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Società Polisportiva Ars et Labor

Stavolta non c'entrano licei, sale di Hotel o grandi ristoranti di lusso. Non ci sono Uffici del Vicario o Piazza Duomo e non siamo a Roma e neanche a Torino. Siamo a Ferrara, ad un oratorio, nei primi anni del Novecento. Don Pastorino, catechista del seminario di via Coperta, gestisce le attività artistiche della filodrammatica del suo circolo. Si chiama Ars et labor, ed è frequentato prevalentemente dai figli della classe operaia cittadina. Don Pietro Acerbis, direttore dell'oratorio, nel 1907 ha un’intuizione: legare la pittura e la scultura, la musica e il teatro allo sport. All'inizio furono soprattutto ginnastica e ciclismo, poi, dal 1912 anche il calcio. Nasceva così la Società Polisportiva Ars et Labor, la SPAL, rigorosamente tutto maiuscolo. Come colori sociali si scelsero il bianco e l'azzurro, gli stessi dei salesiani, gli stessi anche della dinastia degli Estensi, tranne che per una breve parentesi, quella dal 1939 al 1945, quando il regime fascista obbligò la squadra ad indossare strisce bianco-nere, gli stessi colori civici della città. Gli cambiano anche il nome: Associazione Calcio Ferrara.

Ma si tornò presto alle origini. Alla suggestione latina che tanta fortuna aveva avuto in Italia, che all'epoca della fondazione era un pullulare di Spes, Libertas, Vigor, Fortitudo, Robur e qualche Juventus. Si chiamerà SPAL anche dopo il primo fallimento del 2005 quando al timone c'era Fabiano Pagliuso, proprietario e presidente del Cosenza. Si chiamerà SPAL 1907 con la gestione Butelli durata appena quattro anni. Si chiamerà Real Spal e infine Spal 2013. Quella della cavalcata, della Serie B dopo 23 anni di attesa, della Serie A dopo 49 anni. Nel mezzo ci sono le glorie da calciatori di Fabio Capello, Edoardo Reja, Luigi Delneri, Armando Picchi. Il quinto posto nel 1960 dietro Juventus, Fiorentina, Milan e Inter, con Oscar Massei. La finale di Coppa Italia persa nel 62 contro il Napoli. Il torneo internazionale della Coppa dell'Amicizia italo-svizzera portato a casa.

Un nome, quattro parole che restano scolpite sui muri e nei cuori della città. Basta leggere le pagine dei Racconti ferraresi di Giorgio Bassani, che per andare allo stadio usava un'espressione unica: "Vado alla Spal".

"E chi vive nei pressi del campo da gioco dice: “Abito vicino alla Spal”. Così lo stadio diventa un luogo dell’anima - spiega Sergio Gessi, lo storico della squadra, ad Avvenire - riconoscibile in quanto appartenente a un’entità umanizzata della città, un valore che si tramanda di generazione in generazione".

E quella che ha vissuto l’oro degli anni 60 sembra la stessa che anima le tribune dello Stadio Paolo Mazza. Gli eroi di oggi si chiamano Antenucci, Lazzari, Vicari, Petagna e mister Semplici. L’obiettivo per ora è la salvezza, ma alla Spal ci si va solo sognando in grande.

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