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Il cuore e le spalle

Il morso della tarantola è secco. Unico. E non contagia. Chi ne ha il sangue impregnato va libero e guarda solamente avanti. Libero da compiti meno gratificanti, ma con la priorità di creare, Lorenzo Insigne è il tarantolato di Carlo Ancelotti, che in lui ha visto il grimaldello per rompere i forzieri delle corazzate europee, più simili a banche che a club calcistici. Il capitano in pectore di questo nuovo Napoli che torna alla ricerca del sacro Graal con l’umiltà del Parsifal ultimo rimasto tra i sognatori è lui. Napoletano, legato alla causa della sua realtà fin da sempre, ha smesso di fare troppi ed inutili giri sulla fascia per cercare più prepotentemente la porta, mettendoci sempre la sua classe innata. Anni fa sembrava fosse sempre sul punto di esplodere ma la mancanza di continuità e la monotonia di gioco gli sbarravano il passo. La rivoluzione sarriana prima e l’intuizione di Ancelotti poi hanno dato sfogo a chi adesso rappresenta la squadra azzurra dentro e fuori dal campo. I bambini di ogni angolo del mondo esclamano il suo nome quando sentono parlare di Napoli. Lo sostengono il cuore del tifoso e le spalle del campione che resiste alle cariche avversarie.

Non si tratta solo di gol. I dati e le statistiche spiegano, parlano, ma non rendono del tutto l’idea dell’impatto del singolo sulla squadra. Nel suo nuovo ruolo da rifinitore - centravanti Insigne riesce ad esprimere il suo meglio, e quando si annoia si rifugia di nuovo largo a sinistra, ma solo per un attimo. Giusto il tempo di creare e tornare al centro, per dare aria alla squadra ed aprire gli esterni, che seguono in sintonia i suoi traccianti. Perché è lui il nuovo regista del Napoli, sebbene non giochi in mezzo al campo. Attorno a lui scorrono la maggior parte dei palloni, come degli affluenti verso il grande fiume. Ed è a lui che il San Paolo chiede un altro guizzo stasera. L’urlo in gola di Parigi brama vendetta. Rivincita. Dal colpo da maestro a pallonetto del Parco dei Principi Lorenzo è sembrato in parte ovattato, non al 100%. Come se avesse voluto rodare il motore prima di farlo esplodere per la corsa più importante. Quella di una notte di Champions dove avrà il sostegno ma anche la pressione di sessantamila spettatori. Il tarantolato, che deve sudare costantemente per non soccombere al veleno, dovrà sudare il triplo per via della forza dell’avversario.

Parigi di notte

Le vibrazioni nevrotiche estive dei tifosi napoletani che palpitavano per il ritorno di Edinson Cavani sotto il Vesuvio hanno avuto l’effetto contrario. Un boomerang irriverente e maligno ha prodotto il ritorno meno sperato dell’attaccante uruguayano: quello da rivale. Prima, però, il primatista di gol in azzurro per media realizzativa sfiderà il suo vecchio (e forse eterno) amore lontano dal luogo dell’esplosione della passione. Come nel più teatrale e tetro racconto ambientato nella romantica e al contempo sinistra capitale francese, il rendez vous tra l’attaccante uruguaiano e il Napoli avverrà proprio alle falde della Tour Eiffel. In una città di sogni e incubi, le speranze degli azzurri di andare oltre un durissimo girone di Champions faranno da contrappeso alle voglie di una realtà prepotente che cerca il trionfo in Europa da troppo tempo senza mai aver avuto un premio. E come punta dell’attacco locale ci sarà colui che ha fatto gridare di gioia i napoletani ben 104 volte in tre stagioni. I ritorni concentrici del calcio, beffardo e ammaliante che sghignazza forte quando le notti europee si avvicinano.

Il primo freddo dell’anno e una minima di 5 gradi accoglieranno gli azzurri e il loro seguito nella Ville Lumière, dove chiunque vi è stato almeno una volta nella vita ed ha vissuto un sogno. Il compito di Carlo Ancelotti, che qui ha trascorso un’anno intero, sarà quello di far sognare ma non troppo i suoi uomini, che dovranno tenere i piedi per terra per contrarrestare la forza d’urto di un esercito di calciatori che, sebbene ancora non abbiano raggiunto la maturità assoluta a livello europeo, spaventano solo a leggerne i nomi. Arrivato a Napoli per gestire situazioni simili a questa, il tecnico emiliano tornerà in uno stadio dove cinque anni e mezzo fa riuscì a portare il PSG ai quarti di finale della Champions per la prima volta, venendo sconfitto dal Barcellona senza perdere nessuno dei due confronti diretti. La rivincita con i parigini non è mai arrivata, dato che Carletto scelse di sposare il progetto Real Madrid. Ma il ritorno al Parco dei Principi, che solo dal nome si oppone al rustico e trasandato San Paolo, rappresenta non solo un ritorno ma ha anche i connotati della sfida impossibile da lanciare all’avversario più potente.

Parigi di notte è l’ebbrezza di una sfida al potere, dal basso verso l’alto. Parigi di notte per il Napoli è lo stimolo del pugile smilzo che prova a fare lo scherzo al peso massimo. Parigi di notte è il viatico per sognare. E per far diventare azzurro un cielo che si annuncia troppo scuro.

Filotto italiano in Champions League, in questo secondo turno di fase a gironi. Con le vittorie di Inter e Napoli di mercoledì sera contro PSV Eindhoven e Liverpool, aggiunte ai successi di Juventus e Roma su Young Boys e Viktoria Plzen, si raggiunge un poker tricolore che mancava addirittura da 13 anni. 

Era il 2005, precisamente novembre, quando Juventus, Milan, Udinese e Inter riuscirono a strappare 3 punti rispettivamente a Bruges, Fenerbahce, Panathinaikos e.... Armedia Petrzalka, squadra slovacca nel frattempo fallita e attualmente risalita in Serie B locale, dopo una trafila dalla quinta serie. 

Ecco i tabellini e le formazioni di quelle partite. Per una serata all'insegna della nostalgia e dell'amarcord

 

JUVENTUS BRUGES 1-0

Cattura

 

Panathinaikos - Udinese 1-2

asd

Fenerbahce - Milan 0-4

fener

Inter - Artmedia Petrzalka 4-0

koz

I 100 passi del tunnel del Marakana

"Ricordo i poliziotti che nel tunnel ci guardavano male e muovevano i manganelli in modo intimidatorio. Poi non fecero nulla di male, ma la sensazione mi restò dentro. Durante i festeggiamenti fui pure morso da un cane lupo. C’è qualcosa di diverso in quello stadio, un calore particolare che noti già nel riscaldamento. Ai miei compagni dissi che il Marakana ti fa diventare squadra e credo sia proprio così."

Alessandro Costacurta, sceso in campo al Marakana nel ritorno di Ottavi di finale della Coppa Campioni 1988-1989

Ci vogliono tre minuti per percorrere i cento passi del tunnel del Marakana, nome con cui è noto in tutto il mondo il Rajko Mitic Stadium di Belgrado. Costruito nel 1961, intitolato alla Zvezdine zvezde, la "Stella della Stella Rossa", one man club da 262 gol in 572 presenze, dal 1945 al 1958. Non è l'inferno ma poco ci manca. Il tunnel è largo appena un paio di metri e alto poco più di due e un tempo era contornato dai graffiti in cirillico, che riproducevano offese, insulti e intimidazioni.

"E’ impressionante, chi ama il calcio non può non vibrare. Tutto lo stadio è eccezionale, lì mi sentivo imbattibile. Ha un’acustica incredibile, in campionato vincemmo tutte le partite casalinghe. E spesso nel tunnel ho visto i militari in assetto da guerra.”

Walter Zenga, allenatore della Stella Rossa e campione di Serbia nel 2005-2006

Risultati immagini per marakana tunnel

La Uefa ha obbligato la Stella Rossa ad un restyling, ma poco cambia. I giocatori del Napoli cammineranno in un tunnel fatto di colori bianchi e rossi, poi il passaggio sempre più stretto, gli scalini prima della Curva degli Eroi, quella comandata da Ivan Bogdanov.

Ma dopo il tunnel ci sarà la partita. E lì il Napoli si affida soprattutto al suo allenatore Carlo Ancelotti. Vittorioso proprio qui sia nel 1988 che nel 2006. "Se valesse il criterio del non c'è due senza tre staremmo a posto" ha detto in conferenza.

Sempre ci resterà Cavani

Gli scherzi, o meglio i giri del destino percorrono un eterno circolo vizioso che in un loop accecante condiziona i cuori. La suggestione estiva di un ritorno di Edinson Cavani a Napoli, tornata a bussare alla porta dei sogni per la seconda volta dopo l’addio del Matador nel luglio 2013, fa parte di questi giri diabolici impossibili da controllare. Nei giorni caldi dello scorso mercato, vivendo un déjà - vu di due estati prima, in tanti avevano sognato che il rientro dell’uruguaiano dalle vacanze avvenisse a Capodichino e non a Charles de Gaulle. Le intenzioni del calciatore c’erano, ma a mancare era la base di uno stipendio improponibile per le casse azzurre. Per cui, oltre all’assenza di un importante coup de théâtre le emotive corde vocali dei tifosi azzurri scioglievano lentamente in gola l’euforia di un fuoco che avrebbe avvampato il San Paolo e i dintorni. Perché il miglior bomber per percentuale realizzativa della storia del Napoli resterà tale per molto tempo. Perché le sue dichiarazioni d’amore verso la città e la squadra riecheggiano tutt’oggi fino alla cima del Vesuvio. Perché un sudamericano come lui sul Golfo si sente più a casa che nelle borghesi periferie parigine.

Eppure, le bizze del destino si sono adoperate per far sì che il ritorno del Matador a Napoli diventasse realtà. E lo hanno fatto sotto forma del più classico degli eventi diretti dalla fortuna: un sorteggio. Cavani potrà così approfittare del quarto incontro del girone di Champions League previsto per il 6 novembre prossimo per far visita ai suoi due figli partenopei Lucas e Bautista, che forse per la prima volta non sapranno per chi tifare sugli spalti del San Paolo. Il ritrovo tra lo stadio di Fuorigrotta e l’uruguaiano era avvenuto già nell’estate 2014, e nonostante la poca intensità che sprigionava l’amichevole estiva del momento una parte dei tifosi non lesinarono fischi al Matador, che non rispose e tenne botta. La prossima volta sarà diverso. Cavani guarderà negli occhi lo stadio dove è iniziata la sua trasformazione in attaccante completo, quell’assemblamento tra killer d'area di rigore e il podista che lo ha proiettato nel gotha dei bomber mondiali. E in quella serata non ci sarà spazio per il ricordo, né tantomeno per l’indulgenza. Il San Paolo vorrà vincere, e Cavani anche.

A Napoli, terra dove si guarda spesso al passato e dove non esistono le mezze misure, quella sera i tifosi saranno combattuti. Perché anche se ora è lontano, i cuori azzurri palpitano dicendo: “Sempre ci resterà Cavani”.

Nemici mai

...Per chi si ama come noi. Potrebbe, o avrebbe potuto, essere questo il sottofondo musicale perfetto dell’abbraccio tra Ancelotti e Gattuso nel pre-partita di Napoli-Milan, anticipo serale della seconda giornata di campionato.

Banalità: il maestro e l’allievo. Bennato docet: il gatto e la volpe. Forse stiamo scadendo nel sentimentale e se si parla di calcio troppo spesso questo non va bene, ma per un milanista, in quell’abbraccio lungo un minuto si è tornati per un momento a respirare il clima del Milan che fu. 10 anni di storia condensati in 60 secondi. La clessidra che scandisce ogni millesimo di secondo, ogni istante, della nostra vita pallonara si ferma e ci ricorda chi siamo stati. Chi dovremmo tornare ad essere. Flashback.

Milan-Manchester 3-0, 2 maggio 2007, la partita perfetta. Al novantesimo, Rino Gattuso strapazza letteralmente il volto paffuto di Carletto, sorpreso ma felice. Nessuno avrebbe potuto pensare che 12 anni dopo i due si sarebbero affrontati in un big match di Serie A. Eppure, in quel minuto precedente l’inizio delle ostilità Rino Gattuso è tornato ad essere il guerriero indomabile di Carlo. L’alfa e l’omega. “Il Milan di Ancelotti va al ritmo del cuore e della corsa di Gennaro Ivan Gattuso”. Quante volte l’abbiamo sentita questa frase in quegli anni d’oro? In quell’abbraccio c’è tutto.

C’è l’aspirazione di voler diventare come lui. C’è la deferenza per l’allenatore che più ha esaltato le tue caratteristiche. “Io ho corso per te, Carlo”. Brillavano, gli occhi di Gennaro. E siamo sicuri che il cuore pulsava. Forte, intenso. “Le volte nelle quali in questi anni sono stato giù, vedevo qualcosa che non mi quadrava, l’ho chiamato per un consiglio, per una rassicurazione”. Parole pronunciate dall’allenatore rossonero nella conferenza di vigilia. Te lo ricordi, Carlo, che siamo amici?

Trasfigurazione in campo di quello che non è solo un rapporto fraterno fra due persone fatte della stessa identica, purissima, pasta: una missione. Sudo per te. Lotto per te. Mi rompo un menisco ma continuo a giocare per altri 88 minuti. Per te. Prima di quella semifinale sopra ricordata, la panchina di Carletto, nel turno precedente, i quarti col Bayern, era a serio a rischio. Mancavano pochi bulloni da allentare per farla saltare definitivamente. “Dammi elmetto e trapano, da qui non te ne vai”. Rino Black & Decker. Il Milan espugna Monaco di Baviera, Gattuso corre per 3. Rino uno e trino. Sacralità e blasfemia. Il Diavolo e l’acqua santa. Pane e salame. Caviale e champagne. Anima e corpo. Solo per te, Carletto.

Alla fine di tutto ciò, mille emozioni in due corpi che riunendosi riallineano la storia, ci sarebbe stata anche una partita di calcio. L’ha vinta il Napoli per 3-2, con la doppietta di Zielinski e il suggello finale di Mertens che hanno ribaltato a mezz’ora dalla fine il doppio vantaggio milanista siglato dall’accoppiata Bonaventura-Calabria. Ma questa è una storia marginale rispetto al resto. Al fischio finale, gli occhi di Rino incrociano quelli di Carlo: “Oggi hai vinto, amico mio, al diavolo le mozzarelle di bufala che mi hai promesso. Ma stanotte, Carletto, solo io saprò a chi pensi tu”.

Ricordati di me.

Che tesoro sei.

Triplice fischio.

Pessimismo cosmico

Se il simbolo del Napoli è un ciuccio, ci sarà un motivo. In realtà agli albori della storia azzurra, si trattò di un declassamento del cavallino sul primo scudo della SSC Napoli, in seguito a una serie di stagioni poco fortunate. Il peccato originale del vittimismo e dell’autolesionismo vive, dunque, in ogni tifoso della società partenopea, un popolo da sempre orfano di Re e ancora troppo nostalgico dei pochi anni in cui Diego Maradona prese il potere surclassando San Gennaro e Masaniello.

L’estate nella quale l’addio di Sarri, Reina e Jorginho, in contemporanea all’arrivo di Ancelotti, ha smosso le tettoniche presenti alle falde del Vesuvio, è quella tipica scossa di assestamento necessaria per raggiungere un nuovo equilibrio. Via il virtuosismo e lo specchiarsi nel bel gioco e benvenuti alla mentalità vincente e alla concretezza. O almeno così dovrebbe essere dopo la decisione di puntare su uno degli allenatori più titolati della storia. Eppure, a molti non va bene niente. L’Apocalisse (rigorosamente in maiuscolo) sembra essere approdata al San Paolo per stravolgere tutto. Fino ad ora è vero che i soliti cerotti applicati dal comune su una struttura vetusta e (de)cadente non depongono bene. È anche vero che il Napoli ha perso due fonti di gioco e che è un cantiere aperto. È verissimo che di acquisti di campioni affermati o di Deux Ex (il gioco di parole è voluto) Machina come Cavani non si è registrato. Eppure, il pessimismo cosmico sembra avvolgere totalmente l’ambiente, anche a causa delle sconfitte per 5 a 0 contro il Liverpool e per 3 a 1 contro il Wolfsburg.

Nulla di nuovo, in fin dei conti. Siamo a Napoli, capitale mondiale della sceneggiata, degli strepiti e dell’insoddisfazione. Dove il grigio non esiste se non quando piove. E tutto è nero o è bianco, ma mai insieme. Il campionato deve ancora iniziare e gli scenari più disperati sono già stati messi in conto. In molti hanno già indossato il paracadute prima di iniziare il decollo, rischiando di restare asfissiati dal gonfiore dello stesso. Quel che non è ancora chiaro nella piazza è che occorrerà avere pazienza. Il jogo bonito sarriano è finito. O meglio, si è trasferito a Londra. Al San Paolo, o quel che ne resta, è arrivato Ancelotti. E grazie a lui sono rimasti quasi tutti i migliori. I bilanci, societari a parte, meglio farli a maggio.

Vedere attraverso la lente dell’ironia quel che c’è...o speriamo ci sia!

Passino le analisi tattiche volte a perorare una determinata causa: lo sguardo critico rimane fondamentale per una esistenza che tenga lontani gli spettri dell’abitudine e gli altrettanto accomodanti schemi mentali prestabiliti.

Esempio (seguitemi): agli inizi del liceo (periodo non ben specificato tra Pleistocene e Triassico), ero in fissa con i Paramore, grazie ad una( ai tempi) cara amica con cui (ovviamente) ho perso i contatti. Il gruppo emo-punk-rock, capitanato dalla tuttora-donna-che-sognerò-sempre Hayley Williams, mi conquistava per la estensione vocale della front-man, i testi da un pessimismo sconfinato (la situazione dell’Udinese è NULLA, al confronto) e le chitarre mal suonate, ma che smuovevano le orecchie ed il cuore del piccolo autore adolescente.
Acquistai addirittura (primo e “forse” solo nel mio paese), all’unico negozio di dischi della cittadina, il loro terzo album appena uscito, ormai nove anni or sono.
Bene. Avete per caso ascoltato il loro ultimo prodotto musicale, uscito l’anno scorso? Io no, fino a pochi minuti fa: intenzionato a gettarmi sul divano e riflettere sulla brevità della vita ed i cambi di direzione (Suso chi?), ho cambiato idea, purtroppo per voi aggiungerei, ed ho cercato di rapportare quello che era giunto alle mie orecchie, quasi non accettabile dalla realtà in cui credo di vegetare, con le partite che incombono.
Cosa mi spiazza totalmente nella dimensione pallonara coeva italiana?

Partiamo dal primo anticipo: Under non titolare.
Impazzisco per il giocatore che, in uno degli svariati gruppi dei fantacalci a cui partecipo, ho ribattezzato da subito La Luce : pieno di (troppa) voglia di fare, egoista quanto basta per non inveirci contro dal primo minuto in cui mette piede in campo, Cencio (così ribattezzato affettuosamente dai romanisti sparsi per il mondo) è un must-see per la capacità di attirare il pallone a sé e dipingere calcio. Che sia un controllo orientato, un taglio dalla parte destra del campo verso il cuore dell’area, un tiro a giro dai 23 metri, vedergli preferito Schick in una posizione innaturale (per contrastare la fisicità del Chievo e far entrare il mago turco a difensori spompati) mi fa apparire un sabato di fine Aprile un po’ più spento, se non fosse che mangerò una pizza stasera (sono del partito: Pizza Panacea di qualunque Male; se volete, il PPM cerca nuovi membri).

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Una margherita davanti Inter-Juve: cosa potrebbe sconcertarmi, gol di Candreva a parte? Probabilmente mi concentrerò su come Perisic affronterà la doppia sfida Cuadrado-Barzagli sulla sua corsia: l’impeto del croato verrà contenuto dall’ex miglior marcatore (nel senso difensivo del termine) del campionato, tirato a lustro proprio per la partita più importante della stagione bianconera, e da una freccia colombiana pronta a pressare “forte” su di lui?
Spalletti adotterà la contromisura Cancelo a sinistra, con D’ambrosio a destra, per togliere pressione al buon Ivan? Inter-Juve sarà una partita di “fascia alta”: poco ma sicuro.

Spostiamoci, con questa terribile freddura, alla domenica. Mentre le prime considerazioni sul portare o meno la crema solare in spiaggia e sullo status sociale che deriva da tale scelta si affolleranno nella nostra mente, ventidue eroi avranno un compito non semplice: sopravvivere non solo in chiave sportiva, lottando per la salvezza, ma anche fisiologica, affrontando un mezzogiorno assolato in quel di Crotone. La temperatura non dovrebbe essere altissima (22°, per chi fosse interessato ad una scampagnata nel cuore della Calabria), ma tutto sta nella percezione: percezione aumentata in ogni senso per Matteo Politano, dal fiuto del gol ai movimenti, ovunque dentro al campo (non possiedo una heat-map dei suoi palloni giocati attualmente, ma la immagino con sopra scritto: “The floor is lava”). Il giocatore, vera scheggia impazzita di questo finale di campionato, è il cavallo di Troia di una partita che potrebbe avere le stigmate della noia e della paura, dal primo al 95’ minuto.

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“Non dar retta ai tuoi occhi e non credere a quello che vedi. Gli occhi vedono solo ciò che è limitato. Guarda col tuo intelletto e scopri quello che conosci già; allora imparerai come si vola.”
Con il soprannome nato da un fraintendimento, parlare di Jonathan Livingston ed il ga[m/b]biano Barrow è troppo facile, eppure il ragazzo sembra avere le carte in regola per esplodere da prima punta, con tiro da fuori, discreta progressione, rapidità nel breve e capacità di mettere i compagni in condizione di segnare (assist per Freuler settimana scorsa). Se dico che l’ultimo giocatore con maglia nerazzurra così completo potenzialmente in Italia ora milita nel Nizza, sarà stato un colpo di sole?

Di sicuro L’Udinese, piegata da due mesi a questa parte sulle ginocchia, non vuol subire un ennesimo colpo della strega nel Sannio ; la squadra giallorossa, con una ritrovata leggerezza derivante dalla matematica retrocessione, può affrontare la partita a viso aperto e con un solo scopo: proseguire negli sviluppi del laboratorio de zerbiano.
Cosa farebbe cascare dalla sedia? Qualche filtrante di Sandro dopo aver strappato palla al Fofana di turno. L’ex Tottenham deve rimanere in serie A: per la petizione, ci organizzeremo.

Ennesimo ex dalla ottima tecnica ripudiato contro il Milan: parliamo di Andrea Poli, pronto a riempire di estro il pomeriggio bolognese...ehm...
Intendevo Simone Verdi, scusate. Un lapsus.
Cristante, Saponara, Verdi: tre piccole spine nella rosa che un tempo fu rossonera.
Sembra che il toto-attaccante ci riservi Cutrone (scelta più saggia) dal primo minuto.
Fattore sorpresa: Calhanoglu che segna su punizione (è scoccata l’ora? Lo pensiamo tutti, eppure...).

A Marassi va in scena la corsa disperata all’Europa minore: Giampaolo mette in vetrina probabilmente Andersen (prossima plusvalenza superiore ai  15 milioni) e Kownacki (unica punta rimasta al fantacalcio da contendersi durante la parca asta di riparazione).
Quel che mi preoccupa? Pavoletti che segna di piede (non in rovesciata) è fin troppo scontata come risposta, perciò dirò Torreira che dilapida più di 4 palloni.

Il Verona dei falsi nueve ospita la SPAL in un’altra partita che definire tesa coinciderebbe con un eufemismo: il peggior calcio della A tra le neopromesse contro il più convincente e che si è adattato con risultati importanti alla categoria.
Grassi sta ritornando ai livelli di un tempo, quando il Napoli lo designò unico acquisto per la campagna scudetto 2016: Sarri dà, Sarri toglie.

Pomeriggio rovente a Firenze; il verbo scansare è stato adoperato più del foriestiero “top” tra i quattordicenni, perciò mi auguro non abbia nulla a che vedere con la partita delle 18:00, riferendomi maggiormente ai commenti  esterni al match rispetto a quel che si verificherà sul prato verde, vista la fallacia del ragionamento alla base.
Come reagirà la Fiorentina alla prospettiva di dover contendere il possesso palla alla squadra dalla percentuale più alta in questo fondamentale di tutta la A?
Tanto passerà dalla linea Veretout-Saponara e quanto quest’ultimo riesca ad isolare, con il suo intuito, Chiesa contro i terzini napoletani. Anche perché Simeone che regge l’impatto contro Koulibaly (ciò non implica che non possa rubargli il tempo, vero tallone d’Achille del gigante napoletano) equivale al sottoscritto che resiste per più di un mese alla palestra.

Ljajic, Luis Alberto, Immobile, Iago Falque: la serata pirotecnica a Torino è pronta. Noi? Staremo con la testa al lunedì poco invitante? Alla sveglia preferirei il canto di un Gallo ritrovato, ma credo proprio che dovrò aspettare una ritrovata forma fisica del nativo di Calcinate.

Questo è quanto: vado a riascoltare il disco (tra l’altro, è un synth-pop interessante) ed accettare il presente!
Lieto calcio a voi.

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Ci vogliono nemmeno due ore di macchina da Livorno a Figline Valdarno. 130 km di strada che dividono il mare tirreno e l'entroterra fiorentino, Massimiliano Allegri e Maurizio Sarri, i due allenatori che domenica sera si giocheranno un pezzo di sogno e di realtà, una fetta di scudetto.

Tra le colline toscane, il tecnico azzurro ci è finito dopo tre anni a Bagnoli, vicino Napoli, dove è nato. Figlio di un gruista di stanza nella città partenopea, ottimo ciclista, nipote di un partigiano che recuperava i piloti americani abbattuti in val d'Arno. Il resto della storia è fissato ormai nella retorica e nell'immaginario sportivo: la banca, la terza catgoria, i modi rudi.
Questo è Maurizio Sarri, la tuta, la sigaretta in bocca, lo sguardo torvo, cupo.

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L'altro invece, è la giacca e la cravatta, il volto pulito e sbarbato, il sorriso sornione, navigato. Massimiliano Allegri, cresciuto in una famglia di operai, il padre scaricatore di porto, la madre infermiera. Faccia da bischero, "ma posso spiegare" dice. Dalla fuga dall'altare a ventiquattro anni, ai nuovi matrimoni, ai flirt, ai divorzi. "Quando succede, succede. Ma ho la coscienza a posto".

L'altro invece è sposato da venticinque anni con Marina, lontano dai riflettori e dal gossip, "presenza discreta e cordiale". Con cui condivide tutto, tutto tranne le sigarette. Allegri non le ha mai fumate, neanche da ragazzo, giura.
Così diversi, così lontani. Lo stesso, simile soprannome. Se il tecnico bianconero è Acciuga, un'etichetta imposta da Rossano Giampaglia, l'altro è Secco, quando ancora giocava da terzino e falciava su e giù per la fascia.
Come ha scritto Mirko Di Natale su Przeglad Sportowy, se si dovesse pensare ad una metafora cinematografica Allegri sarebbe l'intramontabile commedia all'italiana, una sicurezza, un qualcosa di senza tempo, a volte anche autoironica e fuori dagli schemi. Sarri invece preferisce gli effetti speciali da film hollywoodiani, da fantascienza o forse gli spari da western.

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E quello di domenica sera sarà proprio uno scontro all'ultimo colpo di pistola, alla Sergio Leone, per due allenatori lontanissimi anche in campo, nella tattica, nelle idee.
E visto che siamo in tema di metafore, ne usiamo un'altra. Se fossimo in cucina, Allegri sarebbe la nonna pronta a creare un pranzo per venti persone con quello che trova in dispensa. Sarri sarebbe lo chef esigente sui prodotti, con le sue fisse sul bio e sul km 0, con i suoi negozi di fiducia, il fruttarolo all'angolo, il macellaio amico. Tra gli ingredienti più usati dall'allenatore juventino solo in tre superano i 3000 minuti stagionali. Uno per settore: Higuain, Chiellini, Pjanic. La spina dorsale della sua squadra. Quasi il triplo invece quelli del Napoli: Reina, Callejon, Koulibaly, Hysai, Mertens, Insigne, Allan e Albiol, con Hamsik a quota 2978.
Una rosa spremuta fino all'ultimo, fino alla partita decisiva per mantenere in vita un sogno. Perchè saranno pure diversi, lontani, forse all'opposto. Ma domenica sera saranno uguali. Sarri ed Allegri si giocano lo scudetto.

Sondaggio sulla vittoria finale della Serie A

Al termine della 31esima giornata di campionato, la Juventus è ancora in testa distante solamente 4 punti dal Napoli che, nonostante la soffertissima vittoria contro il Chievo, continua a credere nello Scudetto in attesa dello scontro diretto decisivo all'Allianz Stadium del 22 aprile.

 

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