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Dennis Rodman, paradiso e inferno

 

"È grazie alle sue stranezze che siamo qui a festeggiare il secondo titolo consecutivo". Sembra una frase normale, questa qui. Eppure non è una semplice frase, è una consacrazione, è il coronamento di un sogno, forse. Sono le parole che un giorno d'estate del 1997 Michael Jordan "His airness" spese  in favore di Dennis Rodman, uno dei più grandi cestisti e "rimbalzisti" del gioco con la palla a spicchi.
 
Dennis Keith Rodman, un ragazzo tranquillo fino al 1990. Fino a quel momento  aveva già vinto due titoli con i Detroit Pistons, si era procurato la fama di un lottatore, di uno che ama soltanto la pallacanestro. Ma non bastava a lui tutto questo. Nella sua mente, che nessuno sarebbe in grado di scalfire nè di interpretare, c'era il nero ed il bianco. Era paradiso ed inferno contemporaneamente. The Palace of Auburn Hills, la casa dei Detroit Pistons. Anzi, il tempio. Dove i Bad Boys degli anni '80, Rodman compreso, hanno fatto la storia. Là fuori c'è un parcheggio desolato ed un Pick Up. Dentro c'è un uomo con un fucile in mano. Quell'uomo è Dennis Rodman.
 
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Nessun suicidio quella notte, nè un omicidio. Qualcosa di spirituale e mistico però è avvenuto. Rodman ha ucciso la sua anima e l'ha sostituita con un'altra. Da quella notte è morto un Rodman che pochi hanno incontrato  ed è nato quello che conoscono tutti. Forse avrebbe voluto solo nascondere la sua vera natura, il suo vero io. Da quella  notte ci si è dimenticati del Rodman senza tatuaggi. Da quella notte è iniziata una nuova vita, fatta di nottate passate fra agenti della polizia, strane maschere e parrucche  indossate, la maggior parte delle volte con particolari colori sui capelli.
 
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Uno dei tanti stravaganti look di Dennis Rodman
 
Su Youtube potete trovarlo in un video  mentre corre, ma non per andare a canestro. Sta scappando da tori inferociti che sono stati sguinzagliati per dare vita ad una delle più stravaganti festività spagnole. Potete trovarlo lottare con Wrestlers su un ring mentre si fa lanciare addosso un bidone  per la pattumiera. Potete trovarlo anche vestito in abito da sposa, non da sera, mentre firma l'autobiografia che aveva scritto. Ma non per questo lo chiamano "the worm", il verme.
 
Non lo chiamano "il verme" per le dicerie, e denunce, che girano sul suo conto. Non lo chiamano "il verme" per la mandria di piercing e tatuaggi sul suo corpo e alcol nelle sue vene.  Lo chiamano così  perché riusciva a sgattaiolare fra giocatori più alti di lui di circa 10/15 centimetri e a fregargli la sfera. Il sudore era la sua arma letale. Sgusciava dappertutto: gli davi una spallata, un attimo dopo te lo ritrovavi davanti e già ti aveva tagliato fuori. In 14 anni di carriera, di cui gli ultimi 4 giocati non al pieno delle sue forze, è riuscito a raccogliere, anche se strappare suona meglio, più di undicimila  rimbalzi. Undicimila. Sono una quantità inimmaginabile di palloni, soprattutto se si pensa che l'altezza non era proprio il suo punto di forza. In genere i grandi rimbalzisti del basket sono  alti almeno 210 cm, lui si slanciava per solo, si fa per dire, 2 metri ma se vogliamo dirla tutta era un giocatore non convenzionale, venuto dal futuro. Oggi infatti i centri non si piazzano più sotto al canestro in attesa del pallone ma difendono anche dal perimetro dell'area. Questo Rodman lo aveva capito 20 anni fa.
 
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Rodman e Jordan
 
Rodman è riuscito a prevaricare su giocatori molto più portati fisicamente  a prendere rimbalzi, come Pat EwimgHakeem Olajuwon e nonostante tutto, nonostante le armi, le notti insonni  a fare chissà quale bravata, nonostante tutte le dicerie, come la sua storia di un paio di mesi con Madonna, Rodman era sempre in campo, pronto a saltare in verticale e a lanciarsi in orizzontale per prendere quella dannata palla e ad aiutare Michael Jordan a vincere altri tre titoli.
 
 
 

Sono le 13 in punto. 1998. Il nuovo millennio si sta piano piano avvicinando. Mamma Sonya ha appena finito di preparare qualche piatto prelibato per i due figlioli, Steph e Seth. Chissà perché questi due nomi, forse si diverte a chiamarli insieme. Al contrario di quanto si possa pensare i due fratellini sfuggono ad uno dei luoghi più comuni: i due non litigano per il telecomando né per il canale da scegliere in tv, e non è neanche mamma Sonya a decidere. Sono tutti d’accordo: stasera si guarda papà!

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Dell e Sonya Curry

A dire il vero a volte non c’era neanche il bisogno di accendere la tv: andavano tutti  e tre al palazzetto a vedere papà Dell Curry, nobile giocatore degli anni ’90 dei Charlotte Hornets. Dell non si riscaldava con i suoi compagni di squadra ma con i suoi due pargoletti. Non vorremmo sembrare mica spocchiosi , ma i due, Steph Curry e Seth Curry, erano abbastanza bassi e gracilini. Dell, invece, era un onesto tiratore da tre punti. Forse più che onesto visto che all’epoca, non sentitevi troppo vecchi, si tiravano al massimo tra le sette e le dieci triple a partita. Eppure chissà, a volte il gene si unisce al genio e fuori ne viene qualcosa che mai nessuno avrebbe immaginato. Nessuno avrebbe immaginato che un ragazzino con un po’ di problemi alle caviglie, Steph, sarebbe diventato tre volte campione NBA e due volte miglior giocatore della stagione, un pallone d’oro del basket per capirci. Seth invece non ha il talento del fratello ma non smette mai di sfidarlo sul campetto dietro casa.

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La famiglia Curry

Mai lottare” sono due parole banali che mamma Sonya ha cercato sempre di far mettere in pratica, cosa non altrettanto banale, ai due figlioli. Un po’ di volte in più lei gliele ha dette a Seth che, ad un certo punto, ha smesso di guardare il padre in tv e ha iniziato a guardare il fratello. Deve essere dura avere vicino chi, con meno sforzo e più talento, riesce a mettere la freccia e a superarti. Per Seth arriva una chiamata, non da una squadra NBA però, da una squadra di serie b. Più precisamente dai Santa Cruz Warriors, la squadra minore affiliata a quella in cui gioca il fratello Steph. Altro colpo basso per chi vive solo di “palla a spicchi”. Arriva poi una chiamata da Cleveland e poi un’altra chiamata dai Memphis Grizzlies, ma in quattro anni Seth, fra una gavetta e l’altra, colleziona solo 48 presenze. Gli amanti del calcio diranno che non sono poche ma in realtà una sola stagione NBA conta 82 partite per squadra. Fate voi le differenze.

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Non crediate che però sia stato, nel frattempo, tutto rosa e fiori per il fratello maggiore Steph Curry. Gran talento, gran tiratore, peccato però il fisico smilzo e quelle dannate caviglie che sembrano fare crack nei momenti più importanti. Nella stagione 2015 attua però la sua rivoluzione copernicana ma soprattutto la rivoluzione cestistica. Piovono, rombano decine, centinaia di triple. Da centrocampo, dal logo, cadendo all’indietro, dopo aver palleggiato un paio di volte fra le gambe e dietro la schiena. Steph tira, tira, tira, non importa dove si trovi. Vince il titolo e l’MVP. Lo stesso farà l’anno successivo. Steph ha cambiato il gioco profondamente, o nel bene o nel male. Oggi, infatti, i tiri da tre punti tentati dalle squadre NBA sono circa 25, numeri 4 volte maggiori rispetto a qualche anno prima. Se non è una rivoluzione questa…

La danza di Stephen Curry

Seth e Steph, non Caino ed Abele certo, ma due fratelli le cui strade sono tanto diverse quanto fortunate. 2018. Venti anni dopo i due fratelli si incontrano di nuovo, cestisticamente parlando. Entrambi, l’uno contro l’altro, si giocano l’accesso alle finali NBA per aggiudicarsi il titolo con tanto di anello al dito. Ebbene, mamma Sonya e papà Dell sono ben felici di andare allo stadio per ammirarli. I loro due figlioli hanno già vinto.

Damian Lillard, un piccolo ragazzo da Oakland

 

Si innalza un canto sacrale, gospel. Sembra di essere in un sogno. Raccoglie il pallone fra i polpastrelli, suonano meglio di un piano. Ginocchia piegate che si distendono. Lievita un po’ in aria, trenta centimetri. Rilascio degno della migliore catapulta ben oliata. Qualche goccia vola verso il parquet, potrebbe mettere in pericolo le caviglie dei giocatori che ci passeranno sopra alla prossima giocata. Parabola diabolica. Milioni di occhi puntati addosso. Scende, e la palla brucia la retina. Non c’è una prossima giocata. Buzzer beater: tiro della vittoria.

Quando provieni da una zona come Oakland, California, non è difficile giocare fra mille tensioni ed emozioni. Piano piano ci si abitua, anche alla criminalità organizzata e non. Lo sa bene Damian Lillard. Lui è nato lì, fra una sparatoria e l’altra, costretto a chiudere  gli occhi e tapparsi le orecchie,  nella quinta città americana per tasso di criminalità  e sparatorie in un anno. In quel momento si riesce a capire come faccia il buon Damian Lillard a prendersi tiri dal peso e dalla importanza pazzesca con tanta serenità. Già, il buon Damian, lui che è riuscito a uscire e salvarsi da quella città prima che potesse chiudergli la porta in faccia. Prima che una pallottola attraversasse il suo petto, dopo che una aveva già interrotto il respiro del suo allenatore. Giusto a un paio di kilometri da…Oakland, sì! Giusto a un paio di kilometri dalla zona della città dove giocano i Golden State Warriors, squadra NBA prossima a diventare una delle franchigie più titolate del basket. Confine labile fra paradiso e inferno.

 

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Ne narriamo la storia, la profezia divenuta realtà come fosse un eroe. E forse un eroe un po’ lo è o almeno così lo vedono  tutti i ragazzini che nel caldo di Oakland continuano a giocare a basket, ignorando lo sguardo di rapinatori e spacciatori. Non tutti ci riescono, per molti il destino è beffardo ma i più fortunati oggi sono testimoni della storia, di un altro piccolo eroe diventato fenomeno. Ciò che sta facendo ai Playoff di quest’anno è strabiliante. Dame sta viaggiando a 31.1 punti, 5.7 assist e 4 rimbalzi a partita, tirando con 40% da tre punti. Ha ribaltato i pronostici battendo gli OKC di Russell Westbrook e soci con quel tiro pazzesco. Da centrocampo. Non per niente lo chiamano Dame Logo, proprio perché tira dal logo della squadra che è disegnato a centrocampo.

 

Un altro suo celebre soprannome è Dame Dolla. Nome da rapper direte voi. Esatto, fa anche quello. Musiche discutibili certo, non sicuramente le migliori ma che regalano bagliori di speranza a chi è intrappolato in quel ghetto. A chi per sbaglio, fra un tiro e l’altro, muore ammazzato e non torna a casa per la doccia e la cena. Damian Lillard non è un giocatore, è il portavoce di qualcosa di più grande. Giura fedeltà a vita alla sua squadra, cosa assai rara oggi. Ma ciò che giura con più forza è di scardinare quella porta e portare in salvo dall’inferno vite più fragili.



Members Only, pezzo rap di Dame DOLLA alias Damian Lillard

 

Le acque limpide brillano sotto un tondo sole mentre le onde fanno su e giù. La sabbia si bagna, poi si riasciuga. Temperature roventi quelle che si percepiscono sui singoli granelli, uno ad uno. Tre fratelli fanno zig-zag fra i bagnanti. Non importa chi sia il maggiore, sono tutti e tre abbastanza alti da impressionare chiunque. Ciò che suscita dei pensieri e dei dubbi è l’età di questi venditori ambulanti. Chi più chi meno, hanno tutti fra i dieci e i quindici anni. Ora sono, tutti e tre, nella NBA. Uno di questi si sta per giocare delle memorabili sfide contro i Boston Celtics. Il suo nome è Giannis Antetokounmpo.

Probabilmente fra cinque minuti vi sarete già scordati il suo nome o, se proverete a riscriverlo, vi sarete già dimenticati almeno qualche consonante. Ha imparato a giocare in fretta, Giannis. Lui che ha iniziato praticamente a giocare a basket a diciotto anni, professionalmente, in una lega minore greca e che a diciannove era già in NBA. Durante uno dei primi giorni di allenamento, dopo la firma con la sua attuale squadra, i Milwaukee Bucks, fu inaugurata la stagione con un ricco buffet. “Giannino”, spaesato e per niente in confidenza con l’inglese, continuava a stropicciarsi gli occhi e a chiedersi se tanta grazia di Dio potesse essere veramente lì, su quel tavolo, tutta insieme. D’altronde cosa avrebbe potuto mai vedere, nella sua vita, un venditore ambulante. I giocatori iniziano lentamente ad ingozzarsi e a trangugiare di certo non il minimo indispensabile. Anche Giannis non è da meno. Quello che però non riesce a mettere fra i denti se lo mette in tasca, con uno sguardo tanto avido e tenero. I compagni iniziano a ridere: “Cosa fai?” gli chiedono. “Vedi, ora per te inizia una nuova vita”.

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Il mostro greco Giannis Antetokounmpo

È iniziata una nuova vita per davvero, per il “mostro greco”. Mostro per davvero, uno che riesce a staccare dalla linea del tiro libero per andare a schiacciare verso il ferro e a cominciare un terzo tempo da quasi fuori l’area. Questa nuova vita ora, però, può e deve avere una svolta. Perché è facile entrare nel mito, nella storia, nella narrativa. Altra cosa è vincere e diventare leggenda. Diamante grezzo in una sporca miniera, il “mostro greco” affronterà la squadra più vincente dello sport con la palla spicchi, i Boston Celtics. I Celtics sono apparsi svogliati e volubili per tutta la stagione e forse sarà proprio per colpa di Giannis Antetokounmpo che questi si risveglieranno. Spesso, infatti, le armi migliori si sfoderano solo contro il nemico più spietato.

Ce n’è ancora tanta di strada da percorrere ma il signore con il 34 cucito sulla maglia, a soli 24 anni, guida già la sua squadra per punti, rimbalzi, assist e stoppate. Leader “jordaniano” di pregevole fattura, rischia già di vincere il riconoscimento di miglior giocatore della stagione. Ma cosa ne sarà di tutto questo se a fine stagione, nell’albo glorioso, non ci sarà inciso il nome di Giannis e della sua squadra? Nulla, solo esperienza. Quest’anno è di certo impossibile laurearsi campioni del gioco e vincere il titolo. Ma la vittoria è un terreno dolce e nel suo tempio sono affrescati tutti i momenti necessari per raggiungerla e noi, testimoni privilegiati dell’oggi d’orato, ne godiamo i frutti.

Arrivederci Dirk, Wade e Vince

Ci si sveglia un po’ vuoti, la mattina. Questo, per chi più e per chi meno, capita a tutti. Capita però quando la mattina ci si sveglia e ci si rende conto che se ne sono andati, d’un tratto, circa 80mila punti e 20mila rimbalzi e qualche partita giocata, facciamone tremila. Ci si sveglia un po’ così quando si è consapevoli di una cosa, anzi tre: che Dirk Nowitzki, Dwyane Wade e Vince Carter non allacceranno più le scarpe da gioco, anche perché, oltre tutto, queste tre Leggende combinano anche per più di cento anni, se non centoventi.

E’ il 1997. In un paesino, a Wurzburg, in Baviera, ci sono tre divinità del basket NBA: Scottie Pippen, Charles Barkley e sua Maestà Michael Jordan. Tranquilli, non mi metterò anche qui a fare la lista della spesa dei trofei perché sarebbe troppo lungo e monotono, specialmente per MJ. I tre stanno partecipando al Nike Hoop Tour. Scottie, uno dei migliori difensori della storia, scende in campo. Anche un altro ragazzo scende in campo. Capelli lunghi, biondi. Tipico ragazzo tedesco. Non troppo muscoloso. Questo qui, un europeo, gliene mette 52 in faccia, all’americano. Fidatevi: ce ne vuole per ottenere una minima considerazione da un come Charles “Chuck” Barkley. Chuck, il bravo ragazzo che dice “Devo giocare a Basket, non essere l’esempio per voi tifosi e i vostri figli”. Questi si avvicina al tedesco e gli dice “Ragazzo, devi venire in America”. Il ragazzo si farà aspettare un anno, perché prima c’è da svolgere il servizio militare. Il suo nome è “wunder” Dirk Nowitzki. Uno che di punti ne ha messi trentunomila in carriera e molti altri, in bocca al lupo a loro, sperano ancora di imitare il suo immarcabile tiro.

Riavvolgiamo il nastro della storia, di 15 anni. Nel 1982 Dwyane Wade ha 4 mesi. I suoi genitori hanno appena ottenuto il divorzio. Sua madre inizia a fare uso di droga e alcool. Wade vive nella zona sud di Chicago, il posto migliore se volete fare una brutta fine. In un modo o nell’altro Wade e la sorella Tragil riescono a raggiungere il padre, in una zona meno peggiore. Della serie : “scegli il tuo veleno”. 2006, NBA Finals. I Miami Heat sono sotto nella serie per due a zero. Gara tre. Mancano quattro minuti alla fine e i Dallas Mavericks, la squadra di Dirk Nowitzki, hanno un vantaggio di 5 lunghezze. Alcuni narrano, fra i lì presenti, che sia scedo Dio in campo. Non è vero. Era “solo” il signor Wade, uscito dall’inferno. Wade, stella degli Heat, viaggerà a 35 punti di media ribaltando il risultato. Se siete tifosi dell’europeo non vi preoccupate. Riuscirà a vendicarsi 5 anni dopo.

Se siete mai entrati in un museo, beh non è vero. A meno che non siate andati su youtube a vedere lo Slam Dunk Contest del 2000: la gara delle schiacciate più bella di sempre. Non c’è stato modo migliore per celebrare ed inaugurare il nuovo millennio. Il vincitore? Vince Carter, di Daytona Beach. Un posto un po’ più vivibile della Chicago di Wade. Dicevamo del museo: le schiacciate di Vince Carter sono statue del Canova, l’unica differenza è che si muovono e che sono un po’ più abbronzate. Vince è al centro del campo, da solo. Palleggia un paio di volte. Non chiudete le palpebre, non provateci. Lui è già in aria. Si è girato a 360 gradi. Ha allargato il braccio con in mano il pallone e ha fatto tremare il ferro.

Hanno proprio ragione i veterani. Si è lì, davanti al presidente della NBA, appena entrati nella Lega di basket dei grandi, ancora sbarbatelli, e dopo un secondo è già finito tutto, senza neanche accorgersene. Dirk, Wade, Vince: arrivederci!

Russell Westbrook, tuono romantico

Ermias Davidson Ashgedom. Non lo conosce nessuno, almeno non con questo nome. E’ il nome che, in un modo o nell’altro, è comunque legato alla storia con la “S” maiuscola della NBA. E’ il nome a cui Russell Westbrook ha dedicato la sua tripla doppia numero 135 della carriera: 20 punti, 20 rimbalzi e 21 assist. Non accadeva dal 1968, non accadeva da mister 100 punti. Non accadeva dai tempi di Wilt Chamberlain.
 
Potete andare su qualsiasi social network del mondo, in qualsiasi pagina di basket : ovunque, là, troverete insulti e invettive contro il numero zero degli Oklahoma City Thunder, tale Russell Westbrook. Stats-padder, buco nero del gioco e altre parole non adatte ai più sensibili. Forse perché se viene insultato da un tifoso lui si gira e gliene dice quattro o semplicemente si “limita” a mostrare il dito medio ; forse perché se si trova a bordo campo ed un piccolo tifoso quattordicenne  lo spinge, il numero zero si mette a rimproverare il padre seduto a fianco. O forse, semplicemente, perché un po’ lo è. Ma chi non ha dei difetti?
 
Westbrook, e questo è il punto, non ha paura di mostrare i muscoli anche se sopra ci sono delle cicatrici enormi, un po’ provocate dalle sue scelte e un po’ da quelle degli altri. Di certo è un grande accentratore del gioco, come tutti i grandi professionisti degli sport di squadra. I grandi professionisti spostano gli equilibri, non come disse Bonucci intendiamoci, e dove si spostano gli equilibri  c’è il bisogno comunque di trovare una nuova stabilità nel gioco. Stabilità che un tempo, ad inizio stagione, avevano i Thunder ma che ora, da due mesi a questa parte, è stata un po’ persa.
 
 I Thunder sono 24esimi (su trenta) per assist a partita, non un piccolo problema se dovranno affrontare i campioni in carica, primi in questa classifica, al primo turno dei Playoff. Westbrook e soci di fatto si passano poco la palla, e proprio perché il primo la tiene molto in mano. Per avere un’idea le azioni del team durano in media, per il 45% dei possessi, 9  secondi. Un po’pochini se ne hai a disposizione 24. Inoltre il 35% circa dei tiri vengono presi dopo che il tiratore ha palleggiato fra le 3 e 7 volte ( ..e oltre). Tutto ciò rende più farraginoso il gioco, che di certo non è proprio così fluido. Eppure i Thunder, che in italiano significa tuono, hanno proprio l’energia e l’esplosività di Westbrook che rappresentano una vera e propria mina vagante all’interno della Lega. Questa è una squadra che è capace di piazzare parziali stratosferici, vedere il 24 a zero contro Indiana. Questa è una squadra che ha un duo in grado di segnare 70-80 punti in una partita.
 
A volte è necessario fare due passi indietro per poterne fare 10 in avanti”. Di chi è questa citazione? Delle prime tre parole di questo articolo. Nome d’arte Nipsey Hussle. L’uomo a cui sono stati inferti svariati colpi d’arma da fuoco, fuori dal suo negozio a Los Angeles. La morte non deve generare fama. Deve far riflettere. Questo Russel Westbrook, al di là di tutto, lo ha capito.
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