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Sunderland 'Til I Die ci ha illusi

 

 

La narrazione all’interno del calcio permette di viverlo con più empatia ed emozione. Da anni, i libri hanno abituato i lettori ad apprezzare diverse sfaccettature di alcune squadre o di specifiche partite, proprio grazie alle informazioni raccolte dagli scrittori all’interno delle loro pagine. Con l’avvento della transmedialità, il consumatore si è abituato a trovare contenuti di questo genere, legati allo sport, con molta più semplicità e su più piattaforme. Netflix propone al pubblico un vasto catalogo di documentari o serie tv legate a questo contesto e, tra questi, uno ha riscosso un particolare successo: “Sunderland ‘til I Die”. Questa produzione, affidata direttamente al famosissimo distributore, pochi giorni fa ha deluso per vie laterali tutti i suoi fan. 

 

 

 Giovane tifoso oramai abituato a ogni tipo di sofferenza.

 

Per chi non la dovesse conoscere, “Sunderland ‘Til I Die” è una docu-serie distribuita da Netflix il 14 dicembre 2018. Dopo dieci stagioni di fila in Premier League, la massima serie calcistica inglese, il Sunderland si ritrova a dover fronteggiare una retrocessione avvenuta dopo un’annata piuttosto disastrosa. Nel corso degli 8 episodi disponibili sarà possibile vedere dall’interno tutte le mosse attuate dalla società per fronteggiare la nuova stagione, che come obiettivo principale ha quello di tornare tra le grandi squadre del Regno Unito. Il nuovo campionato non inizia nel migliore dei modi e i problemi finanziari affliggono la squadra, portando la propria tifoseria a vivere poche gioie, seppur intense, e una serie infinita di dolorose delusioni.

“Sunderland ‘Til I Die” ha un punto di forza che altri prodotti focalizzati sul calcio non sono riusciti a trasmettere: far comprendere allo spettatore a quale punto possa arrivare l’amore da parte di una città intera per la propria squadra. Una passione che spesso può condizionare la vita dei cittadini, caratterizzandola con molteplici malumori o con una positività degna di nota. La produzione apre una finestra su una città in cui stadio e chiesa raccolgono la stessa comunità: fede calcistica e religiosa si intrecciano nello stesso luogo, amplificando la spiritualità attribuita allo sport. 

 

Il momento in cui il Sunderland è tornato in Championship 

 

Tutta la docu-serie si pone un obiettivo fondamentale: far affezionare lo spettatore mostrando tutte le fragilità di una squadra e di una tifoseria follemente innamorata. Ci riesce, ma la delude nel momento in cui il Sunderland perde per 2-1 nella finale dei play-off contro il Charlton, mancando la promozione in Championship. La rosa dello scorso anno è cambiata, ma ha mantenuto alcuni di quei giocatori che hanno fatto sognare il pubblico a casa, come Honeyman o l’instancabile Aiden McGeady. In più, l’acquisto di Will Grigg in questa stagione (quello del coro “Will Grigg’s on fire” per intenderci), come se fosse una mossa di marketing, ha ingrandito quella fetta di persone che hanno scelto il Sunderland come seconda squadra da tifare. Partick Bauer, con un clamoroso errore, regala una speranza estemporanea ai Black Cats, che però tramonta con la rimonta degli avversari completata al ‘94 dopo una partita condotta in modo più aggressivo e propositivo. Lo spettatore si trasferisce dal divano allo Stadium of Light. La delusione dei tifosi del Sunderland, che nonostante la drammatica stagione 2017/2018, avevano rinnovato l’abbonamento con un sorriso incomprensibile, è diventata anche quella dei suoi fan arrivati da Netflix, che per la prima volta hanno compreso e provato in diretta l’illusione e lo psico-dramma che ha coinvolto il club nelle ultime tre stagioni. 

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Riyad Mahrez, l'esile ragazzo di Sarcelles

Nell’estate del 2018, come se fosse una favola, Mahrez arriva finalmente in un top club dopo essere passato per leghe minori e il miracoloso Leicester. Il suo stile di gioco, oggi al servizio di Guardiola, si è forgiato come una spada durante l'adolescenza e il lungo periodo in Inghilterra. Oggi, Riyad è un calciatore maturo e diverso sotto molti aspetti, non solo calcistici, dai suoi futuri compagni. Un fisico esile e un carattere per nulla esorbitante creano un grande contrasto con la maggior parte della rosa dei campioni in carica della Premier League. Il suo passato lo rappresenta anche in questa fase della sua carriera.

 

GRACILE NON VUOL DIRE INADEGUATO

 

Il primo impatto visivo che solitamente si ha di Mahrez riguarda la sua fisicità. In un calcio che sempre di più mette in primo piano giocatori che della propria stazza ne fanno un punto di forza, vedere un'ala di 62 kg fare la differenza è insolito (soprattutto se si pensa al fatto che Messi pesa 10 kg in più di lui). La Premier League è caratterizzata da centrocampisti come Matic, Pogba o Dier, ma la vera forza di Riyad sta nelle giocate palla al piede, dove riesce a colmare questo gap fisico. “L'allenatore mi diceva che negli ultimi 30 metri dovevo uccidere, dovevo essere un killer e infatti, grazie al suo infinito reparto di inventiva, finisce spesso per commettere un “genocidio”.


Triplice omicidio.

 

Il suo stile nel dribbling nasce a Sarcelles, nord periferia di Parigi. Qui passa molto tempo a giocare a calcio con i suoi coetanei nei campetti che però hanno un terreno composto di solo asfalto. Il suo unico modo per migliorarsi quindi è riuscire a perfezionare il controllo del pallone con delle scarpe da ginnastica, tentare delle finte per saltare l'avversario e andare in gol. La palla non può mai uscire e il muro può essere utilizzato come compagno di squadra: un mondo completamente differente dal calcio dei professionisti. “I miei amici facevano da cavie, io li dribblavo e loro mi entravano in tackle sulle caviglie”, come se fosse un allenamento in preparazione del proprio futuro. Il calcio in strada è un fenomeno culturalmente riconosciuto in Francia, dove infatti continuano ad uscire talenti su talenti che visto il loro modo di toccare la palla sembra che ci vivano in costante contatto, come se fossero i protagonisti de il Capitan Tsubasa. Brahimi e Ousmane Dembelè vengono da lì e come lui hanno messo la tecnica in primo piano schivando tutte le criticità riguardanti il proprio fisico. Questo legame con la strada se lo porta ancora dietro: “A volte mi vedi in campo e sembra che io stia giocando per strada”. Dà l'impressione che sul terreno di gioco si muova con l'attitudine di un rapper, tenendo le mani a mezzo busto quando punta l'uomo ed evitando gli avversari andando a ritmo della musica di Jul e Rohff (i suoi artisti preferiti). In realtà è tutt'altro che un personaggio simile, ma quando mette gli scarpini si trasforma in un giocatore raffinato e fatale per gli avversari, un ragazzo che mette da parte il lato più riservato del suo carattere per il bene della squadra.


Riyad a diciassette anni era un ragazzo ancora più esile di oggi, aveva il viso da bambino e un taglio di capelli molto più sobrio.

 

PIU' FATTI, MENO PAROLE

 

A 19 anni lascia i campetti e inizia un percorso nel calcio professionista che in cinque anni lo porta dall'AAS Sarcelles al Quimper, per poi arrivare al Le Havre, una squadra normanna che tutt'ora milita in Ligue 2. Questa è stata la sua ultima squadra francese, quella che lo ha venduto poi al Leicester City dove Ranieri lo ha messo al centro del progetto, facendolo lavorare molto sui suoi limiti. Con le Foxes, Riyad comincia ad essere un giocatore più difficile da marcare, più imprevedibile nei duelli solitari e molto più attivo nelle fasi di non possesso. “Mi ha dato il coraggio di cui avevo bisogno, la fiducia di cui avevo bisogno. Avere qualcuno che ti parla così per me è stato molto importante”. Nel 4-4-2 di Ranieri riesce ad esprimere il suo miglior calcio arrivando anche alla storica vittoria del campionato, che ancora oggi viene ricordata annualmente. Quella stagione gli porta il premio come miglior calciatore dell'anno in Premier League, una base solida per poter iniziare a fare i paragoni con i maggiori campioni di questo sport. Eppure, Mahrez non ha mai dimostrato di sentirsi un giocatore arrivato o superiore a tanti altri: “Non posso essere paragonato a Messi, lui è completamente ad un altro livello. Forse sono un'ispirazione per qualche giovane, ma non mi piace molto parlare di me stesso”, confermando così di essere un ragazzo con i piedi per terra e scegliendo di non abbandonare il Leicester City la stagione dopo. Il suo modo di porsi fuori dal campo è effettivamente quasi l'opposto del suo stile di gioco. Riyad non è una persona eccentrica (e lo dimostra anche lo scarso utilizzo che ha dei social network), ma un ragazzo cauto che non lascia mai dichiarazioni da trash talker. Quando vieni dalla strada e cresci in un quartiere in cui violenza, droga e alto tasso di disoccupazione sono le caratteristiche più rinomate, le persone pensano che tu possa essere il classico bad boy. Niente di più sbagliato. La perdita di una figura di riferimento come il padre, a soli 15 anni, gli ha fatto capire che avrebbe dovuto cominciare a sudare per andare avanti nella vita: voleva diventare un calciatore professionista per onorarlo e per renderlo fiero di lui.

 

IL DELICATO PRESENTE

 

Questa storia, a partire dalla sessione estiva del calciomercato 2018, lo ha portato al Manchester City,

rendendolo il calciatore algerino più pagato della storia. Mahrez si sposerebbe bene con i Citizens perché è un giocatore capace di creare disordini negli ultimi metri di campo, dove il City sa essere incontrollabile.

L’imprevedibilità della squadra è dovuta però anche allo stato di forma in costante crescita di Sanè e Sterling, due giocatori fondamentali nel calcio di posizione di Pep Guardiola. Questo quadro sta progressivamente abbassando il suo minutaggio, trascinandolo in una circostanza in cui l’allenatore non riesce a trovargli un contesto ideale da costruirgli attorno: “Non gioca, è colpa mia. Meriterebbe di più, ma non riesco a trovargli uno spazio”. L’opportunità di compiere il salto di qualità, quello che nelle ultime stagioni ha volutamente evitato più volte, sta portando la sua carriera in una fase molto delicata. Mahrez, a differenza di altri, è un giocatore che dà l’impressione di aver bisogno di giocare, di testare le sue abilità quotidianamente e di assorbire fiducia dall’esterno per rendere meglio in campo. Proprio per questo, il futuro potrebbe portarlo lontano dal presente, in un luogo in cui l’apparente fragilità che lo ha trascinato ad una maturazione come persona e calciatore dovrebbe di nuovo caratterizzare il calciatore che si è fatto tanto amare a Leicester.

L'incredibile storia vera di Ali Dia

Questa settimana ha compiuto 50 anni Will Smith che ha accompagnato gli anni '90 con una serie tv che ha fatto la storia, “Willy, il principe di Bel Air”, con una sigla che suonava così: “Questa è la maxi-storia di come la mia vita è cambiata, capovolta, sottosopra sia finita...”.

In quegli stessi anni un calciatore senegalese avrebbe potuto cantare quelle stesse parole per descrivere come era riuscito a passare dal giocare dai dilettanti alla Premier League in una sola estate.

Ali Dia, questo il suo nome, era arrivato qualche anno prima dal Dakar in Francia per tentare la fortuna nel calcio. Dopo alcuni anni passati a girovagare tra le serie minori francesi, tedesche e finlandesi la sua carriera e i suoi sogni di gloria si erano arenati tra le spiagge di Blyth nel nord dell'Inghilterra, dove giocava per la locale squadra dilettantistica.

Finché un pomeriggio d'estate del 1996 successe l'incredibile: colto da un lampo di genio convinse un suo amico a spacciarsi per l'allora Pallone d'Oro George Weah e a chiamare gli allenatori di Premier League dicendo che Dia era suo cugino, che aveva una buona tecnica e che vantava un glorioso passato al PSG e ben 13 presenze con la maglia della nazionale senegalese, con la speranza che qualcuno gli credesse e gli offrisse una possibilità.

Follia pura, chi mai potrebbe credere a una storia del genere? Certo, allora era più difficile verificare le informazioni senza internet ma il fatto che Weah, liberiano, avesse un cugino senegalese, avrebbe quantomeno dovuto far scattare un campanello d'allarme.

Fu così per Harry Redknapp, allora allenatore del West Ham che non credette minimamente alla storia. Ma Ali non era uno che si arrendeva al primo ostacolo e ci provò di nuovo, stavolta con Graeme Souness, tecnico del Southampton, che incredibilmente si fidò del finto Weah e concesse al nostro eroe un mese di contratto.

I suoi nuovi compagni vedendolo in allenamento avevano intuito che qualcosa non andava, era lento, impacciato, fuori forma, ma l'allenatore, forse per non ammettere di aver fatto un errore di valutazione, gli diede fiducia e il 23 novembre 1996 accadde l'impensabile: Ali Dia, che fino a qualche giorno prima giocava con metalmeccanici e pescatori, fece il suo esordio in Premier League.

La partita era Southampton – Leeds, Dia era in panchina, ma al 32esimo si fece male il centrocampista Matthew Le Tissier e Souness si girò verso la panchina e fece il segno di alzarsi ad Ali che probabilmente era ancora a bocca aperta per lo stupore di trovarsi lì. Entrato in campo fu subito chiaro che non era chi diceva di essere, non riusciva minimamente a reggere quei ritmi, vagava per il campo senza sapere cosa fare, resistette ben 53 minuti, fino a quando l'allenatore ne ebbe abbastanza e lo fece uscire. Non fece neanche in tempo a tornare a casa che il Southampton gli rescisse il contratto e lo rimandò da dove era venuto. Giocò ancora un anno tra i dilettanti prima di ritirarsi dal calcio giocato a 37 anni e di dedicarsi agli studi, si laureò nel 2001 in Business Administration all'Università di Northumbria, a Newcastle.

A ricordo di quella partita restano le parole di Le Tissier, che qualche anno dopo disse in un'intervista: “Correva qua e là sul campo come Bambi sul ghiaccio, fu davvero imbarazzante da vedere”.

Non lo hanno dimenticato nemmeno i giornalisti inglesi: il Times lo ha inserito al primo posto nella lista dei 50 peggiori calciatori, il Sun in quella dei 10 peggiori bidoni e il Daily Mail al quarto posto nella lista dei 50 peggiori attaccanti, e se è quarto lui pensate i primi 3...

Ma a Dia poco importa di tutto questo, del resto lui il suo sogno lo ha realizzato. Contro qualsiasi aspettativa, grazie a un colpo di genio e con un pizzico di fortuna mista a follia, è riuscito nell'impresa di giocare in Premier League, e quei 53 minuti giocati come Bambi sul ghiaccio nessuno potrà mai portarglieli via.

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