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Riflessioni Mondiali

No. Con riflessioni mondiali non si sta cercando di volare alto. In realtà  riflessioni di questo tipo, diverse o simili che siano, si stanno facendo un po’ in giro, per tutto il mondo. Partite dalla Cina, sono ormai sulla bocca di tutti, americani e italiani in primis.

Noi italiani, infatti, ci avevamo sperato in qualche impresa e sorpresa, ai Mondiali di basket 2019. In Cina appunto. Speranze che non si sono neanche infrante ai quarti visto che la nostra nazionale di basket ha dovuto appendere le scarpe al chiodo e fare le valigie appena conclusasi la seconda fase a gironi. Inutile girarci intorno: chi ha sperato ha sperato fin troppo. In questi anni molti hanno speso parole virtuose per  la nostra nazionale, a detta di qualcuno la più forte di tutti i nostri tempi. Ma c’è una bella differenza fra l’avere in squadra 3 giocatori NBA e essere una squadra. La NBA ormai, perlomeno quando si affronta il tema olimpiade-mondiale conta ben poco. Sicuramente l'Italbasket di questi anni ha disposto di un talento mai visto prima ma è forse stata più forte di quella del 1999, anno in cui in Francia vincemmo l’europeo, e del 2004, argento alle olimpiadi?

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La risposta è come la prima parola di questo articolo: no. Come per Team USA non basta fare un “mappazzone” di talentuosi giocatori sperando che questi ultimi rispettino le prestazioni ottenute in contesti ben diversi. Non si può pretendere, ad esempio, che il campione NBA 2014 Marco Belinelli diventi improvvisamente il regista-playmaker di una squadra quando lui in carriera non lo è mai stato. Così come non si può pretendere che Gallinari, Beli e Gentile tirino la carretta per 30 minuti per poi criticarli quando mancano di lucidità negli istanti finali della gara.

Non ci sono troppe colpe da spargere in giro, ma c’è un problema di fondo, un problema fisiologico, strutturale e di organizzazione di sistema: la nostra è una nazionale in cui mancavano giocatori all’altezza dell’occasione in alcuni ruoli. Manca l’altezza, mancano i playmaker, manca l’atletismo. E queste mancanze a dire il vero sono più che sacrosante. Guardate ad esempio la nostra nazionale di calcio: l’ultimo grande talento che abbiamo avuto si chiama Mario Balotelli e nonostante gli investimenti che in quasi tutta la penisola vengono effettuati si fa fatica a rimpiazzare i Totti, del Piero, Pirlo, Inzaghi, Gilardino di cui un giorno, casualmente?, disponevamo. Se gli investimenti e l’interesse del basket sono di gran lunga minori rispetto al calcio in Italia, allora il risultato non può essere che questo. Fallimentare, a seconda delle aspettative, ma anche logico.

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Lo ha dimostrato anche Team USA che non basta fare una accozzaglia di talenti: lo ha dimostrato nel 2004 quando sono fortunosamente arrivati al bronzo e lo ha dimostrato 15 anni dopo, quando invece di Carmelo Anthony, LeBron e Wade ci sono stati Kemba Walker e Donovan Mitchell,che sono “ahiloro” ben altra cosa.

A meno che  non si abbiano 5 campioni in campo non si può più giocare la Hero-ball, quella per cui passi la palla al campione e s’abbracciamo. Ci vuole ben altro come quell’amalgama, quel gel che unisca i compagni e l’analisi di un progetto tattico a lungo termine. Tutte cose di cui ci siamo spesso dimenticati e di cui invece Francia, Australia, Argentina e  Spagna ne stanno facendo uso come la loro arma più spietata. A loro quattro la contesa del mondiale in Cina.

 
 
 

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