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La rivoluzione azzurra della Roma

Credo che questo sia un anno zero per la Roma. Come mi hanno spiegato, il progetto prevede tanti giocatori italiani e giovani. Questo è un punto di partenza”. Con queste parole si era presentato a stampa e tifosi il primo acquisto dell’era Petrachi, Leonardo Spinazzola.

Un colpo programmatico, che doveva rappresentare la nuova gestione oculata e attenta dopo le sbornie dell’era Monchi. Una squadra giovane, italiana, pronta. Stesse parole che si ritrovano nella conferenza di benvenuto dell’ultimo acquisto, per adesso, della squadra giallorossa. Un altro italiano, un altro giocatore pronto: Davide Zappacosta. “Nella Roma si sta creando un blocco di italiani e penso che sia una cosa molto importante per il calcio italiano. È bello quando si parla di uno zoccolo duro formato da calciatori così, anche in vista dell’Europeo è bene che i giovani riescano a trovare spazio in squadre importanti”.

Una Roma che si tinge di azzurro, che perde tre nazionali come El Shaarawy, De Rossi e Luca Pellegrini ma acquista Spinazzola, Zappacosta e Mancini con in mezzo i corteggiamenti sfrenati verso Barella e quelli ancora non tramontati per Rugani. Dando per sicuro partente Santon e come membri se non attivi quanto meno coinvolti Antonucci e Riccardi, la prossima stagione romanista dovrà vedere protagonisti 10 italiani.

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Spinazzola, primo acquisto di Petrachi alla Roma

Non un record, visto che è la stessa cifra dello scorso anno, ma comunque un dato importante soprattutto per quanto riguarda i giocatori nel giro della nazionale maggiore e nel parco titolari della squadra. Contando anche i giocatori con una sola presenza i 10 italiani in rosa è il miglior risultato degli ultimi 5 anni. Erano 8 nella stagione 2017-2018, quando Antonucci e Capradossi collezionarono 2 presenze a testa ed Emerson Palmieri 1 sola. Erano 6 nella stagione 2016-2017, il dato più basso degli ultimi dieci anni: oltre ai “soliti” De Rossi, El Shaarawy, Emerson Palmieri, Florenzi e Totti ecco il difensore Marchizza, che riuscì a strappare qualche manciata di minuti in Europa League.

Il dato più alto è invece quello della stagione 2011-2012, con 16 italiani, la prima della gestione americana, quella della revolucion di Luis Enrique. In rosa c’erano allora Curci, Cassetti, Rosi, De Rossi, Perrotta, Greco, Viviani, Osvaldo, Totti, Borini, Caprari, Borriello e i fanalini di coda Verre, Piscitella, Brighi e Okaka.

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Ma la particolarità del prossimo anno, per la Roma, sarà la presenza di italiani nell’undici iniziale. Aspettando il pieno inserimento di Mancini e prospettando un utilizzo di Florenzi anche nella linea della trequarti, non sarà una rarità vedere i giallorossi in campo con 6 azzurri. I campioni d’Italia della Juventus con l’arrivo di De Ligt vedranno in campo solo Chiellini, il Napoli può vantare al massimo Meret, Di Lorenzo e Insigne. A Milano anche la sostanza non cambia, con al massimo Donnarumma, Calabria e Romagnoli considerati titolari così come Barella e Sensi per l’Inter di Antonio Conte.

pelleLorenzo Pellegrini, investito da Totti come futuro leader della Roma

E della rivoluzione azzurra della Roma sarà contento Roberto Mancini, contro cui proprio Gianluca Petrachi, allora direttore sportivo del Torino, si era scagliato un anno fa: “Non giocava neanche un italiano con lui all’Inter, poteva pensarci prima. Dovremmo ricordarci cosa è successo in passato”. E a Roma il passato, per lo meno quello recente, era fatto di milioni spesi guardando all’estero. Adesso qualcosa sembra cambiato. Il campo dirà se in meglio o in peggio.

 

Guardami ancora

Per noi che la primavera iniziava il 28 marzo. Per noi che l’adolescenza è finita lo scorso 17 giugno. Per noi che il 26 maggio ci siamo morti di freddo e a pensare a quella sera di pioggia e sudore ci viene ancora la tremarella. Per noi, oggi, le parole non bastano più.

C’è la conferenza di Petrachi? Non mi interessa. Tanto sarà l’ennesima farsa, l’ennesimo copione già sentito. Ok, la ascolto, ma solo perché non ho niente di meglio da fare.

C’è la presentazione di Fonseca? E cosa vuoi che dica? Dopo che ci ha detto di no mezza Italia, era l’unico rimasto.

No stavolta non ci casco, non mi farò trascinare dalle parole, dai manifesti programmatici, dalla retorica e dai ghirigori. Sono cresciuto, sono cambiato, sono diverso. Sono distaccato e razionale, sono maturo. Il campionato non mi manca e in fondo di domenica si sta un sacco bene. C’ha ragione Coez: “senza stadio né partite e una coda patetica”. C’ha ragione Totti: “la Roma non la seguo e non mi manca”.

E se ti sento Gianlù, è perché in tv non c’è niente. E se ti ascolto Fonsè, è perché ho mangiato tardi.

Ed è inutile che parli portoghese, che strascini così le parole, che pronunci così le vocali, ("Spinassola"), non mi fai nessun effetto. Prima di te ci sono stati uomini Rudi, asturiani rivoluzionari (ricordi quel "Bibiani"?), boemi intossicati, toscani che sembravano quelli giusti. Sulle risate testaccine non ci torno, sono diventate lacrime. Prima di te c’è stato “il mio calcio”.

Ma sono proprio le parole che ti fregano.

Ed ecco che l’attenzione si focalizza su un aggettivo possessivo, banale, scontato, lasciato lì. Però quando hai detto “Questa non sarà la mia Roma, ma la nostra Roma”, qualcosa mi hai mosso. Forse mi sbaglio eh, forse ci sto ricascando anche io. Perché mi lego così tanto alle parole? Come con Petrachi, è bastato uno sguardo, il volto tirato, i sorrisi dosati, le frasi giuste: “Voglio gente motivata”. Quel io sbattuto in faccia, quella prima persona singolare messa come soggetto ovunque, senza bisogno di essere etrusco crepuscolare o re Mida, senza due orologi al polso e cartelli con su scritto “Se gana”. Voglio la normalità, voglio Foggia al posto di Siviglia, Torino al posto di Buenos Aires.

E quando v’ho visto in conferenza, insieme, ci sono cascato completamente di nuovo. Mi piaceva quel modo in cui vi guardavate, quel modo in cui Paulo cercava Gianluca, quel modo in cui Gianluca ascoltava Paulo. Un gioco di sguardi, di posture, di occhiate fugaci. Le mani non le guardo più, ora mi fisso sugli occhi. E sulle parole. E allora parlatevi e guardatevi ancora. Costruite una Roma che sia degna di questo nome, che sia degna di questo amore.

Perché è come con tutti gli innamorati, che litigano e minacciano di lasciarsi, ma li vedi ancora lì a rincorrersi e a stare insieme. Perché è vero, non è più la stessa cosa: siamo cambiati. Tu non sei più la stessa e io mi illudo di essere cresciuto. È vero, non ci sono più Daniele e Francesco, ma certe cose restano. E non le cambierà nessuno.

Mi ero detto di non cascarci più, di essere più distaccato e razionale, lucido e calcolatore. Mi ci sono voluti un paio di mesi scarsi, due parole giuste e un paio di sguardi. E mentre scrivo il cellulare vibra, mi arriva un messaggio: “Non so te, ma io senza Roma non so stare”. Così, de botto, senza senso.

E capisci allora che Coez non ha proprio capito un cazzo. Capisci che stavolta pure Totti ha detto una cazzata. Sì, hai sbagliato Francè. Non saremo più regazzini, non saremo più adolescenti. Ma romanisti lo saremo sempre, è questo il guaio, è questa la fortuna. E la Roma la guarderò ancora.

Anche se Fonseca tra tre anni sarà al Real Madrid. Sti cazzi, ma magari.

 

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