato. Prendete il difensore loro, che qualche anno fa era tuo, e che fino a quel momento sta decidendo il match. Ora fate fare a quel difensore, Mehdi Benatia, una cazzata. Un controllo sbagliato che manda solo davanti al portiere, anche lui tuo qualche anno fa, il tuo attaccante scartato da loro.

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Patrik Schick con Monchi

Trattieni il fiato, non te ne sei reso nemmeno conto. Ma se non respiri è perché lo sai, lo sai che il ragazzo non segnerà. Lo sai che quel pallone non sarebbe mai entrato, lo sapevi benissimo e lo avresti potuto spiegare con un sacco di motivazioni razionali, psicologiche e tecnico tattiche: la postura, la freddezza, la cattiveria, il movimento della palla. Te lo sai e basta.

Però stai lì, trattieni il fiato. E in una frazione di secondo, il tempo che il difensore loro fa la classica ‘quaglia’ che in quello stadio, mille volte su mille, nessuno farà mai, te pensi ad un miliardo di cose. E se invece quel pallone entrasse? E se invece quel ragazzo segnasse? E se qualcosa stesse veramente cambiando? Stai lì e ci speri. Trattieni il fiato.

Non so cosa deve scattare nella testa del tifoso quando si innamora di un calciatore. Non delle bandiere, dei capitani, di Totti e di De Rossi. Ma di quelli sconosciuti, scarsi, maltrattati dalla storia e dal fato. Uno dei primi ricordi che ho della mia vita calcistica è quello di un Rosso&Giallo d’annata, sfogliato di nascosto e scovato in qualche cassetto nella camera di mio zio, datato 1998. Mi innamorai di tale Alessandro Frau, attaccante classe 1997 che con la maglia della Roma collezionò solo 7 presenze. Così, senza ragione, senza motivo. Era diventato il mio giocatore preferito.

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Marco Delvecchio e Alessandro Frau

In mezzo, fino ad oggi, ci sono degli amori assurdi e infelici chiamati Ivan Tomic e Gianni Guigou, Francisco Govinho Lima e Samuel Kuffour, un po’ di felicità raccolta con John Arne Riise per poi tornare nel baratro insieme a Mattia Destro. In loro riponevo, senza spiegazione alcuna, senza traccia di logica e di razionalità, speranze e sogni. Quando più avanti ho iniziato a capire qualcosa, sempre poco, di pallone, puntualmente mi convincevo che il prossimo sarebbe stato l’anno giusto, il loro anno, la loro stagione. Persino oggi, che mi ero ripromesso di essere nuovamente lucido e distaccato, ho eletto a mio beniamino Mert Cetin.

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Con Patrick Schick è stata la stessa cosa dal momento in cui è arrivato. Stavolta però non era lo sconosciuto, la scommessa: era un giocatore che aveva fatto vedere alla Sampdoria cose clamorose. Era, sommando i 42 milioni della formula trovata da Monchi (5 per il prestito oneroso, 9 per l’obbligo di riscatto, 8 per i bonus e altri 20 cash dopo due anni), l’acquisto più oneroso della storia del mio club. Era lo sgarbo fatto a Napoli, Inter e Juventus. Da quel momento ho iniziato ad aspettarlo. E ho capito che l’attesa è un sentimento nobile, è il massimo grado dell’innamoramento. Lo sanno bene i tifosi della Roma, che cantano “in Curva Sud noi staremo ad aspettar / un tricolore giallorosso per gli ultrà”. Aspettare, nonostante tutto.

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Patrik Schick con la maglia della Sampdoria

A dire la verità c’era un’altra persona, in quella squadra, che aspettava qualcosa. Era Eusebio Di Francesco, in attesa eterna di un esterno destro di piede sinistro, un erede di quello che era stato Domenico Berardi nel suo Sassuolo, se non direttamente lui. Il primo anno il prescelto sembrava essere Riyad Mahrez, il gioiello algerino protagonista nel Leicester di Claudio Ranieri. Anche qui, la sua attesa, si era fatta assurda e stressante: lo avevano visto cambiare le sterline in euro, lo avevano sentito informarsi di una villa vicino Trigoria, lo avevano notato allenarsi in maniera strana, distaccata. L’attesa, anche stavolta, si concluse senza lieto fine. Lo sarebbe stato anche l’anno successivo: l’esterno prescelto era Malcolm, l’affare saltò all’ultimo minuto e Monchi, al suo posto, prese un centrocampista, Steven Nzonzi. Quando si pensa a Di Francesco e alla sua squadra, si dovrebbe partire soprattutto da questo.

Schick non era il giocatore che serviva alla Roma, non era un esterno ma è lì che veniva fatto giocare. L’attesa, infinita, di un gol, durò fino a dicembre, nel match perso contro il Torino in Coppa Italia, per il campionato addirittura fino ad aprile, contro la Spal. In mezzo c’è la straordinaria rimonta contro il Barcellona, dove il ceco giocò titolare. Lo vedi, mi dicevo, è forte, va solo aspettato, la prossima sarà la sua stagione. Invece no, 32 presenze e solo 5 reti, con un sussulto ogni volta che andava in nazionale e timbrava il cartellino. Facce lunghe, infortuni vari, mental coach. Anche questa estate mi sono illuso, per un assist in amichevole addirittura. Lo vedi, eccolo, è la sua.

E invece no, Patrik Schick sta per lasciare la Roma, per lui la Germania. L’attesa anche stavolta non ha portato a nulla.

Ma riallacciamo il nastro del racconto. Torniamo a Torino, al minuto 95. Il numero 14 giallorosso è solo davanti a Szczesny. Trattengo il fiato e aspetto, quasi mi reggo a chi ho intorno per non sbarellare, per non sbattere. Ma l’unica cosa che sbatte è il pallone addosso al portiere polacco. La Roma perde, la Juve vince e allunga a +5. Patrick Schick poteva cambiare la vita sua e quella nostra, poteva farci sperare nello Scudetto e segnare 30 gol. Non è successo. Lo sapevo, lo sapevamo, ero preparato. Lo sono da una vita. Ma ogni volta ci vado a sbattere.


Tutta la storia di Patrik Schick con la maglia della Roma

A me piacciono troppe cose – scriveva Jack Kerouac - e mi ritrovo sempre confuso e impegolato a correre da una stella cadente all’altra finché non precipito”. In attesa della prossima caduta, in attesa della prossima risalita, in attesa del nuovo nome a cui aggrapparsi per sognare e diventare bambini. O solamente per diventare scemi. Visto che dopo la maglia di Borini adesso sogno quella di Cetin. 

L’ultima volta che Roma e Porto si sono incontrate agli ottavi erano quelli di Coppa delle Coppe, era il 1981, era la squadra di Nils Liedholm. In campo, quel giorno, c’era anche Dario Bonetti, bresciano, classe 1961. Difensore da oltre 250 presenze in Serie A, 90 delle quali con la Roma, quasi 40 con la Juventus. 5 Coppe Italia, una Coppa Uefa e una Supercoppa Italiana in bacheca, poi una carriera da allenatore soprattutto all’estero. Abbiamo chiesto a lui un commento sui sorteggi di Nyon. Ne è venuta fuori un’intervista su Roma e Juventus, settori giovanili e calcio italiano. Ecco le sue parole, in esclusiva per ilCatenaccio.

 

 

Atletico Madrid per i bianconeri, Porto per i giallorossi. È andata bene alle italiane?  

Alla Roma poteva andare sicuramente molto peggio, soprattutto in questo momento. Per quanto riguarda la Juventus, l'Atletico Madrid non sarà avversario facile, è una squadra che ha grande compattezza, grande carattere, grande organizzazione, sa andare bene negli spazi.

Nell’ambiente romanista c’è ottimismo per la sfida con i portoghesi, ma i precedenti vedono solo pareggi e sconfitte. L’ultima volta che Roma e Porto si sfidarono agli ottavi erano quelli di Coppa delle Coppe, nel 1981, lei era in campo.

Ricordo quella partita, ricordo perdemmo 2-0 all'andata, con reti di Walsh e Costa, avevano una grande intensità, giocavano molto meglio. Erano una squadra di qualità, quindi di conseguenza fummo eliminati. In casa non riuscimmo ad andare oltre quello 0-0, ma stavamo costruendo una squadra.

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Quella di Liedholm, dello scudetto, di Falcao e Di Bartolomei.

Ho ricordi bellissimi di loro due. Sia come uomini che come calciatori. Erano dei fuoriclasse, erano le colonne di una squadra fortissima e che sarebbe arrivata in finale di Coppa Campioni nel 1984.

Un’impresa sfiorata l’anno scorso, con la rimonta sul Barcellona e la semifinale col Liverpool. Sembra passato un secolo, non crede?

Io penso che dopo tutte quelle cessioni fosse sotto gli occhi di tutti che la Roma anche quest'anno sarebbe ripartita da zero. Hanno preso dei giovani molto interessanti, ma si sono dimenticati che Roma è una piazza in cui c'è grande passione. E dove c'è grande passione a volte manca l'equilibrio e possono nascere depressioni molto forti. Questo ovviamente crea numerosi problemi ai ragazzi più giovani che, magari, devono dimostrare immediatamente il valore che hanno, non gli viene concesso tempo. Sono talenti di sicura prospettiva, però in questo momento c'è bisogno che vincano e che convincano. E non è così semplice.

Di questi giovani chi l'ha colpita di più?

Devo dire che tutti e tre gli attaccanti, Justin Kluivert, Cengiz Under e Nicolò Zaniolo, sono molto bravi. Mi aspettavo molto di più da Patrick Schick, che aveva confermato la sua grande qualità alla Sampdoria e ora invece sta deludendo. Faccio veramente fatica a capirlo. Evidentemente non ha carattere.

Lei con la Roma ha vinto quattro Coppe Italia, una invece con la Juventus, con la quale ha vinto anche in Europa la Coppa Uefa nel 1990. Cosa manca alle italiane per tornare al top in ambito continentale?

Dobbiamo essere sinceri, a parte quello della Juventus non vedo progetti. Creare un progetto non significa cambiare 5-6 giocatori tutti gli anni. Perchè giocatori forti ne ha anche l'Inter, li ha anche il Napoli, ma manca la progettazione seria, quella che permette di fare 1-2 innesti all'anno per alzare l'asticella della squadra sotto il profilo fisico, tecnico e tattico. Senza sconvolgimenti. Le grandi squadre hanno bisogno di giocatori pronti, di andare sul mercato per rinforzarsi. Penso che lo farà l'Inter di Marotta, un dirigente che ha grande esperienza e sa benissimo come si costruisce.

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Rinforzarsi quindi non solo in campo ma anche nei quadri dirigenziali.

Assolutamente sì. Marotta l'ha dichiarato apertamente, c'è bisogno di tempo ma soprattutto di essere sicuri. Se si prende un calciatore pronto, che ha già dimostrato qualcosa, che sa andare in bicicletta, allora ci sa andare sempre. Bisogna aspettare e inserirlo in un contesto che gli permetta di essere valorizzato al massimo, deve capire la storia del club, la lingua, trovare un senso di appartenenza. Ecco perchè dico che il campionato della Roma me lo aspettavo. I giovani hanno grande prospettiva ma sono, naturalmente, soggetti ad alti e bassi. La cosa che mi ha lasciato perplesso della partita di domenica sera è il modo in cui hanno giocato i giallorossi, il Genoa avrebbe potuto fare 4-5 gol, dal punto di vista tattico erano veramente allo sbando, la difesa imbarazzante.

Ai vertici solo la Juventus ha una coppia di centrali difensivi italiani. Per il resto ci si affida a Manolas e Fazio, De Vrij e Skriniar, Koulibaly e Albiol. Da centrale, si è fermata la scuola italiana dei difensori?

Il grande problema sta nei settori giovanili purtroppo. Voglio essere onesto, quello che penso lo dico, con il massimo rispetto: nei settori giovanili lavorano troppi raccomandati, che non sanno insegnare. La grande qualità che deve avere un allenatore di giovanili è trasferire ai suoi ragazzi l'esperienza che hai avuto in campo. Non sempre questo avviene.

Lei ha allenato soprattutto all’estero. La Dinamo Bucarest, il Dundee, la nazionale dello Zambia. La vedremo su qualche panchina tricolore?

Difficile, io ho allenato più all'estero che in Italia per una questione di rapporti. A parte Ancelotti e Mancini, che son partiti dall'alto, qui si fa fatica a far allenare chi ha fatto la gavetta. Lo vediamo con Zenga, con Bergomi, sono tutti in televisione ma potrebbero fare gli allenatori. Purtroppo è così, io quando vedo Beppe Bergomi allenare la Berretti del Como e sulla panchina dell'Inter magari Stramaccioni, lo dico con il massimo rispetto, c'è qualcosa che non va.

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Torniamo alla Roma, di recente è stato fatto il nome dell’esterno d’attacco rumeno Razvan Marin. Lei che ha allenato in Romania l’ha mai visto giocare?

Sinceramente no. E anche qui vorrei aprire un'altra pagina su Monchi, anche se ci sarebbe da aprire un'enciclopedia. La Roma non ha bisogno di un direttore sportivo spagnolo. Bisognerebbe dare valore anche qui ai prodotti nostrani, ai direttori italiani. In Serie A non si guarda il curriculum, lavorano raccomandati, gente che porta gli sponsor ma che alla fine fa i danni.

Tra le squadre in cui ha giocato, a fine anni 80, c’è anche il Milan. Che con la Roma e con la Lazio si contende il quarto posto. Alla fine chi la spunterà?

Devo dire che in questo momento vedo la Lazio più organizzata e più completa, con un ambiente compatto. Anche la Roma ha qualità ma deve ritrovare l'idea di gioco e, soprattutto, deve recuperare i giocatori che sono fuori.

Senza Sabatini siete Monchi

Io sono un etrusco residuale, Pallotta un bostoniano allegro”. Così sentenziò Walter Sabatini, ex direttore sportivo della Roma, durante la conferenza stampa che ne segnava l’addio ai colori giallorossi, il 7 ottobre 2016.

Additando tale dichiarazione come una delle cause principali della rescissione del suo contratto. L’uomo sostituito dalle macchine, l’intuito sacrificato sull’altare delle mere statistiche e dei freddi dati analitici. In una sorta di Terminator 2.0, Walter Sabatini indossa i panni del leader della resistenza, proprio come fece John Connor nell’epica filmografia con Arnold Schwarzenegger. Da quel giorno, spartiacque decisivo nella storia recentissima della Roma, sono passati quasi 2 anni e l’uomo che oggi è di “ausilio” alle macchine (e non viceversa) è Ramon Rodriguez Verdejo, in arte e per gli amici, Monchi. Il direttore sportivo spagnolo, ex Siviglia, si presenta a Roma il 24 aprile 2017 con l’intento, non troppo celato in realtà, di smantellare tutto ciò che di Sabatiniana memoria è presente ancora a Roma: tutto.

Il Re Mida delle plusvalenze, soprannome affibbiatogli in Spagna e proprio per questo ingaggiato da Pallotta (che si sa perfettamente essere più interessato ai conti che alla conta dei trofei), viene visto e accolto dai tifosi giallorossi come una sorta di liberazione rispetto alla opinabile mala gestio firmata Walter Sabatini. “Con Monchi finalmente torneremo a vincere e non si vedranno più quegli strani inciuci coi procuratori”: una cantilena. Un mantra elevato all’ennesima potenza. Forse per quella strana e paradossale voglia di estero, di esaltazione ingiustificata dello straniero, della pochissima affezione al made in italy, Monchi si ritrova col vento in poppa a condurre la sua prima campagna acquisti estiva.

Nonostante il credito generoso riservatogli, Monchi non dimentica il suo scopo, il suo fine: smantellare per raggranellare. Partono Rudiger, Paredes e Salah. Arriva Di Francesco al posto di Spalletti. Dopo aver inseguito per 2 mesi e mezzo Mahrez, vira prepotentemente su Patrick Schick pagandolo 42 milioni di euro, l’acquisto più caro della storia della Roma.

Datemi un pertugio, un buco, una tana e uno spiraglio di luce. Devo riordinare le idee e osservare meditando”. Parole e musica ancora di Walter Sabatini, che deve quindi assistere inerme alla prima rivoluzione dell’era Monchi. I risultati però danno ragione allo spagnolo: terzo posto in campionato e seconda storica semifinale di Champions. Monchi l’inattaccabile. Monchi l’ottavo nano: Gongolo. Ma Walter sa che la ruota gira e i conti torneranno. Estate 2018. Storia recente. Parte chiunque, prima Nainggolan, poi Alisson e. a mercato chiuso, Kevin Strootman, lavatrice olandese strappata al Psv dal buon Walter per 18 milioni di euro nell’estate 2013. Arrivano Cristante, Coric, Kluivert e l’esperto Nzonzi. Pellegrini viene elevato al ruolo di titolare dopo aver trascorso la stagione precedente a fare la spola tra panchina (molta) e campo (poco). La rivoluzione è terminata. Gli unici superstiti dell’era Sabatini sono Manolas e Dzeko, anch’essi però ad un passo dalla cessione nelle sessioni di mercato precedenti (emblematica a tal proposito la situazione del bosniaco, ceduto al Chelsea a gennaio 2017 e rimasto a Roma solo per volere della moglie Amra). Walter, che nel frattempo ha svolto il lavoro di coordinatore sportivo per Suning all’Inter e al Jiangsu ed oggi occupa il ruolo di direttore sportivo della Sampdoria, “ammira” tormentato e fremente le rovine della sua Roma. Ritrova l’appoggio dei tifosi, per i quali ormai Monchi è diventato il “Cassiere di Siviglia”. E se è indiscutibilmente vero che il percorso di Sabatini a Roma si è concluso con zero trofei, è altresì certo che le squadre da lui create hanno sempre ottenuto risultati che la storia della Roma ha vissuto solo per brevi parentesi. Oggi che la squadra vive l’ennesima pre-rivoluzione (Di Franesco in bilico), ci si chiede se forse non era poi così male il buon Walter, con i suoi eccessi, con le sue mille sigarette, col suo lessico aulico e affascinante e, soprattutto, col suo occhio. L’animo umano, le milioni di increspature che lo modellano, la sensibilità che lo pervade, non potrà mai essere sostituita da una macchina. Walter Sabatini è l’ultimo romantico, appartenente ad un modo di fare calcio vecchio ma mai fuori moda, vissuto sul fremito, sull’attimo fugace della giocata di questo o quel calciatore. Carpe Diem. Mi piace pensare, da scrittore disinteressato alle vicende romane, almeno dal punto di vista del tifo, che in futuro ci sarà spazio per un ritorno di Sabatini a Roma e alla Roma. Per chiudere un cerchio. O semplicemente per riprendere un percorso mai dimenticato. Nel frattempo…

Saluti da Rulettemberg!

Un destro a destra

Sabato scorso, prima di Torino Roma, stavo preparando un pezzo sulla rosa dei giallorossi e sul suo calciomercato. Nomi e numeri, statistiche e formazioni. 12 acquisti, quasi 130 milioni spesi, terza in Europa per giro complessivo d’affari. Giovani, scommesse, calciatori esperti. Con un grande punto interrogativo: l’esterno destro d’attacco.

La lacuna che dura due anni, la richiesta fissa e ripetitiva di Di Francesco. Il mancino a destra. L’anno scorso doveva essere Mahrez, quest’anno il prescelto era Malcom. Trattative lunghe, estenuanti, assurde. Finite nella stessa maniera negativa. “Prenderemo un calciatore più forte del brasiliano” aveva assicurato Monchi, per poi virare su Nzonzi, su un’altra zona del campo e su altre problematiche.

E l’attacco? Scorrono in ripetizione i nomi di Bailey, di Suso, di Marlos, di Cornet. Alla fine niente. Non arriva nessuno.

Mercato incompleto, allenatore insoddisfatto, Roma meno forte.

Era questo il succo di un articolo che per fortuna non ho scritto. Perché domenica pomeriggio un diciannovenne venuto dall’Olanda ha spiegato a me, e a tutti, in appena venti minuti, quello che per un’estate intera non avevamo capito, quello che Monchi e Di Francesco ripetevano come un mantra e a noi sembrava una copertura. La Roma è forte, ampia e profonda. Con evidenti e, sempre uguali, difetti. Risolvibili.

Il gol, pazzesco, di Edin Dzeko arriva da un cross dalla destra, di destro, del nuovo esterno mancino. Una cosa talmente normale da diventare assurda. A destra si può giocare anche così, si può vincere anche così.

Cengiz Under ci aveva provato per oltre un’ora a puntare l’uomo, a rientrare sul sinistro, a pungere. Ma il Torino di Mazzarri era organizzato e composto, aveva previsto e arginato la tattica di Di Francesco, menando e immolandosi quando serviva. L’ingresso di Kluivert ha sballato tutti i calcoli e le geometrie. Ha iniziato a destra, poi con l’uscita di Pastore è stato dirottato sulla sinistra. Da lì, il talento ex Ajax si è andato a cercare il suo campo, il suo spazio vitale. Un doppio goniometro in mezzo al campo: prima la circumnavigazione dell’area di rigore, poi la parabola dal fondo fino al piede sinistro del Cigno di Sarajevo. Dribbling e freschezza, doppi passi e velocità. Nuove soluzioni tattiche, nuove frecce nella faretra romanista. Come sono stati gli ingressi di Cristante e Schick, come saranno gli inserimenti di Nzonzi e Marcano e i ritorni di Perotti e Pellegrini.

Magari senza Alisson e Nainggolan non è una Roma più forte, ma sicuramente è più completa. Ora spetta a Di Francesco plasmarla e ai suoi giocatori lasciarsi modellare. Per crescere insieme.

La lenta crescita di Steven Nzonzi

Innanzitutto il nome: Steven Nzonzi si scrive senza apostrofo. Ed è lui il nome scelto da Monchi per rinforzare la mediana e dimenticare l'affare Malcom. Scelto per la seconda volta, dopo quella del 2015, quando lo portò a Siviglia per 10 milioni dopo 120 partite e 7 gol in Premier League con la maglia dello Stoke City.

Il coronamento di un percorso di crescita lento e tardivo, iniziato tra i campi di Parigi e i centri di formazione federali: "Ciascuno ha il suo percorso, io sono arrivato alla maturità più tardi".

Nato a Colombes il 15 dicembre 1988, madre francese e padre congolese, di Kinshaha, Nzonzi inizia a giocare con il Racing Club de France 92 per poi passare alle giovanili del Paris Saint-Germain, con il mito di Jay Jay Okocha. Qui lo nota Franck Sale, che lo ricorda come "uno spillo", troppo magro, troppo leggero per giocare in campionato, come quello provinciale parigino, "dove c'era tanto agonismo e tanta fisicità e lui non aveva il potenziale atletico per continuare". Franck Sale lo tira "fuori dalla trappola": prende un quattordicenne rachitico, in ritardo di crescita, abbandonato dal PSG, per farlo diventare un calciatore.

Approda al CA Lisieux, dove inizia il nuovo capitolo della sua storia. "Era alto appena 1.50m, era obbligato quindi a giocare d'anticipo, a usare la testa. E se tecnicamente era già molto dotato, aveva invece dei problemi dal punto di vista fisico. Era veramente un profilo atipico" spiega ancora Sale.

Appena un anno dopo si sposta al Caen, dove diventa il rimpianto del suo allenatore Franck Dechaume: "Steven aveva delle potenzialità ma non era un gran lavoratore, mentre lui rimaneva uguale gli altri si staccavano, crescevano e miglioravano. Ci siamo posti allora una domanda, valeva la pena puntare su di lui? Voleva diventare veramente un professionista? Penso che farsi questa domanda sia servito anche a lui". Durante il suo anno a Caen infatti Nzonzi prende 30 cm ma si infortuna regolarmente. "Stava perdendo molto dal punto di vista della motricità - spiega Philippe Tranchant - ma aveva una grande tecnica e tanta intelligenza.  Ci è mancata pazienza con lui". Perchè dopo la stagione al Caen e quella al Beauvais, per Nzonzi arriva l'Amiens, il primo contratto professionistico e la sua definitiva esplosione.d

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I sei anni in Premier League, tra Blackburn Rovers e Stoke City, hanno plasmato il suo fisico longilineo e il suo metodo di gioco sui ritmi inglesi. La Liga spagnola, e soprattutto la mano di Unai Emery, lo ha invece reso polivalente, completo e regolare, rendendo disciplinato il suo senso tattico. Centrocampista box to box, efficace in difesa come in attacco, dove sa far valere i suoi centimetri e la sua botta da fuori.

Per questo Didier Deschamps ha deciso di portarlo in Russia, lasciando a casa il prodigio Rabiot. E' stata la controfigura di N'Golo Kantè, soprattutto nella finale contro la Croazia, quando ha preso il suo posto piazzandosi davanti alla difesa, recuperando palloni e smistandoli prudentemente.

E da campione del mondo è pronto a sbarcare a Roma, dopo 136 presenze e 8 gol con la maglia del Siviglia. I giallorossi hanno offerto 25 milioni alla dirigenza spagnola, forti dell'accordo con calciatore (curiosamente in vacanza a Boston, seconda tappa del tour americano della Roma) e suo entourage. Manca solo la cessione di un altro francese, Gonalons, per andare a dama. E per riabbracciare Monchi per la seconda volta.

Scippi di mezza estate

Sesto comandamento del tifoso: "Finchè non lo vedo all'aeroporto non ci credo". Lo sanno tutti, tutti i tifosi scettici, i San Tommaso, gli esperti del mainagioia applicato. Mai sbilanciarsi, mai farci la bocca, mai crederci veramente. O perlomeno non dirlo ad alta voce. Stavolta è successo veramente e la storia la conoscono ormai tutti. Malcom doveva atterare a Fiumicino alle ore 23.00 di lunedì 23 luglio. Ad aspettarlo c'erano oltre cento tifosi, rimasti soli con Mangiante e con la madre del brasiliano. Dopo una notte insonne, fatta di rilanci, di offerte, di raddoppi, e una mattina di indiscrezioni e di "mi risulta" si è arrivati alla conclusione "più facile da spiegare ma più difficile da capire". Malcom è del Barcellona, abile a soffiarlo alla Roma con 41mln al Bordeaux e 5mln per cinque anni al calciatore.


"Mezz'ora dopo l'accordo trovato - racconta Monchi a RomaTV - mi ha chiamato il presidente del Bordeaux per dirmi che per loro sarebbe stato meglio fare un comunicato ufficiale parlando di un accordo. Gli ho detto che per noi questo non era molto buono, abbiamo il problema di essere in borsa. Hanno insistito e hanno fatto un tweet annunciando un accordo. Siamo stati costretti a fare la stessa comunicazione. Dopodiché tutto era chiuso. Un'ora dopo circa, ha cominciato a girare la voce dell'interesse del Barcellona".

E nel calciomercato ai tempi dei social alcuni passaggi non restano inosservati. Tutto viene a galla, tutto diventa notizia. Foto, condivisioni, mi piace. Come quello del neo-viola Gerson alla foto di Malcom con la maglia blaugrana. Quasi un dejavu, un flash back brasiliano che ci riporta all'estate del 2015.


E' il 5 agosto 2015 quando a Barcellona pranzano insieme Sabatini, Baldissoni, Zecca e Braida, allora DS dei blaugrana. Sul tavolo c'è il futuro del promettente trequartista classe 1997 della Fluminense. Era roba del Barça, con tanto di accordo con club e procuratore. Poi si è inserita la Roma, con una pazza manovra alla Sabatini: 18mln e percentuali di futura rivendita alla squadra, un anno ancora in Brasile per Gerson e diritto di prelazione futura per gli spagnoli. Con la leggenda della clausola Pallone d'Oro.

Ma gli intrecci di questi scippi di mezza estate non finiscono qui. Se Malcom sarebbe dovuto sbarcare a Roma il 23 luglio, quello stesso giorno, quattro anni prima, i giallorossi soffiavano un altro giocatore ad un'altra squadra. Stavolta più vicina. E' il 2014 quando sempre Walter Sabatini riesce a stravolgere una trattativa che sembrava chiusa con la Lazio e a portare Davide Astori alla corte di Garcia. Scriveva il Messaggero: "Tre ceffoni uno dietro l’altro. Il primo lo rifila il Cagliari, rifiutando la proposta di Lotito, il secondo Astori che, nonostante abbia dato la parola alla Lazio da settimane, prende e firma il rinnovo contrattuale con i sardi. Il terzo ceffone, però, è quello che fa più male. Quello che si sente di più e si sentirà per mesi, come se fosse una stracittadina persa nel modo peggiore, visto che i cugini lo stanno sfilando di mano a Lotito, più concentrato a scrivere comunicati che agire come dovrebbe, senza che il patron faccia nulla, e anche con un sorrido beffardo. Un derby di mercato che lascerà sicuramente il segno. Altro che 26 maggio."

E Monchi, con Malcom, aveva provato a fare lo stesso. Proprio il giorno prima delle visite mediche programmate con l'Everton, il ds spagnolo si è inserito con un'offerta migliore, sia per il Bordeaux che per il calciatore. Una manovra perfetta, ma non definitiva. Ma non si tratta di rosicate, di sfregi o di dispetti. E' soltanto il calciomercato, bellezza.

C'è vita oltre le plusvalenze

Non c’è stato neanche il tempo di rimpiangere il campionato o guardare con malinconia l'inizio dei Mondiali in Russia. Il calciomercato della Roma è iniziato come mai prima d'ora. Tre acquisti, praticamente quattro, nella prima metà di giugno. Una partenza sprint che porta, questa volta in maniera forte e decisa, la firma di Ramon Monchi.

Trattative intavolate in inverno, concretizzate in primavera e ufficializzate quando ancora non è estate. Tutti i reparti sono stati toccati: Marcano in difesa, Coric e Cristante a centrocampo, quasi fatta per Kluivert jr in attacco. Al netto delle prossime, sicure, uscite. C'è sicuramente uno Skorupski da sostituire, Meret e Sportiello i nomi caldi ma occhio alle piste estere, e poi chissà.

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Perchè la questione, per molti, di questo avvio intenso del calciomercato giallorosso è proprio quella relativa alle cessioni. La minaccia dell'eterna rivoluzione, la spada di Damocle di bilanci e fair play finanziario. I nomi caldi, inutile dirlo, sono quelli di Alisson, Strootman, Pellegrini e Nainggolan.

Si è soffermato su questo aspetto, in settimana, Fabrizio Bocca, sul suo Bloooog! su Repubblica, parlando non solo delle cessioni, per ora solo supposte, della Roma, ma soprattutto sulla sua logica di comprare giovani, a poco, per rivenderli, a tanto. "Il calciomercato - scrive Bocca - da sogno o strumento strettamente tecnico si è trasformato in fonte di finanziamento diretto o indiretto. Fino a formare un substrato indispensabile per i club, ma anche fortemente instabile e aleatorio". La Roma americana è il classico esempio della filosofia della plusvalenza. Walter Sabatini è stato il mago di tutto questo, con un biglietto da visita che "non è: ho vinto tot scudetto, ma ho fatto guadagnare alla società tot milioni". Sacrificati sull'altare del bilancio non ci sono solo i nomi di Salah, Benatia, Pjanic, Marquinhos, Lamela e altri, ci sono, scrive sempre Bocca, titoli e vittorie. Gli acquisti di Coric, Cristante e probabilmente Kluivert jr, acquistano quindi spessore solo in ottica di futura cessione, tralasciando l'apporto che possono dare subito alla squadra.

Fortunatamente per la Roma, però, il biglietto da visita di Monchi non è solo quello dei milioni. La sua è una storia di vittorie, di trofei nazionali ed europei, di progettazioni tecniche durature.

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La linea guida di Monchi è portare forze fresche ad una squadra che troppe volte, in quest'ultima stagione, è sembrata essere priva di luce. Le vittorie con Barcellona e Shaktar, la semifinale di Champions League e il terzo posto raggiunto in campionato non devono far dimenticare quei mesi bui, tra l'inverno e l'autunno, in cui niente girava come doveva. Partite spente, pareggi inutili, prestazioni assenti. Le problematiche evidenziate erano un centrocampo che non creava e un attacco che non segnava. I giocatori finiti sulla graticola furono proprio gli spenti Strootman e Nainggolan, i troppo altalenanti Perotti ed El Shaarawy, gli inadatti Bruno Peres e Defrel. Tutti giocatori pronti, oggi, a salutare. Al loro posto diamanti grezzi e talenti giovani di cui abbiamo già imparato tutto un nuovo lessico: mettere a bilancio, ammortizzare, creare un utile, frazionare l’onere e spalmare l’ingaggio. Giocatori funzionali, le cui caratteristiche si sposano con le prerogative tattiche di Di Francesco. Tutti novelli Under che magari non vedranno nella Roma solo una tappa della loro carriera, ma per conquistarsi il futuro dovranno prima lottare per il presente.

Intanto Alisson, dall'ultima amichevole del Brasile prima dei mondiali, lancia qualche segnale: "Spero si risolva tutto prima dell'inizio del torneo, ho lasciato tutto nelle mani del mio procuratore, che sta lavorando in accordo e con il massimo rispetto per la società". La valutazione che fa la Roma è di 80-90 milioni. Anche perchè, visti gli ultimi ricavi, a Trigoria non c'è esigenza di vendere. L'unica esigenza è quella di rafforzare la squadra.

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