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Milan, una luce in fondo al baratro

Affrontiamo questa seconda puntata dell’Opinione ...

Che Dio ce la mandi Pioli

Tanto tuonò che alla fine Pioli. Rielaborazione in chiave calcistica di uno dei maggiori proverbi popolari, azzeccatissima citazione per fotografare l’ennesimo e ingiustificato cambio di rotta di casa Milan.

È notizia di ieri infatti la decisione dei vertici di via Aldo Rossi di affidare la panchina del Diavolo all’ex Lazio e Inter al posto di Marco Giampaolo, allenatore convintamente scelto poco più di tre mesi fa dagli stessi dirigenti che oggi altrettanto convintamente ne avallano l’esonero. Il bilancio dell’ormai ex tecnico rossonero parla di un bilancio di 3 vittorie e 4 sconfitte in 7 partite giocate, un ruolino certamente criticabile a dispetto comunque di una classifica che vede il Milan a pochissimi punti dalle proprie avversarie dirette.

A nostro avviso dunque la scelta pare essere francamente incomprensibile, tanto più perché arrivata dopo una vittoria, seppur sofferta e fortunata come quella di Genova. Se si ingaggia un allenatore come Giampaolo, tecnico alla prima avventura in una big (o presunta tale) e con concetti di calcio difficilmente assimilabili in poco tempo, si dovrebbe mettere in preventivo l’indispensabile condizione di dover concedere tempo, concetto largamente inflazionato che però mai come in questo caso andava interpretato nel suo senso più letterale: secondi, minuti, ore, giorni, mesi. Certamente più dei 3 concessi.

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L’oggettività del ragionamento si amplia se si pensa poi al suo successore: Stefano Pioli. Quale sarebbe il senso di scegliere un allenatore dello stesso livello del precedente? Avremmo capito la scelta se a Milanello fosse piombato Luciano Spalletti, per il quale peraltro la società rossonera aveva fatto tutto il possibile e solo i cattivi rapporti tra il toscano e Marotta hanno sbarrato la strada al suo approdo sull’altra sponda del naviglio. Facciamo molta più fatica a comprendere il passaggio da Marco a Stefano, ottimo professionista per carità, ma allenatore dal curriculum abbastanza modesto. 

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Cosa cerca la società, precisamente nelle figure di Maldini e Boban, nella scelta dell’ex Fiorentina? Qualsiasi ragionamento logico ci porta a non sposarne nessuna ragione, nessun motivo, nessuna progettualità di fondo. A dispetto infatti del biennale firmato, siamo così sicuri che Stefano Pioli sia l’uomo giusto da cui ripartire anche in un’ipotetica nuova stagione di rilancio? Ci permettiamo di dire di no. La chiamata di Pioli sa tanto di traghettatore per concludere quantomeno dignitosamente la stagione corrente, stagione nella quale, ci conviene sempre precisarlo, il Milan può puntare solamente ad una onesta salvezza.

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A questo proposito il 20 ottobre prossimo, giorno del 54esimo compleanno del mister parmigiano, andrà in scena a San Siro il delicato incrocio tra Milan e Lecce, vitale scontro diretto per allontanare il più possibile i presagi di una stagione di lacrime e sangue. In un calendario che da qui alla prossima sosta di novembre prevede le sfide con Roma, Lazio e Juve, le due gare con i salentini e la Spal sanno tanto di tappe obbligate per scongiurare scenari apocalittici. Nel frattempo, mentre assistiamo inermi alla distruzione dell’impero, ci tornano in mente gli ultimi anni di Adriano Galliani come amministratore delegato del Milan.

Insultato da gran parte del tifo milanista, capro espiatorio dei primi cedimenti del Milan berlusconiano. Noi eravamo contrari, forse sentendo in cuor nostro che mai nessuno sarebbe stato come lui. Mirabelli prima e Maldini poi ci hanno dimostrato che avevamo ragione. Paolo soprattutto ha dalla sua il tempo per poter rimediare e per recitare quel necessario Mea Culpa attraverso il quale capire che nella vita non “si nasce imparati” e che il passaggio da gloria calcistica a dirigente di successo non è sempre così immediato. Ci pensi Maldini. Rifletta. E si accorga che forse forse si stava meglio quando si stava Galliani.

Sputate in faccia a Gerson

Non comprate i miei dischi e sputatemi addosso” era l’invito di un Guccini avvelenato. “Gerson deve giocare e prendere gli sputi in faccia” era il consiglio, più recente, di Luciano Spalletti. “Gerson deve velocizzare le giocate, muoversi di più senza palla, ma ci posso lavorare” ammetteva invece, l'estate scorsa, Eusebio Di Francesco. Perché se vendere o no non passava tra i rischi del cantautore emiliano, vincere o no è sicuramente un fatto determinante per la Roma e per il tecnico abruzzese.

E per vincere servono giocatori pronti, adatti, validi. Gerson ancora non lo è, non lo era nemmeno lo scorso anno, quando fu bocciato e salutato. Spedito al Lille, in un affare che tra i 5 milioni per il prestito e i 13 per il riscatto, avrebbe permesso alla Roma di rientrare completamente dell’investimento con cui l’aveva strappato, o perlomeno così si dice, al Barcellona e alla Juventus.

Avrebbe. Perché Gerson a Lille c’è stato il tempo di prenotare un volo per il ritorno. Troppo pochi i soldi che i francesi avevano offerto al calciatore, e soprattutto, al padre procuratore. Così il diciannovenne è tornato a Roma.

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Tra quella parentesi francese durata un giorno e oggi ci sono tanti giorni di silenzio, di allenamento e di sputi. Ci sono, soprattutto, 1.468 minuti disputati, e due gol fatti, di cui oltre mille con Eusebio Di Francesco. L’ex tecnico del Sassuolo, che aveva raccontato di averlo monitorato e seguito ai tempi neroverdi, l’ha utilizzato 1067 minuti in totale, tra Europa, campionato e Coppa Italia, andando praticamente a triplicare il minutaggio del brasiliano nella gestione Spalletti.

Certo, per gli amanti delle statistiche, un minuto di Gerson, al netto del costo del cartellino, è costato fin qui alla Roma oltre 10.000 €. Ma da quella partita da titolare allo Juventus Stadium, quando fu gettato nella mischia dal tecnico di Certaldo, un po’ mossa a sorpresa e un po’ ripicca verso la società, ad oggi sono molte le cose cambiate.

Innanzitutto c’è un allenatore che lo ha reintegrato nel gruppo, nelle rotazioni e nella sua idea tattica. C’è un Gerson nuovo, più umile forse, sicuramente più silenzioso e dedito al lavoro. Migliorato nel fisico e nella posizione, meno invece nella velocità d’esecuzione e di decisione. Poi ci sono anche le altre, solite, magagne. L’enigma del ruolo, innanzitutto: il brasiliano nell'ultima stagione è stato schierato sia da esterno destro (le sue due migliori partite sono proprio in questo ruolo, contro il Chelsea a Stamford Bridghe e contro la Fiorentina, quando mise a segno i suoi unici gol in giallorosso) ma anche da centrale di centrocampo o da intermedio destro. E' la sua occasione giusta, la piazza giusta, l'allenatore giusto. Dopo aver rifiutato l'Empoli di Andreazzoli e la corte della Sampdoria del suo mentore, Walter Sabatini: "Qualche segnale l’ha dato - racconta il DS blucerchiato - E' un giocatore indolente. Non ha capito che deve sfruttare le sue enormi qualità fisiche. Non sfida mai l’avversario, si accontenta. Gli dicono di giocare semplice ma esagera. Una volta gli ho scritto: ‘Mi corri in verticale con la palla e mi dribbli un uomo una volta ogni tanto?’".

Di diverso, però, c'è anche la squadra. Gerson vola a Firenze, l'unica città che ha visto i suoi gol, con la formula del prestito secco, senza diritto di riscatto. Una manovra tutta a favore della Roma, almeno sulla carta, che affida un suo giovane alle cure della provincia, pronta a riabbracciarlo, magari pronto e cresciuto, tra un anno. Il medico a cui si è rivolto Monchi è Stefano Pioli, che ha salutato l'approdo del brasiliano in viola dicendo: " Io lo vedo molto più da mezzala che da esterno". Mezzala come Benassi e Veretuout, ai lati di Badelj, oppure trequartista nel 4-3-1-2 / 4-3-2-1 visto fare dalla Fiorentina nelle ultime partite di campionato. 

Di sputi, insomma, ne deve prendere ancora.  E come recita la ricetta del calcio romantico, anche di calci in mezzo al campo, di freddo in panchina e pacche sulla spalla. Con la consapevolezza di avere piede e tempo. Soprattutto perchè, parafrasando il cantante dell’inizio, “a vent’anni è tutto ancora intero, a vent’anni è tutto chi lo sa”.

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