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Con forza cieca di baleno

È il trentesimo minuto di un Roma Juventus come ...
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Edin Dzeko spiegato a un bambino

Le favole di un tempo iniziano sempre nella ...
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De Rossi è (di) tutti

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La lettera di protesta delle calciatrici italiane

Alla vigilia della decisione sulla eventuale ...
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Ripartire

Tornare a parlare di calcio dopo due mesi e mezzo ...

Con forza cieca di baleno

È il trentesimo minuto di un Roma Juventus come tanti altri. È gennaio, ma fa ancora più freddo perché la Roma è sotto di due gol, segnano Demiral e Cristiano Ronaldo. La partita finirà grossomodo così, se non fosse per un gol di Perotti che serve a poco. Ma non è questa la vera storia di quell'incontro, o meglio, non è per questo che entrerà nella storiografia giallorossa.

Siamo al trentesimo, dicevamo, la calamita che ha al piede porta il pallone sul piede di Zaniolo. A rivedere quell'azione sembra esserci una musica in sottofondo e infatti Nicolò inizia a danzare. Potrebbe essere un rito tribale che arriva dall'alba dei tempi oppure un passo elettronico, un piede che batte la terra come nei Carmina Burana o più semplicemente un valzer. Zaniolo come le zingare del deserto, come le balinesi nei giorni di festa, come i dervishes turners che girano sulle spine dorsali. Danza e magia, come quando nasconde il pallone a Cristiano Ronaldo e inizia la corsa, sfrenata. Semina Matuidi, sterza su Pjanic e lo brucia. Si apre una piccola prateria, Zaniolo la percorre a passi techno, poi la musica si ferma. Per i greci il finale tragico doveva portare alla catarsi, alla purificazione. Ma nel finale di quella corsa, pazza e sublime, non c'è redenzione, ci sono solo maledizioni e bestemmie. La musica si ferma e iniziano le lacrime. Il referto parlerà di rottura del crociato.

zaniolo infortunio

Nella mia mente, la cavalcata contro la Juventus iniziava prima della nostra area di rigore e terminava a centrocampo. Lo immaginava la testa, ma lo suggeriva il cuore. Perché mi piaceva pensare che la corsa di Zaniolo era ripartita lì dove si era fermata. E il gol contro la Spal lo doveva dimostrare

Stavolta però come sottofondo non c'è musica, non ci sono lacrime e non ci sono nemmeno urla, visto che si gioca in stadi deserti. Stavolta, a fare da accompagnamento alla nuova cavalcata, c'è solo il silenzio. Zaniolo parte dalla sua trequarti e finisce nella porta degli altri. Zaniolo ne stende uno, ne semina un altro, ne beve un altro ancora, ne inganna due insieme e ne trafigge l'ultimo. Zaniolo stavolta non corre. O perlomeno non sta semplicemente correndo: sta solcando il campo. Sembra un trattore leggerissimo, una 4x4 di mezz'etto, un veemente dio d'una razza d'acciaio che scalpita e freme d'angoscia rodendo il morso con striduli denti. Sembra un giovane puledro, che appena liberato il freno, morde il campo e la palla con muscoli d'acciaio, con forza cieca di baleno. Sembra tante altre cose, ma forse è meglio non dirle.

Zaniolo spal

La corsa sfrenata dura appena dieci secondi, ma sarebbe potuta durare anche un secolo. Avremmo trattenuto il fiato comunque. Prima e dopo, intanto, si era scatenata la giostra di quelli che provavano a buttarti giù, a stenderti con le loro sentenze, visto che in campo non ce fanno. E ti diranno parole rosse come il sangue, nere come la notte. Che è un gol inutile, arrivato al 90esimo di una partita inutile, sul 5 a 1 contro una squadra retrocessa. Ti diranno, dai salotti nobili del calcio, che non sei uomo, che non hai la testa. Lasciali dire che al mondo quelli come te perderanno sempre, perché hai già vinto, lo giuro, perché gli eroi non possono perdere. E gli eroi, si sa, sono tutti giovani e belli. E per me addosso hanno una maglietta con la lupa.

Edin Dzeko spiegato a un bambino

Le favole di un tempo iniziano sempre nella stessa maniera: "C'era una volta, in un paese lontano lontano". Questa però non è una favola, non c'è solo un paese e il protagonista non c'era solo una volta, ma c'è anche adesso. Le favole di un tempo, soprattutto, finiscono sempre con un lieto fine. Questa invece non ce l'ha e non ti racconterò neanche di come io ho paura finisca.
 
Il paese lontano lontano è dall'altra parte del mar Adriatico, i turchi lo avevano chiamato Saray, che voleva dire "palazzo". Da lì è nato il nome che ha oggi: Sarajevo. Il protagonista di questa favola però non viveva in un palazzo reale né tanto meno in un castello. Viveva in una casa di 40 metri quadri insieme ad altre 13 persone. Il suo nome era Edin e a me piace pensare che c'entrasse qualcosa con Eden, il paradiso terrestre.
Edin quel paradiso lo cercava guardando il cielo, visto che sulla terra, sulla sua terra, c'era la guerra. Non sapeva chi stava combattendo e per quale cosa. Sapeva soltanto che ogni giorno piovevano bombe, che facevano saltare in aria palazzi, case, campi da calcio. Mentre guardava il cielo, Edin chiese a suo nonno se fosse solo un sogno e suo nonno gli disse sì: quelle che vedeva non erano granate, non erano missili, erano stelle cadenti e ogni volta che si accendevano si doveva esprimere un desiderio.
 
 
Il desiderio di Edin era quello di giocare a calcio e ben presto si esaudì. Il bambino era diventato un gigante e girava il continente a suon di gol. Andò in Germania e vinse il trofeo più ambito. Andò in Inghilterra e successe la stessa cosa. Il gigante Edin era fortissimo, nessuno poteva fermarlo. Poi arrivò la chiamata dalla città più bella del mondo: Roma. Edin fece le valigie, prese il primo aereo e atterrò vicino al Colosseo. Ad accoglierlo c'erano migliaia di tifosi, cantavano e sventolavano bandiere, si abbracciavano tra loro e abbracciavano il Gigante. Perché? Perché pensavano che finalmente fosse arrivato l'eroe che li avrebbe fatti vincere.
 
Edin aero
 
Era un giorno caldissimo quando il Gigante segnò il suo primo gol, proprio contro la squadra degli acerrimi rivali, i campioni in carica, e a sfidare il Gigante Edin c'era un altro guerriero grandissimo, la chiamavano King Kong. La notte delle stelle di San Lorenzo era passata da dieci giorni, ma il cielo di Roma continuava ad essere solcato da meteore e comete. Edin era abituato a guardarle da quando era piccolo, sapeva come si muovevano, come partivano e come si abbassavano. Sapeva pure che quando toccavano terra esplodevano. A un certo punto ne vide partire una: era altissima e scendeva veloce. Edin la catturò con lo sguardo, sentiva King Kong che lo tratteneva, per non farlo saltare. Ma lui era troppo forte, saltò quasi da fermo, prese quella stella cadente e di testa la fece esplodere in porta. Da quel momento scoprì che certe stelle fanno un rumore strano, il rumore di centomila voci che insieme urlano il tuo nome e quello della tua squadra. Rumore di amore e Roma.
Era successo una sorta di miracolo: una stella cadente era diventato un gol, una bomba che non faceva male, un'esplosione che non portava cenere e fumo ma sciarpette e abbracci.
 
Successe tante altre volte. In un altro paese lontano lontano, in uno stadio che si chiama Stamford Bridge, dove Edin, Gigante tra giganti, sembrava danzare col pallone. Successe contro una squadra color granata, contro una porta piccolissima e con una stella che sembrava proprio non poter entrare. E ogni volta che succedeva Edin correva a prendersi l'esplosione.
 
Edin londra
 
Solo una sera non l'ha fatto. Gli spalti erano vuoti perché il mondo intero stava combattendo un'altra guerra, stavolta contro una malattia che non li faceva uscire di casa e sembrava proprio non finire mai. Sono altre però le cose che non finiscono mai: l'amore, ad esempio, e le stelle. Anche quella sera il Gigante Edin guardava il cielo: la sua squadra stava perdendo e stavolta non c'erano neanche i tifosi a dargli una mano. Doveva fare tutto da solo. Lo fece una prima volta, con una piroetta che sembrava quella di una filastrocca. Lo face una seconda volta, accarezzando la stella quel poco che bastava per mandarla in porta. 2 a 1, la Roma aveva vinto. Di nuovo grazie a lui.
 
Ecco, adesso dovremmo arrivare al finale della favola. Ma un finale vero e proprio ancora non c'è. Hai 5 anni e per fortuna non sai che cos'è una plusvalenza, non sai che vuol dire fair play finanziario e non hai la minima idea di cosa sia un bilancio. Forse non sai nemmeno cos'è uno scudetto, un esonero, un direttore sportivo. Tranquillo, quello strano tra i due sono io che invece conosco alla perfezione ognuno di questi termini. La favola se vuoi la continuiamo a scrivere insieme. Sappi però che a volte gli eroi possono arrivare dal Brasile, possono chiamarsi Re Leone, possono avere gli stessi tuoi occhi e la numero 10 sulle spalle. Quello che conta non è come va a finire. Quello che conta è il modo in cui guardi le stelle. E i desideri che ci metti dentro.
 
"Sii orgoglioso de provà emozioni
davanti a 11 leoni, a volte un po' cojoni.
È raro amore mio, è raro come te..."
 

De Rossi è (di) tutti

Per leggere le ultime pagine di “Daniele De Rossi, o dell’amore reciproco”, il nuovo libro di Daniele Manusia uscito il 4 giugno per 66thand2nd, avevo deciso di mettere il sottofondo musicale giusto. Non potevano scivolare via così, come se nulla fosse, avevano bisogno dell’atmosfera adatta.

Non avevo dubbi: ho aperto YouTube e ho cercato Ennio Morricone. Al momento di schiacciare play, però, ho avuto un momento di esitazione: Gli intoccabili, C’era una volta in America, Giù la testa, avevano risuonato a un altro addio, quello di Totti. Sarebbe stata una mancanza di rispetto. A venirmi in aiuto sono stati direttamente il libro e i due Daniele, l’autore e il calciatore. Manusia infatti si dice sorpreso di aver scoperto, durante il giro di campo in cui De Rossi salutava i suoi tifosi, che una delle sue canzoni preferite era una delle canzoni preferite anche del giocatore della Roma. Si tratta di All my little words dei the Magnetic Fields, che adesso sto ascoltando a ripetizione da quando ho chiuso il libro, un brano che si regge sulla metafora della donna amata come una farfalla, che non si può trattenere ma che deve essere lasciata volare via: “And I could make you fly away / But I could never make you stay”. Ricordo bene che l’estate scorsa, la prima senza De Rossi nella mia squadra, ascoltavo a ripetizione Non potrei mai dei Fast Animals and Slow Kids, una storia d’amore finita, lei che ha un altro e l’innamorato che ripete: “Non potrei mai / Vederti sola con lui / Come può farmi stare? / Di certo non capirai…”.

De Rossi 2

 

Da romanista, prima ancora che da appassionato di calcio, mi sono sempre vantato di provare emozioni e sensazioni che voi altri, voi che non seguite il calcio o che semplicemente tifate per un’altra squadra, non potete provare e non potete neanche capire. “È qualcosa che non puoi capire se non ci sei dentro” dice Colin Firth nel monologo di Febbre a 90, film cult per tutti i malati di calcio. Un pensiero egoistico, forse superbo, sicuramente sbagliato.

Non si parla di tifo e di calcio, nel libro, si parla soprattutto d’amore e il fatto era chiaro sin dal titolo. Era chiaro anche dal saliscendi emotivo che ti dà la sua lettura (durante la quale ho riso, sorriso, pianto, scosso la testa, buttato via il libro, dato un cazzotto al materasso). Daniele Manusia ha il grande merito di spiegare e di far capire a tutti gli altri, cosa abbiamo provato noi privilegiati nel guardare De Rossi giocare per la Roma. 

Privilegiati di cosa? Potrebbero chiedere i più maligni. Cosa ha vinto De Rossi con la Roma? Cosa ha vinto lui, da atleta? Un Mondiale bellissimo, vero, qualche Coppa Italia, che diventa portaombrelli o Champions League a seconda delle stagioni, una Supercoppa Italiana. Il libro tutto questo lo mette in luce, sin dalle prime pagine: “De Rossi, che deve ancora compiere vent’anni e ha giocato solo una decina di partite da professionista, perde già una finale”. Daniele Manusia non ci gira attorno, non fa sconti alla carriera di De Rossi, ai secondi posti, agli scudetti sfumati, ai cartellini rossi, alle gomitate, ai pugni e alle Coppe in faccia, ai 7 a 1. E alcune delle pagine più belle del libro sono proprio quelle dedicate a queste sconfitte, a quei risultati umilianti contro Manchester United, Bayern Monaco e Fiorentina. Partite che ogni tifoso romanista, come dice l’autore del libro, può ricordare a memoria, quasi chiudendo gli occhi, riassaggiando gli “strani presentimenti”. Io di quelle partite, come di quelle più belle, ricordo tutto: il momento in cui spengo la radio, il messaggio di mio zio che prova a consolarmi, il giorno dopo a scuola in una classe di laziali, i viaggi di ritorno a casa in macchina, il divano su cui aspettavo, sicuro, il settimo gol viola. E sembrerà strano, ma non sono ricordi tristi, strazianti. Tra i temi che ho corretto quest’anno, nella scuola media di Roma dove insegno, ce n’era uno in cui si scriveva così: “Il tifoso della Roma è quello che sa rialzarsi, anche dopo i 7 a 1”. Avrei voluto abbracciare quel ragazzino, mettergli 10 e dirgli che è vero, che prima o poi vinceremo, che ci rialzeremo sempre.

De Rossi 3

Le parole di quel tema sono simili a quelle che ha usato De Rossi dopo la più bella serata degli ultimi vent’anni di Roma, quella della rimonta contro il Barcellona: “Noi dobbiamo ringraziare di essere romanisti anche dopo i 7 a 1, anche dopo aver perso in casa contro il Napoli giocando male. Io ringrazio sempre di essere nato romanista”. Il privilegio, insomma, è questo. Il fatto che le parole del capitano di una squadra, della mia squadra, possano essere le stesse di un ragazzino che scrive un tema e parla della Roma. Il fatto che le emozioni che ha provato un calciatore della mia, della nostra squadra siano le stesse mie, nostre emozioni. Ansie, paure, gioie, felicità. Anche le rosicate. “Questa storia parla di reciprocità – scrive Daniele Manusia – di come un calciatore ha potuto rappresentare i propri tifosi fino a una totale immedesimazione. La storia di De Rossi è anche la storia di tutti i tifosi della Roma negli ultimi diciotto anni”.

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Provo per un attimo a lasciare da parte i sentimenti. Il libro, che è bello sin dalla copertina disegnata da Guido Scarabottolo, è inserito nella collana sportiva di 66thand2nd, Vite inattese, che in questi giorni ha visto l’uscita di un’altra piccola perla La squadra che sogna di Giuseppe Pastore, dedicata alla nazionale italiana di pallavolo allenata da Julio Velasco. In “Daniele De Rossi o dell’amore reciproco” non si parla solo di sentimenti forti, di sconfitte e di vittorie, di discese agli inferi e risalite. Si parla di calcio, e Daniele Manusia, da fondatore e direttore de L’Ultimo Uomo, può farlo con una minuzia tattica e una capacità descrittiva unica (il modo in cui racconta alcune azioni riesce a farle tornare a galla e a proiettarle sulla pagina). Si parla di Roma e di Ostia, con delle parti bellissime dedicate ai film di Claudio Caligari. Si parla del De Rossi uomo, di funerali e matrimoni, di barba e capelli, di tatuaggi e libri letti. E l’autore non lo fa con la presunzione di rivelare scoop eclatanti, di raccontare verità nascoste: “Non conosco personalmente Daniele De Rossi. Il mio rapporto con lui è simile a quello che può avere qualsiasi tifoso della Roma. Non ci ho mai parlato per davvero né, come si dice a Roma proprio per rimarcare l’estraneità, ci ho mai cenato insieme”.

De Rossi1

Il senso del libro, anzi il merito, è proprio aver rimarcato questa estraneità, questa diversità che diventa il suo opposto, una lontananza che diventa vicinanza. “Che ci fa sentire uniti anche se siamo lontani / Che ci fa sentire amici anche se non ci conosciamo” canta l’inno della Roma. “Perché siamo differenti / Come due gocce d’acqua” scriveva invece Wislawa Szymborska. E non mi pento, neanche mi vergogno di aver inserito nello stesso articolo, con due frasi attaccate, un premio Nobel per la letteratura e Antonello Venditti. Perché parlano della stessa cosa. Perché la Roma e De Rossi, noi e De Rossi, siamo questa cosa qui.

Ripartire

Tornare a parlare di calcio dopo due mesi e mezzo di tregenda collettiva, umana e sociale, imprigionati tra le forche caudine di un nemico invisibile e subdolo, sembra quasi irreale e pleonastico.

Eppure, eccoci qui. Tra sette giorni si riparte, prima con la Coppa Italia, poi col campionato, infine con le coppe europee, sulle modalità di prosecuzione delle quali regna ancora oggi l’incertezza più assoluta. Come incerto sarà lo stato d’animo di milioni di tifosi nel riapprocciarsi a quello che fino all’11 marzo era centro indiscutibile della nostra passione, il calcio, ed oggi forse visto da molti come orpello fastidioso all’interno di una vicenda che tocca il bene più importante, la vita, rispetto al quale tutto assume contorni più sfocati e lontani. Eppure, siamo ancora qui. The show must go on. Anglicismo forse troppo crudo e pratico, quasi glaciale. Ma lo show deve continuare.

E continuerà, ripartendo, nelle calde serate estive di giugno e luglio, dentro le quali prima della pandemia avremmo tifato l’Italia di Mancini e ci ritroveremo invece a vedere quello che resta di una stagione disgraziata, sconquassata anch’essa da qualcosa che mai avremmo immaginato di vivere. Parlare oggi di valori, di lunghezze delle rose, di calendario rattrappito e quindi per forza di cose congestionato all’inverosimile risulterebbe completamente inutile. Sta per ripartire un “nuovo” campionato dentro un campionato vecchio, che ci aveva lasciato col testa a testa Lazio-Juve per il titolo, i mugugni di Conte, le inquietudini della Roma di Fonseca e del Napoli di Gattuso, la truppa dei giovani virgulti milanisti aggrappati al totem Ibrahimovic. Ma oggi tutto questo non conta più. Non sapremo come andrà a finire, se il caldo inciderà, se le partite assumeranno i contorni di semplici amichevoli estive, se tutto questo avrà ripercussioni profonde sulla prossima stagione.

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Sappiamo però che si ripartirà dentro stadi vuoti e col forte sospetto che si è deciso di ripartire per interessi materiali più stringenti e salvifici rispetto a considerazioni morali che avrebbero dovuto consigliare una sospensione definitiva della stagione. Come dopo una grande guerra, siamo dell’idea che si sarebbe dovuto ripartire a settembre con gli animi forse più leggeri e con la consapevolezza ormai maturata di essere sopravvissuti. Eppure, si riparte. Si riparte per finire ciò che era stato drammaticamente interrotto, si riparte per tornare a dare una parvenza di normalità ad una esistenza ormai segnata dall’utilizzo delle mascherine e dalla fobia verso il prossimo. Distanziamento sociale. Non solo fisico ma anche emozionale. Come in molti altri casi, il calcio viene visto come mezzo per veicolare un senso di rinascita e di speranza, attraverso quello che è considerato lo sport nazionale per eccellenza.

Ci sembrerà strano non poterci abbracciare per un goal, ascoltare il rumore sordo della palla, guardare le isolate esultanze dopo una rete in ottemperanza al rigido protocollo sanitario. Eppure, si riparte. Tra mille dubbi e stranezze, durante notti che sogniamo siano magiche come quelle di Italia 90. Inseguendo un goal o un sogno. O più semplicemente, per ripartire. Per ricominciare. Per tornare a fare quello per cui siamo stati creati. Vivere.

Agostino Di Bartolomei, il Garrone della Roma

Il 30 maggio 1994 Agostino Di Bartolomei si sparava un colpo al cuore. Non alla testa, al cuore. Erano passati dieci anni esatti dalla finale persa dalla sua Roma contro il Liverpool. Fu un caso? Fu una coincidenza? Non lo sappiamo. Non lo sanno i tifosi della Roma, gli appassionati di calcio, i suoi amici. Non lo sa il figlio Luca, che oggi scrive: "‪Viviamo fra dolori anonimi ed indivisi contro cui sbattiamo più o meno cinicamente ogni giorno mentre dovremmo prenderci più cura gli uni delle ferite degli altri.‬ ‪La vita è un cross sporco, sbagliare non è una colpa". 

Per ricordarlo scegliamo le parole di Gianni Mura, in questo articolo pubblicato su La Repubblica il giorno dopo la sua morte. 

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BRAVO E SILENZIOSO, IL GARRONE DELLA ROMA 

ADDIO, capitano. Arriva la notizia e si cerca di capire ed è stupido ma inevitabile avere questa reazione. Forse non c' è niente da capire, come in quella canzone che ti piaceva tanto, a te che non hai mai avuto paura di tirare un calcio di rigore, neanche quella sera col Liverpool. Ti ripenso a fronte bassa e ti chiedo scusa se il mio mestiere è parlare. Meriteresti, capitano, il silenzio che si riserva a chi ha deciso di aprire, da solo, l' ultima porta. E quando ha deciso la spalanca e va di là. Quasi tutti si sparano alla testa, non al cuore, e mi sto chiedendo se non fosse questo il tuo messaggio. Perché è difficile capire, immaginarti sul terrazzo fiorito, il bel paesaggio intorno, con una pistola in mano.

Perché doveva essere immensa la voglia di aprire la porta, e meditata a lungo (sei sempre stato un tipo riflessivo e lontanissimo dai cosiddetti gesti inconsulti) e preferirei non saperne l' origine, per rispetto alla tua storia, alla tua vita, al tuo cuore. I ricordi dei compagni ti disegnano bene. Bruno Conti, uno dei più vicini a te, pur così diverso, ha detto che eri bravissimo a prenderti in spalla i problemi dello spogliatoio e a difenderli davanti al presidente. In effetti, questa era l' immagine tua: bravo ma lento in campo, una specie di capoclasse fuori. Garrone. Mi veniva spontaneo il confronto, anche perché parlavi volentieri dei problemi dei ragazzini, della scuola, della violenza. Facevi proposte, anche: sette-otto anni fa, quella di rendere obbligatorio dalle elementari l' insegnamento della storia dello sport. Dello sport, non solo del calcio, perché capissero qualche valore in più, perché avessero la mentalità giusta. A te le sceneggiate non erano mai piaciute nemmeno in campo. Coltivavi la serietà con attenzione, non diventasse musoneria. Ma niente caciare, niente pacche sulle spalle. E adesso, a pensarci, credo non ti piacesse nemmeno essere chiamato Ago oppure Diba (Di Bartolomei troppo lungo per i titoli, Agostino fuori moda in un calcio di Christian e Gianluca). Agostino Di Bartolomei lo scrivo adesso per esteso e c' è quasi il profumo del pane d' una volta.

Agostino cresciuto sui campetti di Tor Marancia e capitano della Roma scudetto, Agostino che leggeva, cercava sempre di migliorarsi, andava a teatro, e lamentava, lui bravo ma lento, la velocità dei giudizi, la frenesia, la videodipendenza, e rivendicava il diritto alla ponderatezza, alla calma non fredda ma civile, lui adesso s' è sparato al cuore e l' ha ritrovato sul terrazzo il figlio che tornava da scuola, lui aveva già deciso di tirarsi fuori dal mondo, a nemmeno quarant' anni. E' tutto vero e amaro, non è un brutto scherzo, capitano. E quando mai ne hai fatti di scherzi? Impossibile solo immaginarti partecipare a un gavettone, e anche da giovane avevi l' aria da anziano, con una faccia sempre identica, mai modificata con baffi o basette, i capelli neri brillanti con riga sulla sinistra e un colorito scuro, quasi mediorientale.

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Solo tu, negli anni del grande odio, potevi permetterti di dire di aver sempre ammirato lo stile-Juve. Che poi per te era soprattutto continuità di gestione, la stessa di Inter e Milan con Moratti e Rizzoli (quando parlavamo di queste cose, Berlusconi non era ancora entrato nel calcio). Il ciclo della Roma dipendeva da Viola, dicevi, e aggiungevi che per tutto il sud, da Napoli a Bari a Palermo, l' efficienza delle squadre del nord non doveva essere un bersaglio di sfottò ma un obiettivo. Si parlava a casa tua, oltre la Laurentina, che (me l' aspettavo) non sembrava la casa di un calciatore. Molti libri, molti dischi, molti quadri, ricordo quelli dei due figli, firmati da Guttuso. Nemmeno una maglia, una coppa, una fotografia in divisa da calciatore. Dicevi, già allora, che la velocità del gioco era un mito imperfetto, e bisognava tornare a insegnare la tecnica. Avevi seguito Liedholm al Milan, ci eravamo visti qualche volta in ristoranti del Varesotto, si sceglieva una volta per uno e devo dire che ne capivi (me l' aspettavo, tornava nel quadro). E poi avevi aperto una scuola di calcio e ultimamente avevi voglia di rientrare (cosa più difficile, per chi è serio) e probabilmente sotto questo profilo non ti ha giovato l' isolamento a San Marco di Castellabate (un nome più lungo del tuo). Ma lì stava la tua famiglia e lì stavi tu.

Da uomo, da marito, da padre responsabile, con un innato senso del dovere, della dignità, della lealtà. Così ti vedevo e continuerò a vederti, Agostino Di Bartolomei, oltre il buio che hai scelto. Capitani non si nasce. Si diventa e si muore. E adesso silenzio, davvero.

 

da La Repubblica, 31 maggio 1994. 

Forse questo vento che soffia oggi su Roma è solo l'ennesimo scatto bruciante di Joseph, che quando parte lui, beh provate a prenderlo se ci riuscite.” Con queste parole la Liberi Nantes ha salutato Joseph Bouasse Perfection, l’ex calciatore giallorosso scomparso oggi, a soli 21 anni, per un arresto cardiaco.

Sei mesi a Trigoria, all’ordine di Alberto De Rossi, allenatore della Primavera. Lo chiamavano “la ruspa”, per una potenza fisica fuori dal comune. Luciano Spalletti se lo portò con i grandi per qualche allenamento, tra Totti, De Rossi, Nainggolan. Joseph era arrivato in Italia dal Camerun, gli avevano promesso un contratto milionario. Fuggiva dalla povertà, inseguiva un sogno. E proprio di povertà, di sogni ma anche di discriminazione e illusioni abbiamo parlato con Alberto Urbinati, presidente della Liberi Nantes, più che una squadra “un progetto sociale”, attivo a Pietralata, a Roma.

Ecco le sue parole.

Joseph2

Come avete conosciuto Joseph?

È venuto al campo come fanno migliaia di ragazzi, da tredici anni a questa parte. Da quando esiste la Liberi Nantes nelle comunità migranti il nostro nome gira. Così i ragazzi che vogliono a calcio sanno che venendo da noi hanno la possibilità di giocare, di far parte di una squadra, di stare insieme agli altri. Quello che ci ha raccontato Joseph è di essere stato trasportato in Italia da un sedicente procuratore, un presunto talent scout, con la prospettiva che gli si potessero aprire le porte del grande calcio e dei grandi guadagni.

Invece non è andata così.

Arrivato a stazione Termini Joseph è stato abbandonato con una scusa. Si è ritrovato in una città sconosciuta, in un altro continente, da minorenne, senza punti di riferimento. Piano piano si è trovato una sua sistemazione a casa di un amico, grazie al passaparola tra connazionali. È venuto al campo e ci ha detto: “a me piace giocare a pallone.”

con totti

Una volta in campo, qual è stata la vostra impressione?

L’allenatore del tempo, Salvatore Lisciandrello, si è accorto subito che Perfection aveva doti tecniche e fisiche non comuni per un ragazzo di sedici anni. Ha provato a parlarne con qualche talent scout, serio, che potesse fare una valutazione. Tramite questi canali è arrivato alla Roma.

A Trigoria resta sei mesi, poi un prestito al Vicenza, un provino non superato al Livorno e l’approdo da svincolato al Cluj, in Romania. Ultimamente quali erano stati i suoi spostamenti?

Noi della Liberi Nantes ne abbiamo perse le tracce, lui si affacciava sporadicamente qui al campo ma non per giocare, solo per trovare qualche vecchio compagno di squadra. Anche noi abbiamo fatto fatica a seguire la sua carriera. Quello che so lo so dalle informazioni su internet, frequentava la Romania in cerca di un contatto da professionista.

Quanti ragazzi, come Joseph, arrivano in Italia attratti dal miraggio del calcio?

Joseph è stato l’unico, anche perché un progetto come il nostro non è attrattivo: i ragazzi che vogliono giocare a calcio puntano immediatamente ai settori giovanili delle grandi o medie squadre, non di certo a un campo in terra battuta in periferia. Con Joseph è successo perché era disorientato: era un ragazzino di 16 anni, senza punti di riferimento, caso più unico che raro.

LEGGI ANCHE: FUORI CAMPO, INTERVISTA AL COLLETTIVO MELKANAA: "IL CALCIO COME LUOGO FISICO E SIMBOLICO"

Come vi rapportate con ragazzi che hanno sogni, e spesso illusioni, simili?

In 13 anni Joseph è stato l’unico caso che è approdato al professionismo, o per lo meno ci è andato vicino. Noi lo diciamo sempre: se in 13 anni è successo solo una volta si deve abbandonare l’idea che attraverso noi si faccia il salto verso il grande calcio. Questo noi lo diciamo subito, in realtà Liberi Nantes è un progetto sociale che usa il calcio, abbiamo fatto 12 anni fuori classifica proprio perché l’obiettivo è integrare i ragazzi facendo leva sul calcio, facendo leva su qualcosa che li coinvolge e li attrae. Non è un progetto calcistico, noi cerchiamo sempre di smontarli questi sogni: arrivano tutti che sono i “nuovi Messi”, i “nuovi Maradona” ma messi in campo non riescono a fare la differenza neanche in terza categoria. Noi facciamo azione costante in questo: è più importante che impariate la lingua, che seguiate un corso professionale. Liberi Nantes deve essere solo un divertimento.

liberi

Un progetto sociale più che una squadra di calcio, la Liberi Nantes ha trovato difficoltà in questo periodo di emergenza Covid?

Ovviamente sì, abbiamo provato a mantenere i contatti con i ragazzi attraverso Skype, Zoom ma ci siamo accorti di una nuova problematica: l’accesso a internet. Nei centri di accoglienza manca una connessione aperta e sufficientemente larga. Così ci siamo affacciati a un nuovo tema, quello della discriminazione nell’accesso delle risorse digitali. È un tema che sta emergendo in tanti settori, basti pensare alla Didattica a Distanza e che accomuna migranti a tante famiglie italiane che non possono permettersi una connessione dignitosa.

Come avete affrontato il problema?

Lo abbiamo affrontato con la solidarietà, con un gesto piccolo ma significativo: abbiamo portato la connessione gratuita per sei mesi a 4 centri di accoglienza, ora ci sono 230 ragazzi circa che possono avere accesso a internet.

Torniamo a Joseph, qual è il ricordo che conserva di lui?

Quello di un ragazzo assolutamente normale, con tutti i pregi e tutti i difetti dei ragazzi che sentono di avere un grande talento, a volte anche sbruffoncelli ma assolutamente umani, veri. Purtroppo Joseph aveva bisogno di tempo per maturare, probabilmente fra 4 o 5 anni sarebbe stato un ragazzo più pronto, cosciente, consapevole degli atteggiamenti giusti che gli avrebbero permesso magari di fare strada. Purtroppo è arrivato un infarto a portarcelo via prima. E non sapremmo mai come poteva andare a finire…

Joseph

Cosa vedi in questa foto?

Il Decreto dice che non si può uscire di casa se non per motivi di estrema necessità. Lavoro, salute, spesa. Ha ragione. Ma vaglielo a spiegare che alcuni bisogni primari hanno un nome e un cognome. E che altri nemmeno ce l'hanno.

Lo scatto pubblicato oggi dal Corriere della Sera, che raffigura un bambino che gioca a calcio, per strada, è una medicina e un sollievo. Quello che più ci manca, tra le cose di cui potremmo fare più facilmente a meno ("Il calcio è la cosa più importante tra le cose meno importanti" diceva Sacchi), quanto di più romantico possiamo ricollegare alla nostra passione: una strada, una sfera di cuoio, un bambino. Ma come si può spiegare?  

"Oh quanto è corto il dire e come fioco al mio concetto". Il bisogno necessario, la violazione indispensabile, hanno la forma di un pallone e i colori giallorossi. Un lampo di luce tra le tenebre di una città deserta, in quella selva oscura che dir "qual era è cosa dura". Non so a che ora è stata scattata la foto, ma mi immagino che siano le 3. Il bambino è tornato da scuola, o forse ha solo spento il computer. Ha mangiato davanti alla tv, Dragonball è finito e i compiti si possono anche fare più tardi. Ci sono delle priorità.

Sule soglie della città "non odo parole che dici umane". Sono le 3 e in giro non c'è nessuno. Forse è estate, ma il sole che spacca le pietre non può fermare la sua voglia di pallone. Oppure è semplicemente quarantena. Nessun umano in giro, nessuno che possa comprendere con la sua mente mortale quello che accade per strada. C'è il dio della felicità che indossa la maglia di Zaniolo, ma nessuno lo vede. "Non chiederci la parola che squadri da ogni lato" quello che c'è in questa foto. Non esiste.

Criminale. Ha violato la quarantena.

Scriteriato. Gioca sulle rotaie.

Irresponsabile. Dovrebbe stare a casa a studiare.

Addirittura antistorico e antigeografico. Ha la maglietta della Roma ma è a Milano.

Oltre l'attimo, poi, c'è il gesto. Bastava un palleggio, una challenge da postare, una cannonata alla saracinesca chiusa. Bastava un battimuro, qualche colpo di testa. E invece no. Il tacco, il gesto artistico, il barocco e il rococò, il bello a tutti i costi. Anche se di bello, intorno a te, non c'è nulla. Forse uno stop, forse un assist. Magari domani un goal.

Noi rinchiusi dentro casa, davanti a uno schermo e lui, pioniere e astronauta, Ulisse e Cristoforo Colombo, in strada, una maglia della Roma addosso e un pallone tra i piedi. "Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo" (più). Ma quello che vogliamo, invece sì. E se non esistono parole passaci la palla. Te lo spieghiamo in un altro modo.

Vado in Curva Sud, mà

A Daniele De Rossi quando guarda la Roma, la Curva Sud, i suoi tifosi, gli brillano gli occhi. Gli stessi occhi di quel bambino con i capelli biondi, a caschetto, e la maglia Barilla. Gli stessi occhi miei, tuoi, nostri. Lo sapevamo ieri, oggi ne siamo convinti ancora di più.

La domenica del derby Capitan Futuro era allo stadio, insieme a Valerio Mastandrea. Magari era seduto proprio vicino a te. Lo hanno provato video e foto, circolati sui social e diventati subito virali. Trucco, parrucca, naso finto e via a sostenere la sua squadra. "Non escludo che mi vedranno intrufolato sugli spalti con un panino e una birra a tifare i miei amici" aveva detto alla conferenza d'addio. Daniele De Rossi, quando parla della Roma, usa le stesse parole mie, tue, nostre. Di un tifoso qualunque. "Vado in Curva Sud, mà". Cinque parole che, per lo meno per chi scrive, sono un cazzotto emotivo e allo stesso tempo una carezza.

Perchè "vado in Curva Sud, mà" l'ho detto anche io, quando avevo quattordici anni e andavo allo stadio di nascosto. Papà non voleva e non doveva sapere, ma certe cose a mamma non si possono nascondere. Il cellulare senza WhatsApp, la sciarpetta nascosta dentro il motorino, le scuse più assurde. "Com'è stai senza voce?", "Ho preso freddo in giro". Gli anni della tessera del tifoso, dei cori contro Maroni sulle note di Furore, la voglia di stringersi un po'. L'ora e mezza di attesa prima del riscaldamento, birra e chipster per passare il tempo, l'odore acre dei fumogeni annusati per la prima volta.

"Vado in Curva Sud, mà", confessione e rifugio, sincerità e orgoglio. L'extraurbano fino a Piazzale Flaminio, poi il 2 fino a Piazza Mancini. La fila ai tornelli, gli occhi del bambino che guardano gli ultras, i gruppi, gli stendardi, le bandiere, le vetrate scavalcate. Le scalette e il cuore in gola. Le file di seggiolini volate ad ogni gol, gli abbracci agli sconosciuti, ai fratelli. Le lacrime e il sudore, ansia e corde vocali. L'attesa della domenica, le seghe a scuola per andare a prendere i biglietti o finire a Trigoria, i cori imparati a memoria dopo appena due minuti.

"Vado in Curva Sud, mà" e poi, verso le undici, "Sto tornando, mà". Perchè dall'altra parte del telefono, è sempre così, si sta in pensiero. Non solo per lo stadio, per la strada, per gli scontri. Si sta in pensiero soprattutto per la partita. E si soffre davanti a televideo, incollati a Quelli che il calcio o dietro una radio. "Vado in Curva Sud, mà" e magari accanto a mi trovo Daniele De Rossi, con una parrucca e un cappello per non farsi riconoscere. Magari trovo Francesco Totti, a sventolare con un ginocchio a pezzi. Magari trovo Francesco Rocca, zoppo de Roma al pari di Zaniolo, soffrire e piangere insieme a me davanti a una finale persa. Questo è il mio vanto che non potrai mai avere, queste sono le cose che "non puoi capire se non ci sei dentro". Questo è il friccicolio di quando ti arriva il messaggio giusto, quello che aspettavi da un po': "Giovedì tutti allo stadio. Ma non per loro, per noi". Anche, e soprattutto, in momenti così. Queste sono le sensazioni che può capire nessuno. Anzi, una persona sì.

La stessa che ogni volta che esci di casa per vedere la Roma ti dice, sicura, "dai che oggi vince". Anche se non sa la formazione e neanche l'avversario, poteva essere il Cittadella o il Real Madrid. Lei lo sa, oggi vince. E se dovesse andar male, e se dovessi far tardi, e se dovessi tornare a casa incazzato e arrabbiato e deluso e spento, sotto un piatto coperto ad arte, lascia mezza fettina panata avanzata dalla cena. Essere della Roma è anche questo. È quotidianità, è cibo (Gianni Mura paragonava Agostino Di Bartolomei all'odore del pane appena fatto al mattino), è famiglia. E Daniele ce lo ha ricordato in cinque parole. L'altro giorno, in un tema, un ragazzo ha scritto: "Il tifoso romanista è colui che non vince ma ci crede fino in fondo. Penso che le sconfitte più pesanti da sopportare siano state quelle di Manchester, con il Barcellona, con la Fiorentina. Però dopo tutto questo ci siamo saputi rialzare". E lo faremo anche domani, anche quando passeranno gli anni, cambieranno i giocatori e anche i presidenti. Ma noi saremo qua. Con un panino avanzato, sopra gli spalti o dietro a un tavolo.

"Vado in Curva Sud, mà". Mi passa a prende De Rossi.

Baciami ancora

Un bellissimo spreco di tempo, un'impresa impossibile oppure una vittoria per 4 a 1. Un pensiero che sfugge, una luce che sfiora, una fiamma che incendia l'aurora. Una domanda che sorge spontanea: perchè, quando Zaniolo ha baciato la maglia dopo il gol di Firenze, ho esultato più della rete stessa?

Cosa cerco? Cosa voglio? Cosa ho visto? O meglio, cosa mi sono sforzato o illuso di vedere? Serve una psicoanalisi del tifo.

La Roma per me è percezione sensoriale. È il tatto delle mani di chi la tocca, ruvide come quelle di Certaldo, delicate, da nonno, come quelle di Testaccio. È la vista di chi la guarda, con i miei stessi occhi anche se stanno a Buenos Aires. La Roma è brivido che corre sulla schiena, è arteria pulsante. Quando giochi sento che, crescono i brividi dentro di me. È amore. E quindi corpo, contatto, materialità. E gesti. Come il bacio.

zaniolo copertina

Zaniolo bacia la maglia della Roma, nel 4 a 1 contro la Fiorentina

"Dico la verità, recentemente ho baciato la maglia della Roma e voglio farlo ogni volta che segnerò" ha detto Nicolò Zaniolo al Daily Mail. Nessun per sempre, nessuna dichiarazione. Voglio stare con te il più a lungo possibile. Poi che sarà sarà. Che è anche il coro più bello della Curva Sud.

I greci avevano quattro parole per indicare il tempo. La prima era chronos, che si riferiva al tempo sequenziale, cronologico appunto. La seconda era Aion e rimandava al tempo eterno, degli Dei. La terza era eniautos e significava semplicemente 'anno'. La quarta era invece kairos e indicava, propriamente, "un tempo nel mezzo", un tempo supremo e indeterminato nel quale succede qualcosa. "Il battito di ciglia - scrive Simon Critchley in "Cosa pensiamo quando pensiamo al calcio" - l'Augenblick, è la traduzione luterana del concetto di kairos in San Paolo, il momento o l'istante in cui si decide di abbandonarsi all'atto di fede".

La Roma, per me, è questo. È un atto di fede. E Nicolò Zaniolo che bacia la sua maglia è il momento supremo in cui tutto accade. Perché ci sarebbero milioni di ragioni per non crederci, perché lo sanno tutti che andrà via, lo sanno tutti che sarà l'ennesima plusvalenza, lo sanno tutti che non ci sarà mai nessun altro come Totti. Però ci sono anche milioni di ragioni per crederci. L'atto di fede è un qualcosa di irrazionale, di insensato, è la decisione folle, l'incantesimo, l'estasi sobria.

Poi ci sono i numeri, la parte logica, a darti qualche suggerimento che in fondo hai ragione: 6 gol in 22 presenze, quest'anno. L'età, le reti, la nazionale. Ci sono addirittura le foto, che Daniele Manusia ha analizzato per L'Ultimo Uomo.

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Totti e Zaniolo. Fonte: UltimoUomo

Ma allora è tutto vero? È lui il prescelto? L'erede? È lui quello giusto?

Quando Nicolò Zaniolo corre sotto il settore giallorosso all'Artemio Franchi di Firenze, prende la maglia tra le dita e se la porta alla bocca io non mi sono fatto nessuna di queste domande. Mi sono lasciato semplicemente trasportare. Ho esultato come se avesse segnato ancora una volta. Mi sono lasciato baciare. E non aveva nessuna importanza la prossima partita, la prossima stagione o il prossimo mercato. Contava il momento. Perché dopo Francesco e Daniele pensavamo fosse impossibile ma invece ci si può emozionare ancora. Perché come cantava la Curva, "passano gli anni, cambiano i giocatori e anche i presidenti ma noi saremo qua".


"Camminerò insieme a te" il nuovo coro degli ultras della Roma

E allora Nicolò dopo quelli di Roma e di Firenze dammi ancora mille baci, poi cento, poi ancora mille, poi di nuovo cento. Nox est perpetua una dormienda, dobbiamo dormire un'unica notte eterna.

Sogna ragazzo sogna e segna ragazzo segna. Continua a prendere gialli, arpionare palloni, disegnare parabole. Ma soprattutto continua a baciarmi, senza stare a sentire quelli che dicono che non si fa, che è buona educazione, che non serve. Senza stare a sentire Capelli o ex avvelenati. Tu baciami, baciami ancora.

Smalling e Mancini sono i pilastri della Roma

E’ incredibile. La Roma ce l’ha fatta. Ha trovato i suoi perni, i suoi elementi essenziali, quelli che potrebbero addirittura far iniziare un ciclo che, si spera, possa essere vincente. Smalling e Mancini. Due nomi due garanzie. Tra campionato ed Europa League in ben 5 gare in cui si è formata questa coppia ben assortita la Roma ha subito un solo gol e ciò contro il Cagliari, peraltro su rigore. 5 partite sembrano poche per tirare le somme? Verissimo. Ma ricordiamo quanto negli scorsi incontri la presenza di almeno uno dei due giocatori o di entrambi, anche se in questo caso in ruoli diversi, sia pesata nei risultati della squadra giallorossa.

Che, per essere precisi, è quarta in classifica insieme proprio al suindicato Cagliari, avendo 6 punti in più in Serie A rispetto allo scorso anno in tale momento della stagione. Smalling vanta 1080 minuti giocati finora, 10 gare disputate tutte di fila, 2 gol fatti e, rimanendo nei confini italiani, una media voto pari a 6,33 tra le più alte nel nostro campionato finora tra i difensori, dando già da solo una stabilità inedita al reparto arretrato ed essendo in grado di aver al proprio fianco calciatori dal timoroso talento come Cetin o dalla comprovata esperienza sì, ma dalla crisi irreversibile come Fazio. Smalling soprattutto fornisce prestazioni d’eccellenza, è rapido, gioca d’anticipo, leggendo le mosse degli avversari, è bravo in marcatura e rende decenti le prestazioni imbarazzanti dei suoi compagni di reparto, diversi da Mancini è chiaro, anche quando sono palesemente in difficoltà. In base alla Gazzetta dello Sport, dopo aver rifiutato un’offerta iniziale di 12 milioni di euro da parte della Roma, il Manchester United ne pretende 20 per cedere a titolo definitivo il cartellino del giocatore arrivato in prestito oneroso con corrispettivo fisso di 3 milioni, prestito che è rimasto secco e non con diritto o obbligo di riscatto per mancanza di tempo, essendo stato concluso l’affare nella fase finale della sessione estiva di calciomercato appena trascorsa.

L’accordo si dovrebbe trovare a 15 milioni di euro più 3 di bonus con il patto già delineato nella sostanza dalle parti a che il club capitolino versi 3 milioni annui di ingaggio al difensore inglese fino al 2022: si spera che il tutto vada in porto per la gloria dei colori giallorossi. Il buon Mancini invece è già di fatto della Roma che ha saputo brillantemente investire in un talento assai luminoso dal presente e dal futuro assicurato: è arrivato alla Roma nel luglio di quest’anno con un prestito oneroso a 2 milioni di euro da rendere subito all’Atalanta assieme a un obbligo di riscatto pari 13 milioni più 8 di bonus da pagare a fine stagione ai bergamaschi. Il ragazzo ha soli 23 anni, ha fisico, ha carattere, ha piedi d’oro, sa organizzare il gioco facendolo partire da dietro e, dopo le primissime disastrose gare, per carburare per la prima volta in una realtà allo stesso tempo traumatica, ma anche di livello come quella romana, è migliorato accanto a Smalling e, successivamente prima di essere ricollocato al momento opportuno accanto al Saggio inglese proveniente da Greenwich, è stato piazzato dal genio portoghese di Fonseca sulla mediana affianco al prodigioso Veretout per poter esplodere, entrando in una spirale magica alla Desailly per svariate partite decisive per la Roma in ottica Champions.

Certo, in quest’ultima scelta hanno inciso gli infortuni di massa, i dolori trasfiguranti di giocatori caduti in aree verdi di cemento fatte passare per campi di allenamento, i segreti mistici di una chiesa non sconsacrata in tempo per una dimenticanza usata come ripostiglio a Trigoria e sparizioni misteriose di calciatori romanisti inghiottiti nei lazzaretti e nelle cliniche tra la fiorente vegetazione del centro sportivo. Ad ogni modo Mancini è essenziale per la Roma. E la sua posizione naturale deve essere quella vicino a Smalling. Uno deve essere accanto all’altro. Un maestro che corregge l’allievo nei momenti duri e un allievo che rende migliore la prontezza del suo insegnante e più elastico il suo pensare. Separarli ormai diventa complesso. Uno anticipa, l’altro recupera; uno imposta, l’altro difende con più solerzia; entrambi, se si proiettano in avanti sulle palle inattive, costringono gli avversari a mostrare alle tv gli sguardi pietosi e le urla imploranti di chi non sa come diamine deve reagire. Un malinconico addio va a Manolas che abbiamo lasciato il 30 di giugno alla ricerca di trofei e che ora ha trovato al massimo un record di multe e un dubbioso, ma severo sguardo può posarsi su di lui, sul suo Napoli vincente e su alcuni tifosi giallorossi in preda alle isterie collettive per l’assenza di un campione che chiedeva gli aumenti in presenza di 50 gol subiti a stagione dalla difesa da lui diretta nei suoi 5 anni passati a Roma.   

 

 

di Federico Cavallari

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