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La lenta crescita di Steven Nzonzi

Innanzitutto il nome: Steven Nzonzi si scrive senza apostrofo. Ed è lui il nome scelto da Monchi per rinforzare la mediana e dimenticare l'affare Malcom. Scelto per la seconda volta, dopo quella del 2015, quando lo portò a Siviglia per 10 milioni dopo 120 partite e 7 gol in Premier League con la maglia dello Stoke City.

Il coronamento di un percorso di crescita lento e tardivo, iniziato tra i campi di Parigi e i centri di formazione federali: "Ciascuno ha il suo percorso, io sono arrivato alla maturità più tardi".

Nato a Colombes il 15 dicembre 1988, madre francese e padre congolese, di Kinshaha, Nzonzi inizia a giocare con il Racing Club de France 92 per poi passare alle giovanili del Paris Saint-Germain, con il mito di Jay Jay Okocha. Qui lo nota Franck Sale, che lo ricorda come "uno spillo", troppo magro, troppo leggero per giocare in campionato, come quello provinciale parigino, "dove c'era tanto agonismo e tanta fisicità e lui non aveva il potenziale atletico per continuare". Franck Sale lo tira "fuori dalla trappola": prende un quattordicenne rachitico, in ritardo di crescita, abbandonato dal PSG, per farlo diventare un calciatore.

Approda al CA Lisieux, dove inizia il nuovo capitolo della sua storia. "Era alto appena 1.50m, era obbligato quindi a giocare d'anticipo, a usare la testa. E se tecnicamente era già molto dotato, aveva invece dei problemi dal punto di vista fisico. Era veramente un profilo atipico" spiega ancora Sale.

Appena un anno dopo si sposta al Caen, dove diventa il rimpianto del suo allenatore Franck Dechaume: "Steven aveva delle potenzialità ma non era un gran lavoratore, mentre lui rimaneva uguale gli altri si staccavano, crescevano e miglioravano. Ci siamo posti allora una domanda, valeva la pena puntare su di lui? Voleva diventare veramente un professionista? Penso che farsi questa domanda sia servito anche a lui". Durante il suo anno a Caen infatti Nzonzi prende 30 cm ma si infortuna regolarmente. "Stava perdendo molto dal punto di vista della motricità - spiega Philippe Tranchant - ma aveva una grande tecnica e tanta intelligenza.  Ci è mancata pazienza con lui". Perchè dopo la stagione al Caen e quella al Beauvais, per Nzonzi arriva l'Amiens, il primo contratto professionistico e la sua definitiva esplosione.d

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I sei anni in Premier League, tra Blackburn Rovers e Stoke City, hanno plasmato il suo fisico longilineo e il suo metodo di gioco sui ritmi inglesi. La Liga spagnola, e soprattutto la mano di Unai Emery, lo ha invece reso polivalente, completo e regolare, rendendo disciplinato il suo senso tattico. Centrocampista box to box, efficace in difesa come in attacco, dove sa far valere i suoi centimetri e la sua botta da fuori.

Per questo Didier Deschamps ha deciso di portarlo in Russia, lasciando a casa il prodigio Rabiot. E' stata la controfigura di N'Golo Kantè, soprattutto nella finale contro la Croazia, quando ha preso il suo posto piazzandosi davanti alla difesa, recuperando palloni e smistandoli prudentemente.

E da campione del mondo è pronto a sbarcare a Roma, dopo 136 presenze e 8 gol con la maglia del Siviglia. I giallorossi hanno offerto 25 milioni alla dirigenza spagnola, forti dell'accordo con calciatore (curiosamente in vacanza a Boston, seconda tappa del tour americano della Roma) e suo entourage. Manca solo la cessione di un altro francese, Gonalons, per andare a dama. E per riabbracciare Monchi per la seconda volta.

Scippi di mezza estate

Sesto comandamento del tifoso: "Finchè non lo vedo all'aeroporto non ci credo". Lo sanno tutti, tutti i tifosi scettici, i San Tommaso, gli esperti del mainagioia applicato. Mai sbilanciarsi, mai farci la bocca, mai crederci veramente. O perlomeno non dirlo ad alta voce. Stavolta è successo veramente e la storia la conoscono ormai tutti. Malcom doveva atterare a Fiumicino alle ore 23.00 di lunedì 23 luglio. Ad aspettarlo c'erano oltre cento tifosi, rimasti soli con Mangiante e con la madre del brasiliano. Dopo una notte insonne, fatta di rilanci, di offerte, di raddoppi, e una mattina di indiscrezioni e di "mi risulta" si è arrivati alla conclusione "più facile da spiegare ma più difficile da capire". Malcom è del Barcellona, abile a soffiarlo alla Roma con 41mln al Bordeaux e 5mln per cinque anni al calciatore.


"Mezz'ora dopo l'accordo trovato - racconta Monchi a RomaTV - mi ha chiamato il presidente del Bordeaux per dirmi che per loro sarebbe stato meglio fare un comunicato ufficiale parlando di un accordo. Gli ho detto che per noi questo non era molto buono, abbiamo il problema di essere in borsa. Hanno insistito e hanno fatto un tweet annunciando un accordo. Siamo stati costretti a fare la stessa comunicazione. Dopodiché tutto era chiuso. Un'ora dopo circa, ha cominciato a girare la voce dell'interesse del Barcellona".

E nel calciomercato ai tempi dei social alcuni passaggi non restano inosservati. Tutto viene a galla, tutto diventa notizia. Foto, condivisioni, mi piace. Come quello del neo-viola Gerson alla foto di Malcom con la maglia blaugrana. Quasi un dejavu, un flash back brasiliano che ci riporta all'estate del 2015.


E' il 5 agosto 2015 quando a Barcellona pranzano insieme Sabatini, Baldissoni, Zecca e Braida, allora DS dei blaugrana. Sul tavolo c'è il futuro del promettente trequartista classe 1997 della Fluminense. Era roba del Barça, con tanto di accordo con club e procuratore. Poi si è inserita la Roma, con una pazza manovra alla Sabatini: 18mln e percentuali di futura rivendita alla squadra, un anno ancora in Brasile per Gerson e diritto di prelazione futura per gli spagnoli. Con la leggenda della clausola Pallone d'Oro.

Ma gli intrecci di questi scippi di mezza estate non finiscono qui. Se Malcom sarebbe dovuto sbarcare a Roma il 23 luglio, quello stesso giorno, quattro anni prima, i giallorossi soffiavano un altro giocatore ad un'altra squadra. Stavolta più vicina. E' il 2014 quando sempre Walter Sabatini riesce a stravolgere una trattativa che sembrava chiusa con la Lazio e a portare Davide Astori alla corte di Garcia. Scriveva il Messaggero: "Tre ceffoni uno dietro l’altro. Il primo lo rifila il Cagliari, rifiutando la proposta di Lotito, il secondo Astori che, nonostante abbia dato la parola alla Lazio da settimane, prende e firma il rinnovo contrattuale con i sardi. Il terzo ceffone, però, è quello che fa più male. Quello che si sente di più e si sentirà per mesi, come se fosse una stracittadina persa nel modo peggiore, visto che i cugini lo stanno sfilando di mano a Lotito, più concentrato a scrivere comunicati che agire come dovrebbe, senza che il patron faccia nulla, e anche con un sorrido beffardo. Un derby di mercato che lascerà sicuramente il segno. Altro che 26 maggio."

E Monchi, con Malcom, aveva provato a fare lo stesso. Proprio il giorno prima delle visite mediche programmate con l'Everton, il ds spagnolo si è inserito con un'offerta migliore, sia per il Bordeaux che per il calciatore. Una manovra perfetta, ma non definitiva. Ma non si tratta di rosicate, di sfregi o di dispetti. E' soltanto il calciomercato, bellezza.

C'è vita oltre le plusvalenze

Non c’è stato neanche il tempo di rimpiangere il campionato o guardare con malinconia l'inizio dei Mondiali in Russia. Il calciomercato della Roma è iniziato come mai prima d'ora. Tre acquisti, praticamente quattro, nella prima metà di giugno. Una partenza sprint che porta, questa volta in maniera forte e decisa, la firma di Ramon Monchi.

Trattative intavolate in inverno, concretizzate in primavera e ufficializzate quando ancora non è estate. Tutti i reparti sono stati toccati: Marcano in difesa, Coric e Cristante a centrocampo, quasi fatta per Kluivert jr in attacco. Al netto delle prossime, sicure, uscite. C'è sicuramente uno Skorupski da sostituire, Meret e Sportiello i nomi caldi ma occhio alle piste estere, e poi chissà.

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Perchè la questione, per molti, di questo avvio intenso del calciomercato giallorosso è proprio quella relativa alle cessioni. La minaccia dell'eterna rivoluzione, la spada di Damocle di bilanci e fair play finanziario. I nomi caldi, inutile dirlo, sono quelli di Alisson, Strootman, Pellegrini e Nainggolan.

Si è soffermato su questo aspetto, in settimana, Fabrizio Bocca, sul suo Bloooog! su Repubblica, parlando non solo delle cessioni, per ora solo supposte, della Roma, ma soprattutto sulla sua logica di comprare giovani, a poco, per rivenderli, a tanto. "Il calciomercato - scrive Bocca - da sogno o strumento strettamente tecnico si è trasformato in fonte di finanziamento diretto o indiretto. Fino a formare un substrato indispensabile per i club, ma anche fortemente instabile e aleatorio". La Roma americana è il classico esempio della filosofia della plusvalenza. Walter Sabatini è stato il mago di tutto questo, con un biglietto da visita che "non è: ho vinto tot scudetto, ma ho fatto guadagnare alla società tot milioni". Sacrificati sull'altare del bilancio non ci sono solo i nomi di Salah, Benatia, Pjanic, Marquinhos, Lamela e altri, ci sono, scrive sempre Bocca, titoli e vittorie. Gli acquisti di Coric, Cristante e probabilmente Kluivert jr, acquistano quindi spessore solo in ottica di futura cessione, tralasciando l'apporto che possono dare subito alla squadra.

Fortunatamente per la Roma, però, il biglietto da visita di Monchi non è solo quello dei milioni. La sua è una storia di vittorie, di trofei nazionali ed europei, di progettazioni tecniche durature.

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La linea guida di Monchi è portare forze fresche ad una squadra che troppe volte, in quest'ultima stagione, è sembrata essere priva di luce. Le vittorie con Barcellona e Shaktar, la semifinale di Champions League e il terzo posto raggiunto in campionato non devono far dimenticare quei mesi bui, tra l'inverno e l'autunno, in cui niente girava come doveva. Partite spente, pareggi inutili, prestazioni assenti. Le problematiche evidenziate erano un centrocampo che non creava e un attacco che non segnava. I giocatori finiti sulla graticola furono proprio gli spenti Strootman e Nainggolan, i troppo altalenanti Perotti ed El Shaarawy, gli inadatti Bruno Peres e Defrel. Tutti giocatori pronti, oggi, a salutare. Al loro posto diamanti grezzi e talenti giovani di cui abbiamo già imparato tutto un nuovo lessico: mettere a bilancio, ammortizzare, creare un utile, frazionare l’onere e spalmare l’ingaggio. Giocatori funzionali, le cui caratteristiche si sposano con le prerogative tattiche di Di Francesco. Tutti novelli Under che magari non vedranno nella Roma solo una tappa della loro carriera, ma per conquistarsi il futuro dovranno prima lottare per il presente.

Intanto Alisson, dall'ultima amichevole del Brasile prima dei mondiali, lancia qualche segnale: "Spero si risolva tutto prima dell'inizio del torneo, ho lasciato tutto nelle mani del mio procuratore, che sta lavorando in accordo e con il massimo rispetto per la società". La valutazione che fa la Roma è di 80-90 milioni. Anche perchè, visti gli ultimi ricavi, a Trigoria non c'è esigenza di vendere. L'unica esigenza è quella di rafforzare la squadra.

Menti razionali

No, stavolta no. Troppo forte il Liverpool, troppo in forma Salah. Stavolta no, non ci credo. Non ci perdo neanche tempo. Troppi 5 gol subiti, troppo audace anche solo sfiorare con il pensiero il secondo miracolo in un mese.
Se per la partita d'andata Tonino Cagnucci, su Il Romanista, aveva scritto che la sensazione prima della gara di Anfield era quella di una primavera, ora sembra quella di un nuovo autunno. Fa un po' freddo stamattina, giorno d'attesa, di calcoli, di piumoni tirati di nuovo fuori e di giacchetti ancora non pronti per rientrare in armadio. E i sogni invece? Li avete già messi apposto? Chiusi in un angolo, dopo i gol di Firmino e Manè.
Dove siete, cuori resilienti? Avete ceduto il posto ad algoritmi spietati, calcoli inutili, statistiche spente. La matematica non sarà mai il mio mestiere. E stavolta è meglio non farci neanche la bocca, meglio non crederci. Per non rimanere scottati e delusi, per non cadere anche questa volta da questa cavolo di stella. Le menti algebriche, vendute al dio della ragione, del numero, fanno a gara per tenersi lontane dall'utopia. La Roma non ha mai subito gol in casa, il Liverpool non ha mai perso in Champions League, Salah ha una media di 1 gol fatto a partita, Alisson ha una percentuale di parate riuscite del 79,82%. C'è un'anima dentro questi numeri? C'è vita dietro queste cifre?
Le menti razionali non si lasciano ingannare dalla retorica. Le mura di Trigoria tappezzate di frasi innocenti e battagliere. Di Francesco che manda a casa chi non ci crede. La Curva Sud che chiama a raccolta cuori e polmoni. Monchi che dice "Mercoledì giochiamo tutti, ogni nonno, ogni padre, ogni figlio, ogni nipote", che dice "mettete i colori della Roma sui vostri balconi". Che a me sembrava un sacco come "mettete dei fiori nei vostri cannoni".
Ma basta con la retorica, con le lagne, con le litanie sentimentali. Basta con la poesia. Serve il secondo miracolo in nemmeno un mese e per i seguaci del mainagioismo spietato sarebbe veramente troppo.
A volta capita però che le menti matematiche facciano il loro mestiere: calcolano. Basta un 3-0, magari un 5-1, forse un 5-2. Giorni di numeri e grafici cartesiani, giorni di messaggi: "Ao, ma con il 4-1 passiamo noi?". Non siamo mai stati forti con i numeri, con i numeri non ci sappiamo proprio che fare.
E allora sotto questa maschera che ci siamo messi, di duri, di forti, di matematici, c'è qualcosa che ancora batte. Sotto i se, sotto i ma e pure sotto i "magari con Perotti". In un angolo di cuore, senza bidoni nè immondizia, c'è uno straccio di luce. Una briciola ancora da mangiare. Anche se tutto intorno ti dice di non crederci, anzi se sei te il primo a ricordartelo, anche se ti hanno detto parole nere come la notte e rosse come il sangue. Anzi, rosse come il Liverpool. Rosse come la scritta "C'mon Reds" appesa dagli Irriducibili a Formello. Anche se tutto ti dice di non crederci, te lo fai, perchè la ragione non sta sempre col più forte. Perchè sognare, a volte, è l'unica cosa che merita di essere fatta.
E mentre scrivo il cielo sembra inglese ma il caldo è comunque romano e ti lasci trasportare da segnali di qualsiasi tipo. Cerchi di leggere come gli aruspici in quello che ti circonda. Al diavolo i numeri, se apri per caso un dizionario e dentro vedi la scritta "masturb BATI" con il disegno della maglia del Re Leone non sarà un caso. Se al bagno del corridoio di storia, in facoltà, trovi l'adesivo "La Roma è forte e vincerà" non sarà una casualità. Se sul treno le tre signore distinte ed attempate che ti siedono accanto parlano di quanto sia quotato il 3-0, a te non frega niente che siano le sei di mattina e non ti abbiano fatto chiudere occhio. Se sulla macchina parcheggiata di fronte alla tua c'è la scritta "Salah vaffanculo" non è colpa della sabbia che è piovuta. E' un segno. Anzi, un sogno.
Abbasso l'illuminismo, la matematica, la testa. Abbasso il realismo e i suoi derivati. Abbasso i numeri, le cifre, la fredda ragione. Viva il suo sonno, anche se genera mostri. Viva il cuore, i creduloni, la fantasia, Viva i sogni. Perchè è proprio quando non ti resta nulla che sognare diventa fondamentale. Anche se vedi mostri, che oggi hanno hanno le sembianze di tre cavallette impazzite in maglia red. Fino alle 20.45 non sarà un incubo. Sarà un sogno. E poi, che sarà sarà. 
 

Vedere attraverso la lente dell’ironia quel che c’è...o speriamo ci sia!

Passino le analisi tattiche volte a perorare una determinata causa: lo sguardo critico rimane fondamentale per una esistenza che tenga lontani gli spettri dell’abitudine e gli altrettanto accomodanti schemi mentali prestabiliti.

Esempio (seguitemi): agli inizi del liceo (periodo non ben specificato tra Pleistocene e Triassico), ero in fissa con i Paramore, grazie ad una( ai tempi) cara amica con cui (ovviamente) ho perso i contatti. Il gruppo emo-punk-rock, capitanato dalla tuttora-donna-che-sognerò-sempre Hayley Williams, mi conquistava per la estensione vocale della front-man, i testi da un pessimismo sconfinato (la situazione dell’Udinese è NULLA, al confronto) e le chitarre mal suonate, ma che smuovevano le orecchie ed il cuore del piccolo autore adolescente.
Acquistai addirittura (primo e “forse” solo nel mio paese), all’unico negozio di dischi della cittadina, il loro terzo album appena uscito, ormai nove anni or sono.
Bene. Avete per caso ascoltato il loro ultimo prodotto musicale, uscito l’anno scorso? Io no, fino a pochi minuti fa: intenzionato a gettarmi sul divano e riflettere sulla brevità della vita ed i cambi di direzione (Suso chi?), ho cambiato idea, purtroppo per voi aggiungerei, ed ho cercato di rapportare quello che era giunto alle mie orecchie, quasi non accettabile dalla realtà in cui credo di vegetare, con le partite che incombono.
Cosa mi spiazza totalmente nella dimensione pallonara coeva italiana?

Partiamo dal primo anticipo: Under non titolare.
Impazzisco per il giocatore che, in uno degli svariati gruppi dei fantacalci a cui partecipo, ho ribattezzato da subito La Luce : pieno di (troppa) voglia di fare, egoista quanto basta per non inveirci contro dal primo minuto in cui mette piede in campo, Cencio (così ribattezzato affettuosamente dai romanisti sparsi per il mondo) è un must-see per la capacità di attirare il pallone a sé e dipingere calcio. Che sia un controllo orientato, un taglio dalla parte destra del campo verso il cuore dell’area, un tiro a giro dai 23 metri, vedergli preferito Schick in una posizione innaturale (per contrastare la fisicità del Chievo e far entrare il mago turco a difensori spompati) mi fa apparire un sabato di fine Aprile un po’ più spento, se non fosse che mangerò una pizza stasera (sono del partito: Pizza Panacea di qualunque Male; se volete, il PPM cerca nuovi membri).

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Una margherita davanti Inter-Juve: cosa potrebbe sconcertarmi, gol di Candreva a parte? Probabilmente mi concentrerò su come Perisic affronterà la doppia sfida Cuadrado-Barzagli sulla sua corsia: l’impeto del croato verrà contenuto dall’ex miglior marcatore (nel senso difensivo del termine) del campionato, tirato a lustro proprio per la partita più importante della stagione bianconera, e da una freccia colombiana pronta a pressare “forte” su di lui?
Spalletti adotterà la contromisura Cancelo a sinistra, con D’ambrosio a destra, per togliere pressione al buon Ivan? Inter-Juve sarà una partita di “fascia alta”: poco ma sicuro.

Spostiamoci, con questa terribile freddura, alla domenica. Mentre le prime considerazioni sul portare o meno la crema solare in spiaggia e sullo status sociale che deriva da tale scelta si affolleranno nella nostra mente, ventidue eroi avranno un compito non semplice: sopravvivere non solo in chiave sportiva, lottando per la salvezza, ma anche fisiologica, affrontando un mezzogiorno assolato in quel di Crotone. La temperatura non dovrebbe essere altissima (22°, per chi fosse interessato ad una scampagnata nel cuore della Calabria), ma tutto sta nella percezione: percezione aumentata in ogni senso per Matteo Politano, dal fiuto del gol ai movimenti, ovunque dentro al campo (non possiedo una heat-map dei suoi palloni giocati attualmente, ma la immagino con sopra scritto: “The floor is lava”). Il giocatore, vera scheggia impazzita di questo finale di campionato, è il cavallo di Troia di una partita che potrebbe avere le stigmate della noia e della paura, dal primo al 95’ minuto.

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“Non dar retta ai tuoi occhi e non credere a quello che vedi. Gli occhi vedono solo ciò che è limitato. Guarda col tuo intelletto e scopri quello che conosci già; allora imparerai come si vola.”
Con il soprannome nato da un fraintendimento, parlare di Jonathan Livingston ed il ga[m/b]biano Barrow è troppo facile, eppure il ragazzo sembra avere le carte in regola per esplodere da prima punta, con tiro da fuori, discreta progressione, rapidità nel breve e capacità di mettere i compagni in condizione di segnare (assist per Freuler settimana scorsa). Se dico che l’ultimo giocatore con maglia nerazzurra così completo potenzialmente in Italia ora milita nel Nizza, sarà stato un colpo di sole?

Di sicuro L’Udinese, piegata da due mesi a questa parte sulle ginocchia, non vuol subire un ennesimo colpo della strega nel Sannio ; la squadra giallorossa, con una ritrovata leggerezza derivante dalla matematica retrocessione, può affrontare la partita a viso aperto e con un solo scopo: proseguire negli sviluppi del laboratorio de zerbiano.
Cosa farebbe cascare dalla sedia? Qualche filtrante di Sandro dopo aver strappato palla al Fofana di turno. L’ex Tottenham deve rimanere in serie A: per la petizione, ci organizzeremo.

Ennesimo ex dalla ottima tecnica ripudiato contro il Milan: parliamo di Andrea Poli, pronto a riempire di estro il pomeriggio bolognese...ehm...
Intendevo Simone Verdi, scusate. Un lapsus.
Cristante, Saponara, Verdi: tre piccole spine nella rosa che un tempo fu rossonera.
Sembra che il toto-attaccante ci riservi Cutrone (scelta più saggia) dal primo minuto.
Fattore sorpresa: Calhanoglu che segna su punizione (è scoccata l’ora? Lo pensiamo tutti, eppure...).

A Marassi va in scena la corsa disperata all’Europa minore: Giampaolo mette in vetrina probabilmente Andersen (prossima plusvalenza superiore ai  15 milioni) e Kownacki (unica punta rimasta al fantacalcio da contendersi durante la parca asta di riparazione).
Quel che mi preoccupa? Pavoletti che segna di piede (non in rovesciata) è fin troppo scontata come risposta, perciò dirò Torreira che dilapida più di 4 palloni.

Il Verona dei falsi nueve ospita la SPAL in un’altra partita che definire tesa coinciderebbe con un eufemismo: il peggior calcio della A tra le neopromesse contro il più convincente e che si è adattato con risultati importanti alla categoria.
Grassi sta ritornando ai livelli di un tempo, quando il Napoli lo designò unico acquisto per la campagna scudetto 2016: Sarri dà, Sarri toglie.

Pomeriggio rovente a Firenze; il verbo scansare è stato adoperato più del foriestiero “top” tra i quattordicenni, perciò mi auguro non abbia nulla a che vedere con la partita delle 18:00, riferendomi maggiormente ai commenti  esterni al match rispetto a quel che si verificherà sul prato verde, vista la fallacia del ragionamento alla base.
Come reagirà la Fiorentina alla prospettiva di dover contendere il possesso palla alla squadra dalla percentuale più alta in questo fondamentale di tutta la A?
Tanto passerà dalla linea Veretout-Saponara e quanto quest’ultimo riesca ad isolare, con il suo intuito, Chiesa contro i terzini napoletani. Anche perché Simeone che regge l’impatto contro Koulibaly (ciò non implica che non possa rubargli il tempo, vero tallone d’Achille del gigante napoletano) equivale al sottoscritto che resiste per più di un mese alla palestra.

Ljajic, Luis Alberto, Immobile, Iago Falque: la serata pirotecnica a Torino è pronta. Noi? Staremo con la testa al lunedì poco invitante? Alla sveglia preferirei il canto di un Gallo ritrovato, ma credo proprio che dovrò aspettare una ritrovata forma fisica del nativo di Calcinate.

Questo è quanto: vado a riascoltare il disco (tra l’altro, è un synth-pop interessante) ed accettare il presente!
Lieto calcio a voi.

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Lascia che ti rammenti che la vita è un viaggio fine a sé stesso. La vita è un pellegrinaggio verso il nulla, da nessun luogo a nessun luogo.  E in mezzo a questi due non-luoghi esiste il qui-e-ora.
-The Book Of Wisdom


Con il campionato che volge al termine ed un Mondiale da noi atteso nella particolare veste di spettatori non coinvolti (giova ricordarlo soltanto per non soffrire di più il giorno della cerimonia di inizio della competizione russa), gli occhi sul mercato, spauracchio di allenatori nel lungo Gennaio di questo anno, aumentano esponenzialmente di numero: la globalizzazione, con la condivisione costante di notizie ed i simulatori videoludici ad hoc, ha condotto anche i tifosi a parlare maggiormente di tattica ed acquisti, suscitando a volte la sensazione che la serie A sia quasi un riempitivo tra una sessione e l’altra di trasferimenti.
Se in passato un giocatore poteva rappresentare “un buon innesto”, adesso lo sguardo si sofferma su quanto un nuovo tesserato sia stato pagato, la durata del suo contratto ed in secondo luogo la bontà dell’operazione al netto della “vil pecunia” addotta.

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Basta però con le chiacchiere di un passato mitizzato (fondato sulla presenza di svariate gazzette dimenticate sulla sdraio al lido) e focalizziamoci sul cuore dell’argomento.
De Rossi è il mio idolo”; "Il mio futuro? Fa piacere leggere il proprio nome accostato a grandi club, ma sono già in una big con un progetto ambizioso, mi godo questo e cerco di fare il meglio"; non sono qui per entrare prettamente nel merito delle parole di Lorenzo Pellegrini, rilasciate in varie conferenze stampa alla domanda: “Ti vedi lontano dalla Capitale?”, “E’ concreto l’interesse della Juve per te?”, in quanto non spetta a me decidere quanto siano diplomatiche o sentite ed, oltretutto, non rappresenterebbero una colpa nell’eventualità di una partenza: la vita di un professionista è costellata di rinunce, anche quando il cuore implora di restare dove si è raggiunto un equilibrio.

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L’accostamento alla Vecchia Signora, presenza che aleggia sui giovani talenti della A ormai costantemente da 3-4 anni grazie alla gestione Marotta-Paratici, si è fatto più veemente all’indomani del montante rifilato dal Napoli ai bianconeri: quasi come se dalla testa di Koulibaly fosse fuoriuscito il giovane ragazzo la cui carriera iniziò sui campi della Tuscolana, in una riedizione del mito della nascita di Atena per mano (o meglio, per mal di capoccia) di Zeus.
A prescindere dalla chiusura o meno dell’operazione, cosa porterebbe in dote il centrocampista alla squadra con il più alto tasso tecnico nel panorama italiano, alla luce della sua ancor giovane carriera?
Ritorniamo indietro agli albori del Luglio 2017: il ritorno di uno dei prodotti del vivaio, tramite la formula riconosciuta dai più col nome di “recompra”,  riempie di speranza i giallorossi, prossimi a salutare Paredes e con una ferita nel cuore del centrocampo firmata “Miralem” ancora bruciante;

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Pellegrini viene da una stagione scintillante passata in un Sassuolo in crisi (per quanto, alla voce “accuratezza passaggi” sia soltanto il quinto giocatore in rosa, dietro Sensi, Biondini, Magnanelli e Mazzitelli; ultimo per contrasti vinti): nel cuore del gioco delineato dal mister Di Francesco, poteva inserirsi a suo piacimento (basta rammentare lo stupendo gol contro il Milan) e traslare dalla posizione di interno destro a sinistro con assoluta libertà.
L’arrivo a Trigoria non modifica il gioco del nuovo numero 7, per quanto il minutaggio, alla prima vera stagione in una squadra di vertice del campionato, sia calato sensibilmente: 1570 minuti ad oggi, rappresentando l’alter ego tattico di Kevin Strootman, apparso più in difficoltà nel corso dell’annata.
Il dato che balza maggiormente all’occhio, confrontando gli ultimi due anni della carriera di Lorenzo, è la continuità: le voci statistiche si equivalgono sotto molti aspetti ed è facile ritenere che ciò derivi dalla presenza dello stesso tecnico, minimo comune denominatore delle due esperienze calcistiche. Tramite le sue lunghe leve, riesce a compiere 1.5 intercetti per partita ( dati WhoScored), ponendolo sulla stessa dimensione di recuperatori di palloni quali Gagliardini, Poli, Rincon e Parolo. La precisione dei passaggi è aumentata (dal 75% all’82%), in un contesto tecnico superiore quale è la Roma, in partite dove la squadra giallorossa mantiene il pallino del gioco.
Quello che proietta il calciatore verso considerazioni più interessanti è la (rinnovata) scoperta della sua capacità associativa : attualmente si posiziona al 30esimo posto in campionato per passaggi chiave, giocando un numero relativamente basso di palloni a partita. Una simile caratteristica può esser la principale motivazione dell’interesse juventino: un calciatore perfetto per il dopo-Khedira.
Per quanto, infatti, Pellegrini sia stato impiegato da interno sinistro per grandi tratti della stagione in corso, non è detto che non possa occupare stabilmente la zona destra del campo (ricordiamo che il calciatore è ambidestro) in un 4-3-3 contraddistinto dalla sua presenza al fianco di Pjanic e Matuidi; l’assenza totale di copertura nella zona di centrocampo presidiata oggi dal tedesco sarebbe così colmata, garantendo un ricambio 22enne con tempi di inserimento nel cuore dell’area simili ai suoi e con un tiro dalla distanza su cui contare in momenti di difficoltà o estrema pressione offensiva.
 In caso di 4-2-3-1, invece, potrebbe esser deleterio affiancarlo al solo Pjanic : non percorrendo gli stessi chilometri di Matuidi, ciò potrebbe ricondurre ai problemi di equilibrio nell’assetto tattico già paventati ad inizio campionato, non tenendo in considerazione inoltre la sua scarsa predisposizione ai contrasti.
Un’alternativa più affascinante consisterebbe in una metamorfosi in fonte di gioco e, dunque, vice-Pjanic: nella rosa è il solo Bentancur, facilitatore di gioco molto più dedito alla ricerca aggressiva della palla che vero e proprio play, a rappresentare il ricambio del bosniaco, con Marchisio sempre più indietro nelle gerarchie; in quel caso, il romanista chiuderebbe un singolare cerchio, visto che lo stesso Pjanic ha subito, sotto la gestione Allegri, una trasformazione completa da mezzala di possesso a mediano. Pellegrini sarebbe facilitato in questa transizione nel caso in cui vi fosse un secondo giocatore incline a tenere il pallone tra i piedi, abbassandosi fino al centrocampo per dialogare con gli interni: quel che raccomanda ogni partita Allegri a Paulo Dybala, insomma.  
Da qualsiasi prospettiva la si guardi, è complesso non considerare questo acquisto un upgrade vero e proprio per una squadra dai già pochi difetti.
Verrebbe quasi da porsi un ultimo quesito: può la Roma privarsi di Lorenzo Pellegrini?

Sputate in faccia a Gerson

Non comprate i miei dischi e sputatemi addosso” era l’invito di un Guccini avvelenato. “Gerson deve giocare e prendere gli sputi in faccia” era il consiglio, più recente, di Luciano Spalletti. “Gerson deve velocizzare le giocate, muoversi di più senza palla, ma ci posso lavorare” ammetteva invece, l'estate scorsa, Eusebio Di Francesco. Perché se vendere o no non passava tra i rischi del cantautore emiliano, vincere o no è sicuramente un fatto determinante per la Roma e per il tecnico abruzzese.

E per vincere servono giocatori pronti, adatti, validi. Gerson ancora non lo è, non lo era nemmeno lo scorso anno, quando fu bocciato e salutato. Spedito al Lille, in un affare che tra i 5 milioni per il prestito e i 13 per il riscatto, avrebbe permesso alla Roma di rientrare completamente dell’investimento con cui l’aveva strappato, o perlomeno così si dice, al Barcellona e alla Juventus.

Avrebbe. Perché Gerson a Lille c’è stato il tempo di prenotare un volo per il ritorno. Troppo pochi i soldi che i francesi avevano offerto al calciatore, e soprattutto, al padre procuratore. Così il diciannovenne è tornato a Roma.

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Tra quella parentesi francese durata un giorno e oggi ci sono tanti giorni di silenzio, di allenamento e di sputi. Ci sono, soprattutto, 1.468 minuti disputati, e due gol fatti, di cui oltre mille con Eusebio Di Francesco. L’ex tecnico del Sassuolo, che aveva raccontato di averlo monitorato e seguito ai tempi neroverdi, l’ha utilizzato 1067 minuti in totale, tra Europa, campionato e Coppa Italia, andando praticamente a triplicare il minutaggio del brasiliano nella gestione Spalletti.

Certo, per gli amanti delle statistiche, un minuto di Gerson, al netto del costo del cartellino, è costato fin qui alla Roma oltre 10.000 €. Ma da quella partita da titolare allo Juventus Stadium, quando fu gettato nella mischia dal tecnico di Certaldo, un po’ mossa a sorpresa e un po’ ripicca verso la società, ad oggi sono molte le cose cambiate.

Innanzitutto c’è un allenatore che lo ha reintegrato nel gruppo, nelle rotazioni e nella sua idea tattica. C’è un Gerson nuovo, più umile forse, sicuramente più silenzioso e dedito al lavoro. Migliorato nel fisico e nella posizione, meno invece nella velocità d’esecuzione e di decisione. Poi ci sono anche le altre, solite, magagne. L’enigma del ruolo, innanzitutto: il brasiliano nell'ultima stagione è stato schierato sia da esterno destro (le sue due migliori partite sono proprio in questo ruolo, contro il Chelsea a Stamford Bridghe e contro la Fiorentina, quando mise a segno i suoi unici gol in giallorosso) ma anche da centrale di centrocampo o da intermedio destro. E' la sua occasione giusta, la piazza giusta, l'allenatore giusto. Dopo aver rifiutato l'Empoli di Andreazzoli e la corte della Sampdoria del suo mentore, Walter Sabatini: "Qualche segnale l’ha dato - racconta il DS blucerchiato - E' un giocatore indolente. Non ha capito che deve sfruttare le sue enormi qualità fisiche. Non sfida mai l’avversario, si accontenta. Gli dicono di giocare semplice ma esagera. Una volta gli ho scritto: ‘Mi corri in verticale con la palla e mi dribbli un uomo una volta ogni tanto?’".

Di diverso, però, c'è anche la squadra. Gerson vola a Firenze, l'unica città che ha visto i suoi gol, con la formula del prestito secco, senza diritto di riscatto. Una manovra tutta a favore della Roma, almeno sulla carta, che affida un suo giovane alle cure della provincia, pronta a riabbracciarlo, magari pronto e cresciuto, tra un anno. Il medico a cui si è rivolto Monchi è Stefano Pioli, che ha salutato l'approdo del brasiliano in viola dicendo: " Io lo vedo molto più da mezzala che da esterno". Mezzala come Benassi e Veretuout, ai lati di Badelj, oppure trequartista nel 4-3-1-2 / 4-3-2-1 visto fare dalla Fiorentina nelle ultime partite di campionato. 

Di sputi, insomma, ne deve prendere ancora.  E come recita la ricetta del calcio romantico, anche di calci in mezzo al campo, di freddo in panchina e pacche sulla spalla. Con la consapevolezza di avere piede e tempo. Soprattutto perchè, parafrasando il cantante dell’inizio, “a vent’anni è tutto ancora intero, a vent’anni è tutto chi lo sa”.

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Muratore Ballardini

 
Tra la Roma e la corsa alla Champions c'è un muro. Ha colori gialloblu e numeri da Europa. Bisogna evitare di andarci a sbattere, di impattare come fatto con Fiorentina, Milan, Sassuolo Lazio.
 
Il muro gialloblu è quello del Genoa di Ballardini. Terza miglior difesa da trasferta del campionato: 10 reti subite in 16 trasferte stagionali. Numeri da capogiro, se si paragonano a quelli di Napoli (miglior difesa esterna d'Italia, 8 gol subiti lontano dal San Paolo, vale a dire 1 ogni due partite) e Roma (la cui porta, in terra nemica, è stata violata solo 9 volte). Il Genoa fa meglio addirittura di Inter (11) e Juventus (13) e si prepara a parcheggiare il classico pullman davanti alla porta anche nella partita di mercoledì sera all'Olimpico.
 
Che quella di Perin sia una porta chiusa, sigillata e invalicabile è sicuramente una virtù. Frutto di un lavoro estenuante e metodico del mister ex Lazio. Ma che il Genoa in trasferta subisca così poco è anche una necessità evidente, stando ai suoi numeri offensivi.
 
Se da un lato la difesa regge, l'attacco infatti non brilla. Solo tre gol nelle ultime dieci uscite lontano da Genova, in cui sono stati portati a casa 9 punti, frutto di 2 vittorie, 3 pareggi e 5 sconfitte. Uno score che diventa anche più impietoso se si considerano gli ultimi dieci precedenti, in trasferta, contro la Roma, dove il Genoa ha sempre subito almeno una rete: 26 gol in 10 trasferte contro i giallorossi.
 
Facendo di necessità virtù allora, Ballardini ha modellato un 3-5-2 solido e compatto. Più che "armonioso", come detto dal mister in conferenza stampa, composto, rigido. La linea difensiva che vedremo a Roma dovrà fare a meno dell'ex di turno Spolli, sostituito da Pedro Pereira, terzino in prestito dal Benfica in grado di giocare anche centrale, e sarà completato da Rossettini e dall'altra vecchia conoscenza romanista, Zukanovic. Un trio di marcatori arcigni, pronti a prendere in consegna quell'Edin Dzeko che ha suonato la carica contro il Barcellona e che ha visto infrangersi contro la traversa il suo ennesimo gol nel derby.
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A completare l'assetto difensivo c'è il centrocampo: con Pereira arretrato e Laxalt messo a riposo, dovrebbe toccare a Rosi e Migliore giocare sulle fasce, in quello che ovviamente diventerà un 5-3-2 in caso di non possesso. Il muro di Ballardini però vede nel centrocampo il suo tassello fondamentale: con Hiljemark a fare legna e Bertolacci fotocopia di De Rossi, si garantisce quello schermo fondamentale per aiutare la difesa. In questo assetto muscolare mancherà la figurina di Izzo, infortunato, tra i leader difensivi con 2357 minuti e una media di 2.5 contrasti a partita, capace di giocare sia a centrocampo che laterale destro della difesa a tre.
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Con l'Inter che ha già vinto e la Lazio impegnata con la Fiorentina, per gli uomini di Di Francesco esiste un solo risultato da qui alla fine del campionato. Per arginare questo fiume in piena di entusiasmi e buone aspettative, il muratore Ballardini ha rafforzato il suo muro. O pure, per usare un'altra metafora, è pronto a parcheggiare il suo pullman. Sempre che non arrivi il pizzardone a fare la multa.

Il giallo del cielo al tramonto, il rosso della Città Eterna, un rivolo blu a rappresentare il Tevere. Sotto, la scritta: "La lupa i gemelli nutre e si chiama Roma la sovrana del mondo". La Curva Sud ha scelto Johann Wolfgang von Goethe per la coreografia del derby. Un verso tratto dal terzo libro delle Elegie Romane, opera poetica composta tra il 1788 e il 1790:


Rea Silvia al Tebro s'avvia, la vergin regale
per attinger de l'acqua, e la sorprende il Nume,
così Marte s'avea figliuoli! Una lupa i gemelli
nutre, e si chiama Roma la sovrana del mondo
(vv16-19)

Si sarebbe dovuta chiamare Erotica Romana e si ispirav alle elegie d'amore di Tibullo, Properzio, Catullo ed Ovidio. Un canto d'amore e di grandezza, in un'opera che unisce classicismo e modernità, istruzione e sensualità, bellezza e macabro. La Roma delle osterie, di quella Faustina figlia del gestore dell'Osteria alla Campana, in vicolo Monte Savello, di cui Goethe fu attratto. La Roma delle rovine augustee, antiche, aristocratiche. La Roma religiosa, pagana e cattolica. Proprio le tre anime che portarono, più di un secolo dopo, alla nascita della squadra giallorossa: Alba, Fortitudo e Roman. La squadra del popolo, del clero e della nobiltà.

Goethe era stato in Grand Tour per l'Italia tra il 3 settembre del 1786 e il 18 giugno del 1788. Storia, arte, cultura erano le finalità principali del viaggio. Ma c'era, incredibilmente anche lo sport.

Il 16 settembre 1786 Goethe è a Verona, sugli spalti di una partita di pallone. Ecco quanto scrive:

Allorquando tornavo questa sera dell’arena, trovai a poca distanza da quella uno spettacolo moderno. Quattro gentiluomini veronesi stavano giuocando al pallone, contro quattro gentiluomini vicentini. Dessi praticano quest’esercizio fra loro tutto l’anno, per due ore circa prima della notte, ma questa sera la presenza dei Vicentini, aveva radunata quantità grande di persone.

Vi potevano essere da un quattro a cinque mille spettatori, però non viddi nessuna donna. Ho già descritto altra volta l’anfiteatro naturale che si va formando allorquando una folla è mossa del desiderio di vedere qualcosa, e prima di giungere sul sito, udivo i battimani col quale si faceva plauso ad ogni bel colpo. Il giuoco ha luogo in questo modo.

Alla debita distanza sono collocati due leggieri tavolati in dolce pendenza. Colui il quale deve colpire il pallone, sta sulla estremità superiore del tavolato, colla destra armata di un bracciale in legno, a punte. Nel mentre un altro del suo partito gli caccia il pallone, egli si lancia con impeto contro questo, accrescendo per tal guisa la forza del suo colpo. Gli avversari tentano ricacciare il pallone, e così si fà in fino a tanto il pallone cade a terra. Si producono in quell’esercizio movenze, attitudini bellissime, meritevoli di essere scolpite in marmo.

E siccome i giuocatori sono tutti giovani arditi, vigorosi, vestiti tutti ugualmente in corto ed interamente di bianco, portano, per distinguere i due campi combattenti, un segnale di colore. E singolarmente bella l’attitudine che prende il giuocatore, quando si lancia a corpo inclinato contro il pallone per colpirlo; ricorda in allora il gladiatore del museo Borghese.

Quello ammirato dal poeta tedesco è il famoso pallone col bracciale, diffuso in Italia particolarmente al nord, tra Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna, e al centro in Toscana e Lazio, come cantato da Giacomo Leopardi ed Edmondo De Amicis. Le regole erano abbastanza semplici: In un campo con muro di appoggio giocano tre giocatori per ciascuna squadra, denominati battitore, spalla e terzino, mentre nei campi senza muro di appoggio, definiti campi alla lizza, quattro atleti formano ciascuna squadra, essendoci 2 terzini. Al battitore spetta il compito d'iniziare il gioco con la battuta della palla che gli viene lanciata con perfetto tempismo dal mandarino.

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Quello che colpì Goethe, però, era altro:

Mi fece senso però il vedere questo giuoco in vicinanza di un antico muro della città, dove non vi era nessun comodo di sorta per gli spettatori, specialmente se persone distinte; perchè non si fa tal giuoco nell’anfiteatro, il quale vi si presterebbe pure cotanto?

Oggi come allora, impianti sportivi indecenti e visibilità limitata. Le cose non sono cambiate in oltre tre secoli di storia. Dopo i quali Goethe ritorna a vedere una partita di pallone. Dopo il derby tra Vicenza e Verona, adesso quello tra Roma e Lazio.

Ognuno di noi ha avuto quell'amico che, nella settimana del derby (se non prima), inizia a mettere le mani avanti. "Siete più forti", "Vincete facile", "Siete troppo più in forma". Ciascuno di noi ha avuto, nella storia della propria squadra, quell'allenatore che parla della stracittadina come della "partita più importante dell'anno", o quel calciatore che sogna "un gol nel derby".

Le settimane che accompagnano al derby sono un coacervo di tattiche lessicali, di strategie comunicative. In termini meno aulici di mani avanti, pressappochismo e giri di parole.

Abbiamo provato a raccogliere i cinque grandi nuclei tematici dei derby di Roma: le cinque narrazioni, retoriche e topoi letterari che sono rifugio di ogni tifoso, allenatore, calciatore.

1. "Il derby è una storia a se"
Eusebio Di Francesco, presentandosi in conferenza stampa, ha risposto così a chi gli domandava su chi arrivasse meglio alla partita di questa sera: "Le situazioni del passato si annullano tutte in questa partita. Non conta nulla, il derby è una storia a sé".
Il suo collega laziale, Simone Inzaghi, non ha voluto essere da meno: "Ora si azzera tutto, mancano 7 gare: dovremo cercare d’interpretare la prima sfida di queste nel migliore dei modi."
Ma non è una cosa solo recente. Nel 2009, Sergio Floccari diceva: "Il derby azzera sempre tutto, sia per noi che per loro. Partiamo alla pari". Così come Luciano Spalletti, precisamente due anni fa: "Il derby annulla tutto quello che c'è intorno. Si parte entrambi da zero, il resto non conta. Quella è la partita che può azzerare tutte le difficoltà".

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2. "La squadra che sta peggio è favorita"
Che il derby sia una "storia a sè" e che "annulli tutte le differenze" è logica concausa di uno dei più grandi luoghi comuni della stracittadina. Chi sta peggio vince, ovvero chi ha più fame, che non sempre coincide con chi ha più bisogno.
"Sembra una frase fatta - ha detto Bernardo Corradi, vice commissario della Lega Serie A qualche giorno fa - ma sarà una partita a sè e solitamente la vince chi è messo peggio a livello di condizione". Disse la stessa cosa Ottavio Bianchi, intervistato da La Repubblica, prima del 26 maggio: "Di solito vince chi sta peggio, ma dato che è una finale, partita senza pronostico".

3. "Vale più di 3 punti"
Lotta scudetto, corsa Champions, accesso all'Europa, sfida salvezza. Il derby, si sa, vale più di tre punti. Lo ha ricordato Di Francesco: "Dovremo giocare con entusiasmo, con la consapevolezza di quello che abbiamo fatto, rimettendo in campo la stessa determinazione, cattiveria agonistica e desiderio di vincere visti col Barcellona perché il derby per me vale più di tre punti". Parole attestate, nel marzo 2017, anche da Ruben Sosa: "Il derby vale più di una stagione".
Sarà per la carica mentale, la supremazia cittadina o quella social?

4. "Meglio perderlo che pareggiarlo"
Il punto più alto delle mani avanti si raggiunge però con la frase, da brividi: "No ma lo sai, io il derby preferirei perderlo che pareggiarlo". In genere, a dirlo, sono i sostenitori della squadra meno quotata, pronti a poter dire, in caso di ko: "Eh ma te l'avevo detto, meritavamo il pareggio ma alla fine meglio aver perso, i derby pareggiati sono brutti".
Ma perchè i derby in parità sono brutti? Perchè manca lo sfottò post gara, non c'è nessuno che supera l'avversario, si resta in un limbo di incertezza fino alla prossima sfida. Sarà d'accordo Di Francesco? Con un pareggio la sua Roma metterebbe in cassaforte gli scontri diretti.

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5. "Sogno un gol nel derby"
Infine i calciatori. Il gol nel derby è il massimo che si possa chiedere, pare, alla propria carriera. Si cerca, si sogna, ci si resta a attaccati e si scompare con lui. Chiedete a Cesar e ad Iturbe, a Mutarelli e a Yanga Mbiwa. "Sogno un gol alla Roma sotto la nord alla penultima giornata" diceva Cataldi, allora in forza alla Lazio. "Sogno un gol nel derby, è la cosa più importante per i laziali" dichiarò sicuro Djordjevic, dando poi effettivamente seguito alle sue parole, proprio come Diego Perotti, nell'aprile 2016: "Sogno di vincere con un mio gol".

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