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Il trono di squadre

  L’inverno è finalmente arrivato! ...

Le acque limpide brillano sotto un tondo sole mentre le onde fanno su e giù. La sabbia si bagna, poi si riasciuga. Temperature roventi quelle che si percepiscono sui singoli granelli, uno ad uno. Tre fratelli fanno zig-zag fra i bagnanti. Non importa chi sia il maggiore, sono tutti e tre abbastanza alti da impressionare chiunque. Ciò che suscita dei pensieri e dei dubbi è l’età di questi venditori ambulanti. Chi più chi meno, hanno tutti fra i dieci e i quindici anni. Ora sono, tutti e tre, nella NBA. Uno di questi si sta per giocare delle memorabili sfide contro i Boston Celtics. Il suo nome è Giannis Antetokounmpo.

Probabilmente fra cinque minuti vi sarete già scordati il suo nome o, se proverete a riscriverlo, vi sarete già dimenticati almeno qualche consonante. Ha imparato a giocare in fretta, Giannis. Lui che ha iniziato praticamente a giocare a basket a diciotto anni, professionalmente, in una lega minore greca e che a diciannove era già in NBA. Durante uno dei primi giorni di allenamento, dopo la firma con la sua attuale squadra, i Milwaukee Bucks, fu inaugurata la stagione con un ricco buffet. “Giannino”, spaesato e per niente in confidenza con l’inglese, continuava a stropicciarsi gli occhi e a chiedersi se tanta grazia di Dio potesse essere veramente lì, su quel tavolo, tutta insieme. D’altronde cosa avrebbe potuto mai vedere, nella sua vita, un venditore ambulante. I giocatori iniziano lentamente ad ingozzarsi e a trangugiare di certo non il minimo indispensabile. Anche Giannis non è da meno. Quello che però non riesce a mettere fra i denti se lo mette in tasca, con uno sguardo tanto avido e tenero. I compagni iniziano a ridere: “Cosa fai?” gli chiedono. “Vedi, ora per te inizia una nuova vita”.

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Il mostro greco Giannis Antetokounmpo

È iniziata una nuova vita per davvero, per il “mostro greco”. Mostro per davvero, uno che riesce a staccare dalla linea del tiro libero per andare a schiacciare verso il ferro e a cominciare un terzo tempo da quasi fuori l’area. Questa nuova vita ora, però, può e deve avere una svolta. Perché è facile entrare nel mito, nella storia, nella narrativa. Altra cosa è vincere e diventare leggenda. Diamante grezzo in una sporca miniera, il “mostro greco” affronterà la squadra più vincente dello sport con la palla spicchi, i Boston Celtics. I Celtics sono apparsi svogliati e volubili per tutta la stagione e forse sarà proprio per colpa di Giannis Antetokounmpo che questi si risveglieranno. Spesso, infatti, le armi migliori si sfoderano solo contro il nemico più spietato.

Ce n’è ancora tanta di strada da percorrere ma il signore con il 34 cucito sulla maglia, a soli 24 anni, guida già la sua squadra per punti, rimbalzi, assist e stoppate. Leader “jordaniano” di pregevole fattura, rischia già di vincere il riconoscimento di miglior giocatore della stagione. Ma cosa ne sarà di tutto questo se a fine stagione, nell’albo glorioso, non ci sarà inciso il nome di Giannis e della sua squadra? Nulla, solo esperienza. Quest’anno è di certo impossibile laurearsi campioni del gioco e vincere il titolo. Ma la vittoria è un terreno dolce e nel suo tempio sono affrescati tutti i momenti necessari per raggiungerla e noi, testimoni privilegiati dell’oggi d’orato, ne godiamo i frutti.

Arrivederci Dirk, Wade e Vince

Ci si sveglia un po’ vuoti, la mattina. Questo, per chi più e per chi meno, capita a tutti. Capita però quando la mattina ci si sveglia e ci si rende conto che se ne sono andati, d’un tratto, circa 80mila punti e 20mila rimbalzi e qualche partita giocata, facciamone tremila. Ci si sveglia un po’ così quando si è consapevoli di una cosa, anzi tre: che Dirk Nowitzki, Dwyane Wade e Vince Carter non allacceranno più le scarpe da gioco, anche perché, oltre tutto, queste tre Leggende combinano anche per più di cento anni, se non centoventi.

E’ il 1997. In un paesino, a Wurzburg, in Baviera, ci sono tre divinità del basket NBA: Scottie Pippen, Charles Barkley e sua Maestà Michael Jordan. Tranquilli, non mi metterò anche qui a fare la lista della spesa dei trofei perché sarebbe troppo lungo e monotono, specialmente per MJ. I tre stanno partecipando al Nike Hoop Tour. Scottie, uno dei migliori difensori della storia, scende in campo. Anche un altro ragazzo scende in campo. Capelli lunghi, biondi. Tipico ragazzo tedesco. Non troppo muscoloso. Questo qui, un europeo, gliene mette 52 in faccia, all’americano. Fidatevi: ce ne vuole per ottenere una minima considerazione da un come Charles “Chuck” Barkley. Chuck, il bravo ragazzo che dice “Devo giocare a Basket, non essere l’esempio per voi tifosi e i vostri figli”. Questi si avvicina al tedesco e gli dice “Ragazzo, devi venire in America”. Il ragazzo si farà aspettare un anno, perché prima c’è da svolgere il servizio militare. Il suo nome è “wunder” Dirk Nowitzki. Uno che di punti ne ha messi trentunomila in carriera e molti altri, in bocca al lupo a loro, sperano ancora di imitare il suo immarcabile tiro.

Riavvolgiamo il nastro della storia, di 15 anni. Nel 1982 Dwyane Wade ha 4 mesi. I suoi genitori hanno appena ottenuto il divorzio. Sua madre inizia a fare uso di droga e alcool. Wade vive nella zona sud di Chicago, il posto migliore se volete fare una brutta fine. In un modo o nell’altro Wade e la sorella Tragil riescono a raggiungere il padre, in una zona meno peggiore. Della serie : “scegli il tuo veleno”. 2006, NBA Finals. I Miami Heat sono sotto nella serie per due a zero. Gara tre. Mancano quattro minuti alla fine e i Dallas Mavericks, la squadra di Dirk Nowitzki, hanno un vantaggio di 5 lunghezze. Alcuni narrano, fra i lì presenti, che sia scedo Dio in campo. Non è vero. Era “solo” il signor Wade, uscito dall’inferno. Wade, stella degli Heat, viaggerà a 35 punti di media ribaltando il risultato. Se siete tifosi dell’europeo non vi preoccupate. Riuscirà a vendicarsi 5 anni dopo.

Se siete mai entrati in un museo, beh non è vero. A meno che non siate andati su youtube a vedere lo Slam Dunk Contest del 2000: la gara delle schiacciate più bella di sempre. Non c’è stato modo migliore per celebrare ed inaugurare il nuovo millennio. Il vincitore? Vince Carter, di Daytona Beach. Un posto un po’ più vivibile della Chicago di Wade. Dicevamo del museo: le schiacciate di Vince Carter sono statue del Canova, l’unica differenza è che si muovono e che sono un po’ più abbronzate. Vince è al centro del campo, da solo. Palleggia un paio di volte. Non chiudete le palpebre, non provateci. Lui è già in aria. Si è girato a 360 gradi. Ha allargato il braccio con in mano il pallone e ha fatto tremare il ferro.

Hanno proprio ragione i veterani. Si è lì, davanti al presidente della NBA, appena entrati nella Lega di basket dei grandi, ancora sbarbatelli, e dopo un secondo è già finito tutto, senza neanche accorgersene. Dirk, Wade, Vince: arrivederci!

Russell Westbrook, tuono romantico

Ermias Davidson Ashgedom. Non lo conosce nessuno, almeno non con questo nome. E’ il nome che, in un modo o nell’altro, è comunque legato alla storia con la “S” maiuscola della NBA. E’ il nome a cui Russell Westbrook ha dedicato la sua tripla doppia numero 135 della carriera: 20 punti, 20 rimbalzi e 21 assist. Non accadeva dal 1968, non accadeva da mister 100 punti. Non accadeva dai tempi di Wilt Chamberlain.
 
Potete andare su qualsiasi social network del mondo, in qualsiasi pagina di basket : ovunque, là, troverete insulti e invettive contro il numero zero degli Oklahoma City Thunder, tale Russell Westbrook. Stats-padder, buco nero del gioco e altre parole non adatte ai più sensibili. Forse perché se viene insultato da un tifoso lui si gira e gliene dice quattro o semplicemente si “limita” a mostrare il dito medio ; forse perché se si trova a bordo campo ed un piccolo tifoso quattordicenne  lo spinge, il numero zero si mette a rimproverare il padre seduto a fianco. O forse, semplicemente, perché un po’ lo è. Ma chi non ha dei difetti?
 
Westbrook, e questo è il punto, non ha paura di mostrare i muscoli anche se sopra ci sono delle cicatrici enormi, un po’ provocate dalle sue scelte e un po’ da quelle degli altri. Di certo è un grande accentratore del gioco, come tutti i grandi professionisti degli sport di squadra. I grandi professionisti spostano gli equilibri, non come disse Bonucci intendiamoci, e dove si spostano gli equilibri  c’è il bisogno comunque di trovare una nuova stabilità nel gioco. Stabilità che un tempo, ad inizio stagione, avevano i Thunder ma che ora, da due mesi a questa parte, è stata un po’ persa.
 
 I Thunder sono 24esimi (su trenta) per assist a partita, non un piccolo problema se dovranno affrontare i campioni in carica, primi in questa classifica, al primo turno dei Playoff. Westbrook e soci di fatto si passano poco la palla, e proprio perché il primo la tiene molto in mano. Per avere un’idea le azioni del team durano in media, per il 45% dei possessi, 9  secondi. Un po’pochini se ne hai a disposizione 24. Inoltre il 35% circa dei tiri vengono presi dopo che il tiratore ha palleggiato fra le 3 e 7 volte ( ..e oltre). Tutto ciò rende più farraginoso il gioco, che di certo non è proprio così fluido. Eppure i Thunder, che in italiano significa tuono, hanno proprio l’energia e l’esplosività di Westbrook che rappresentano una vera e propria mina vagante all’interno della Lega. Questa è una squadra che è capace di piazzare parziali stratosferici, vedere il 24 a zero contro Indiana. Questa è una squadra che ha un duo in grado di segnare 70-80 punti in una partita.
 
A volte è necessario fare due passi indietro per poterne fare 10 in avanti”. Di chi è questa citazione? Delle prime tre parole di questo articolo. Nome d’arte Nipsey Hussle. L’uomo a cui sono stati inferti svariati colpi d’arma da fuoco, fuori dal suo negozio a Los Angeles. La morte non deve generare fama. Deve far riflettere. Questo Russel Westbrook, al di là di tutto, lo ha capito.

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