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Patrick Schick, una spallata alla paura

Da Roma Spal a Roma Spal, da aprile a ottobre, sono passati 425 minuti di Patrick Schick, due sole partite da titolare quest'anno (contro Milan ed Empoli), il resto solo spezzoni anonimi, o quasi. Nel mezzo ci sono solo due gol, entrambi di fila, nel finale della passata stagione, contro i ferraresi e il Chievo. Nel mezzo, però, c'è anche un precampionato fatto di gol e fiamme, di prestazioni importanti, di una forma che finalmente sembrava essere quella giusta. 


Tutta la preparazione svolta con regolarità, il ritiro pieno fatto con la squadra e il mister, i guai muscolari che finalmente sembrano passati. Eppure c'è qualcosa che ancora non va. Il Patrick Schick che scende in campo con la Roma è l'ombra di sé stesso: sfortunato e tenero, gracile, dal contributo praticamente vicino allo zero. 


Il suo score giallorosso è ancora fermo a 3 reti in 32 presenze complessive, al netto del suo costo di cartellino (il più alto nella storia della Roma, 42 milioni) è praticamente 14 milioni a gol, mentre alla Sampdoria, con appena 2 presenze in più, era arrivato a 13 marcature.


Qual è il problema di Schick? Se lo chiedono i tifosi, si interrogano a Trigoria. "Patrick ha avuto un anno meraviglioso nella sua stagione alla Sampdoria senza essere un titolare indiscutibile di quella formazione. Molte volte partiva dalla panchina - spiegava Monchi lo scorso giugno alla rivista The Tactical Sport - Quest’anno, invece, ha avuto un percorso normale. Credo che lo troveremo molto più preparato per l’anno che verrà. È un ragazzo di 21 anni e sappiamo quali sono le sue qualità. Schick è un fuoriclasse e lo dimostrerà".


Parlava di panchina, il ds giallorosso, centrando quello che per molti era il vero nodo della questione. Troppo basso il minutaggio per il giovane ceco, troppo pressante il dualismo con il mostro sacro Edin Dzeko. Eppure la panchina non sembra essere un problema. Prendete la partita di Nations League di sabato scorso, tra Slovacchia e Repubblica Ceca. Schick è ancora in panchina, entra al 73esimo, al posto di quel Michael Krmencik attaccante del Viktoria Plzen battuto dalla Roma in Champions League. Gli bastano appena 3 minuti per beccare il cross di Dockal, anticipare Skriniar, mettere il pallone nel sacco e regalare la vittoria alla sua nazionale.
Basta poco per sbloccarsi. Serve un gol per stracciare freni e paure di un giocatore che quando scende in campo sembra portarsi dietro il fardello del contratto, delle aspettative, delle eredità. Sta a Di Francesco aiutarlo a liberarsi.

E il ciclo che attende la Roma potrebbe forse giocare a suo favore: in un mese i giallorossi dovranno vedersela contro Spal, Napoli, Fiorentina e Sampdoria in campionato, mentre in Champions League saranno impegnati nella doppia sfida contro il CSKA Mosca. Per fare bottino servono tutte le forze possibili, specie quelle ancora non liberate.

Segnatevi il nome: Devid Eugene Bouah

Bisogna dirlo un po’ a bassa voce, senza farsi sentire, per evitare macumbe, cabale e sfortune. La Roma sembra essere uscita, o quasi, dalla maledizione dei terzini. È vero, Rick Karsdorp è ancora l’oggetto misterioso di questa rosa, con un ginocchio non totalmente recuperato e una testa forse già in volo verso l’Olanda, dove potrebbe tornare a gennaio. Ma se Kolarov e Florenzi erano le garanzie dell’anno scorso, quest’anno nella manica di Eusebio Di Francesco ci sono anche un Davide Santon rigenerato e un Luca Pellegrini in rampa di lancio.

Contro l’Empoli è stato il suo grande giorno. Esordio dal primo minuto, a scoprire come il campionato non sia fatto di soli assist e controlli volanti, ma anche, e soprattutto, di sportellate e di rincorse. La parabola di Luca Pellegrini, che approdò a Trigoria da trequartista e da esterno alto, sembra essere la stessa dell’altro nastro nascente delle corsie laterali giallorosse.

Il suo nome è Devid Eugene Bouah, terzino destro già a quota 3 gol in questo avvio dei ragazzi di Alberto De Rossi. Nato il 13 agosto 2001, primo tesserato giallorosso nato dopo il terzo scudetto della Roma a sedersi in panchina con i grandi, è andato a segno sia nella disfatta contro il Sassuolo che nella goleada, 7-1, contro il Milan.

L'immagine può contenere: una o più persone e persone che praticano sport

Padre ivoriano, madre italiana, un fratello più piccolo, Ethan, anche lui in maglia giallorossa. La storia romanista di Bouah inizia, ovviamente, grazie a Bruno Conti, che lo scova all'età di 10 anni alla Lodigiani. Con i Giovanissimi Fascia B di D'Andrea, il ragazzo gioca esterno alto nel tridente e fa vedere subito le sue qualità offensive. Nel 2015 però arriva alla Roma, dalla Vigor Perconti, Mory Bamba, autentico trascinatore della squadra. Bouah si siede in panchina, il minutaggio inizia a scendere.

L'immagine può contenere: 1 persona, primo piano e spazio al chiuso

La svolta arriva con il cambio di ruolo. Negli Under17 di mister Toti e poi nella Primavera, raggiunta con un anno di anticipo, gioca da terzino destro. Sfrontatezza e gamba, dribbling e recuperi. Forte fisicamente e dotato di un'ottima velocità, il sito worldfootballscouting lo paragona al difensore del Liverpool Trent Alexander-Arnold e dopo l'appuntamento, saltato, in terra inglese per gli Europei Under17, mister Nunziata l'ha convocato per i test estivi contro Slovenia e Lettonia.

"Come si raggiunge un traguardo? Senza fretta ma senza sosta" scriveva appena un anno fa Bouah sui social. Quello che ha davanti può essere l'anno decisivo nel suo processo di crescita. In attesa delle nuove convocazioni in prima squadra. Senza fretta, ma senza sosta.

L'ora di Luca

"Gioca Luca Pellegrini, sarà titolare all’esordio. Kolarov non sarà nemmeno tra i convocati, oggi non camminava nemmeno". È stato chiaro e diretto il mister Eusebio Di Francesco in conferenza stampa. Dopo quelle manciate di minuti contro Frosinone e Viktoria Plzen, ma soprattutto dopo un precampionato vissuto con l'acceleratore abbassato, è arrivato il momento del terzino romano.

L'investitura ufficiale era arrivata poco più di una settimana fa, nella sfida contro i ciociari. Pellegrini entra, Kolarov viene spostato in mediana e si confeziona così un gol che è quasi una parabola tra presente e futuro, tra i veterani e le giovani leve. Assist del bambino, cannonata in porta del vecchietto. E delle parole, sussurrate all'orecchio: "Devi giocare sempre".

Stasera toccherà proprio a lui e sarà l'esordio da titolare in Serie A. "Le sensazioni all'esordio non si possono spiegare, sono tante emozioni che ti avvolgono e rivelano la persona che sei. Sono molto, moltissimo felice. So quanto ho lavorato per arrivarci".

Quanto ha lavorato, quanto ha faticato e quanto ha sofferto. Due infortuni letali nel giro di pochi mesi. Il legamento crociato a luglio 2017, 140 giorni ai box, poi al rientro frattura della rotula, per un altro calvario di quattro mesi. Luca Pellegrini non ha mai smesso di lavorare e di crederci. In fondo gli infortuni possono essere anche una fortuna. Fortificano, ti maturano, ti creano possibilità. Come quando giocava nella Tor Tre Teste, con mister Mastropietro. Aveva iniziato con le gare di nuoto, da cui ha preso il fisico piazzato e le spalle larghe, poi il pallone con la Cinecittà Bettini. Quando a Trigoria si sparge la voce di questo ragazzo, Luca Pellegrini gioca trequartista o esterno alto e nell'ultimo campionato ha messo a segno 30 gol. Bruno Conti e Roberto Muzzi organizzano una spedizione per osservarlo da vicino. Quel giorno però mancano molti suoi compagni di squadra, Luca viene spostato terzino sinistro. E crea il panico. I modelli sono Gareth Bale e Paolo Maldini, anche se lui dice di ispirarsi a Marcelo. Con le giovanili della Roma vince due scudetti, Giovanissimi e Allievi Nazionali, unico giallorosso insieme a Mirko Antonucci ad aver vinto due finali così con la stessa maglia.

In Primavera, a dire la verità, non gioca praticamente mai tra infortuni e convocazioni in prima. Ma è il destino dei forti, dei predestinati. Lo stesso che l'ha portato a rifiutare tutte le offerte arrivate da mezza Europa. In origine fu il Reading, poi l'AZ Alkmaar, il Monaco, il Manchester City, il Liverpool e il PSV Eindhoven, la Juventus e la Fiorentina. Luca Pellegrini ha detto sempre di no e, grazie alle manovre del suo procuratore, Raiola, è riuscito a strappare alla Roma un contratto a cifre record: 800.000€ a stagione fino al 2022.

E stasera, ad Empoli, arriva il momento di farsi vedere davvero.

Un Raggio di Luna sul derby

La punizione con cui Kolarov ha squarciato barriera e derby, sabato scorso, è un raggio di luce sparato con una frattura al piede. È un raggio di sole al 71esimo, sessant’anni dopo un Raggio di Luna. Così chiamavano Arne Selmosson, l’unico, fino a sabato, a segnare un gol, con entrambe le maglie, nella stracittadina di Roma.

È stato 3-1 sabato scorso, fu sempre 1-3 quella lontana domenica del 30 novembre 1958. Lo svedese ci mette appena una manciata di minuti per mettere la sua firma alla partita. Così si legge nella cronaca del Corriere dello Sport del giorno dopo: “Dopo alcune discese ben congegnate, la Roma si proietta in avanti ricamando sul terreno una azione spettacolare. Da Costa passa a Selmosson, che si scambia due volte con Ghiggia, in piena velocità: ricevuta di ritorno per la seconda volta la palla dal compagno, "Raggio di luna" stretto al centro, folgora Lovati in uscita con un fortissimo e preciso diagonale. È il 9', la Roma passa in testa”.

Selmosson6

Sinistro tagliente, gol, esultanza in area, un salto a braccia aperte, quasi a mimare un aeroplanino di altri tempi. “Più contento di così non potrei essere ­– dirà sempre al Corriere - per il gol che ho segnato, per la vittoria della squadra".

Era la Roma di Gunnar Nordahl, era la Lazio di Fulvio Bernardini, appena passato ai biancocelesti in un’estate turbolenta e movimentata. La stessa che portò Raggio di Luna in giallorosso. Bengt Arne Selmosson, classe 1931 di Sil, Svezia, giocava nel Joenkoeping e faceva il Vigile del Fuoco. Lo portò in Italia l'Udinese di Dino Bruseschi, negli anni 50. Non altissimo, appena 1.70, ma con quel ciuffo biondo che lo allungava di quanto bastava per sembrare un personaggio mitico, di terre lontane. Beveva solo latte, niente vino, si innamorò delle musiche di Modugno e dei dipinti di Ciliberti. Un secondo posto storico in Friuli, poi tre anni alla Lazio conditi da 30 reti.

Selmosson3

Ma quella del presidente Siliato e del conte Vaselli era una squadra piena di debiti, bisognava cedere e il sacrificato fu proprio l'idolo della folla Selmosson. L'offerta più alta fu quella della Roma di Anacleto Gianni: 135 milioni per portare Raggio di Luna alla Roma. Arrivò in giallorosso da numero 10 della nazionale svedese, sconfitta in finale mondiale dal Brasile di Pelè, in un duello rinnovato nelle amichevoli estive tra Roma e Santos. Nella capitale rimase altri tre anni, dopo altri 30 gol, 3 dei quali sempre al derby. Giusto il tempo di portare a casa la Coppa delle Fiere del '61. Timido, elegante e riservato, aveva imparato in fretta il romano, e “prima che la caciara tra romanisti e laziali mi intronasse del tutto" tornò ad Udine e poi in Svezia, dove morì nel 2002.

Lo scandalo della sua cessione, nell’estate del 58, ispirò addirittura una commedia, firmata Garinei e Giovannini, intitolata "La padrona di Raggio di Luna". Si parlava di una storia d’amore, quello di una presidentessa per un calciatore straniero. Lo stesso amore che di dona solo a chi decide un derby. Specie se da ex, specie se esultando e facendo esultare. Svedese o serbo che sia.

Selmosson8 Fonte Örebro Kuriren per Wikipedia

Filotto italiano in Champions League, in questo secondo turno di fase a gironi. Con le vittorie di Inter e Napoli di mercoledì sera contro PSV Eindhoven e Liverpool, aggiunte ai successi di Juventus e Roma su Young Boys e Viktoria Plzen, si raggiunge un poker tricolore che mancava addirittura da 13 anni. 

Era il 2005, precisamente novembre, quando Juventus, Milan, Udinese e Inter riuscirono a strappare 3 punti rispettivamente a Bruges, Fenerbahce, Panathinaikos e.... Armedia Petrzalka, squadra slovacca nel frattempo fallita e attualmente risalita in Serie B locale, dopo una trafila dalla quinta serie. 

Ecco i tabellini e le formazioni di quelle partite. Per una serata all'insegna della nostalgia e dell'amarcord

 

JUVENTUS BRUGES 1-0

Cattura

 

Panathinaikos - Udinese 1-2

asd

Fenerbahce - Milan 0-4

fener

Inter - Artmedia Petrzalka 4-0

koz

Una persona nuova

Ci sono partite che valgono più dei tre punti e della posta in gioco, più di una vittoria o di un passaggio turno. Ci sono partite che possono segnare una svolta, farti prendere una rivincita, rigenerarti. E questo derby cos’è?

Dimmi, cos’è?

La partita di sabato pomeriggio, due giorni dopo Natale, è una doccia fresca, una pioggia estiva dopo mesi di siccità e di magra, una tramontana che spazza via le nubi più scure. Può essere la partita della rinascita per una Roma forte, ma che ancora non sa di esserlo, rimasta incagliata tra le rimonte di Chievo e gli schiaffi di Bologna. La partita di sabato può essere quella che riconsegna ai suoi tifosi una squadra nuova, nuovi giocatori.

Che ci fai vivere e sentire ancora una persona nuova. 

È una persona nuova Lorenzo Pellegrini, l’eroe di un derby che neanche avrebbe dovuto giocare. Era stato tra i peggiori di questo avvio di campionato, era finito sulla graticola per le prestazioni scialbe delle ultime apparizioni. Guardatelo ora, spavaldo e fiero, astuzia e core, a recuperare e a spaccare. A segnare dando le spalle alla Curva Nord, senza guardarli, nella stessa porta dove Javier Pastore, per ben due volte, aveva segnato allo stesso modo. Colpo di tacco, stile giallorosso. Guardatelo come corre fino al limite dell’area per prendere la punizione del 2-1. Guardatelo come accarezza in testa a Fazio il pallone del 3-1. Lorenzo da Roma est, quarto figlio di Roma a segnare nel derby dopo Francesco, Daniele e Alessandro.

È una persona nuova quell’Aleksandar Kolarov che sbatte in porta la palla velenosa dell’ex. Al minuto settantuno. Un raggio di sole sessant’anni dopo Arne “Raggio di luna” Selmosson, l’unico, fino a ieri, a segnare nel derby con entrambe le maglie. Un novello Mosè, come fu Vucinic, che squarcia acque e barriere. Gente diversa venuta dall’Est, diceva che in fondo era uguale. No, non è uguale neanche per niente.

È una persona nuova Federico Fazio, l’emblema forse di questa Roma incompiuta e incomprensibile. Lento, confuso, in ritardo. Aveva consegnato a Immobile la palla del pari. Sembrava la disfatta, la spazza Fazio. Poi di nuovo la rinascita, la redenzione, sotto forma di una capocciata letale sotto l’incrocio.

È una persona nuova Davide Santon, che non giocava due partite in quattro giorni da anni. L’acquisto più bistrattato, fischiato ancora prima di scendere in campo, bollato già all’aeroporto. Una prestazione da incorniciare, di denti stretti e fitte alla milza. E forse, in fondo, è una persona nuova anche chi ha avuto il coraggio di metterlo in campo. Eusebio Di Francesco ha fatto le sue scelte: ha rinnegato il dogma del 4-3-3 per aprirsi al 4-2-3-1, ha mascherato Pellegrini trequartista, ha messo la difesa a 3 quando c’era da difendere. E ha vinto. Ha vinto la Roma.

E adesso il mister ha un patrimonio da difendere. La squadra forse non è guarita, l’amalgama forse è ancora tutta da trovare. Ma dal derby di questo 29 settembre in cui io non pensavo a te esce fuori una squadra unita, grintosa, decisa. Fatta di uomini e di persone. Nuove.

La mattina del Derby

La mattina del derby sarà sempre uno stato d'animo, un'emozione a parte.

Magari un'emozione da poco, come quella della canzone. Ma intanto è mia, è intima e allo stesso tempo collettiva. È qualcosa che ti porti dentro e ogni volta è uguale. è qualcosa che non sai descrivere se non ci sei dentro come dice Colin Firth in Febbre a 90.

Mi sveglio con ancora in bocca il sapore dell'amaro montenegro della sera prima. Mi sveglio tardi, ovviamente. E ovviamente non ho né le forze né la concentrazione giusta per prepararmi una colazione che si possa anche solo lontanamente definire tale. Infilo la felpa e neanche mi levo la maglia, di Totti, che mi fa da pigiama. Che fuori ci siano 40 gradi all'ombra o i pinguini a -30 io dormo in mutande e con la maglietta di Totti. Non quella da gioco, non sono così blasfemo, ma una grigia, che forse vendevano col Corriere dello Sport o qualcosa di simile, con nome e numero. Basta così poco per dormire comodi.

Scendo silenzioso al bar di sotto, Carletto mi vede e già posa sul bancone il caffè. Oggi non mi stuzzica, non mi prende in giro che mi sono svegliato tardi, sa che è un giorno particolare. Mentre col tovagliolo alzo la vetrina dei cornetti gli faccio: "Oggi è tosta tosta eh Carlè..", "Si, pe loro". Lo zucchero a velo che stava appoggiato sulla pasta a sfoglia al primo morso mi cade tutto addosso mentre con la mano sfoglio il giornale.

La grande chance”, “Derby de paura”. Manolas recupera, Florenzi forse alto, De Rossi ci sarà. E ci sarò pure io, e questo, per me, è quello che conta. La Nord entra in ritardo per protesta, la Sud ha annunciato la coreografia. Mentre mi ripasso in mente le formazioni il cellulare inizia a vibrare. È Luca, che conoscendolo sarà sveglio dalle 7, la notte prima del derby è sempre un po’ complicata. Scrive che mi passa a prendere a mezzogiorno, così facciamo tutto con calma e raggiungiamo gli altri.

Quando il derby si gioca alle 3 è meglio, è un sollievo fisico ed emotivo. Non devi tirare a campare fino alla sera, a galleggiare nell’ansia, a prepararti alla sfida. Fosse per me non si dovrebbero proprio giocare i derby: tre punti a loro, tre punti a noi, uno alla volta, come il turnismo in Spagna, una par condicio calcistica. La mattina del derby scorre così. Tra mani avanti, frasi fatte e pippe mentali. Tra “vincete voi”, grattatio pallorum e formazioni al fantacalcio incastrate apposta. “Ao io metto Milinkovic, così se segna non me la pionderculo troppo”.

Intanto al bar entra Franco, pensionato di ormai 75 anni, un passato al ministero ma soprattutto sulle panchine di mezza terza categoria. Il Messaggero sotto braccio, busta col pane nell'altra. "A Carlo damme il giallorosso". Il barista prepara sul bancone due bicchieri, butta uno pezzetto di arancia in entrambi e poi versa in uno il crodino e nell'altro il campari. Poi sistema una scodella di patatine che, a sentire come (non) scrocchiano, saranno state dei tempi di Annoni, Cappioli e Piacentini. Tutte le domeniche Franco tiene il suo show al bar, dopo le partite: si mette al tavolino centrale, si accavalla le gambe, fine fine, con l’aiuto delle mani, quel tanto che basta per mettere in risalto il calzino che avvolge lo stinco, poi inizia. “Me dovrebbero pagà pe’ parlà de calcio co’ voi, ma che ne sapete dei tempi miei…”. Un appuntamento altro che la Domenica Sportiva. E quando c'è una partita più importante, a Carletto chiede l'aperitivo giallorosso. 

È un rito, e se gli dici che è una scaramanzia si incazza. La superstizione porta sfiga. Mi guarda e fa: "Ma che vai in Curva?" "Si mister, perchè?" "Daje no strillo da parte mia!".

Senza Sabatini siete Monchi

Io sono un etrusco residuale, Pallotta un bostoniano allegro”. Così sentenziò Walter Sabatini, ex direttore sportivo della Roma, durante la conferenza stampa che ne segnava l’addio ai colori giallorossi, il 7 ottobre 2016.

Additando tale dichiarazione come una delle cause principali della rescissione del suo contratto. L’uomo sostituito dalle macchine, l’intuito sacrificato sull’altare delle mere statistiche e dei freddi dati analitici. In una sorta di Terminator 2.0, Walter Sabatini indossa i panni del leader della resistenza, proprio come fece John Connor nell’epica filmografia con Arnold Schwarzenegger. Da quel giorno, spartiacque decisivo nella storia recentissima della Roma, sono passati quasi 2 anni e l’uomo che oggi è di “ausilio” alle macchine (e non viceversa) è Ramon Rodriguez Verdejo, in arte e per gli amici, Monchi. Il direttore sportivo spagnolo, ex Siviglia, si presenta a Roma il 24 aprile 2017 con l’intento, non troppo celato in realtà, di smantellare tutto ciò che di Sabatiniana memoria è presente ancora a Roma: tutto.

Il Re Mida delle plusvalenze, soprannome affibbiatogli in Spagna e proprio per questo ingaggiato da Pallotta (che si sa perfettamente essere più interessato ai conti che alla conta dei trofei), viene visto e accolto dai tifosi giallorossi come una sorta di liberazione rispetto alla opinabile mala gestio firmata Walter Sabatini. “Con Monchi finalmente torneremo a vincere e non si vedranno più quegli strani inciuci coi procuratori”: una cantilena. Un mantra elevato all’ennesima potenza. Forse per quella strana e paradossale voglia di estero, di esaltazione ingiustificata dello straniero, della pochissima affezione al made in italy, Monchi si ritrova col vento in poppa a condurre la sua prima campagna acquisti estiva.

Nonostante il credito generoso riservatogli, Monchi non dimentica il suo scopo, il suo fine: smantellare per raggranellare. Partono Rudiger, Paredes e Salah. Arriva Di Francesco al posto di Spalletti. Dopo aver inseguito per 2 mesi e mezzo Mahrez, vira prepotentemente su Patrick Schick pagandolo 42 milioni di euro, l’acquisto più caro della storia della Roma.

Datemi un pertugio, un buco, una tana e uno spiraglio di luce. Devo riordinare le idee e osservare meditando”. Parole e musica ancora di Walter Sabatini, che deve quindi assistere inerme alla prima rivoluzione dell’era Monchi. I risultati però danno ragione allo spagnolo: terzo posto in campionato e seconda storica semifinale di Champions. Monchi l’inattaccabile. Monchi l’ottavo nano: Gongolo. Ma Walter sa che la ruota gira e i conti torneranno. Estate 2018. Storia recente. Parte chiunque, prima Nainggolan, poi Alisson e. a mercato chiuso, Kevin Strootman, lavatrice olandese strappata al Psv dal buon Walter per 18 milioni di euro nell’estate 2013. Arrivano Cristante, Coric, Kluivert e l’esperto Nzonzi. Pellegrini viene elevato al ruolo di titolare dopo aver trascorso la stagione precedente a fare la spola tra panchina (molta) e campo (poco). La rivoluzione è terminata. Gli unici superstiti dell’era Sabatini sono Manolas e Dzeko, anch’essi però ad un passo dalla cessione nelle sessioni di mercato precedenti (emblematica a tal proposito la situazione del bosniaco, ceduto al Chelsea a gennaio 2017 e rimasto a Roma solo per volere della moglie Amra). Walter, che nel frattempo ha svolto il lavoro di coordinatore sportivo per Suning all’Inter e al Jiangsu ed oggi occupa il ruolo di direttore sportivo della Sampdoria, “ammira” tormentato e fremente le rovine della sua Roma. Ritrova l’appoggio dei tifosi, per i quali ormai Monchi è diventato il “Cassiere di Siviglia”. E se è indiscutibilmente vero che il percorso di Sabatini a Roma si è concluso con zero trofei, è altresì certo che le squadre da lui create hanno sempre ottenuto risultati che la storia della Roma ha vissuto solo per brevi parentesi. Oggi che la squadra vive l’ennesima pre-rivoluzione (Di Franesco in bilico), ci si chiede se forse non era poi così male il buon Walter, con i suoi eccessi, con le sue mille sigarette, col suo lessico aulico e affascinante e, soprattutto, col suo occhio. L’animo umano, le milioni di increspature che lo modellano, la sensibilità che lo pervade, non potrà mai essere sostituita da una macchina. Walter Sabatini è l’ultimo romantico, appartenente ad un modo di fare calcio vecchio ma mai fuori moda, vissuto sul fremito, sull’attimo fugace della giocata di questo o quel calciatore. Carpe Diem. Mi piace pensare, da scrittore disinteressato alle vicende romane, almeno dal punto di vista del tifo, che in futuro ci sarà spazio per un ritorno di Sabatini a Roma e alla Roma. Per chiudere un cerchio. O semplicemente per riprendere un percorso mai dimenticato. Nel frattempo…

Saluti da Rulettemberg!

Nessuno vuole essere Robin

Come mai sei venuta così, stasera, Roma? Brutta, spenta, immobile. Come mai sei venuta così Roma? Bella domanda. Mi piacerebbe dire che sei irriconoscibile, invece ti riconosco benissimo. Riconosco gli occhi di Schick all’ennesimo pallone sciupato, gli sbuffi di Dzeko al nuovo pallone perso, le urla nel deserto di De Rossi, i raptus isterici di Di Francesco.

La Roma che ieri sera ha preso tre sberle dal Real Madrid è una squadra che non riesce a fare nulla. Non corre, non segna, non crea. La Roma che ieri sera ha preso tre gol dal Real Madrid è una squadra che aveva una paura matta di subirne ancora di più.

E ne poteva prendere, visti i 658 passaggi spagnoli contro gli appena 336 romanisti, visti i 30 tiri blancos contro gli appena 4 giallorossi, viste le 8 parate decisive del suo portiere, che ha parato esattamente il doppio di Keylor Navas. E se in una sconfitta per 3-0 il migliore in campo è proprio lui, Robin Olsen, il portiere brocco, quello che giocava col Copenhagen e che, no, non poteva giocare a Roma, qualcosa vorrà dire.

Robin Olsen ieri ha salvato la sua squadra. Su Modric, su Asensio, su Bale. Ieri sera Olsen ha salvato la sua squadra come ha fatto con il Chievo in casa. Poco importa se si trattava di Giaccherini o di Benzema, i supereroi fanno questo. Anche se, ancora prima di arrivare, ti dicono che sei scarso, anche se, ancora, non sai benissimo come uscire e ad ogni pallone verso la porta tiriamo il fiato. Anche se c’è un Batman più bello, più forte, più pagato, ma che adesso sta a Liverpool. Se ti dicessi che non mi manca più Alisson ci crederesti? Robin Olsen non ha i superpoteri, ma ieri ha parato in tutti i modi possibili. Di piede, di mano, di avambraccio, di destro e di sinistro, in uscita alta, in tuffo. Con quei suoi occhi sgranati e scavati, più da vampiro che da paladino della giustizia, che cercavano un alleato, un compagno con cui combattere il male. Non c’era Kolarov, troppo brutto per essere vero, non c’era Fazio, troppo inguardabile per essere lui. C’era invece De Rossi, capitano di sventura, commovente e disperato nelle scivolate, nei recuperi, nei contrasti. C’era Zaniolo e che bello cullarsi, negli ultimi istanti prima delle 21.00, nell’idea che l’avrebbe risolta lui la partita, che l’avrebbe portata per mano lui la squadra, il diciannovenne protagonista contro la squadra più forte del mondo, l’esordio al Bernabeu dopo aver giocato solo con l’Entella.

Ancora a credere alle favole e ai supereroi. Ti sei accorta anche tu, che siamo tutti più soli? Non ci sono più nemmeno i numeri 10 e i rigori non li puoi nemmeno sbagliare perché se non arrivi in area neanche te li fischiano. Dopo ieri sera, dopo la Champions League che ci aveva fatto sognare lo scorso anno, non esistono lieti fine e superpoteri. Ci si aggrappa alla realtà, alla normalità, ai Robin. Anche se nessuno vuole esserlo.

Vacanze da incubo

I ritorni sono sempre traumatici. Specie se dopo una disfatta mondiale, come successo a Fazio e all'Argentina. Specie se dopo una stagione giocata con l'acceleratore abbassato, come quella di Kolarov. Serve tempo a fisici possenti ed età importanti. E i due difensori romanisti hanno saltato, dopo gli impegni russi con le loro nazionali, tutta la prima parte di preparazione, quella di Trigoria, aggregandosi al gruppo solo negli States. "L'Atalanta nel primo tempo ha evidenziato questo ma non ho visto solo loro due poco brillanti - spiega Di Francesco in conferenza stampa proprio rispondendo ad una domanda su Fazio e Kolarov - Neanche Manolas è stato il giocatore che conosciamo ma è normale che chi abbia fatto il mondiale sia in ritardo di preparazione. Siamo solo alla seconda giornata. Sarebbe preoccupante se fossimo già in forma perfetta".

E la tournè non ha certo aiutato. Allenamenti frastagliati, prove importanti contro top club, continui cambi di sede "Può togliere qualcosa - ha risposto il mister - ma noi siamo stati fortunati perché abbiamo lavorato bene. Forse ci è mancata qualche partita in più". Non il posto migliore per riprendere lo smalto giusto e presentarsi all'inizio della stagione tirati a lucido. E le prime due partite ne sono la dimostrazione, drammatica e imbarazzante.

Basta prendere in analisi la prestazione contro l'Atalanta di Federico Fazio, protagonista in negativo in tutti i gol degli orobici. Nel primo, quello del tap-in di Pessina, si limita a guardare il marcatore che resta da solo al centro dell'area per ribadire in rete. Nel secondo, il primo di Rigoni, vede scorrere la palla a pochi metri da lui, senza accennare un minimo tentativo di intercettazione. Nel terzo, si fa portare a spasso ancora dall'argentino ex Zenit, uscendo e rientrando dalla linea, con passo svogliato e in netto ritardo. La condizione negativa del Comandante è ben esemplificata dal dato dei contrasti riusciti. Lo scorso anno la sua media era di 1.6 a partita, il quarto migliore di tutta la rosa, mentre in queste prime due partite è ancora rimasto a 0, statistica incredibile per un giocatore che fa del fisico una delle sue doti migliori. Un dato in calo anche per quanto riguarda Kolarov, terzo lo scorso anno per contrasti, e ad oggi con 1 solo tentativo riuscito nei primi 180'.

Più emblematico è il discorso relativo alla costruzione di gioco. La stagione 2017-18 si era chiusa, per quanto riguarda la trama di passaggi, con un podio fatto da De Rossi (58.5 a partita, 49.5 riusciti), Fazio (58.4, di cui 49.6 riusciti) e Kolarov (56.8 passaggi, 46.1 riusciti). Basandoci sulle partite contro Torino e Atalanta, il numero 16 giallorosso è rimasto al primo posto, con una media di oltre 60 passaggi a partita, mentre sia l'argentino che il serbo sono retrocessi nella graduatoria. Fazio è terzo, con 51 passaggi (di cui solo 4 lunghi riusciti) mentre Kolarov è addirittura sesto, con 41.5 passaggi a partita, la maggior parte dei quali tutti nella metà campo romanista.

Passaggi Kolarov vsAtalanta

Passaggi effettuati da Kolarov nella partita contro l'Atalanta

È inoltre curioso sottolineare come, almeno in questo avvio di stagione, il fulcro del gioco romanista sia passato dalla fascia sinistra, sede della regia distaccata la passata annata, a quella destra, dove Florenzi è in seconda posizione per numero di passaggi effettuati: 83 contro il Torino, meglio addirittura di De Rossi (59) e 64 contro l'Atalanta.

Nella confusa costruzione di gioco, dimostrata soprattutto contro gli uomini di Gasperini, c'è un altro dato poi da tenere d'occhio. Quello delle spazzate. La media dello scorso anno di Fazio era di 4.6 a partita, ad oggi invece è di 7, il più alto tra i romanisti, un vertice raggiunto solo da Elio Capradossi nell'unica partita, contro il Cagliari, lo scorso anno.

Spazzate Fazio vsAtalanta

Spazzate di Fazio contro l'Atalanta

Numeri e statistiche che delineano un avvio difficile, in cui la forma fisica e mentale ancora manca. Arriverà, certamente, ma forse per adesso è meglio cambiare. Per questo Di Francesco potrebbe scegliere Marcano venerdì sera contro il Milan. In attesa che i cardini della sua difesa tornino agli standard della passata stagione.

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