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È quasi così che è cominciata. A un tratto, quartieri che sembravano normali, famiglie che  vivevano  a pochi metri di distanza fra una casa ed un'altra si sono frantumate dinanzi a tragedie inverosimili, spesso dimenticate nel presente perché mai studiate nel passato.

È anche passato poco tempo dopotutto, da quando la Jugoslavia si è pian piano sgretolata, annientata dalla forza furente e indomita di popoli senza guida. La mancanza di una guida e la presenza di una spaccatura troppo profonda per essere sanata. È possibile vederne testimonianza quando persone al di fuori del normale, superiori per così dire alla realtà comune, risentono di tutto questo.

Il primo incontro fra il talentuoso Vlade Divac e Drazen Petrovic risale alla seconda metà degli anni '80, quando la Jugoslavia non aveva ancora nessun presentimento di cosa sarebbe avvenuto di lì a poco. Il primo, un omone dalla difesa ruvida e prepotente, ma con mano elegante, il secondo, un semi-sconosciuto che però impiegherà poco tempo per farsi incoronare come il "Mozart del basket".

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Ma poco c'entra il basket in questa storia, o meglio: avrebbe potuto giocare sicuramente un ruolo più rilevante e rassicurante. Divac e Petrovic non erano divisi soltanto da qualche centimetro ma lo erano soprattutto per origini e credo: essere un serbo ortodosso è cosa ben diversa dall'essere cattolico e croato. Così diversi ma così amici: infatti il destino, inizialmente, li metterà dalla stessa parte...

Ebbero l'opportunità di salpare insieme per andare al di là della pozza, quando la NBA diede ad entrambi una seria opportunità sportiva ed economica. Rappresentavano l'Europa  che avanzava oltreoceano, quella che  più volte aveva messo in discussione il Team USA. I due compagni  e amici infatti non avevano solo battuto la nazionale americana a Buenos Aires, ma ora l'America volevano conquistarla.

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Quando il conflitto nella terra natia iniziò a inasprirsi anche il rapporto di queste due leggende conobbe un rapido declino e deterioramento. Le telefonate che prima Divac faceva  a Petrovic per dirgli di farsi coraggio, perché  prima o poi avrebbe trovato più spazio sul campo, cominciarono a non esser più corrisposte per poi non trovare più definitivamente una risposta. Il rifiuto della bandiera croata da parte di Divac non aiutò decisamente l'ultima fase del rapporto.

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Come se non bastasse Drazen iniziò a diventare veramente forte, cosa grata per amore del gioco. Ma tutto questo fu anche un trampolino di lancio per polarizzare ancor di più l'attenzione su di un conflitto sempre più sanguinolento. Bene per il resto del mondo che iniziò anche grazie ai due cestisti a dare il giusto peso a quegli avvenimenti, male per la Jugoslavia tutta che iniziò  a spaccarsi violentemente, non facendo più caso ai morti che aumentavano di casa in casa.

Drazen Petrovic e Vlade Divac non faranno più pace e mai più parleranno con tono fraterno. Troppo rancore? Purtroppo no perché come molte le Leggende, anche Drazen se n'è  andato via presto, in quel maledetto incidente stradale del 7 giugno '93. Divac fu uno dei primi a telefonare alla madre straziante dell'amico. Entrambi erano consapevoli che le ideologie legittime avevano macchiato un rapporto genuino,non senza frontiere.

Dare più voce ad un oggetto inanimato, come una palla a spicchi, non avrebbe significato mettere da parte quelle ideologie ma forse un punto di unione che magari avrebbe  dato, benchè solo a pochi, il giusto esempio.

Nel 1989 l'Europa festeggiava la caduta del muro di Berlino. Qualche anno dopo non tutti si accorgeranno che quella era soltanto una candelina accesa nella pioggia che bagnerà quasi 250 mila tombe.

L'amara New York di 'Melo

Il preludio della pioggia, delle nuvole e delle tenebre è forse cominciato un pomeriggio di due anni fa.  Questo non solo perché ormai l'autunno stava avanzando. Fu un gesto schizofrenico, una risata sardonica quella di Carmelo Anthony.

Al nuovo giocatore degli Oklahoma City Thunder, OKC, venne chiesto se mai avrebbe accettato un ruolo marginale, in panchina. "A me? Ma proprio a me?" rispose 'Melo meravigliato, un po'  come fa De Niro in Taxi Driver. Il talento d'altronde non è mai mancato al ragazzo ma di orgoglio forse ce n'è stato sempre abbastanza. Fin troppo per quelli che qualche anno prima erano i suoi "tifosi", quelli di NYC, di Manhattan, che si mettevano  comodi al Madison Square Garden.

Rapporto di odi et amo con i newyorkesi, quei tifosi, o presunti tali, che dopo aver pagato il biglietto qualche centinaia di dollari prendevano posizione e, per prostesta, si godevano la partita da un saccheto di carta sulla testa, con tre buchi  sopra bocca e occhi. A un milionario, a un giocatore privilegiato queste cose dovrebbero scivolare via. Ma per 'Melo non sono state mai parole o fatti vuoti, privi di significato.

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'Melo è stato più di tutti un sognatore, ostinato tanto a vincere a New York quanto  a non cambiare mai il suo gioco, sontuoso ma oramai storico, passato. Avesse fatto esattamente il contrario, cioè via da NY e cambio di stile, forse staremmo parlando di un vincente. Sarebbe forse anche bastato un piccolo cambiamento nel  gioco e New York si sarebbe catapultata alla fine degli anni 60.

Ma Carmelo  non è stato mai un attore, diciamo anche che preferiva Rucker Park a Broadway e per questo oltre a non aver mai vinto nulla si trova ora odiato, disprezzato da tutti e per di più disoccupato. Carmelo Anthony non è come Willis Reed che nel 1970 entra con uno strappo muscolare in campo, uscendo dal tunnel, e manda in delirio il MSG, cambiando l'inerzia della finale e permettendo ai Knicks dell'epoca di vincere il titolo.

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I presupposti per vincere ci sono stati, forse. Ma di certo i Knicks di 'Melo non hanno avuto vita facile  solo a causa di LeBron, che gli ha ripetutamente ostruito il cammino. L'ambiente di New York, pretestuoso e presuntuoso. Fin troppo una fede, i Knicks, anche per 'Melo.  Una fede che offusca, che ti rende non lucido, emotivamente coinvolto.

Così il sognatore 'Melo ha trovato prima miele, poi fiele nei tifosi. Solo colpa loro? Non proprio. Un bagno di umiltà e un pizzico di arguzia avrebbero fatto capire a Anthony che il Gioco stava cambiando. Ma  non è stato. E così, come in tutti i luoghi volubili, a New York Carmelo è stato prima osannato, poi odiato. Perché quando entri in una città come quella o sei impeto o sarai destinato a caricarti tutti e tutto sulle spalle, piogge di insulti e di critiche comprese.

Riflessioni Mondiali

No. Con riflessioni mondiali non si sta cercando di volare alto. In realtà  riflessioni di questo tipo, diverse o simili che siano, si stanno facendo un po’ in giro, per tutto il mondo. Partite dalla Cina, sono ormai sulla bocca di tutti, americani e italiani in primis.

Noi italiani, infatti, ci avevamo sperato in qualche impresa e sorpresa, ai Mondiali di basket 2019. In Cina appunto. Speranze che non si sono neanche infrante ai quarti visto che la nostra nazionale di basket ha dovuto appendere le scarpe al chiodo e fare le valigie appena conclusasi la seconda fase a gironi. Inutile girarci intorno: chi ha sperato ha sperato fin troppo. In questi anni molti hanno speso parole virtuose per  la nostra nazionale, a detta di qualcuno la più forte di tutti i nostri tempi. Ma c’è una bella differenza fra l’avere in squadra 3 giocatori NBA e essere una squadra. La NBA ormai, perlomeno quando si affronta il tema olimpiade-mondiale conta ben poco. Sicuramente l'Italbasket di questi anni ha disposto di un talento mai visto prima ma è forse stata più forte di quella del 1999, anno in cui in Francia vincemmo l’europeo, e del 2004, argento alle olimpiadi?

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La risposta è come la prima parola di questo articolo: no. Come per Team USA non basta fare un “mappazzone” di talentuosi giocatori sperando che questi ultimi rispettino le prestazioni ottenute in contesti ben diversi. Non si può pretendere, ad esempio, che il campione NBA 2014 Marco Belinelli diventi improvvisamente il regista-playmaker di una squadra quando lui in carriera non lo è mai stato. Così come non si può pretendere che Gallinari, Beli e Gentile tirino la carretta per 30 minuti per poi criticarli quando mancano di lucidità negli istanti finali della gara.

Non ci sono troppe colpe da spargere in giro, ma c’è un problema di fondo, un problema fisiologico, strutturale e di organizzazione di sistema: la nostra è una nazionale in cui mancavano giocatori all’altezza dell’occasione in alcuni ruoli. Manca l’altezza, mancano i playmaker, manca l’atletismo. E queste mancanze a dire il vero sono più che sacrosante. Guardate ad esempio la nostra nazionale di calcio: l’ultimo grande talento che abbiamo avuto si chiama Mario Balotelli e nonostante gli investimenti che in quasi tutta la penisola vengono effettuati si fa fatica a rimpiazzare i Totti, del Piero, Pirlo, Inzaghi, Gilardino di cui un giorno, casualmente?, disponevamo. Se gli investimenti e l’interesse del basket sono di gran lunga minori rispetto al calcio in Italia, allora il risultato non può essere che questo. Fallimentare, a seconda delle aspettative, ma anche logico.

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Lo ha dimostrato anche Team USA che non basta fare una accozzaglia di talenti: lo ha dimostrato nel 2004 quando sono fortunosamente arrivati al bronzo e lo ha dimostrato 15 anni dopo, quando invece di Carmelo Anthony, LeBron e Wade ci sono stati Kemba Walker e Donovan Mitchell,che sono “ahiloro” ben altra cosa.

A meno che  non si abbiano 5 campioni in campo non si può più giocare la Hero-ball, quella per cui passi la palla al campione e s’abbracciamo. Ci vuole ben altro come quell’amalgama, quel gel che unisca i compagni e l’analisi di un progetto tattico a lungo termine. Tutte cose di cui ci siamo spesso dimenticati e di cui invece Francia, Australia, Argentina e  Spagna ne stanno facendo uso come la loro arma più spietata. A loro quattro la contesa del mondiale in Cina.

 
 
 

Il corpo della NBA

The Raging Bull. The Bronx Bull. Pronti per ammirare il grande Jake LaMotta. E uno scroscio di applausi accompagnò la salita sul ring di Robert De Niro. Era il 1980 quando Al Capone, Il Cacciatore, Noodles o Jake LaMotta interpretò la vita vera dell’autentico pugile, dominatore di tutti i Ring di New York. Dal più malfamato del Bronx fino a Las Vegas. Non puoi interpretare il personaggio finchè non diventi il personaggio.

Fu per questo motivo, infatti, che molte primavere fa De Niro iniziò un processo di trasformazione e menomazione del proprio corpo per impersonare il ruolo richiesto dall’amico Scorsese. Aumentò il suo peso di circa 40 kg, o meno per chi non vuole essere romantico. Come fai ad essere un pugile se non lo sei? Un lavoro che De Niro aveva già contemplato e sperimentato qualche anno prima, quando decise di diventare un tassista piuttosto atipico.

Vuol dire rischiare tutto. Mettere sul piatto tutto. All in, o quasi. Sapere di poter e dover pagare delle conseguenze in futuro pur di fare bene il proprio lavoro oggi. E’ questa la determinazione. Una determinazione che può appartenere a chiunque, certamente ai più ma che designa il tratto distintivo dei campioni dai quacquaraquà. O semplicemente chi si accontenta del proprio operato, grande, giusto o sbagliato che sia.

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Un concetto di determinazione che accomuna specialmente le Leggende del basket americano. Omoni che vogliono essere eroi, “cristoni” che sanno che un giorno i loro muscoli diventeranno grasso. E non per pigrizia vediamo i fenomeni degli anni ottanta che più che ad un principe somigliano ad un ranocchio, per i colli rigonfi. Muscoli che si procacciano nel più breve tempo possibile rischiando infortuni, fratture da stress.

La cultura sportiva americana supera di ben lunga la nostra, quella europea e del resto del mondo. Anche perché gli americani non hanno un’epica, un Omero, un Dante. O meglio: ce l’hanno, ma più che passato epico e glorioso da raccontare si è trasformato in un genocidio, quello degli Indiani d’America. Per questo gli eroi dello sport sanno che potrebbero ricoprire quel ruolo. Ed anche per questo atleti, come LeBron James, spendono milioni e milioni di dollari l’anno in palestre e cura del proprio corpo. Altri atleti invece questa determinazione fisica ce l’hanno ad intermittenza, ma non bisogna fargliene una colpa.

Nella stagione NBA del 2002 Shaquille O’ Neal, uno dei giocatori più fisici e dominanti della storia, durante una delle prime partite della stagione si sollevò la maglietta e mostro agli avversari la tartaruga. Era il momento dell’inno a bandiera innalzata quando lo fece e più che un inno quel momento divenne un requiem per tutte le altre franchigie. Shaq era dominante, ma soprattutto per il peso e la stazza. Occupava due metri quadri e rischiava di rompere il parquet, oltre che i canestri, per i 130 kg che si portava appresso. Vederlo con la tartaruga fu pazzesco dopo che per anni, ogni estate, il suo collega Kobe inveiva contro di lui e il suo peso imbarazzante.

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Ma non di solo muscoli vive il campione NBA e non di soli muscoli è costituita la determinazione. Lo stesso Kobe, ad esempio, dopo essersi infortunato all’avambraccio destro, iniziò a tirare col braccio sinistro con esiti tecnici e mentali più che positivi. E fu sempre lo stesso Kobe a tirare un paio di tiri liberi dopo essersi spappolato quel tendine d’Achille che lo cambierà per sempre.

I contratti milionari che i giocatori firmano non li rendono prima di tutto dipendenti del padrone che li paga. Quei contratti diventano immediatamente obblighi stipulati con se stessi. Ovviamente è un concetto che se avesse copiosa estensione renderebbe tutti delle Leggende, e a quel punto non saremmo in grado di distinguerle. Una Leggenda su tutte? Michael Jordan.

In pochi lo hanno visto giocare. Anzi forse nessuno. Anzi forse nessuno a parte il figlio o il nipote di 5 anni quando ci giocavano contro. MJ non ha mai giocato. Ha sempre mattato. Chi lo ha conosciuto veramente afferma che MJ prendesse sul serio anche la partitella giocata a Tokio per motivi promozionali. Quello sì che era uno sguardo da vero Toro, rosso infuocato. E non a caso giocava, si fa per dire, per i Chicago Bulls.

 

Bill Russell: icona del gioco e della storia

Quando negli anni ’50 William Felton Russell, più conosciuto come Bill Russell, imbracciava il pallone da basket non si dirigeva di certo nel campetto dell’isolato ma dietro casa. Era lì che si fissava al muro un tabellone e un canestro anche se probabilmente ci sarebbe stato più spazio e comodità davanti al garage. Le case di un americano medio hanno infatti un piccolo problema: il garage si affaccia sulla strada, dove passano e ti vedono tutti. E se sono gli anni ’50 e sei nero non puoi giocare a basket così spudoratamente, davanti a tutti.

D’altronde cosa avrebbe potuto pretendere Bill Russell dalle persone che vivevano a Monroe, in Louisiana. Nulla, poiché Bill non pretese nulla dalla Lousiana. Quella che sarà la leggenda più vincente del basket aveva già un altro progetto in mente: cambiare gli Stati Uniti d’America, non un singolo Stato. Non si trattava di essere arroganti, sfacciati o eccessivamente intraprendenti ma di voler cambiare il mondo, soprattutto se sei testimone oculare dell’omicidio di tuo padre, nero anche lui, colpevole di una colpa che non c’era, quella di voler far rispettare la fila in una stazione di benzina, dopo che numerosi bianchi ti erano passati davanti approfittandosene dello sguardo del divertito proprietario.

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Era stata la mamma a suggerirgli di appendere il canestro dietro, e non davanti casa. Certo, grazie a quello la muscolatura ringrazia visto che saltare sull’erba è tutt’altra cosa che saltare e palleggiare su un riquadro di cemento. Ma se la palestra è oggi una grande invenzione, giocare ovunque si voglia è stata a lungo un’agonia trasformata in una grande conquista.

Bill Russell ha usato il suo talento non solo per cambiare il basket ma come strumento di voce, pronto a finire sulle prime pagine dei giornali come Mohamed Alì e Martin Luther King. Il primo, Bill, ha sicuramente avuto meno fortuna nella cultura del mondo Europeo, ma negli USA Alì e Russell sono esattamente sullo stesso gradino del podio. Rappresentano un concetto non suffragato da  molti: more than an atlhete. Russell come Alì non è stato un “semplice” giocatore ma politico, leader, attivista sociale. E in tutto questo il talento, lo strapotere che ha messo sul campo è stato solo un mezzo per arrivare sul podio con la medaglia al collo e gridare ciò che pensava.

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Vincere 11 campionati in 13 anni nella NBA con la maglia dei Celtics fra il 1956 e il 1969, essere uno dei migliori rimbalzisti di sempre, essere l’inventore della stoppata, essere stato uno dei primi afroamericani ad aver calcato il campo da basket, essere stato il primo allenatore nero della storia della NBA sono stati solo espedienti che hanno regalato a noi tifosi un gioco migliore e a tutti noi una società più vivibile.

Bill Russell ha detto a tutti che il basket non era uno sport per soli bianchi ma che anzi lui lo dominava e lo dirigeva. E lo ha fatto per 15 anni consecutivi. Si sarebbe potuto fermare lì, ad essere osannato come uno dei più grandi della Storia del Gioco, e invece è stato uno dei più grandi della Storia moderna e della cultura pop americana. Bill Russell è stato sì un leader ma definirlo così dà una accezione negativa a tutto quello che c’è stato intorno. Potrebbe essere definito come una miccia. Lui, insieme ad altri come Alì, Rosa Parks, Kareem Abdul Jabbar, è stato la miccia di un fuoco che è divampato grazie a tutti quelli che lo hanno seguito e sostenuto, e che lo sosterranno. Perché il fuoco ancora arde visto che di paglia da bruciare ancora ce n’è. E se oggi possiamo giocare tutti al campetto sotto casa di qualcuno il merito sarà.

La fine di una dinastia?

L’ultimo giorno di giugno in una afosa e grigia giornata di Shangai dietro due lenti arancioni volgeva lo sguardo del due volte campione NBA e MVP Stephen Curry. Vacuo, vuoto, di ghiaccio. Uno sguardo che si tiene quando si ha il presentimento che qualcosa stia per andare storto. Anche se il significato di “storto” o sbagliato  è tutto da definire. In mezzo ad un turbinio di emozioni contrastanti, malinconia e solitudine, felicità e nostalgia, Steph sale al bordo del Jet privato. Direzione New York City.

Un volo di quindici ore preso in tutta fretta da uno dei tiratori da tre più forte della storia per provare a convincere Kevin Durant a restare con lui, per un altro giro alle Finals, per provare a sconfiggere tutti quelli che fino a quel momento li avevano odiati. Vedersi passare il cucchiaio pieno sotto il mento, proprio all’ultimo. E’ questo ciò che è successo a Stephen Curry. E’ proprio nel momento in cui Curry stava per ammirare la statua della libertà che è venuto a conoscenza della brutale notizia: Kevin Durant ha trovato un accordo quadriennale con i Brooklyn Nets e raggiungerà nella Grande Mela Kyrie Irving. Il gioco ha le sue regole e talvolta ti porta  nella città in cui gli amici diventano improvvisamente  nemici, quelli che ti spodesteranno dal trono e prenderanno il tuo posto.

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In una manciata di minuti i Golden State Warriors, sempre in Finale negli ultimi 5 anni, vincenti per tre volte, sono passati dalla gloria alla vendetta della ghigliottina. Metafora della vita che lo sport ci insegna. Parabole discendenti e ascendenti ovunque. Durant li ha lasciati, autore di canestri decisivi, due volte MVP delle Finals, talvolta schivo, spesso freddo con i media. Ma può davvero finire così una dinastia, un  nucleo di giocatori paragonato ai Bulls dei ’90? Può una dinastia reggersi solamente su di un giocatore che invece a quella dinastia si è aggiunto successivamente alla sua nascita?

Probabilmente no o probabilmente sì. Perché il nucleo autentico di quei Warriors rimane ma questi guerrieri, soprattutto  a causa dell’infortunio al crociato del ginocchio sinistro di Klay Thompson e dell’addio di Iguodala, non sono destinati a vincere nei prossimi anni a meno che non vi siano colpi di scena epocali.

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Ciò di cui possiamo essere certi è  che siamo stati tutti testimoni di una delle squadre più forti di sempre. Una squadra guidata dalla mentalità vincente di Steve Kerr, giocatore proprio di quei Bulls di Jordan il quale rifilò due bei cazzotti sul naso di Kerr. Una squadra nata grazie al flusso del genio Kerr e alla sregolatezza di Curry e dalla precisione della meccanica di tiro di Klay Thompson. Una squadra in cui tutti i pezzi si completavano: c’era Iguodala, giocatore di cui pochi parlan, che ha sempre fatto quel lavoro dietro le quinte che spesso non si nota ma che è fondamentale per il risultato finale. C’era e ci sarà Green, l’uomo che sputa il sangue per difendere la propria squadra, a costo di prendere a male parole gli arbitri e farsi espellere.

Sarà difficile trovare un’altra dinastia come questa e quando ce ne accorgeremo, rimpiangeremo di averla odiata.

Un canestro che salva la vita

Lo sguardo volge verso un paesaggio più sublime e lontano, dove però il cuore, i sentimenti e gli affetti non possono giungere né persistere. Le temperature nel Montana sono d’inverno ostili all’uomo, ostili alla vita e alle speranze. Anche un bisonte guarda impaurito la valle gelida che si estende dinanzi a lui fino a che una parete di montagne innevate si erge, in maniera secca e fredda. E titubante procede verso un destino che ancora non conosce. Nel Montana non è affatto facile vivere. Anzi, il termine più appropriato sarebbe sopravvivere. E non è stato facile neanche vivere per tutti gli Indiani d’America le cui terre sono state brutalmente espropriate da antichi imprenditori dai lunghi baffi che arrivarono dall’est e dal mondo occidentale.

rayLa terra del Montana

Inizia nel Montana, nella riserva Indiana, la Flatehead Reservation, la storia di alcuni piccoli eroi e di piccole eroine che hanno provato a salvare qualche vita, fra le tante che autonomamente hanno deciso di lasciare un mondo per loro invivibile. Continua nel Montana la storia di alcune famiglie che ogni mattina, fra metri di neve, si alzano e si dirigono apatici verso i loro pick up trascinandosi dietro corde, zappe e motoseghe per raccogliere tonnellate di legno. Ritornano a casa verso l’ora di pranzo, quando già è quasi buio  e si rintanano nei bar fra un assenzio e una striscia di cocaina. E’ facile capire quindi per quale motivo nella Flatehead Reservation ci siano stati, tre anni fa, un centinaio di persone che hanno deciso di stroncare la propria vita. E’ anche per questo motivo che il Montana detiene un macabro record americano, quello dei suicidi annuali.

Fra quei lavoratori ce n’è uno un po’ più speciale, tale Zanen Pitts. “Ho due figli. La mattina mi alzo, porto il fieno alle mie mucche, curo la mia fattoria. Poi me ne vado dritto nella foresta, si prende un po’ di legna e la si porta a casa”. Poi la svolta: “Verso le cinque ci riuniamo in palestra e iniziamo l’allenamento”. Zanen Pitts è il coach degli Arlee Warriors and Scarlets, squadra giovanile di basket maschile e femminile della riserva Indiana. Zanen Pitts è il sole che non tramonta dopo l’ora di pranzo che strappa i ragazzi dalle case e li conduce verso i riflettori della palestra, dove un parquet e due canestri sono tutto il necessario. “Play with a goal, gioca con un obiettivo” dice coach Zanon, che non è fare canestro ma dimenticarsi il freddo e la storia che c’è là fuori.

E’ l’ottimismo di chi non si ferma,non  titubante come un lento bisonte, che porta la squadra dei ragazzi degli Arlee Warriors a vincere due campionati statali consecutivi, nel 2018 e nel 2019 e a portare questa storia sulle prime pagine dei quotidiani.

08mag warriors20 cover articleLargeGli Arlee Warriors

Ci sono sei di quei ragazzi su una panchina: “Chi di voi conosceva qualcuno o aveva parenti che hanno avuto il coraggio di togliersi la vita?” chiede coach Zanen. Tutti e sei alzano la mano, impassibili, abituati a una pratica piuttosto ricorrente nella Flatehead Reservation. E’ lì che Coach Zanen ha capito che il basket e un canestro possono salvare la vita. La vita non solo dei familiari dei ragazzi che giocano e vincono per gli Arlee Warriors ma anche quella di ogni singolo cittadino della riserva indiana del Montana.

Da qualche mese a questa parte, girando per le strade arginate dalla neve della Flatehead Reservation, è possibile osservare una serie di cartelloni che raffigurano i piccoli ragazzi vincenti dei due campionati. Non è solo (auto)adulazione perché su quei cartelloni ci sono frasi toccanti e un paio di numeri di telefono: quello del coach e quello del presidente della squadra: “Quando rifletti sulla vita chiamaci e passa a trovarci”.

E’ questo il senso della campagna pubblicitaria di una squadra di sedicenni che, guidati da Zanen Pitts, si sono caricati sulle spalle un’intera cittadina con l’intento di diminuire quelle morti innaturali. “Mi chiamano come se fossi uno psicologo, ma sono solo un allenatore” dice coach Zanen. Capisci in quel momento l’importanza di un canestro. Un’importanza e una responsabilità che un canestro, una porta fatta con le felpe buttate sulla polvere, una palla, non dovrebbe avere ma che purtroppo ha perché quando c’è bisogno, c’è sofferenza ci si deve aggrappare a tutto. E’ anche questa la conseguenza della libertà americana: “Andate e provvedete”. E nella moltitudine, nel caos, non tutti galoppano con lo stesso passo. "Ma cosa fanno gli Warriors, i guerrieri? Lottano uno per l'altro." Amen.

Penetrazione di Shaun Livingston al centro dell’area. Aiuto in difesa di “Air Congo” Serge Ibaka. Il congolese salta, Livingston sbaglia, prova a riprendere la sfera, sbraccia, sgomita in aria. Un gomito arriva sul volto di Fred Vanvleet. “Welcome to the Party”.

Fred rimane a terra un po’ scombussolato, fissando il vuoto. Un rivoletto di sangue gli scivola sullo zigomo fino all’orecchio che diventa una coppa di sangue. Accanto a lui un dente bianco. Non è la scena di una sparatoria, come quella in cui hanno ucciso il padre di Fred, sono le Finals NBA. Quel luogo, quell’appuntamento con la storia che non puoi perderti soprattutto se ne sei un protagonista assoluto, anche se a sorpresa. Sette punti di sutura nello spogliatoio, sotto l’occhio, un dente in meno. Pochi minuti dopo il giocatore dei Toronto Raptors è di nuovo sulla panchina dei suoi pronto a spronare chi, come lui, sta sputando sangue per strappare una vittoria.

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Devi fare questo e altro per vincere. Devi dare tutto se vuoi battere chi alle Finals ci è arrivato cinque volte negli ultimi cinque anni, vincendone tre sempre contro un alieno di nome LeBron James: i Golden State Warriors. Quest’ultimi favoriti, senza ombra di dubbio, perché nel quintetto titolare hanno cinque stelle di valore assoluto fra cui un signore conosciuto con il nome di Kevin Durant. Kevin, uno dei giocatori più forti della storia del gioco dal punto di vista offensivo, è però assente. Un infame infortunio al tendine d’achille, non è lecito sapere di quale entità, lo sta portando , partita dopo partita, a un rientro sempre meno probabile. Non è stato questo l’unico infortunio che ha reso impervia la via della vittoria. Klay Thompson, uno che viene paragonato a Walter Ray Allen, non ha potuto prendere parte alla sfida in gara tre mentre è tornato disponibile in gara 4, dove però gli Warriors hanno perso nuovamente. Toronto sta, ad oggi, dominando e conducendo le Finals per tre a uno. Per i campioni in carica due sconfitte in casa consecutive.

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Ma non è agli infortuni a cui si può imputare l’unica vittoria dei Warriors a fronte delle tre sconfitte per mano di Kawhi Leonard e dei Toronto Raptors. La squadra del Canada sta giocando una pallacanestro spaziale. Arriva un raddoppio in marcatura? Con una lucidità raramente vista in momenti di tensione allucinanti riescono a trovare l’uomo giusto verso cui scaricare la palla a spicchi. Le stelle degli Warriors hanno appena messo un canestro che ha fatto esplodere il palazzetto? Nessun problema, Toronto è pronta a correre verso il canestro per non permettere alla difesa avversaria di organizzarsi e schierarsi perfettamente. E’ un gioco corale quello dei Toronto Raptors, costruito ad arte da un allenatore che per anni è stato un vice e ha fatto gavetta nelle leghe minori. Un gioco corale sì certo, ma il condottiero dei Raptors resta uno che, in queste partite sta giocando ad un livello Jordaniano e LeBroniano: Kawhi “Kawow” Leonard.

Ragazzo poco sorridente, Kawhi, non adatto al mondo social e apparente di oggi. Leonard, stanotte, ha compiuto un’altra prestazione da mattatore, l’ottava consecutiva con più di trenta punti in trasferta, noncurante della sua tendinite al ginocchio destro. Lui lo sa che “basterà” vincere un’altra partita per laurearsi Campione NBA. Ma gli Warriors sono uno dei cicli più vincenti della Storia, non certo degli sprovveduti. Leonard sa che dovrà lottare per stringere in quella sua mano lunga più di trenta centimetri quel dannato titolo, molti di più di quella volta in cui non riusciva a prendere il telecomando che si era incastrato sotto al divano…

 

Toronto Raptors, una parabola italiana nel DNA

In cima alla lista dei dischi più venduti del 1996 ce n’è uno, quello di Jay-z, intitolato “Reasonable Doubt”. Tradotto : “Dubbio ragionevole". Come dare torto ad uno dei più grandi rapper e nigga del panorama americano. Il 1995 infatti non solo era stato l’anno del verdetto del caso OJ Simpson, dichiarato non colpevole dopo essere stato accusato di aver ucciso moglie e amante di lei prima di scappare davanti a 150 milioni di spettatori con la sua Ford, ma era l’anno in cui, nella stagione NBA 1995/1996, furono create e ammesse nel campionato due squadre canadesi: i Vancouver Grizzlies e i Toronto Raptors. Reasonable doubt? Certo, le due squadre nel 1996 finirono entrambe la stagione con un record negativo. La prima con 15 vittorie a fronte di 67 sconfitte e la seconda con un 21-61.

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Non sembra un buon principio per una storia da raccontare ma, invece, lo è perché i Toronto Raptors, ora unica squadra canadese nella NBA, sono giunti quest’anno fino alle Finals e nel loro patrimonio genetico scorre sangue anche in parte italiano. Nel 1995 la stagione dei Raptors inizia con un italiano nel roster, Vincenzo Esposito, in arte Vincenzino, primo giocatore italiano a giocare nella NBA assieme a Stefano Rusconi che, in quello stesso anno approderà ai Phoenix Suns. Certo, sarebbe stata tutta un’altra cosa se nel 1970 Dino Meneghin avesse accettato le avances che aveva ricevuto dal continente oltre la pozza. Ma come biasimarlo, oltre tutto è stato uno dei giocatori europei più forte e più vincente di ogni epoca. Vincenzino Esposito è stato poco in America, giusto durante quella stagione, e non ha viaggiato certo a cifre entusiasmanti ( 4 punti, 0,5 assist e 0,5 rimbalzi a partita) ma, con Rusconi, ha rotto quel muro che sembrava invalicabile, ha fatto diventare realtà quello che ancora per pochi era un sogno, facendo diffondere la parola “America” e “NBA” sulle bocche degli italiani. Sicuramente la storia di Esposito e Rusconi sarà balzata nelle orecchie e nella testa dei Marco Belinelli, dei Danilo Gallinari, ma anche dei Carlton Myers, dei  Gianmarco Pozzecco che nel 2004 hanno fatto sognare milioni di tifosi del’Italbasket.

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Non era mica così, prima, come invece lo è oggi. Per ascoltare i risultati della notte cestistica oltreoceano si doveva accendere la radio sulle frequenze sportive e aspettare fino a che, dopo esserti sorbito anche i risultati della pallavolo croata, non dicevano anche quelli della NBA. E tappale tu le orecchie a un ragazzino che sente della squadra di Vincenzino Esposito essere una delle poche, quell’anno, a battere i Chicago Bulls di Michael Jordan, Scottie Pippen e Dennis Rodman. L’anno successivo Vincenzino è ritornato in Italia, a Pesaro, ma la NBA per gli italiani non è stato più quel posto tanto spettacolare quanto irraggiungibile e la passione che l’italiano c’ha messo ha spinto i Toronto Raptors, qualche anno dopo, a selezionare come prima scelta assoluta “il Mago”, Andrea Bargnani che, nonostante i rimpianti di una carriera altalenante, è stato uno dei primi a giocare in America in un modo del tutto non convenzionale.

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Anche i Toronto Raptors hanno avuto una storia altalenante e molti talenti che l’hanno scritta non sono stati da meno: Tracy McGrady, uno che era in grado di mettere 13 punti in 35 secondi, Vince Carter, il più forte schiacciatore di tutti i tempi sono stati tutte meteore che hanno messo sulla mappa una città che con il basket aveva poco a che fare.

Ma nonostante una storia romantica e alquanto frizzante, solo ora i Toronto Raptors hanno la possibilità di scrivere la storia tutta in maiuscolo. Sono approdati, anche se tortuosamente, nelle finali e dovranno fronteggiare uno dei cicli più vincenti della storia del gioco con la palla a spicchi. Indovinate chi c’è in panchina? Sergio Scariolo, un italiano. Vice allenatore ma vate  del capo allenatore dei Raptors che di esperienza ne ha di gran lunga di meno, per quelle occasioni. Eccola qui, la parabola italiana dei Toronto Raptors. E se per molti un tempo andare in NBA era un “ragionevole dubbio”, oggi è diventato quasi un “must”, soprattutto se ti telefona Toronto.

 

Provate a digitare su Google, o su Internet Explorer per i più nostalgici, il nome di uno dei più grandi cestisti del gioco contemporaneo: James Harden. Vi aspettereste una qualche notizia di gossip, una giocata, il suo Palmarès ( ancora un po' scarno per uno del suo calibro). E invece no. Se cercate quel nome troverete dei titoli imbarazzanti: "James Harden testimonial Adidas insultato per la sua barba e colore della pelle" .

La multinazionale di prodotti e capi sportivi ha infatti scelto da qualche anno come suo prediletto testimonial  James Harden, uno che quest'anno ha viaggiato a quasi 37 punti di media. Siete amanti del calcio? Bene, è come se aveste nella vostra squadra del cuore uno che ogni singola dannata giornata vi fa almeno un gol e un assist, giusto per farvi capire  di che tipo di arsenale sportivo dispone "il Barba". Esatto, lo chiamano così. Perché da quando gioca a Houston ha sempre avuto quella folta barba da..."Terrorista". Così purtroppo lo hanno "chiamato" molti tizi dalla pelle bianca e dagli occhi non a mandorla fra i commenti di un post con cui Adidas stava pubblicizzando una campagna promozionale. 

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James Harden con la maglia degli Houston Rockets

Sconti fino al 33%. "Negro", "Come vi trattate nei centri di accoglienza", "Addirittura siete arrivati a questo, ad avere come testimonial un negro pur di avere fama e soldi? Basta mi avete perso come cliente". Gentile signore la informiamo che Adidas continuerà  a fatturare miliardi anche senza il suo "contributo". Look da profugo, anche se esattamente non sappiamo come e cosa sia, forse lo presenteranno alla Milano Fashion Week del 2020. 

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Tutta questa roba un po' fa riflettere. Se non vi suscita niente, beh allora c'è un problema serio, anche perché  è da anni, da anni, che si fanno campagne pubblicitarie con giocatori di colore. Questi commenti fanno scalpore perché siamo perbenisti e ad essi si dà più risalto o perché un problema c'è? La risposta dovremmo cercarla in noi stessi, rifuguarci in noi stessi senza tapparci le orecchie, invece di condividere le nostre "certezze" sui Social, che più ad essere utili per cercare informazioni sono ultimamente diventati mezzi per sfoggiare l'ingegnere, il politico, il moralista che è in noi.

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La notizia fa male soprattutto ai tifosi,e non, italiani che in queste ore sono stati derisi e malvisti da tutto il mondo per non aver riconosciuto James Harden e per averlo insultato. È sbagliato questo? Sì perché generalizzare è sbagliato, per tutti. In realtà il "sugo" della storia è un altro. Chi se ne frega che quel tizio sia Harden o chicchessia. Se guardiamo una pubblicità di spazzolini o dentifrici ci preoccupiamo che questi rendano bianchi i nostri denti o di quanto sia brutto o brutta la testimonial? La dottoressa che curerà una nostra malattia deve essere bella e bianca o capace di operarci a cuore aperto? 

Harden nel frattempo non ha commentato l'accaduto anche se difficilmente questa notizia non sarà arrivata alle sue orecchie.
"Fear the Beard". Paura del Barba. Forse sì, è proprio un terrorista perché lancia bombe anche da centrocampo. Sguardo perso nel vuoto, una decina di palleggi per ubriacare l'avversario, step back, e tiro a dieci metri dal ferro. CIAF,  ha preso solo la retina. Lo show continua. Il pubblico è incredulo. Noi abbiamo strappato solo qualche ghigno amaro.

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