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Nessuno parla di Pinamonti

Il tema giovani, dall’avvento di Roberto Mancini alla guida della nazionale italiana, ha avuto un gran risalto. Venendo da una mancata qualificazione al mondiale, il CT ha deciso di attuare una rivoluzione in tal senso. Tra stage, convocazioni per amichevoli, convocazioni per la Nation League, sono stati chiamati molti nomi nuovi e molti giovani. Tra questi, sicuramente, spicca Niccolò Zaniolo, nato nel 1999 e chiamato da Roberto ancor prima di aver fatto l’esordio in campionato con la maglia della Roma. Con lui, Mancini, ci ha visto sicuramente bene visto che il giovane fantasista, nel giro di pochissimo tempo, si è preso la scena sia in campionato sia in Champions League, chapeau Roberto. L’ultimo della lista è Moise Kean, classe 2000. Allegri nella prima metà di stagione non lo coinvolge praticamente mai. Le cose cambiano, però, dall’inizio del 2019 in poi. Il 12 gennaio trova il suo primo gol con la maglia della Juventus e da li non si ferma più. Arrivato a quota 5 reti con il gol segnato nella sfida contro il Milan, ha già raggiunto la convocazione in nazionale, nella quale ha già esultato per ben due volte.

Ma c’è un terzo giovane di cui non si parla, a cui non vengono dedicate prime pagine sui giornali e, nei salotti televisivi, si nomina a malapena. Di chi sto parlando? Di Andrea Pinamonti, classe 1999, stellina del settore giovanile dell’Inter che si è distinto per essere tra i migliori d’Italia negli ultimi anni. Gioca nel Frosinone, con il quale accumula appena 1250 minuti ma che gli sono bastati per diventare il più giovane giocatore di sempre a raggiungere le 5 reti in campionato (record poi battuto proprio da Kean). E i suoi gol non sono affatto banali. Il Frosinone, infatti, non è la Juve che va in rete ogni 45 minuti. Al Frosinone, per segnare un gol, servono 117 minuti. Le reti segnate da Andrea rappresentano quasi il 21% delle totali segnate dalla sua squadra. Parliamo di numeri pazzeschi visto che, delle 21 partite giocate, appena il 40% le ha iniziate da titolare. Però, Pinamonti, sulle prime pagine dei giornali, non ci è mai finito.

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L’Inter è la sua squadra del cuore da sempre, e il suo obiettivo è quello di tornare alla base, ovviamente. Nasce a Cles, Trentino-Alto Adige, in una famiglia interista. Quando fa la terza elementare, e gioca nella Bassa Anaunia, venne notato da Roberto Vicenza, responsabile del progetto “Calcio Valli del Noce”, su segnalazione di Bruno Tommassini, allenatore del ragazzo. Sono 3000 i bambini visionati in questa fase, in tutta Italia. A settembre 2007 arriva la chiamata: Pinamonti deve presentarsi a Milano per una partita di prova. Il sogno di una vita per un tifoso come lui, ma Andrea non sente la pressione e, nel corso del provino, segna 4 reti che convincono i dirigenti dell’Inter a tesserarlo, anche se le regole federali non permettono il tesseramento di Under14 residenti in altre regioni. Così il bambino resta alla Bassa Anaunia per poi passare nel settore giovanile del Chievo nell’attesa di raggiungere l’età richiesta per trasferirsi in nerazzurro, nel 2013.

L’esordio in campionato l’ha vissuto grazie a Stefano Pioli l’8 dicembre 2016, a soli 17 anni, contro lo Sparta Praga in Europa League. Il tecnico parmigiano se ne innamora e non perde mai occasione per sottolineare quanta strada possa fare questo giovane talento: “Pinamonti? È un ragazzo umile e serio, avrà futuro”. Il “The Guardian” lo nomina tra i migliori 50 giovani in Italia paragonandolo al suo mito, Mauro Icardi, ma “con molta più umiltà”. L’esordio in campionato lo farà il 12 febbraio 2017, nella partita Inter-Empoli finita 2-0. Ma, chiuso da Eder e da Icardi, nell’Inter accumula solo cinque presenze. Nel corso del gennaio 2018 stava per accettare la corte del Sassuolo, ma le condizioni fisiche non perfette di Icardi lo hanno convinto a rimanere per altri 6 mesi. Nell’estate, con la cessione di Eder e l’arrivo di un altro giovane talento, Lautaro Martinez, decide di cambiare aria per fare un po’ di esperienza, consigliato dal nuovo procuratore: Mino Raiola.

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I minuti e i gol col Frosinone non gli sono ancora bastati per guadagnarsi la nazionale, ma uno dei fattori preponderanti della breve carriera del giovane attaccante è l’umiltà. Mai una parola fuori posto, subito dopo il quinto gol parlava cosi: “Sono contento, tante volte ero felice ma il risultato di squadra non era bello. Il risultato di squadra va sempre anteposto a quello personale, oggi sono soddisfatto”. Il buon Cesare cantava “in questo mondo di eroi.. nessuno vuole essere Robin”... Se gli eroi sono Zaniolo e Kean, io mi schiero dalla parte di Robin. Con umiltà arriverai in alto e sempre più persone vorranno essere te. Vai Pina!

I dolori del giovane Gigio

Distrutto, sconvolto, addolorato, in lacrime.

No, non stiamo tratteggiando l’immagine di un personaggio di un poeta decadentista, riassumiamo con sconcertato sgomento lo stato d’animo di Gianluigi Donnarumma, in arte Gigio, portiere rossonero di 19 anni, al triplice fischio di Juventus-Milan, finale di Coppa Italia 2017-2018 conclusasi con la roboante vittoria dei bianconeri per 4-0.

Roboante nel punteggio, non certo nella dinamica di una partita ben giocata dalla compagine milanista per 60 minuti, il cui piano partita è crollato per le topiche colossali del suo giovane estremo difensore.

Lavarsene le mani come un novello Ponzio Pilato sarebbe alquanto ingiusto e ingeneroso ma affrontare l’argomento con calma e lucidità risulta esercizio arduo. Un’impresa titanica. A mente fredda la domanda che più semplicemente sgorga dal lavoro delle nostre sinapsi è la seguente: è giusto buttare la croce addosso a Donnarumma? Gigio-Barabba o Gigio-Gesù? Contro tendenza rispetto alle opinioni attuali, la nostra risposta è  no, ma con riserva. Gigio al confine tra martire e ladrone. La nostra metafora apostolico-evangelica ci porta ad introdurre la figura di Giuda, quel Mino Raiola indispensabile chiave di volta per capire il nostro punto di vista.

Si parta dal principio: Gianluigi Donnarumma è un ragazzone di 19 anni che dall’età di 16 fa il portiere professionista in Serie A difendendo da titolare la porta del Milan. All’inizio tutto bello, la tifoseria milanista lo adotta come fosse un figlio da proteggere da qualsiasi intemperie di quel “brutto” mondo chiamato calcio. Un piccolo Gesù tra milioni di Re Magi. Quello che fin da subito stona in questo quadro idilliaco è l’incombente presenza del suo procuratore, più che un premuroso Giuseppe, una sorta di Giuda all’ennesima potenza. “Uno di voi mi tradirà”: nessuno avrebbe potuto pensare, dopo milioni di anni, che il traditore fosse un italo-olandese che parla 7 lingue di cui nessuna perfettamente corretta.

Lo scenario della consumazione del tradimento è il 2017, Anno Domini, nella quale il famoso procuratore olandese fa firmare, dopo un’estenuante tira e molla nella quale il buon Gigio si trova alternativamente nel ruolo di traditore e tradito (badate bene: la tattica è proprio quella), un rinnovo quadriennale a sei milioni di euro all’anno con annesso acquisto del fratello Antonio, che si redimerà più avanti (ma questa è una storia già raccontata). D’improvviso, al giovane Gigio viene revocata l’adozione di tutto il popolo rossonero: “prendi 6 milioni, sei destinato all’orfanotrofio del calcio”. D’improvviso, il fanciullo di Castellammare non viene più visto come un diciottenne imberbe che incarna i sogni di tutti, ma come l’avido profittatore al quale viene imputato ogni spiffero di vento in casa milanista. E siamo a oggi. Le nostre sinapsi hanno partorito un’altra semplice, forse banale, domanda: ma ne vale la pena, caro Gigio? Incassare 30 denari ed essere inviso al popolo che ti aveva innalzato a icona del nuovo corso rossonero? Piangi, caro Gigio. Lacrime amare. Un popolo sanguinante che ti ama oggi ti crocifigge come l’ultimo dei Gesù. Era questo che desideravi?

Il tempo per redimersi c’è. Abbandona il traditore olandese e riscattati moralmente. Perchè, ricordalo caro Gigio, sono i martiri che passano alla storia. Anche se hanno rinunciato a 30 denari.

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