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Il corpo della NBA

The Raging Bull. The Bronx Bull. Pronti per ammirare il grande Jake LaMotta. E uno scroscio di applausi accompagnò la salita sul ring di Robert De Niro. Era il 1980 quando Al Capone, Il Cacciatore, Noodles o Jake LaMotta interpretò la vita vera dell’autentico pugile, dominatore di tutti i Ring di New York. Dal più malfamato del Bronx fino a Las Vegas. Non puoi interpretare il personaggio finchè non diventi il personaggio.

Fu per questo motivo, infatti, che molte primavere fa De Niro iniziò un processo di trasformazione e menomazione del proprio corpo per impersonare il ruolo richiesto dall’amico Scorsese. Aumentò il suo peso di circa 40 kg, o meno per chi non vuole essere romantico. Come fai ad essere un pugile se non lo sei? Un lavoro che De Niro aveva già contemplato e sperimentato qualche anno prima, quando decise di diventare un tassista piuttosto atipico.

Vuol dire rischiare tutto. Mettere sul piatto tutto. All in, o quasi. Sapere di poter e dover pagare delle conseguenze in futuro pur di fare bene il proprio lavoro oggi. E’ questa la determinazione. Una determinazione che può appartenere a chiunque, certamente ai più ma che designa il tratto distintivo dei campioni dai quacquaraquà. O semplicemente chi si accontenta del proprio operato, grande, giusto o sbagliato che sia.

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Un concetto di determinazione che accomuna specialmente le Leggende del basket americano. Omoni che vogliono essere eroi, “cristoni” che sanno che un giorno i loro muscoli diventeranno grasso. E non per pigrizia vediamo i fenomeni degli anni ottanta che più che ad un principe somigliano ad un ranocchio, per i colli rigonfi. Muscoli che si procacciano nel più breve tempo possibile rischiando infortuni, fratture da stress.

La cultura sportiva americana supera di ben lunga la nostra, quella europea e del resto del mondo. Anche perché gli americani non hanno un’epica, un Omero, un Dante. O meglio: ce l’hanno, ma più che passato epico e glorioso da raccontare si è trasformato in un genocidio, quello degli Indiani d’America. Per questo gli eroi dello sport sanno che potrebbero ricoprire quel ruolo. Ed anche per questo atleti, come LeBron James, spendono milioni e milioni di dollari l’anno in palestre e cura del proprio corpo. Altri atleti invece questa determinazione fisica ce l’hanno ad intermittenza, ma non bisogna fargliene una colpa.

Nella stagione NBA del 2002 Shaquille O’ Neal, uno dei giocatori più fisici e dominanti della storia, durante una delle prime partite della stagione si sollevò la maglietta e mostro agli avversari la tartaruga. Era il momento dell’inno a bandiera innalzata quando lo fece e più che un inno quel momento divenne un requiem per tutte le altre franchigie. Shaq era dominante, ma soprattutto per il peso e la stazza. Occupava due metri quadri e rischiava di rompere il parquet, oltre che i canestri, per i 130 kg che si portava appresso. Vederlo con la tartaruga fu pazzesco dopo che per anni, ogni estate, il suo collega Kobe inveiva contro di lui e il suo peso imbarazzante.

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Ma non di solo muscoli vive il campione NBA e non di soli muscoli è costituita la determinazione. Lo stesso Kobe, ad esempio, dopo essersi infortunato all’avambraccio destro, iniziò a tirare col braccio sinistro con esiti tecnici e mentali più che positivi. E fu sempre lo stesso Kobe a tirare un paio di tiri liberi dopo essersi spappolato quel tendine d’Achille che lo cambierà per sempre.

I contratti milionari che i giocatori firmano non li rendono prima di tutto dipendenti del padrone che li paga. Quei contratti diventano immediatamente obblighi stipulati con se stessi. Ovviamente è un concetto che se avesse copiosa estensione renderebbe tutti delle Leggende, e a quel punto non saremmo in grado di distinguerle. Una Leggenda su tutte? Michael Jordan.

In pochi lo hanno visto giocare. Anzi forse nessuno. Anzi forse nessuno a parte il figlio o il nipote di 5 anni quando ci giocavano contro. MJ non ha mai giocato. Ha sempre mattato. Chi lo ha conosciuto veramente afferma che MJ prendesse sul serio anche la partitella giocata a Tokio per motivi promozionali. Quello sì che era uno sguardo da vero Toro, rosso infuocato. E non a caso giocava, si fa per dire, per i Chicago Bulls.

 

Bill Russell: icona del gioco e della storia

Quando negli anni ’50 William Felton Russell, più conosciuto come Bill Russell, imbracciava il pallone da basket non si dirigeva di certo nel campetto dell’isolato ma dietro casa. Era lì che si fissava al muro un tabellone e un canestro anche se probabilmente ci sarebbe stato più spazio e comodità davanti al garage. Le case di un americano medio hanno infatti un piccolo problema: il garage si affaccia sulla strada, dove passano e ti vedono tutti. E se sono gli anni ’50 e sei nero non puoi giocare a basket così spudoratamente, davanti a tutti.

D’altronde cosa avrebbe potuto pretendere Bill Russell dalle persone che vivevano a Monroe, in Louisiana. Nulla, poiché Bill non pretese nulla dalla Lousiana. Quella che sarà la leggenda più vincente del basket aveva già un altro progetto in mente: cambiare gli Stati Uniti d’America, non un singolo Stato. Non si trattava di essere arroganti, sfacciati o eccessivamente intraprendenti ma di voler cambiare il mondo, soprattutto se sei testimone oculare dell’omicidio di tuo padre, nero anche lui, colpevole di una colpa che non c’era, quella di voler far rispettare la fila in una stazione di benzina, dopo che numerosi bianchi ti erano passati davanti approfittandosene dello sguardo del divertito proprietario.

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Era stata la mamma a suggerirgli di appendere il canestro dietro, e non davanti casa. Certo, grazie a quello la muscolatura ringrazia visto che saltare sull’erba è tutt’altra cosa che saltare e palleggiare su un riquadro di cemento. Ma se la palestra è oggi una grande invenzione, giocare ovunque si voglia è stata a lungo un’agonia trasformata in una grande conquista.

Bill Russell ha usato il suo talento non solo per cambiare il basket ma come strumento di voce, pronto a finire sulle prime pagine dei giornali come Mohamed Alì e Martin Luther King. Il primo, Bill, ha sicuramente avuto meno fortuna nella cultura del mondo Europeo, ma negli USA Alì e Russell sono esattamente sullo stesso gradino del podio. Rappresentano un concetto non suffragato da  molti: more than an atlhete. Russell come Alì non è stato un “semplice” giocatore ma politico, leader, attivista sociale. E in tutto questo il talento, lo strapotere che ha messo sul campo è stato solo un mezzo per arrivare sul podio con la medaglia al collo e gridare ciò che pensava.

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Vincere 11 campionati in 13 anni nella NBA con la maglia dei Celtics fra il 1956 e il 1969, essere uno dei migliori rimbalzisti di sempre, essere l’inventore della stoppata, essere stato uno dei primi afroamericani ad aver calcato il campo da basket, essere stato il primo allenatore nero della storia della NBA sono stati solo espedienti che hanno regalato a noi tifosi un gioco migliore e a tutti noi una società più vivibile.

Bill Russell ha detto a tutti che il basket non era uno sport per soli bianchi ma che anzi lui lo dominava e lo dirigeva. E lo ha fatto per 15 anni consecutivi. Si sarebbe potuto fermare lì, ad essere osannato come uno dei più grandi della Storia del Gioco, e invece è stato uno dei più grandi della Storia moderna e della cultura pop americana. Bill Russell è stato sì un leader ma definirlo così dà una accezione negativa a tutto quello che c’è stato intorno. Potrebbe essere definito come una miccia. Lui, insieme ad altri come Alì, Rosa Parks, Kareem Abdul Jabbar, è stato la miccia di un fuoco che è divampato grazie a tutti quelli che lo hanno seguito e sostenuto, e che lo sosterranno. Perché il fuoco ancora arde visto che di paglia da bruciare ancora ce n’è. E se oggi possiamo giocare tutti al campetto sotto casa di qualcuno il merito sarà.

La fine di una dinastia?

L’ultimo giorno di giugno in una afosa e grigia giornata di Shangai dietro due lenti arancioni volgeva lo sguardo del due volte campione NBA e MVP Stephen Curry. Vacuo, vuoto, di ghiaccio. Uno sguardo che si tiene quando si ha il presentimento che qualcosa stia per andare storto. Anche se il significato di “storto” o sbagliato  è tutto da definire. In mezzo ad un turbinio di emozioni contrastanti, malinconia e solitudine, felicità e nostalgia, Steph sale al bordo del Jet privato. Direzione New York City.

Un volo di quindici ore preso in tutta fretta da uno dei tiratori da tre più forte della storia per provare a convincere Kevin Durant a restare con lui, per un altro giro alle Finals, per provare a sconfiggere tutti quelli che fino a quel momento li avevano odiati. Vedersi passare il cucchiaio pieno sotto il mento, proprio all’ultimo. E’ questo ciò che è successo a Stephen Curry. E’ proprio nel momento in cui Curry stava per ammirare la statua della libertà che è venuto a conoscenza della brutale notizia: Kevin Durant ha trovato un accordo quadriennale con i Brooklyn Nets e raggiungerà nella Grande Mela Kyrie Irving. Il gioco ha le sue regole e talvolta ti porta  nella città in cui gli amici diventano improvvisamente  nemici, quelli che ti spodesteranno dal trono e prenderanno il tuo posto.

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In una manciata di minuti i Golden State Warriors, sempre in Finale negli ultimi 5 anni, vincenti per tre volte, sono passati dalla gloria alla vendetta della ghigliottina. Metafora della vita che lo sport ci insegna. Parabole discendenti e ascendenti ovunque. Durant li ha lasciati, autore di canestri decisivi, due volte MVP delle Finals, talvolta schivo, spesso freddo con i media. Ma può davvero finire così una dinastia, un  nucleo di giocatori paragonato ai Bulls dei ’90? Può una dinastia reggersi solamente su di un giocatore che invece a quella dinastia si è aggiunto successivamente alla sua nascita?

Probabilmente no o probabilmente sì. Perché il nucleo autentico di quei Warriors rimane ma questi guerrieri, soprattutto  a causa dell’infortunio al crociato del ginocchio sinistro di Klay Thompson e dell’addio di Iguodala, non sono destinati a vincere nei prossimi anni a meno che non vi siano colpi di scena epocali.

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Ciò di cui possiamo essere certi è  che siamo stati tutti testimoni di una delle squadre più forti di sempre. Una squadra guidata dalla mentalità vincente di Steve Kerr, giocatore proprio di quei Bulls di Jordan il quale rifilò due bei cazzotti sul naso di Kerr. Una squadra nata grazie al flusso del genio Kerr e alla sregolatezza di Curry e dalla precisione della meccanica di tiro di Klay Thompson. Una squadra in cui tutti i pezzi si completavano: c’era Iguodala, giocatore di cui pochi parlan, che ha sempre fatto quel lavoro dietro le quinte che spesso non si nota ma che è fondamentale per il risultato finale. C’era e ci sarà Green, l’uomo che sputa il sangue per difendere la propria squadra, a costo di prendere a male parole gli arbitri e farsi espellere.

Sarà difficile trovare un’altra dinastia come questa e quando ce ne accorgeremo, rimpiangeremo di averla odiata.

Darko Milicic: pazzia e dissoluzione

Nel  2014 una clamorosa inversione di marcia. Dopo tutto, dopo cambi di maglia, dopo troppi rumors e scandali legati al suo nome aveva deciso che il basket non sarebbe stato più il suo pane quotidiano di cui cibarsi, ma solo una parentesi fondamentale della sua vita, ormai chiusa con tanto di punto a capo. E infatti in quello stesso anno, Darko Milicic non si dà all’ippica bensì al Kickboxing. Viene avvistato incredibilmente a Novi Sad, in Serbia. Lui è dentro a lottare e a scalciare contro il suo avversario. Litri di vodka e alcolici riscaldano i cuori e gli stomaci dei Jugoslavi che fra poche ore ritorneranno nelle proprie abitazioni sopportando le ostiche temperature sotto lo zero.

Ma chi se ne importa delle temperature, direbbe Darko Milicic. E in effetti dopo tre anni di latitanza l’omone di 213 centimetri per i 113 kili che furono, Darko, viene avvistato in pieno inverno nello stadio della Stella Rossa di Belgrado. E’ in piedi, anzi aggrappato fra una ringhiera e l’altra. In maglietta a maniche corte, anche se sarebbe stato capace di rimanere a torso nudo, incita e aizza gli ultras della Stella Rossa contro la squadra londinese di Arsene Wenger, l’Arsenal, in una sfida di Europa League.

Non sembra di certo una storia che abbia qualcosa di eclatante da raccontare, da esprimere. D’altronde chiunque può amare, allo stesso tempo, il Kickboxing e il calcio. Peccato che l’allora Darko Milicic era un milionario stipendiato da varie franchigie della NBA perché, ebbene sì, una decina di anni prima, Darko, era considerato come uno dei migliori prospetti nel panorama cestistico internazionale.

Fisicità, tecnica, passo veloce e mani dolci: un diamante grezzo da lavorare. Non molto spesso si vedono qualità tencico-fisiche di quella portata in un unico corpo. E spesso giocatori così vengono dai paesi della ex Jugoslavia. Lì la mentalità cestistica è un po’ diversa da quella occidentale e americana: sei alto? Schiacci? Giochi bene? Niente di tutto questo ha importanza: oggi, come ieri e domani, i giocatori di una qualsiasi squadra usciranno dalla palestra solo dopo aver segnato, e non tirato, almeno un centinaio di canestri. Non è una visione dittatoriale del gioco, è un modus operandi ormai consolidatosi anche nei vari stereotipi. Loro preferiscono la durezza mentale e l’intelligenza tattica piuttosto che quella fisica degli Americani. Ma non tutti sono in grado di reggere la pressione e non tutti i diamanti, mentre vengono sgrezzati, rimangono intatti.

E così Darko dopo anni di pressione ha sbarcato il lunario, ha fatto un salto lungo quanto tutto l’oceano atlantico ed è arrivato a Detroit, città dei motori rombanti. Aveva 20 anni quando fu scelto al draft del 2003 con la seconda scelta assoluta, dietro solo a LeBron James e davanti a Carmelo Anthony, Wade e Chris Bosh, nomi che, per chi segue il basket, rappresentano una sorta di santuario nel cuore dei tifosi.

Ero convinto di essere stato mandato da Dio”. Forse in questa semplice frase, affermata con amarezza, si sintetizza la pazzia, il delirio di onnipotenza, ma anche la rassegnazione e l’errata convinzione di uno che in NBA poteva far meglio. Darko è stato un ragazzo competitivo, fin troppo. Voleva così tanto vincere, tutto e subito, al punto tale da farlo mollare se l’ambiente circostante non fosse stato idoneo per quegli obiettivi. Voler vincere al punto di mollare. Cercare di voler cambiare tutto consapevoli del fatto che nulla potrà cambiare.

Eppure, a onor del vero, quel potenziale prospetto vinse tutto e subito con i Detroit Pistons del 2004. Ma cosa significa vincere se non si gioca, se si ha un ruolo marginale nella squadra? Cosa significa vincere se giochi così male fino a costringere tutti ad additare la dirigenza dei Pistons come una di quelle che ha fatto una fra le scelte peggiori della storia del basket, scegliendo lui, Darko Milicic.

Darko, per il suo bene, ha invertito la rotta, ha cambiato vita. Ha scelto  con stoica pazienza di ritornare alle proprie origini, le campagne della Serbia, senza pensare al conflitto che anni prima c’era stato, fra la Serbia e la Croazia. E come la Jugoslavia anche Darko si è dissolto e così anche uno dei più incredibili “What If” della storia del gioco.

Non hanno vinto solo i Toronto Raptors

Ad  Oakland, in California, nella contea di Alameda, è ubicato il palazzetto più antico della NBA: la Oracle Arena. Chissà se un qualsiasi John o Joe, venuto a lavorare dall’Oklahoma, mettendo l’ultimo mattoncino nel 1966 abbia mai pensato a tutti i gloriosi momenti che si sarebbero vissuti là dentro. Evidentemente no perché di anni se ne sono dovuti aspettare: nove per il primo titolo e altri quaranta per quelli che saranno il secondo, il terzo e il quarto per i Golden State Warriors. E proprio questi “guerrieri”, stanotte, hanno dovuto deporre le armi in favore della prima squadra non americana, bensì canadese, a vincere nella storia della NBA il così tanto agognato titolo: i Toronto Raptors. Anche in questo caso qualsiasi John o Joe non avrebbe mai pensato a nulla del genere.

 

Sono  tutti in piedi ad ammirare una delle ultime giocate che si terrà in quella Arena. Toronto sta vincendo di un punto e ha una gara di vantaggio. Palla a Golden State che “batte” una  rimessa a dir poco rischiosa, al limite della stessa palla persa che i Raptors hanno registrato nell’azione precedente. Draymond Green salva miracolosamente sulla linea laterale, scarica su Wardell Stephen Curry che aveva sfruttato bene il blocco cieco di DeMarcus Cousins. Curry tira da tre!

 

Quel tiro da tre esce, viene sputato dal ferro come fiamme sfavillanti dalle fauci di un drago. Quella manciata di pochi secondi rimasti va scemandosi. E proprio lui, Wardell Stephen Curry, in arte Steph, uno dei tiratori più irrazionali della Storia di questo gioco non centra il bersaglio che avrebbe definitivamente consacrato la sua carriera e avrebbe tirato una netta linea della sua eredità lasciata al gioco.

 

Il rimbalzo lo prende Kawhi Leonard! Il rimbalzo lo prende Kawhi Leonard! Da spacciati a vincenti in pochi successivi istanti! Tutto il Canada esplode. Il tanto agognato titolo, il Larry O’ Brien Trophy, quest’anno non sarà più adagiato sul suolo americano. Per le strade canadesi il popolo è in festa, coriandoli e fuochi d’artifici vengono lanciati sulla folla che aveva ammirato i propri eroi dai maxischermi, spargi in giro per la città, qua e là.

 

“Vedo una magnifica città e uno splendido popolo sollevarsi da questo abisso. Vedo le vite per le quali sacrifico la mia, pacifiche, utili, prospere e felici. Vedo che nell'intimo del loro cuore essi hanno per me un santuario e l'hanno i loro discendenti, generazione dopo generazione. Quel che faccio è certo il meglio, di gran lunga, di quanto abbia mai fatto e quel che mi attende è di gran lunga il riposo più dolce che abbia mai conosciuto”.

 

Non hanno vinto solo i Toronto Raptors, hanno vinto gli ideali e le idee di coloro che hanno creduto nel potere africano di Pascal Siakam, che ora in un universo parallelo è chiuso in un qualche monastero dopo aver concluso il suo percorso da seminarista, e di “Air Congo”, Serge Ibaka. Ha vinto la dirigenza che ha scelto la strada razionale piuttosto che quella del cuore, scambiando il miglior amico di un signor giocatore, Kyle Lowry, per avere in cambio un leader di Jordaniana e LeBroniana fattura: Kawhi “Kawow” Leonard. Ma un leader non solo risolve i problemi, indica la strada ed è in questo frangente che il tanto vituperato Lowry si è superato, andando a smentire le critiche copiose ricevute in tutti questi anni.

 

Ora piove fuori l’Oracle Arena, il luccichio dei cofani delle macchine riflette un sole californiano moralmente sempre più sbiadito. A testa bassa escono i tifosi, consci del fatto che hanno però tutto il diritto di alzarla quella testa e di dire che i ragazzi che sempre sosterranno hanno scritto la Storia in questi anni. Certo è che rimane un “What if” grosso quanto tutto il Canada. E se Kevin Durant fosse stato sano? E se in questa ultima gara Klay non si fosse rotto il crociato del ginocchio sinistro?

 

Tante domande che non hanno bisogno di risposte. Gli infortuni fanno parte del gioco ma soprattutto c’è da dire che i Golden State Warriors hanno saputo afferrare il concetto di “stay in the moment”, eludendo la mancanza, in momenti chiave, di due armi offensive a dir poco letali. Chi ha visto le partite sa. Sa che Toronto non ha vinto per altrui sfortuna ma per propri meriti. Chi conosce il gioco sa. Sa che Golden State il prossimo anno rialzerà la testa, recupererà gli infortunati e continuerà a far paura a molti Stati americani più il Canada. Cala il sipario, il ritorno sarà più che dolce. La vendetta più che spietata.

Penetrazione di Shaun Livingston al centro dell’area. Aiuto in difesa di “Air Congo” Serge Ibaka. Il congolese salta, Livingston sbaglia, prova a riprendere la sfera, sbraccia, sgomita in aria. Un gomito arriva sul volto di Fred Vanvleet. “Welcome to the Party”.

Fred rimane a terra un po’ scombussolato, fissando il vuoto. Un rivoletto di sangue gli scivola sullo zigomo fino all’orecchio che diventa una coppa di sangue. Accanto a lui un dente bianco. Non è la scena di una sparatoria, come quella in cui hanno ucciso il padre di Fred, sono le Finals NBA. Quel luogo, quell’appuntamento con la storia che non puoi perderti soprattutto se ne sei un protagonista assoluto, anche se a sorpresa. Sette punti di sutura nello spogliatoio, sotto l’occhio, un dente in meno. Pochi minuti dopo il giocatore dei Toronto Raptors è di nuovo sulla panchina dei suoi pronto a spronare chi, come lui, sta sputando sangue per strappare una vittoria.

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Devi fare questo e altro per vincere. Devi dare tutto se vuoi battere chi alle Finals ci è arrivato cinque volte negli ultimi cinque anni, vincendone tre sempre contro un alieno di nome LeBron James: i Golden State Warriors. Quest’ultimi favoriti, senza ombra di dubbio, perché nel quintetto titolare hanno cinque stelle di valore assoluto fra cui un signore conosciuto con il nome di Kevin Durant. Kevin, uno dei giocatori più forti della storia del gioco dal punto di vista offensivo, è però assente. Un infame infortunio al tendine d’achille, non è lecito sapere di quale entità, lo sta portando , partita dopo partita, a un rientro sempre meno probabile. Non è stato questo l’unico infortunio che ha reso impervia la via della vittoria. Klay Thompson, uno che viene paragonato a Walter Ray Allen, non ha potuto prendere parte alla sfida in gara tre mentre è tornato disponibile in gara 4, dove però gli Warriors hanno perso nuovamente. Toronto sta, ad oggi, dominando e conducendo le Finals per tre a uno. Per i campioni in carica due sconfitte in casa consecutive.

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Ma non è agli infortuni a cui si può imputare l’unica vittoria dei Warriors a fronte delle tre sconfitte per mano di Kawhi Leonard e dei Toronto Raptors. La squadra del Canada sta giocando una pallacanestro spaziale. Arriva un raddoppio in marcatura? Con una lucidità raramente vista in momenti di tensione allucinanti riescono a trovare l’uomo giusto verso cui scaricare la palla a spicchi. Le stelle degli Warriors hanno appena messo un canestro che ha fatto esplodere il palazzetto? Nessun problema, Toronto è pronta a correre verso il canestro per non permettere alla difesa avversaria di organizzarsi e schierarsi perfettamente. E’ un gioco corale quello dei Toronto Raptors, costruito ad arte da un allenatore che per anni è stato un vice e ha fatto gavetta nelle leghe minori. Un gioco corale sì certo, ma il condottiero dei Raptors resta uno che, in queste partite sta giocando ad un livello Jordaniano e LeBroniano: Kawhi “Kawow” Leonard.

Ragazzo poco sorridente, Kawhi, non adatto al mondo social e apparente di oggi. Leonard, stanotte, ha compiuto un’altra prestazione da mattatore, l’ottava consecutiva con più di trenta punti in trasferta, noncurante della sua tendinite al ginocchio destro. Lui lo sa che “basterà” vincere un’altra partita per laurearsi Campione NBA. Ma gli Warriors sono uno dei cicli più vincenti della Storia, non certo degli sprovveduti. Leonard sa che dovrà lottare per stringere in quella sua mano lunga più di trenta centimetri quel dannato titolo, molti di più di quella volta in cui non riusciva a prendere il telecomando che si era incastrato sotto al divano…

 

Toronto Raptors, una parabola italiana nel DNA

In cima alla lista dei dischi più venduti del 1996 ce n’è uno, quello di Jay-z, intitolato “Reasonable Doubt”. Tradotto : “Dubbio ragionevole". Come dare torto ad uno dei più grandi rapper e nigga del panorama americano. Il 1995 infatti non solo era stato l’anno del verdetto del caso OJ Simpson, dichiarato non colpevole dopo essere stato accusato di aver ucciso moglie e amante di lei prima di scappare davanti a 150 milioni di spettatori con la sua Ford, ma era l’anno in cui, nella stagione NBA 1995/1996, furono create e ammesse nel campionato due squadre canadesi: i Vancouver Grizzlies e i Toronto Raptors. Reasonable doubt? Certo, le due squadre nel 1996 finirono entrambe la stagione con un record negativo. La prima con 15 vittorie a fronte di 67 sconfitte e la seconda con un 21-61.

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Non sembra un buon principio per una storia da raccontare ma, invece, lo è perché i Toronto Raptors, ora unica squadra canadese nella NBA, sono giunti quest’anno fino alle Finals e nel loro patrimonio genetico scorre sangue anche in parte italiano. Nel 1995 la stagione dei Raptors inizia con un italiano nel roster, Vincenzo Esposito, in arte Vincenzino, primo giocatore italiano a giocare nella NBA assieme a Stefano Rusconi che, in quello stesso anno approderà ai Phoenix Suns. Certo, sarebbe stata tutta un’altra cosa se nel 1970 Dino Meneghin avesse accettato le avances che aveva ricevuto dal continente oltre la pozza. Ma come biasimarlo, oltre tutto è stato uno dei giocatori europei più forte e più vincente di ogni epoca. Vincenzino Esposito è stato poco in America, giusto durante quella stagione, e non ha viaggiato certo a cifre entusiasmanti ( 4 punti, 0,5 assist e 0,5 rimbalzi a partita) ma, con Rusconi, ha rotto quel muro che sembrava invalicabile, ha fatto diventare realtà quello che ancora per pochi era un sogno, facendo diffondere la parola “America” e “NBA” sulle bocche degli italiani. Sicuramente la storia di Esposito e Rusconi sarà balzata nelle orecchie e nella testa dei Marco Belinelli, dei Danilo Gallinari, ma anche dei Carlton Myers, dei  Gianmarco Pozzecco che nel 2004 hanno fatto sognare milioni di tifosi del’Italbasket.

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Non era mica così, prima, come invece lo è oggi. Per ascoltare i risultati della notte cestistica oltreoceano si doveva accendere la radio sulle frequenze sportive e aspettare fino a che, dopo esserti sorbito anche i risultati della pallavolo croata, non dicevano anche quelli della NBA. E tappale tu le orecchie a un ragazzino che sente della squadra di Vincenzino Esposito essere una delle poche, quell’anno, a battere i Chicago Bulls di Michael Jordan, Scottie Pippen e Dennis Rodman. L’anno successivo Vincenzino è ritornato in Italia, a Pesaro, ma la NBA per gli italiani non è stato più quel posto tanto spettacolare quanto irraggiungibile e la passione che l’italiano c’ha messo ha spinto i Toronto Raptors, qualche anno dopo, a selezionare come prima scelta assoluta “il Mago”, Andrea Bargnani che, nonostante i rimpianti di una carriera altalenante, è stato uno dei primi a giocare in America in un modo del tutto non convenzionale.

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Anche i Toronto Raptors hanno avuto una storia altalenante e molti talenti che l’hanno scritta non sono stati da meno: Tracy McGrady, uno che era in grado di mettere 13 punti in 35 secondi, Vince Carter, il più forte schiacciatore di tutti i tempi sono stati tutte meteore che hanno messo sulla mappa una città che con il basket aveva poco a che fare.

Ma nonostante una storia romantica e alquanto frizzante, solo ora i Toronto Raptors hanno la possibilità di scrivere la storia tutta in maiuscolo. Sono approdati, anche se tortuosamente, nelle finali e dovranno fronteggiare uno dei cicli più vincenti della storia del gioco con la palla a spicchi. Indovinate chi c’è in panchina? Sergio Scariolo, un italiano. Vice allenatore ma vate  del capo allenatore dei Raptors che di esperienza ne ha di gran lunga di meno, per quelle occasioni. Eccola qui, la parabola italiana dei Toronto Raptors. E se per molti un tempo andare in NBA era un “ragionevole dubbio”, oggi è diventato quasi un “must”, soprattutto se ti telefona Toronto.

 

Provate a digitare su Google, o su Internet Explorer per i più nostalgici, il nome di uno dei più grandi cestisti del gioco contemporaneo: James Harden. Vi aspettereste una qualche notizia di gossip, una giocata, il suo Palmarès ( ancora un po' scarno per uno del suo calibro). E invece no. Se cercate quel nome troverete dei titoli imbarazzanti: "James Harden testimonial Adidas insultato per la sua barba e colore della pelle" .

La multinazionale di prodotti e capi sportivi ha infatti scelto da qualche anno come suo prediletto testimonial  James Harden, uno che quest'anno ha viaggiato a quasi 37 punti di media. Siete amanti del calcio? Bene, è come se aveste nella vostra squadra del cuore uno che ogni singola dannata giornata vi fa almeno un gol e un assist, giusto per farvi capire  di che tipo di arsenale sportivo dispone "il Barba". Esatto, lo chiamano così. Perché da quando gioca a Houston ha sempre avuto quella folta barba da..."Terrorista". Così purtroppo lo hanno "chiamato" molti tizi dalla pelle bianca e dagli occhi non a mandorla fra i commenti di un post con cui Adidas stava pubblicizzando una campagna promozionale. 

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James Harden con la maglia degli Houston Rockets

Sconti fino al 33%. "Negro", "Come vi trattate nei centri di accoglienza", "Addirittura siete arrivati a questo, ad avere come testimonial un negro pur di avere fama e soldi? Basta mi avete perso come cliente". Gentile signore la informiamo che Adidas continuerà  a fatturare miliardi anche senza il suo "contributo". Look da profugo, anche se esattamente non sappiamo come e cosa sia, forse lo presenteranno alla Milano Fashion Week del 2020. 

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Tutta questa roba un po' fa riflettere. Se non vi suscita niente, beh allora c'è un problema serio, anche perché  è da anni, da anni, che si fanno campagne pubblicitarie con giocatori di colore. Questi commenti fanno scalpore perché siamo perbenisti e ad essi si dà più risalto o perché un problema c'è? La risposta dovremmo cercarla in noi stessi, rifuguarci in noi stessi senza tapparci le orecchie, invece di condividere le nostre "certezze" sui Social, che più ad essere utili per cercare informazioni sono ultimamente diventati mezzi per sfoggiare l'ingegnere, il politico, il moralista che è in noi.

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La notizia fa male soprattutto ai tifosi,e non, italiani che in queste ore sono stati derisi e malvisti da tutto il mondo per non aver riconosciuto James Harden e per averlo insultato. È sbagliato questo? Sì perché generalizzare è sbagliato, per tutti. In realtà il "sugo" della storia è un altro. Chi se ne frega che quel tizio sia Harden o chicchessia. Se guardiamo una pubblicità di spazzolini o dentifrici ci preoccupiamo che questi rendano bianchi i nostri denti o di quanto sia brutto o brutta la testimonial? La dottoressa che curerà una nostra malattia deve essere bella e bianca o capace di operarci a cuore aperto? 

Harden nel frattempo non ha commentato l'accaduto anche se difficilmente questa notizia non sarà arrivata alle sue orecchie.
"Fear the Beard". Paura del Barba. Forse sì, è proprio un terrorista perché lancia bombe anche da centrocampo. Sguardo perso nel vuoto, una decina di palleggi per ubriacare l'avversario, step back, e tiro a dieci metri dal ferro. CIAF,  ha preso solo la retina. Lo show continua. Il pubblico è incredulo. Noi abbiamo strappato solo qualche ghigno amaro.

Dennis Rodman, paradiso e inferno

 

"È grazie alle sue stranezze che siamo qui a festeggiare il secondo titolo consecutivo". Sembra una frase normale, questa qui. Eppure non è una semplice frase, è una consacrazione, è il coronamento di un sogno, forse. Sono le parole che un giorno d'estate del 1997 Michael Jordan "His airness" spese  in favore di Dennis Rodman, uno dei più grandi cestisti e "rimbalzisti" del gioco con la palla a spicchi.
 
Dennis Keith Rodman, un ragazzo tranquillo fino al 1990. Fino a quel momento  aveva già vinto due titoli con i Detroit Pistons, si era procurato la fama di un lottatore, di uno che ama soltanto la pallacanestro. Ma non bastava a lui tutto questo. Nella sua mente, che nessuno sarebbe in grado di scalfire nè di interpretare, c'era il nero ed il bianco. Era paradiso ed inferno contemporaneamente. The Palace of Auburn Hills, la casa dei Detroit Pistons. Anzi, il tempio. Dove i Bad Boys degli anni '80, Rodman compreso, hanno fatto la storia. Là fuori c'è un parcheggio desolato ed un Pick Up. Dentro c'è un uomo con un fucile in mano. Quell'uomo è Dennis Rodman.
 
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Nessun suicidio quella notte, nè un omicidio. Qualcosa di spirituale e mistico però è avvenuto. Rodman ha ucciso la sua anima e l'ha sostituita con un'altra. Da quella notte è morto un Rodman che pochi hanno incontrato  ed è nato quello che conoscono tutti. Forse avrebbe voluto solo nascondere la sua vera natura, il suo vero io. Da quella  notte ci si è dimenticati del Rodman senza tatuaggi. Da quella notte è iniziata una nuova vita, fatta di nottate passate fra agenti della polizia, strane maschere e parrucche  indossate, la maggior parte delle volte con particolari colori sui capelli.
 
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Uno dei tanti stravaganti look di Dennis Rodman
 
Su Youtube potete trovarlo in un video  mentre corre, ma non per andare a canestro. Sta scappando da tori inferociti che sono stati sguinzagliati per dare vita ad una delle più stravaganti festività spagnole. Potete trovarlo lottare con Wrestlers su un ring mentre si fa lanciare addosso un bidone  per la pattumiera. Potete trovarlo anche vestito in abito da sposa, non da sera, mentre firma l'autobiografia che aveva scritto. Ma non per questo lo chiamano "the worm", il verme.
 
Non lo chiamano "il verme" per le dicerie, e denunce, che girano sul suo conto. Non lo chiamano "il verme" per la mandria di piercing e tatuaggi sul suo corpo e alcol nelle sue vene.  Lo chiamano così  perché riusciva a sgattaiolare fra giocatori più alti di lui di circa 10/15 centimetri e a fregargli la sfera. Il sudore era la sua arma letale. Sgusciava dappertutto: gli davi una spallata, un attimo dopo te lo ritrovavi davanti e già ti aveva tagliato fuori. In 14 anni di carriera, di cui gli ultimi 4 giocati non al pieno delle sue forze, è riuscito a raccogliere, anche se strappare suona meglio, più di undicimila  rimbalzi. Undicimila. Sono una quantità inimmaginabile di palloni, soprattutto se si pensa che l'altezza non era proprio il suo punto di forza. In genere i grandi rimbalzisti del basket sono  alti almeno 210 cm, lui si slanciava per solo, si fa per dire, 2 metri ma se vogliamo dirla tutta era un giocatore non convenzionale, venuto dal futuro. Oggi infatti i centri non si piazzano più sotto al canestro in attesa del pallone ma difendono anche dal perimetro dell'area. Questo Rodman lo aveva capito 20 anni fa.
 
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Rodman e Jordan
 
Rodman è riuscito a prevaricare su giocatori molto più portati fisicamente  a prendere rimbalzi, come Pat EwimgHakeem Olajuwon e nonostante tutto, nonostante le armi, le notti insonni  a fare chissà quale bravata, nonostante tutte le dicerie, come la sua storia di un paio di mesi con Madonna, Rodman era sempre in campo, pronto a saltare in verticale e a lanciarsi in orizzontale per prendere quella dannata palla e ad aiutare Michael Jordan a vincere altri tre titoli.
 
 
 

Sono le 13 in punto. 1998. Il nuovo millennio si sta piano piano avvicinando. Mamma Sonya ha appena finito di preparare qualche piatto prelibato per i due figlioli, Steph e Seth. Chissà perché questi due nomi, forse si diverte a chiamarli insieme. Al contrario di quanto si possa pensare i due fratellini sfuggono ad uno dei luoghi più comuni: i due non litigano per il telecomando né per il canale da scegliere in tv, e non è neanche mamma Sonya a decidere. Sono tutti d’accordo: stasera si guarda papà!

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Dell e Sonya Curry

A dire il vero a volte non c’era neanche il bisogno di accendere la tv: andavano tutti  e tre al palazzetto a vedere papà Dell Curry, nobile giocatore degli anni ’90 dei Charlotte Hornets. Dell non si riscaldava con i suoi compagni di squadra ma con i suoi due pargoletti. Non vorremmo sembrare mica spocchiosi , ma i due, Steph Curry e Seth Curry, erano abbastanza bassi e gracilini. Dell, invece, era un onesto tiratore da tre punti. Forse più che onesto visto che all’epoca, non sentitevi troppo vecchi, si tiravano al massimo tra le sette e le dieci triple a partita. Eppure chissà, a volte il gene si unisce al genio e fuori ne viene qualcosa che mai nessuno avrebbe immaginato. Nessuno avrebbe immaginato che un ragazzino con un po’ di problemi alle caviglie, Steph, sarebbe diventato tre volte campione NBA e due volte miglior giocatore della stagione, un pallone d’oro del basket per capirci. Seth invece non ha il talento del fratello ma non smette mai di sfidarlo sul campetto dietro casa.

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La famiglia Curry

Mai lottare” sono due parole banali che mamma Sonya ha cercato sempre di far mettere in pratica, cosa non altrettanto banale, ai due figlioli. Un po’ di volte in più lei gliele ha dette a Seth che, ad un certo punto, ha smesso di guardare il padre in tv e ha iniziato a guardare il fratello. Deve essere dura avere vicino chi, con meno sforzo e più talento, riesce a mettere la freccia e a superarti. Per Seth arriva una chiamata, non da una squadra NBA però, da una squadra di serie b. Più precisamente dai Santa Cruz Warriors, la squadra minore affiliata a quella in cui gioca il fratello Steph. Altro colpo basso per chi vive solo di “palla a spicchi”. Arriva poi una chiamata da Cleveland e poi un’altra chiamata dai Memphis Grizzlies, ma in quattro anni Seth, fra una gavetta e l’altra, colleziona solo 48 presenze. Gli amanti del calcio diranno che non sono poche ma in realtà una sola stagione NBA conta 82 partite per squadra. Fate voi le differenze.

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Non crediate che però sia stato, nel frattempo, tutto rosa e fiori per il fratello maggiore Steph Curry. Gran talento, gran tiratore, peccato però il fisico smilzo e quelle dannate caviglie che sembrano fare crack nei momenti più importanti. Nella stagione 2015 attua però la sua rivoluzione copernicana ma soprattutto la rivoluzione cestistica. Piovono, rombano decine, centinaia di triple. Da centrocampo, dal logo, cadendo all’indietro, dopo aver palleggiato un paio di volte fra le gambe e dietro la schiena. Steph tira, tira, tira, non importa dove si trovi. Vince il titolo e l’MVP. Lo stesso farà l’anno successivo. Steph ha cambiato il gioco profondamente, o nel bene o nel male. Oggi, infatti, i tiri da tre punti tentati dalle squadre NBA sono circa 25, numeri 4 volte maggiori rispetto a qualche anno prima. Se non è una rivoluzione questa…

La danza di Stephen Curry

Seth e Steph, non Caino ed Abele certo, ma due fratelli le cui strade sono tanto diverse quanto fortunate. 2018. Venti anni dopo i due fratelli si incontrano di nuovo, cestisticamente parlando. Entrambi, l’uno contro l’altro, si giocano l’accesso alle finali NBA per aggiudicarsi il titolo con tanto di anello al dito. Ebbene, mamma Sonya e papà Dell sono ben felici di andare allo stadio per ammirarli. I loro due figlioli hanno già vinto.

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