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"San Gennaro mio, non ti crucciare, lo sai che ti voglio bene. Ma na finta 'e Maradona scioglie 'o sanghe dind''e vene... E chest'è!". Sembra la frase di una canzone di Pino Daniele. Invece è Luciano De Crescenzo, che in "Così parlò Bellavista", da napoletano, non riusciì a non tessere gli elogi di Diego Armando Maradona. Scrittore e regista, ma anche attore, filosofo, condutture, ingegnere, è scomparso pochi giorni fa, il 18 luglio 2019.
Renzo Arbore racconta che il ricordo più bello della sua amicizia con lui è "Lo scudetto del Napoli. Era un grande tifoso e non si parlava quando c'era una partita". De Crescenzo della sua città amava tutto, anche la squadra di calcio. E la guardava con occhi filtrati di mitologia e pensiero, storia e filosofia.

A questo proposito, ecco un estratto dell'intervista fatta a Luciano De Crescenzo da Il Mattino nel novembre 2017.

 

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Ora che tutti parlano di filosofia sarriana, possiamo dire che Maurizio Sarri è un erede del professor Bellavista? E se sì, dove si incontrano i due?

Non so se possa definirsi in senso stretto un erede del professor Bellavista, di sicuro però i due hanno alcuni punti in comune, sono entrambi napoletani, particolare che non è da sottovalutare, ed hanno una notevole capacità di trasmettere e insegnare le proprie teorie filosofiche e di gioco

Che differenza c’è tra quel Napoli che le ha regalato uno dei giorni più belli della sua vita vincendo lo scudetto e questo che rischia di vincerlo?

Non sono del tutto sicuro che oggi un singolo campione basterebbe per vincere un campionato. Nel calcio moderno il rendimento di una squadra è dato per metà dalle qualità tecniche dei giocatori e per metà dalla grinta e compattezza con cui la squadra affronta la partita. Ora però, per ottenere questa determinazione è necessario che tutti i giocatori sentano di appartenere a un unico complesso

Lei preferisce questo Napoli catalano-olandese dove tutti hanno una funzione o quello Maradoniano con l’eroe solitario?

Maradona è il genio assoluto, un condottiero, un Achille dei nostri giorni, con il suo coraggio e i suoi punti deboli. La squadra di Sarri invece, è una perfetta macchina da guerra, ogni giocatore sa esattamente qual è il suo ruolo. Ovviamente sono di parte, ma penso che il gioco del Napoli sia in questo momento tra i più belli d’Europa, non ci si annoia mai.

Sa che al Napoli si rimprovera un eccesso di bellezza senza il realismo della vittoria, non è che stiamo sopravvalutando i vincitori? Torniamo sempre alla storia di Tonino Capone, quello che avendo guadagnato abbastanza andava al mare chiudendo il negozio, senza mai diventare Pirelli.

Il realismo della vittoria è di sicuro importante, ma senza l’estetica del bel gioco si corre il rischio di annoiarsi

E non siamo uomini di noia. Cosa avrebbe detto a Nietzsche se l’avesse conosciuto? (Non dimentichiamo che il momento del suo collasso mentale avviene a Torino). 

Nietzsche sosteneva che la rovina dell’uomo è nella sua razionalità. Ecco, forse se invece di trattenersi a Torino fosse venuto a Napoli, probabilmente per lui le cose sarebbero andate diversamente

Che cosa è mancato nella lunga e bella vita di De Crescenzo?

Tirando le somme, non mi posso lamentare, anche se, detto tra noi, c’è stato un momento della vita in cui avrei voluto fare il cantante e non ero nemmeno così stonato. Forse avrei preferito qualche acciacco in meno, ma posso ritenermi di sicuro fortunato. Del resto, sono nato a Napoli, nel quartiere Santa Lucia e le prime cose che ho visto, sono state il mare e il Vesuvio. Se non è fortuna questa!

Don’t touch my Sarri

Dobbiamo raccontare una storia caratterizzata da una premessa fondamentale. Ci aiuta a descrivere tale antefatto, insolitamente, visto l’ambito sportivo che trattiamo, una famosa definizione contenuta in un’opera che è una pietra miliare della cultura italiana. La nostra introduzione consiste nel ricordare la filosofia del Sarrismo, neologismo inserito appositamente nella famosa Enciclopedia Treccani per illustrare “la concezione del gioco del calcio propugnata dall’allenatore Maurizio Sarri, fondata sulla velocità e la propensione offensiva; per estensione, l’interpretazione della personalità di Sarri come espressione sanguigna dell’anima popolare della città di Napoli e del suo tifo.”

Bene, ritorniamo ora con la mente a pochi giorni fa. Siamo in Azerbaigian e non è una data come le altre questo 29 maggio. Si è appena svolta la finale di Europa League, vinta 4 a 1 dal Chelsea contro l’Arsenal, dopo una gara dominata dai Blues soprattutto nel secondo tempo. C’è un signore che si aggira pensieroso ed emozionato sul campo dello stadio Olimpico di Baku, rigirandosi tra le mani una medaglia, consegnatagli a seguito della già avvenuta premiazione per sancire la conquista della seconda coppa europea più prestigiosa a livello continentale. Parliamo di Maurizio Sarri, proprio lui, il mister che è entrato nel cuore della gente, ricevendo a Napoli numerosi strali di amore e di odio che solo chi conta davvero può attirare, essendo invece principalmente poi, una volta sbarcato in UK, disprezzato dai tifosi londinesi e dai tabloid britannici, noti nel globo per mandare a quel paese chiunque abbia il sudato merito di stare semplicemente al mondo.


In un istante che ha commosso il web, il momento in cui Sarri dà forma
al motto social "date una medaglia a quest'uomo"

Questo Maestro dalla tuta mitica e caratterizzato dalla voglia di fumarsi un bel sigaro, prima di unirsi definitivamente ai festeggiamenti intensi dei suoi giocatori, solo un po’ particolari per l’assenza surreale di coriandoli all’atto dell’alzata del trofeo, è stato colto in un attimo di forte impatto emotivo, seppure della durata di qualche secondo. Ci concentriamo su un singolo istante appena precedente il delirio, l’isterismo e il suo sollevare la Coppa con un attaccamento morboso, conoscendo forse il piano dei propri calciatori di farne un uso improprio, versandoci dentro il contenuto di almeno un centinaio di bottiglie di champagne immortalate nello spogliatoio. 

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Il buon Maurizio è stato sorpreso in solitudine ad osservare quella medaglia e possiamo chiederci, curiosi, quali siano stati i suoi mille pensieri balenati in quel frame. Avrà forse ricordato i suoi esordi nello Stia nel 1990 in Seconda Categoria; probabilmente avrà avuto in mente il doppio salto fino in Promozione con la Faellese e le sue prime imprese maturate nel portare in Eccellenza il Cavriglia e l’Antella; sicuramente avrà masticato una dolce nostalgia anche per il Sansovino, squadra presa dopo aver lasciato il lavoro in banca nel 1999 e trascinata dall’Eccellenza in C2 in 3 anni fino al 2002-2003, azione leggendaria che gli ha consentito l’esordio l’anno seguente tra i professionisti alla guida della Sangiovannese. Certamente sarà stato memore anche della successiva promozione in C1 e, avendo cambiato di nuovo il club, questa volta della salvezza in B con il Pescara. Avrà riflettuto compiutamente sull’ignara inconsapevolezza dell’epoca circa il significato insito nel sostituire Antonio Conte all’Arezzo sempre nella serie cadetta e avrà avuto miserevolmente un tuffo al cuore circa la trafila posteriore di squadre che ha dovuto allenare, ripiombando stabilmente in quella che è conosciuta ormai come la Prima Divisione di Lega Pro, la cui organizzazione e i cui gironi hanno ispirato l’Inferno dantesco.

sarri sansovino
Sarri alza al cielo la Coppa Italia di Serie D. Era il 2003 e allenava il Sansovino

Indiscutibilmente avrà pensato al magico triennio con l’Empoli dal gioco sfavillante che è valso l’ingresso trionfale in A prima e la salvezza l’anno dopo con 4 giornate di anticipo. Inevitabilmente infine avrà ripercorso le gioie e i dolori passati al Napoli, ancora un triennio volto a scandire un pezzo della sua vita. Parliamo però degli anni del Sarrismo vero consacrato a grandi livelli, del calcio spettacolare che hanno spinto a Sacchi a fare paragoni un po’ azzardati, delle corse a piazzamenti altissimi nella nostra serie A, delle gioie irrefrenabili, dei tentativi folli e oltre misura in Champions, delle amarezze nelle coppe e del campionato fantastico targato 2017-2018, perso in modo rocambolesco contro la Super Juve di Allegri.

allegrisarri 2
Da una parte Maurizio Sarri alza in cielo l'Europa League, dall'altra Massimiliano Allegri spiega il "circo" perdente del collega

Sarri avrà quindi pensato molto a tutto questo. O forse no. Di certo avrà considerato i visi dei suoi ragazzi al Chelsea con cui ha vissuto momenti da film, a tratti horror, a tratti kolossal dall’epico epilogo, passando dal disastroso 6 a 0 subito dal City di Guardiola nella Premier a un terzo posto di grande caratura in un campionato così difficile, che ha sancito l’ingresso in Champions League della squadra londinese. E soprattutto arrivando a vincere un’Europa League, nonostante la precedente bruciatura della nuova sconfitta maturata con i Citizens in finale di English Cup.

Ma si può ritenere, per concludere, che alla fine Sarri abbia cessato di avere queste eventuali rimembranze flash per dar vita a una sonora risata dedicata al Profeta della Vittoria, Max Allegri, quello che sosteneva in tutte le TV che nel calcio conta solo vincere, anche con un gioco pessimo, prendendo in giro il Sarrismo bollato come un circo. Mi dispiace Max, perché in Europa ha vinto solo uno dei due e costui non sei tu, pur allenando corazzate ininterrottamente dal 2012. Sarri invece è ancora lì a Baku. A ridere incessantemente dal 29 maggio.  

 

Federico Cavallari

 

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Se trentadue anni fa, di questi giorni, vi foste ritrovati a passare per Napoli, di certo non sareste riusciti a fare un passo. La squadra azzurra vinceva il suo primo, storico, campionato di calcio.

La matematica arrivò il 10 maggio 1987, con il pareggio contro la Fiorentina. Era la squadra del più grande di tutti i tempi, Diego Armando Maradona, autore in Serie A di 10 reti, ma anche di Carnevale, Giordano, Bagni, Ferrara, Garella, con Ottavio Bianchi in panchina e Corrado Ferlaino presidente.

Per celebrare questo anniversario vi proponiamo, qua sotto, l’articolo uscito il 12 maggio 1987 su la Repubblica, a firma Rosellina Balbi. Nata a Napoli nel 1923, fu responsabile per il quotidiano della sezione culturale dal sua fondazione al 1990. Si occupò di razzismo, di camorra, di neuropsichiatria insieme al fratello Renato. Scrisse di calcio, la sua grande passione. Intrecciandolo alla cultura, alla società, alla politica.

Come in questo pezzo, dal titolo Napoli ha vinto, e scusate il ritardo, che vi proponiamo integralmente, dagli archivi del quotidiano di Scalfari.

Rosellina Balbi con Enzo Golino Beniamino Placido e Lucio Villari
Rosellina Balbi con Enzo Golino, Beniamino Placido e Lucio Villari

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Capire Napoli non è facile. Non è facile per i napoletani, figuriamoci per gli altri. Una città piena di contraddizioni; meglio ancora, una città bifronte: europea e levantina, moderna e arretrata, metropoli e casbah, vitale e stagnante.

Nel lontano 1802, l'esule Vincenzo Cuoco scriveva che la nazione napolitana si poteva considerare divisa in due popoli... la parte colta si era formata sopra modelli stranieri, così la sua coltura era diversa da quella di cui abbisognava la nazione... e questa, a vicenda, quasi disprezzava una coltura che non l'era utile e che non intendeva. Non fu certo un caso se i popolani avversarono ferocemente la rivoluzione del ' 99: A lu suono de la grancascia / viva sempre lu popolo bascio / A lu suono de li tammurrielli / so' risurte li puverielli / A lu suono de le campane / viva viva li pupulane / A lu suono de li violini / sempe morte a' Giacobbini!. Per anni, gli inviati della grande stampa nazionale a Napoli non hanno fatto che puntare lo sguardo sui panni stesi nei vicoli, sui pazzarielli, su cantanapoli. E, in seguito, sulle gesta della camorra. Dall' altra parte, opponendo luoghi comuni a luoghi comuni, generalizzazioni a generalizzazioni, la classe dirigente (si fa per dire) napoletana faceva del vittimismo protestatario e querulo, attribuiva ogni responsabilità della degradazione di Napoli alle congiure del Nord, cercava di far credere alla gente che la crescita della città dipendesse esclusivamente dalla volontà di riparazione delle proprie colpe da parte dello Stato.

napoli1Gli striscioni a Napoli per celebrare il primo Scudetto

C'erano poi i cosiddetti napoletanisti eredi di Scarfoglio, i quali, per esaltare una Napoli categoria dello spirito, non trovavano di meglio che celebrare la filosofia della miseria; il buon selvaggio del Pallonetto o dei Quartieri dimostrava la sua superiore saggezza, secondo loro, ridendo dei propri mali, quando addirittura non ne traeva ispirazione per le sue canzoni. Se non trovava lavoro, pazienza; anzi in qualche modo la disoccupazione era una scelta di vita.

Lo aveva già scritto nel 1835 Alexandre Dumas (nel Corricolo): il lazzarone napoletano è uno che dorme quando ha sonno, mangia quando ha fame, beve quando ha sete. Gli altri popoli si riposano quando sono stanchi di lavorare: lui, invece, quando è stanco di riposare lavora. Lavora, ma non di quel lavoro del Nord, che sprofonda l'uomo nelle viscere della terra per estrarre il carbone, che lo curva sull' aratro, che lo sospinge sui tetti spioventi... bensì di quel lavoro giocondo, spensierato, trapunto di canzoni e di lazzi... Nessuna voglia di faticare sul serio, dunque; ma in compenso nessun rancore, nessun desiderio di rivalsa né individuale né collettiva. E lo stereotipo era destinato a durare. Quarant' anni più tardi, Renato Fucini si scandalizzava per l'ossequiosità dei poveri di Santa Lucia verso i forestieri ricchi: Eccellenze e riverenze e atti d'umiltà indecorosi. Roba dell'Ottocento, direte. E invece no. Ancora negli anni Sessanta il direttore del Mattino (che era Giovanni Ansaldo) esaltava la povera gente che, a suo dire, gioiva vedendo entrare i signori nel San Carlo: quantunque moltissimi napoletani non siano mai entrati nel teatro, osservava benevolmente Ansaldo, grazie a quella totale assenza di astio sociale che costituisce il pregio maggiore del popolo napoletano, quei moltissimi non invidiano affatto quei fortunati che vi possono mettere piede...

Nessuno sembrava sospettare che la felicità stracciona fosse null'altro che una rassegnazione prodotta da secoli di promesse non mantenute, di governi e amministrazioni corrotte, di frustrazioni e di inganni. Una rassegnazione, peraltro, sempre tinta di ironia, anzi di autoironia, al tempo stesso salutare e dannosa: salutare perché costituiva una barriera contro la disperazione, dannosa perché si traduceva in scetticismo circa la propria capacità di ribaltare le cose. Significative, al tempo dei Borboni, le battute che si moltiplicavano nel popolo a proposito dell'esercito di Franceschiello. Come ad esempio questa: Capità, fuimme (scappiamo)? Aspettate l'ordine. È stata la stessa autoironica rassegnazione, io credo, a far sì che fin dal 1926 i napoletani scegliessero il ciuccio come simbolo della loro pur amatissima squadra di calcio.

napoliFesta grande al San Paolo di Napoli

Non un lupo, non un toro, non una zebra, non un biscione. No, un asinello, l'animale pieno di piaghe, la paziente bestia destinata a ricevere in eterno bastonate. E lo raffigurarono, quel ciuccio, mentre calciava un pallone con le zampe posteriori, senza dunque veder neppure dove lo spediva. E il motto fu: Ciuccio, fa tu. Ma un ciuccio, che può fare? Può soltanto perdere. E infatti il ciuccio perderà. Perderà anche quando la società avrà alla sua testa un dirigente moderno come Giorgio Ascarelli (è vergognoso che oggi nessuno ne ricordi il nome), che costruirà uno stadio a proprie spese e, con una intuizione anticipatrice circa l'importanza dell'allenatore per le fortune di una squadra di calcio, chiamerà a Napoli William Garbutt, un inglese competentissimo che resterà sei anni e darà ai tifosi la soddisfazione di vedere i loro giocatori in Coppa Europa.

Ma il ciuccio continuerà a non vincere. E tanto meno vincerà quando negli anni Cinquanta, sovrapponendo i propri interessi politico-elettorali alla passione calcistica dei suoi concittadini, Achille Lauro lancerà lo slogan: Per un grande Napoli, per una grande Napoli. Non ci sarà né l'uno né l'altra. Non ci sarà la grande Napoli, ché al contrario le amministrazioni laurine metteranno mano al sacco edilizio della città; e non ci sarà il grande Napoli, malgrado l'acquisto di bravi o anche bravissimi giocatori, perché l'improvvisazione e la speculazione propagandistica impediranno ogni seria programmazione.

Napoli2La prima pagina de Il Mattino

 

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Ci sarà, per contro, la spaccatura della tifoseria. I primi appassionati di calcio, a Napoli, furono come del resto accadde un po' dovunque di estrazione aristocratica o alto-borghese; anche i giocatori provenivano dalle file dei signori (una delle prime squadre napoletane aveva, all'ala destra, il duchino di Serracapriola). Poi arrivarono i popolani. E l'integrazione fu spontanea e felice: gentiluomini e plebei erano animati dallo stesso senso della festa, dallo stesso gusto dello spettacolo, dalla stessa propensione allo sberleffo, che poi è il migliore antidoto contro il fanatismo. Ricordo una partita, allo Stadio Partenopeo, che si svolgeva mentre la radio mandava in onda un discorso di Mussolini. Sulle gradinate erano stati sistemati degli altoparlanti perché la voce del capo potesse giungere ai tifosi. Ebbene, mai si udirono incitamenti più allegri e rumorosi alla squadra: si può dire che non una sillaba mussoliniana riuscisse a raggiungere le orecchie degli spettatori.

E che dire della fama di jettatore calcistico attribuita al principe di Piemonte? Ogniqualvolta il futuro re d'Italia metteva piede nello stadio, sugli spalti si provvedeva ai necessari scongiuri... Ma negli anni Cinquanta, come dicevo, la tifoseria si spaccò. Quella che Vincenzo Cuoco aveva definito la parte colta della nazione napolitana non gradiva lo sfruttamento in chiave elettoralistica diciamo borbonica nel senso peggiore del termine delle vicende della squadra. Sapeva che se lo scudetto fosse arrivato a Napoli in quegli anni, avrebbe con ogni probabilità contribuito a radicare durevolmente un modo di far politica, e anche una mentalità, che sarebbero stati di serio ostacolo alla crescita sociale e civile della città. Del resto, anche il mancato arrivo dello scudetto venne attribuito, da chi gestiva le sorti del Comune e della società di calcio, alle inadempienze dello Stato e alle cospirazioni nordiste (eppure in Parlamento Lauro votava costantemente per il governo e si guardava bene dal compromettere i suoi rapporti d' affari con la Fiat e in genere con gli industriali del Nord).

Dopo sessantun anni, oggi lo scudetto è finalmente arrivato. E qualcuno va nuovamente a caccia del pittoresco, magari nascondendo sotto la dichiarata simpatia una sfumatura di indulgente superiorità davanti alle nuove sfrenatezze piedigrottesche. Mentre qualcun altro, all' opposto, dilata la portata dell'avvenimento, facendone un punto di partenza (se non addirittura un punto di arrivo) per la riscossa di Napoli, ciò che è indubbiamente improprio, esagerato e forse pericoloso. Ma non è né improprio né esagerato, io credo, osservare che in certi casi la conquista di uno scudetto del primo scudetto, si badi ha risvolti che vanno al di là di un primo posto nella classifica di un campionato.

maraDiego Armando Maradona

 

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È come aver messo piede in teatro, per chi finora s' era dovuto contentare di guardare quelli che vi entravano. È un momento di felicità regalato a tanti napoletani: sia quelli che vivono nella loro terra, sia quelli costretti ad andare in giro per il mondo e che per un giorno si riappropriano della loro comune identità; e non c' è bisogno di storcere il naso se questo risultato nasce dalle traiettorie di un pallone. È una vittoria che, non essendo dovuta allo scalciare fortuito e scomposto di un somaro, ma frutto di un lavoro serio, intelligente e condotto senza finalità nascoste, può contribuire a dissipare lo scetticismo e la rassegnazione. Insomma un successo che non è né scandaloso né illegittimo affiancare a quelli conseguiti, in altri campi, dall'Aeritalia, o dall' Istituto per gli studi filosofici, o dalla Fondazione Napoli 99, o dalla nuova musica napoletana, o dalle tante iniziative che, sia pure in mezzo alla moltitudine dei problemi tuttora irrisolti, segnano il progressivo imporsi di quella che, parafrasando De Gaulle, mi piacerebbe chiamare una certa idea di Napoli.

Ed è una vittoria che ricompone simbolicamente l'unità delle due anime della nazione napolitana, perché si lascia indietro sia la sdegnosa astrazione di una piccola cerchia di intellettuali rinchiusi nel loro guscio, sia la cieca disponibilità plebea a farsi manovrare dalla demagogia più rozza e più cialtrona. Scusate il ritardo, proclama lo striscione appeso alla Riviera di Chiaia; e questa volta l'ironia dei napoletani non è diretta solo contro sé stessi. Scusate il ritardo di Napoli nella conquista del suo primo scudetto, naturalmente. Ma mi auguro, anzi credo fermamente non in quella soltanto.

 

da Rosellina Balbi, la Repubblica, 12 maggio 1987

Il trono di squadre

 

L’inverno è finalmente arrivato! Tranquilli, le vostre scampagnate primaverili non sono in pericolo, l’inverno non è arrivato da noi ma a Westeros, il continente immaginario dove si svolgono le vicende di Game of Thrones, la serie tv simbolo di questo decennio che è riuscita a coinvolgere milioni e milioni di fan.

La febbre del trono si fa sentire anche qui nella redazione de Il Catenaccio e allora per ingannare l’attesa tra una puntata e l’altra abbiamo provato a farci una domanda a modo nostro. Se le casate di GoT fossero una squadra di calcio a quale squadra reale assomiglierebbero di più?

Proviamo a dare una risposta, in modo quanto più possibile spoiler free e con una buona dose di ironia:

starkCasa Stark – Roma roma

Gli Stark sono i protettori del Nord, discendono direttamente dai Primi Uomini e venerano gli antichi Dei. Il loro temperamento glaciale non ha molto a che vedere con la passione dei tifosi giallorossi, ma anche loro venerano un dio tutto loro, detto Er capitano o Er pupone dai più devoti, e soprattutto hanno in comune il lupo che campeggia fiero sullo stemma degli Stark e su quello della Roma.

lannisterCasa Lannister – Juventusjuve

I Lannister sono la casata più ricca dei sette regni, grazie a prestiti e sotterfugi sono riusciti ad accumulare una ricchezza incredibile e a dominare economicamente le altre casate, il loro obiettivo però è raggiungere il Trono di Spade e dominare l’intero continente… Serve aggiungere altro?

 

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targaryenCasa Targaryen – Milanmilan

I Targaryen sono un’antica dinastia proveniente dalla misteriosa Valyria, giunti a Westeros sono riusciti a sottomettere l’intero continente grazie al fuoco dei draghi, ma scomparsi i draghi è scomparsa anche la loro potenza. Il Milan ha avuto per più di 30 anni un suo drago, anzi più un biscione, grazie al quale è riuscito a dominare l’Europa, ma da quando quel drago se n’è andato i giorni di gloria continentale sono solo un bel ricordo.

greyjoyCasa Greyjoy – Interinter

I Greyjoy sono i lord delle isole di Ferro, sono pirati e saccheggiatori, sempre pronti a sfruttare le debolezze degli altri lord per occuparne le terre. L’Inter si è dimostrata maestra in passato nello sfruttare la debolezza altrui e prendersi il primo posto per diversi anni, ora sembra che si sia un po’ assopita, ma si sa: “Pazza Inter, amala” e come recita il motto dei Greyjoy: “Ciò che è morto non muoia mai”.

martellCasa Martell – Napolinapoli

I Martell governano su Dorne, la parte meridionale di Westeros, sono fieri e passionali, il loro motto è: ”Mai inchinati, mai piegati, mai spezzati”. La stessa fierezza e passione, lo stesso fuoco e determinazione che hanno i tifosi napoletani e come ‘O sole mio di Napoli il loro stemma è un grande sole splendente.

arryn            Casa Arryn – Laziolazio

Gli Arryn governano da secoli da una fortezza inespugnabile chiamata Nido dell’Aquila, il loro motto  è “In alto come l’onore” e i loro colori sono il bianco e il blu. Non c’è bisogno di aggiungere altro, lassù dove volano le aquile c’è solo la Lazio ed è alto l’onore e l’orgoglio di essere La prima squadra della capitale.

Il cuore e le spalle

Il morso della tarantola è secco. Unico. E non contagia. Chi ne ha il sangue impregnato va libero e guarda solamente avanti. Libero da compiti meno gratificanti, ma con la priorità di creare, Lorenzo Insigne è il tarantolato di Carlo Ancelotti, che in lui ha visto il grimaldello per rompere i forzieri delle corazzate europee, più simili a banche che a club calcistici. Il capitano in pectore di questo nuovo Napoli che torna alla ricerca del sacro Graal con l’umiltà del Parsifal ultimo rimasto tra i sognatori è lui. Napoletano, legato alla causa della sua realtà fin da sempre, ha smesso di fare troppi ed inutili giri sulla fascia per cercare più prepotentemente la porta, mettendoci sempre la sua classe innata. Anni fa sembrava fosse sempre sul punto di esplodere ma la mancanza di continuità e la monotonia di gioco gli sbarravano il passo. La rivoluzione sarriana prima e l’intuizione di Ancelotti poi hanno dato sfogo a chi adesso rappresenta la squadra azzurra dentro e fuori dal campo. I bambini di ogni angolo del mondo esclamano il suo nome quando sentono parlare di Napoli. Lo sostengono il cuore del tifoso e le spalle del campione che resiste alle cariche avversarie.

Non si tratta solo di gol. I dati e le statistiche spiegano, parlano, ma non rendono del tutto l’idea dell’impatto del singolo sulla squadra. Nel suo nuovo ruolo da rifinitore - centravanti Insigne riesce ad esprimere il suo meglio, e quando si annoia si rifugia di nuovo largo a sinistra, ma solo per un attimo. Giusto il tempo di creare e tornare al centro, per dare aria alla squadra ed aprire gli esterni, che seguono in sintonia i suoi traccianti. Perché è lui il nuovo regista del Napoli, sebbene non giochi in mezzo al campo. Attorno a lui scorrono la maggior parte dei palloni, come degli affluenti verso il grande fiume. Ed è a lui che il San Paolo chiede un altro guizzo stasera. L’urlo in gola di Parigi brama vendetta. Rivincita. Dal colpo da maestro a pallonetto del Parco dei Principi Lorenzo è sembrato in parte ovattato, non al 100%. Come se avesse voluto rodare il motore prima di farlo esplodere per la corsa più importante. Quella di una notte di Champions dove avrà il sostegno ma anche la pressione di sessantamila spettatori. Il tarantolato, che deve sudare costantemente per non soccombere al veleno, dovrà sudare il triplo per via della forza dell’avversario.

Parigi di notte

Le vibrazioni nevrotiche estive dei tifosi napoletani che palpitavano per il ritorno di Edinson Cavani sotto il Vesuvio hanno avuto l’effetto contrario. Un boomerang irriverente e maligno ha prodotto il ritorno meno sperato dell’attaccante uruguayano: quello da rivale. Prima, però, il primatista di gol in azzurro per media realizzativa sfiderà il suo vecchio (e forse eterno) amore lontano dal luogo dell’esplosione della passione. Come nel più teatrale e tetro racconto ambientato nella romantica e al contempo sinistra capitale francese, il rendez vous tra l’attaccante uruguaiano e il Napoli avverrà proprio alle falde della Tour Eiffel. In una città di sogni e incubi, le speranze degli azzurri di andare oltre un durissimo girone di Champions faranno da contrappeso alle voglie di una realtà prepotente che cerca il trionfo in Europa da troppo tempo senza mai aver avuto un premio. E come punta dell’attacco locale ci sarà colui che ha fatto gridare di gioia i napoletani ben 104 volte in tre stagioni. I ritorni concentrici del calcio, beffardo e ammaliante che sghignazza forte quando le notti europee si avvicinano.

Il primo freddo dell’anno e una minima di 5 gradi accoglieranno gli azzurri e il loro seguito nella Ville Lumière, dove chiunque vi è stato almeno una volta nella vita ed ha vissuto un sogno. Il compito di Carlo Ancelotti, che qui ha trascorso un’anno intero, sarà quello di far sognare ma non troppo i suoi uomini, che dovranno tenere i piedi per terra per contrarrestare la forza d’urto di un esercito di calciatori che, sebbene ancora non abbiano raggiunto la maturità assoluta a livello europeo, spaventano solo a leggerne i nomi. Arrivato a Napoli per gestire situazioni simili a questa, il tecnico emiliano tornerà in uno stadio dove cinque anni e mezzo fa riuscì a portare il PSG ai quarti di finale della Champions per la prima volta, venendo sconfitto dal Barcellona senza perdere nessuno dei due confronti diretti. La rivincita con i parigini non è mai arrivata, dato che Carletto scelse di sposare il progetto Real Madrid. Ma il ritorno al Parco dei Principi, che solo dal nome si oppone al rustico e trasandato San Paolo, rappresenta non solo un ritorno ma ha anche i connotati della sfida impossibile da lanciare all’avversario più potente.

Parigi di notte è l’ebbrezza di una sfida al potere, dal basso verso l’alto. Parigi di notte per il Napoli è lo stimolo del pugile smilzo che prova a fare lo scherzo al peso massimo. Parigi di notte è il viatico per sognare. E per far diventare azzurro un cielo che si annuncia troppo scuro.

Filotto italiano in Champions League, in questo secondo turno di fase a gironi. Con le vittorie di Inter e Napoli di mercoledì sera contro PSV Eindhoven e Liverpool, aggiunte ai successi di Juventus e Roma su Young Boys e Viktoria Plzen, si raggiunge un poker tricolore che mancava addirittura da 13 anni. 

Era il 2005, precisamente novembre, quando Juventus, Milan, Udinese e Inter riuscirono a strappare 3 punti rispettivamente a Bruges, Fenerbahce, Panathinaikos e.... Armedia Petrzalka, squadra slovacca nel frattempo fallita e attualmente risalita in Serie B locale, dopo una trafila dalla quinta serie. 

Ecco i tabellini e le formazioni di quelle partite. Per una serata all'insegna della nostalgia e dell'amarcord

 

JUVENTUS BRUGES 1-0

Cattura

 

Panathinaikos - Udinese 1-2

asd

Fenerbahce - Milan 0-4

fener

Inter - Artmedia Petrzalka 4-0

koz

I 100 passi del tunnel del Marakana

"Ricordo i poliziotti che nel tunnel ci guardavano male e muovevano i manganelli in modo intimidatorio. Poi non fecero nulla di male, ma la sensazione mi restò dentro. Durante i festeggiamenti fui pure morso da un cane lupo. C’è qualcosa di diverso in quello stadio, un calore particolare che noti già nel riscaldamento. Ai miei compagni dissi che il Marakana ti fa diventare squadra e credo sia proprio così."

Alessandro Costacurta, sceso in campo al Marakana nel ritorno di Ottavi di finale della Coppa Campioni 1988-1989

Ci vogliono tre minuti per percorrere i cento passi del tunnel del Marakana, nome con cui è noto in tutto il mondo il Rajko Mitic Stadium di Belgrado. Costruito nel 1961, intitolato alla Zvezdine zvezde, la "Stella della Stella Rossa", one man club da 262 gol in 572 presenze, dal 1945 al 1958. Non è l'inferno ma poco ci manca. Il tunnel è largo appena un paio di metri e alto poco più di due e un tempo era contornato dai graffiti in cirillico, che riproducevano offese, insulti e intimidazioni.

"E’ impressionante, chi ama il calcio non può non vibrare. Tutto lo stadio è eccezionale, lì mi sentivo imbattibile. Ha un’acustica incredibile, in campionato vincemmo tutte le partite casalinghe. E spesso nel tunnel ho visto i militari in assetto da guerra.”

Walter Zenga, allenatore della Stella Rossa e campione di Serbia nel 2005-2006

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La Uefa ha obbligato la Stella Rossa ad un restyling, ma poco cambia. I giocatori del Napoli cammineranno in un tunnel fatto di colori bianchi e rossi, poi il passaggio sempre più stretto, gli scalini prima della Curva degli Eroi, quella comandata da Ivan Bogdanov.

Ma dopo il tunnel ci sarà la partita. E lì il Napoli si affida soprattutto al suo allenatore Carlo Ancelotti. Vittorioso proprio qui sia nel 1988 che nel 2006. "Se valesse il criterio del non c'è due senza tre staremmo a posto" ha detto in conferenza.

Sempre ci resterà Cavani

Gli scherzi, o meglio i giri del destino percorrono un eterno circolo vizioso che in un loop accecante condiziona i cuori. La suggestione estiva di un ritorno di Edinson Cavani a Napoli, tornata a bussare alla porta dei sogni per la seconda volta dopo l’addio del Matador nel luglio 2013, fa parte di questi giri diabolici impossibili da controllare. Nei giorni caldi dello scorso mercato, vivendo un déjà - vu di due estati prima, in tanti avevano sognato che il rientro dell’uruguaiano dalle vacanze avvenisse a Capodichino e non a Charles de Gaulle. Le intenzioni del calciatore c’erano, ma a mancare era la base di uno stipendio improponibile per le casse azzurre. Per cui, oltre all’assenza di un importante coup de théâtre le emotive corde vocali dei tifosi azzurri scioglievano lentamente in gola l’euforia di un fuoco che avrebbe avvampato il San Paolo e i dintorni. Perché il miglior bomber per percentuale realizzativa della storia del Napoli resterà tale per molto tempo. Perché le sue dichiarazioni d’amore verso la città e la squadra riecheggiano tutt’oggi fino alla cima del Vesuvio. Perché un sudamericano come lui sul Golfo si sente più a casa che nelle borghesi periferie parigine.

Eppure, le bizze del destino si sono adoperate per far sì che il ritorno del Matador a Napoli diventasse realtà. E lo hanno fatto sotto forma del più classico degli eventi diretti dalla fortuna: un sorteggio. Cavani potrà così approfittare del quarto incontro del girone di Champions League previsto per il 6 novembre prossimo per far visita ai suoi due figli partenopei Lucas e Bautista, che forse per la prima volta non sapranno per chi tifare sugli spalti del San Paolo. Il ritrovo tra lo stadio di Fuorigrotta e l’uruguaiano era avvenuto già nell’estate 2014, e nonostante la poca intensità che sprigionava l’amichevole estiva del momento una parte dei tifosi non lesinarono fischi al Matador, che non rispose e tenne botta. La prossima volta sarà diverso. Cavani guarderà negli occhi lo stadio dove è iniziata la sua trasformazione in attaccante completo, quell’assemblamento tra killer d'area di rigore e il podista che lo ha proiettato nel gotha dei bomber mondiali. E in quella serata non ci sarà spazio per il ricordo, né tantomeno per l’indulgenza. Il San Paolo vorrà vincere, e Cavani anche.

A Napoli, terra dove si guarda spesso al passato e dove non esistono le mezze misure, quella sera i tifosi saranno combattuti. Perché anche se ora è lontano, i cuori azzurri palpitano dicendo: “Sempre ci resterà Cavani”.

Nemici mai

...Per chi si ama come noi. Potrebbe, o avrebbe potuto, essere questo il sottofondo musicale perfetto dell’abbraccio tra Ancelotti e Gattuso nel pre-partita di Napoli-Milan, anticipo serale della seconda giornata di campionato.

Banalità: il maestro e l’allievo. Bennato docet: il gatto e la volpe. Forse stiamo scadendo nel sentimentale e se si parla di calcio troppo spesso questo non va bene, ma per un milanista, in quell’abbraccio lungo un minuto si è tornati per un momento a respirare il clima del Milan che fu. 10 anni di storia condensati in 60 secondi. La clessidra che scandisce ogni millesimo di secondo, ogni istante, della nostra vita pallonara si ferma e ci ricorda chi siamo stati. Chi dovremmo tornare ad essere. Flashback.

Milan-Manchester 3-0, 2 maggio 2007, la partita perfetta. Al novantesimo, Rino Gattuso strapazza letteralmente il volto paffuto di Carletto, sorpreso ma felice. Nessuno avrebbe potuto pensare che 12 anni dopo i due si sarebbero affrontati in un big match di Serie A. Eppure, in quel minuto precedente l’inizio delle ostilità Rino Gattuso è tornato ad essere il guerriero indomabile di Carlo. L’alfa e l’omega. “Il Milan di Ancelotti va al ritmo del cuore e della corsa di Gennaro Ivan Gattuso”. Quante volte l’abbiamo sentita questa frase in quegli anni d’oro? In quell’abbraccio c’è tutto.

C’è l’aspirazione di voler diventare come lui. C’è la deferenza per l’allenatore che più ha esaltato le tue caratteristiche. “Io ho corso per te, Carlo”. Brillavano, gli occhi di Gennaro. E siamo sicuri che il cuore pulsava. Forte, intenso. “Le volte nelle quali in questi anni sono stato giù, vedevo qualcosa che non mi quadrava, l’ho chiamato per un consiglio, per una rassicurazione”. Parole pronunciate dall’allenatore rossonero nella conferenza di vigilia. Te lo ricordi, Carlo, che siamo amici?

Trasfigurazione in campo di quello che non è solo un rapporto fraterno fra due persone fatte della stessa identica, purissima, pasta: una missione. Sudo per te. Lotto per te. Mi rompo un menisco ma continuo a giocare per altri 88 minuti. Per te. Prima di quella semifinale sopra ricordata, la panchina di Carletto, nel turno precedente, i quarti col Bayern, era a serio a rischio. Mancavano pochi bulloni da allentare per farla saltare definitivamente. “Dammi elmetto e trapano, da qui non te ne vai”. Rino Black & Decker. Il Milan espugna Monaco di Baviera, Gattuso corre per 3. Rino uno e trino. Sacralità e blasfemia. Il Diavolo e l’acqua santa. Pane e salame. Caviale e champagne. Anima e corpo. Solo per te, Carletto.

Alla fine di tutto ciò, mille emozioni in due corpi che riunendosi riallineano la storia, ci sarebbe stata anche una partita di calcio. L’ha vinta il Napoli per 3-2, con la doppietta di Zielinski e il suggello finale di Mertens che hanno ribaltato a mezz’ora dalla fine il doppio vantaggio milanista siglato dall’accoppiata Bonaventura-Calabria. Ma questa è una storia marginale rispetto al resto. Al fischio finale, gli occhi di Rino incrociano quelli di Carlo: “Oggi hai vinto, amico mio, al diavolo le mozzarelle di bufala che mi hai promesso. Ma stanotte, Carletto, solo io saprò a chi pensi tu”.

Ricordati di me.

Che tesoro sei.

Triplice fischio.

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