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Il trono di squadre

  L’inverno è finalmente arrivato! ...

Dove lo festeggia il capodanno Nicolò Zaniolo?

Il 5 luglio 2017, quando Nicolò Zaniolo firmava il contratto con l’Inter, sulla scrivania dell’ufficio nerazzurro c’era un calendario con un lupo. Forse era lì per controllare, per assicurarsi che le cose andassero tutte nel verso giusto, per far sì che il destino del ragazzo seguisse il suo corso. Lo avevano comprato dall’Entella, dove era stato raccolto da scarto della Fiorentina, per 3.5 milioni. Un’estate dopo lo rivendevano a 4.5, dentro l’affare Nainggolan.

zaniolo firma

Quante risate isteriche, quante mani tra i capelli in quei giorni di calura estiva, di revolucion sevillana. Quanta incredulità a leggere il suo nome tra i convocati per la nazionale maggiore, nell’undici iniziale del Bernabeu, nel tabellino contro il Sassuolo. A Firenze, per l’esordio in Serie A, Zaniolo è entrato al posto di Javier Pastore, quello comprato per fare il titolare, costato almeno sette volte tanto. Lì ci siamo incrociati per la prima volta, nella sua Toscana, all’ombra del Brunelleschi, dove fu cacciato perché troppo acerbo. Preso in trappola da un tailleur grigio fumo.

Poi l’ho rivisto altre volte, nelle scivolate in mezzo al campo, da falso nueve o da trequartista, nei palloni recuperati e in quelli illuminati, negli sgambetti subiti e non visti in area di rigore. C’era qualcosa che mi piaceva, ma non era ancora amore. Come le spizzate in discoteca, come le bambine occhiate in chiesa, oggi tutte quante spose, oggi tutte via da qui. Poi l’ho visto ballare, muoversi, scattare per 70 metri, arrivare in area, con un occhio guardare Schick, solo, con l’altro tenere a bada gli avversari. La palla dietro al sinistro, poi la finta, lo scavetto. Il gol. L’ho visto danzare. Come le zingare del deserto, come i dervishes turners che girano. Come Francesco.

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Qualche giorno prima mi ero imbattuto in un articolo dal titolo “10 buoni motivi per non scrivere al tuo ex durante le feste”. Fatalità poi arrivi te. Manco per gli auguri di Natale, proprio per fà un casino. “Vojo tornà” mi dici, “sto a fa un macello qua”. Ed è subito flash back che diventa flash forward. Un flusso di se, magari, chissà, forse.

Poi per fortuna arriva lui, ed è tutto cancellato. Come la chat tua su whatsapp.  

Ma quant’è bello Nicolò Zaniolo? Troppo, anche se ha la bocca sempre aperta. Ma quanto rimorchia Nicolò Zaniolo? Ma, soprattutto, dove lo festeggia il capodanno Nicolò Zaniolo? Dì un po’, secondo te. Per me potrebbe stare pure davanti alla tv con Carlo Conti. Di sicuro non andrà in discoteca, o magari sì e non ce ne fregherebbe comunque niente.

Si passano poco più di 200 minuti di utilizzo, Nicolò Zaniolo e Radja Nainggolan. 697’ il primo, 980’ il secondo, il primo rimasto a guardare in panchina, il secondo tra infermeria e tribuna. A proposito, dove lo festeggia il capodanno Radja Nainggolan? Fosse per lui a Roma, di nuovo, come si ascolta negli audio rubati e messi in rete. Nel dubbio, lo passerà da fuori rosa, dove lo ha messo Beppe Marotta. La sua prima mossa da nuovo dirigente nerazzurro. Monchi ha avuto fortuna, se l’ex juventino fosse arrivato alla Pinetina a giugno, oggi Zaniolo non sarebbe qui. E non passerebbe Capodanno con noi.

Senza Sabatini siete Monchi

Io sono un etrusco residuale, Pallotta un bostoniano allegro”. Così sentenziò Walter Sabatini, ex direttore sportivo della Roma, durante la conferenza stampa che ne segnava l’addio ai colori giallorossi, il 7 ottobre 2016.

Additando tale dichiarazione come una delle cause principali della rescissione del suo contratto. L’uomo sostituito dalle macchine, l’intuito sacrificato sull’altare delle mere statistiche e dei freddi dati analitici. In una sorta di Terminator 2.0, Walter Sabatini indossa i panni del leader della resistenza, proprio come fece John Connor nell’epica filmografia con Arnold Schwarzenegger. Da quel giorno, spartiacque decisivo nella storia recentissima della Roma, sono passati quasi 2 anni e l’uomo che oggi è di “ausilio” alle macchine (e non viceversa) è Ramon Rodriguez Verdejo, in arte e per gli amici, Monchi. Il direttore sportivo spagnolo, ex Siviglia, si presenta a Roma il 24 aprile 2017 con l’intento, non troppo celato in realtà, di smantellare tutto ciò che di Sabatiniana memoria è presente ancora a Roma: tutto.

Il Re Mida delle plusvalenze, soprannome affibbiatogli in Spagna e proprio per questo ingaggiato da Pallotta (che si sa perfettamente essere più interessato ai conti che alla conta dei trofei), viene visto e accolto dai tifosi giallorossi come una sorta di liberazione rispetto alla opinabile mala gestio firmata Walter Sabatini. “Con Monchi finalmente torneremo a vincere e non si vedranno più quegli strani inciuci coi procuratori”: una cantilena. Un mantra elevato all’ennesima potenza. Forse per quella strana e paradossale voglia di estero, di esaltazione ingiustificata dello straniero, della pochissima affezione al made in italy, Monchi si ritrova col vento in poppa a condurre la sua prima campagna acquisti estiva.

Nonostante il credito generoso riservatogli, Monchi non dimentica il suo scopo, il suo fine: smantellare per raggranellare. Partono Rudiger, Paredes e Salah. Arriva Di Francesco al posto di Spalletti. Dopo aver inseguito per 2 mesi e mezzo Mahrez, vira prepotentemente su Patrick Schick pagandolo 42 milioni di euro, l’acquisto più caro della storia della Roma.

Datemi un pertugio, un buco, una tana e uno spiraglio di luce. Devo riordinare le idee e osservare meditando”. Parole e musica ancora di Walter Sabatini, che deve quindi assistere inerme alla prima rivoluzione dell’era Monchi. I risultati però danno ragione allo spagnolo: terzo posto in campionato e seconda storica semifinale di Champions. Monchi l’inattaccabile. Monchi l’ottavo nano: Gongolo. Ma Walter sa che la ruota gira e i conti torneranno. Estate 2018. Storia recente. Parte chiunque, prima Nainggolan, poi Alisson e. a mercato chiuso, Kevin Strootman, lavatrice olandese strappata al Psv dal buon Walter per 18 milioni di euro nell’estate 2013. Arrivano Cristante, Coric, Kluivert e l’esperto Nzonzi. Pellegrini viene elevato al ruolo di titolare dopo aver trascorso la stagione precedente a fare la spola tra panchina (molta) e campo (poco). La rivoluzione è terminata. Gli unici superstiti dell’era Sabatini sono Manolas e Dzeko, anch’essi però ad un passo dalla cessione nelle sessioni di mercato precedenti (emblematica a tal proposito la situazione del bosniaco, ceduto al Chelsea a gennaio 2017 e rimasto a Roma solo per volere della moglie Amra). Walter, che nel frattempo ha svolto il lavoro di coordinatore sportivo per Suning all’Inter e al Jiangsu ed oggi occupa il ruolo di direttore sportivo della Sampdoria, “ammira” tormentato e fremente le rovine della sua Roma. Ritrova l’appoggio dei tifosi, per i quali ormai Monchi è diventato il “Cassiere di Siviglia”. E se è indiscutibilmente vero che il percorso di Sabatini a Roma si è concluso con zero trofei, è altresì certo che le squadre da lui create hanno sempre ottenuto risultati che la storia della Roma ha vissuto solo per brevi parentesi. Oggi che la squadra vive l’ennesima pre-rivoluzione (Di Franesco in bilico), ci si chiede se forse non era poi così male il buon Walter, con i suoi eccessi, con le sue mille sigarette, col suo lessico aulico e affascinante e, soprattutto, col suo occhio. L’animo umano, le milioni di increspature che lo modellano, la sensibilità che lo pervade, non potrà mai essere sostituita da una macchina. Walter Sabatini è l’ultimo romantico, appartenente ad un modo di fare calcio vecchio ma mai fuori moda, vissuto sul fremito, sull’attimo fugace della giocata di questo o quel calciatore. Carpe Diem. Mi piace pensare, da scrittore disinteressato alle vicende romane, almeno dal punto di vista del tifo, che in futuro ci sarà spazio per un ritorno di Sabatini a Roma e alla Roma. Per chiudere un cerchio. O semplicemente per riprendere un percorso mai dimenticato. Nel frattempo…

Saluti da Rulettemberg!

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