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Dialogo di un dirigente Lega Calcio e di uno ...

Dirigente – O grande Dio del calcio, Eupalla, ...
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Dove lo festeggia il capodanno Nicolò Zaniolo?

Il 5 luglio 2017, quando Nicolò Zaniolo firmava ...
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L'altra finale

Era l'estate del 2002 e mentre noi italiani ...
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C’è ancora qualcuno che si stupisce?

Premessa doverosa: questo sarà un articolo ...

Dove lo festeggia il capodanno Nicolò Zaniolo?

Il 5 luglio 2017, quando Nicolò Zaniolo firmava il contratto con l’Inter, sulla scrivania dell’ufficio nerazzurro c’era un calendario con un lupo. Forse era lì per controllare, per assicurarsi che le cose andassero tutte nel verso giusto, per far sì che il destino del ragazzo seguisse il suo corso. Lo avevano comprato dall’Entella, dove era stato raccolto da scarto della Fiorentina, per 3.5 milioni. Un’estate dopo lo rivendevano a 4.5, dentro l’affare Nainggolan.

zaniolo firma

Quante risate isteriche, quante mani tra i capelli in quei giorni di calura estiva, di revolucion sevillana. Quanta incredulità a leggere il suo nome tra i convocati per la nazionale maggiore, nell’undici iniziale del Bernabeu, nel tabellino contro il Sassuolo. A Firenze, per l’esordio in Serie A, Zaniolo è entrato al posto di Javier Pastore, quello comprato per fare il titolare, costato almeno sette volte tanto. Lì ci siamo incrociati per la prima volta, nella sua Toscana, all’ombra del Brunelleschi, dove fu cacciato perché troppo acerbo. Preso in trappola da un tailleur grigio fumo.

Poi l’ho rivisto altre volte, nelle scivolate in mezzo al campo, da falso nueve o da trequartista, nei palloni recuperati e in quelli illuminati, negli sgambetti subiti e non visti in area di rigore. C’era qualcosa che mi piaceva, ma non era ancora amore. Come le spizzate in discoteca, come le bambine occhiate in chiesa, oggi tutte quante spose, oggi tutte via da qui. Poi l’ho visto ballare, muoversi, scattare per 70 metri, arrivare in area, con un occhio guardare Schick, solo, con l’altro tenere a bada gli avversari. La palla dietro al sinistro, poi la finta, lo scavetto. Il gol. L’ho visto danzare. Come le zingare del deserto, come i dervishes turners che girano. Come Francesco.

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Qualche giorno prima mi ero imbattuto in un articolo dal titolo “10 buoni motivi per non scrivere al tuo ex durante le feste”. Fatalità poi arrivi te. Manco per gli auguri di Natale, proprio per fà un casino. “Vojo tornà” mi dici, “sto a fa un macello qua”. Ed è subito flash back che diventa flash forward. Un flusso di se, magari, chissà, forse.

Poi per fortuna arriva lui, ed è tutto cancellato. Come la chat tua su whatsapp.  

Ma quant’è bello Nicolò Zaniolo? Troppo, anche se ha la bocca sempre aperta. Ma quanto rimorchia Nicolò Zaniolo? Ma, soprattutto, dove lo festeggia il capodanno Nicolò Zaniolo? Dì un po’, secondo te. Per me potrebbe stare pure davanti alla tv con Carlo Conti. Di sicuro non andrà in discoteca, o magari sì e non ce ne fregherebbe comunque niente.

Si passano poco più di 200 minuti di utilizzo, Nicolò Zaniolo e Radja Nainggolan. 697’ il primo, 980’ il secondo, il primo rimasto a guardare in panchina, il secondo tra infermeria e tribuna. A proposito, dove lo festeggia il capodanno Radja Nainggolan? Fosse per lui a Roma, di nuovo, come si ascolta negli audio rubati e messi in rete. Nel dubbio, lo passerà da fuori rosa, dove lo ha messo Beppe Marotta. La sua prima mossa da nuovo dirigente nerazzurro. Monchi ha avuto fortuna, se l’ex juventino fosse arrivato alla Pinetina a giugno, oggi Zaniolo non sarebbe qui. E non passerebbe Capodanno con noi.

L’ultima volta che Roma e Porto si sono incontrate agli ottavi erano quelli di Coppa delle Coppe, era il 1981, era la squadra di Nils Liedholm. In campo, quel giorno, c’era anche Dario Bonetti, bresciano, classe 1961. Difensore da oltre 250 presenze in Serie A, 90 delle quali con la Roma, quasi 40 con la Juventus. 5 Coppe Italia, una Coppa Uefa e una Supercoppa Italiana in bacheca, poi una carriera da allenatore soprattutto all’estero. Abbiamo chiesto a lui un commento sui sorteggi di Nyon. Ne è venuta fuori un’intervista su Roma e Juventus, settori giovanili e calcio italiano. Ecco le sue parole, in esclusiva per ilCatenaccio.

 

 

Atletico Madrid per i bianconeri, Porto per i giallorossi. È andata bene alle italiane?  

Alla Roma poteva andare sicuramente molto peggio, soprattutto in questo momento. Per quanto riguarda la Juventus, l'Atletico Madrid non sarà avversario facile, è una squadra che ha grande compattezza, grande carattere, grande organizzazione, sa andare bene negli spazi.

Nell’ambiente romanista c’è ottimismo per la sfida con i portoghesi, ma i precedenti vedono solo pareggi e sconfitte. L’ultima volta che Roma e Porto si sfidarono agli ottavi erano quelli di Coppa delle Coppe, nel 1981, lei era in campo.

Ricordo quella partita, ricordo perdemmo 2-0 all'andata, con reti di Walsh e Costa, avevano una grande intensità, giocavano molto meglio. Erano una squadra di qualità, quindi di conseguenza fummo eliminati. In casa non riuscimmo ad andare oltre quello 0-0, ma stavamo costruendo una squadra.

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Quella di Liedholm, dello scudetto, di Falcao e Di Bartolomei.

Ho ricordi bellissimi di loro due. Sia come uomini che come calciatori. Erano dei fuoriclasse, erano le colonne di una squadra fortissima e che sarebbe arrivata in finale di Coppa Campioni nel 1984.

Un’impresa sfiorata l’anno scorso, con la rimonta sul Barcellona e la semifinale col Liverpool. Sembra passato un secolo, non crede?

Io penso che dopo tutte quelle cessioni fosse sotto gli occhi di tutti che la Roma anche quest'anno sarebbe ripartita da zero. Hanno preso dei giovani molto interessanti, ma si sono dimenticati che Roma è una piazza in cui c'è grande passione. E dove c'è grande passione a volte manca l'equilibrio e possono nascere depressioni molto forti. Questo ovviamente crea numerosi problemi ai ragazzi più giovani che, magari, devono dimostrare immediatamente il valore che hanno, non gli viene concesso tempo. Sono talenti di sicura prospettiva, però in questo momento c'è bisogno che vincano e che convincano. E non è così semplice.

Di questi giovani chi l'ha colpita di più?

Devo dire che tutti e tre gli attaccanti, Justin Kluivert, Cengiz Under e Nicolò Zaniolo, sono molto bravi. Mi aspettavo molto di più da Patrick Schick, che aveva confermato la sua grande qualità alla Sampdoria e ora invece sta deludendo. Faccio veramente fatica a capirlo. Evidentemente non ha carattere.

Lei con la Roma ha vinto quattro Coppe Italia, una invece con la Juventus, con la quale ha vinto anche in Europa la Coppa Uefa nel 1990. Cosa manca alle italiane per tornare al top in ambito continentale?

Dobbiamo essere sinceri, a parte quello della Juventus non vedo progetti. Creare un progetto non significa cambiare 5-6 giocatori tutti gli anni. Perchè giocatori forti ne ha anche l'Inter, li ha anche il Napoli, ma manca la progettazione seria, quella che permette di fare 1-2 innesti all'anno per alzare l'asticella della squadra sotto il profilo fisico, tecnico e tattico. Senza sconvolgimenti. Le grandi squadre hanno bisogno di giocatori pronti, di andare sul mercato per rinforzarsi. Penso che lo farà l'Inter di Marotta, un dirigente che ha grande esperienza e sa benissimo come si costruisce.

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Rinforzarsi quindi non solo in campo ma anche nei quadri dirigenziali.

Assolutamente sì. Marotta l'ha dichiarato apertamente, c'è bisogno di tempo ma soprattutto di essere sicuri. Se si prende un calciatore pronto, che ha già dimostrato qualcosa, che sa andare in bicicletta, allora ci sa andare sempre. Bisogna aspettare e inserirlo in un contesto che gli permetta di essere valorizzato al massimo, deve capire la storia del club, la lingua, trovare un senso di appartenenza. Ecco perchè dico che il campionato della Roma me lo aspettavo. I giovani hanno grande prospettiva ma sono, naturalmente, soggetti ad alti e bassi. La cosa che mi ha lasciato perplesso della partita di domenica sera è il modo in cui hanno giocato i giallorossi, il Genoa avrebbe potuto fare 4-5 gol, dal punto di vista tattico erano veramente allo sbando, la difesa imbarazzante.

Ai vertici solo la Juventus ha una coppia di centrali difensivi italiani. Per il resto ci si affida a Manolas e Fazio, De Vrij e Skriniar, Koulibaly e Albiol. Da centrale, si è fermata la scuola italiana dei difensori?

Il grande problema sta nei settori giovanili purtroppo. Voglio essere onesto, quello che penso lo dico, con il massimo rispetto: nei settori giovanili lavorano troppi raccomandati, che non sanno insegnare. La grande qualità che deve avere un allenatore di giovanili è trasferire ai suoi ragazzi l'esperienza che hai avuto in campo. Non sempre questo avviene.

Lei ha allenato soprattutto all’estero. La Dinamo Bucarest, il Dundee, la nazionale dello Zambia. La vedremo su qualche panchina tricolore?

Difficile, io ho allenato più all'estero che in Italia per una questione di rapporti. A parte Ancelotti e Mancini, che son partiti dall'alto, qui si fa fatica a far allenare chi ha fatto la gavetta. Lo vediamo con Zenga, con Bergomi, sono tutti in televisione ma potrebbero fare gli allenatori. Purtroppo è così, io quando vedo Beppe Bergomi allenare la Berretti del Como e sulla panchina dell'Inter magari Stramaccioni, lo dico con il massimo rispetto, c'è qualcosa che non va.

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Torniamo alla Roma, di recente è stato fatto il nome dell’esterno d’attacco rumeno Razvan Marin. Lei che ha allenato in Romania l’ha mai visto giocare?

Sinceramente no. E anche qui vorrei aprire un'altra pagina su Monchi, anche se ci sarebbe da aprire un'enciclopedia. La Roma non ha bisogno di un direttore sportivo spagnolo. Bisognerebbe dare valore anche qui ai prodotti nostrani, ai direttori italiani. In Serie A non si guarda il curriculum, lavorano raccomandati, gente che porta gli sponsor ma che alla fine fa i danni.

Tra le squadre in cui ha giocato, a fine anni 80, c’è anche il Milan. Che con la Roma e con la Lazio si contende il quarto posto. Alla fine chi la spunterà?

Devo dire che in questo momento vedo la Lazio più organizzata e più completa, con un ambiente compatto. Anche la Roma ha qualità ma deve ritrovare l'idea di gioco e, soprattutto, deve recuperare i giocatori che sono fuori.

In loop

Insomma non eri te Eusè. Non eri te quello giusto. Anche se ora resti qui, sorridi al 95esimo, anche se di rabbia, resisti, anche se solo per un altro po'. Fiducia a tempo, per vedere se le cose, quasi per magia, si risolvono da sole, ma ormai viviamo da separati in casa. Poi te ne andrai, come fanno tutti, prenderai le tue cose, il tuo 4-3-3, le tue verticalizzazioni, gli esterni di piede invertito, l'azione che parte dal basso. E saluterai. Avanti un altro. Ma non è questo il problema.

Once upon a time I was falling in love, but now I’m only falling apart.

Te lo ricordi il Boemo? Te lo ricordi sì, dicevano che eri zemaniano, anche se quest'anno il tuo miglior marcatore è un terzino sinistro (che ha segnato 1 solo gol su azione). Beh pure col Boemo ho preso una tranvata. Una di quelle cotte assurde, che durano un attimo ma te ti vedi già in abito da sposo, magari è solo una botta e via ma te ci stai sotto. Zemanlandia, lo spettacolo al potere, 4-3-3 sbrocco pe te, all'attacco vai / in difesa mai / non ti fermerai. Fu ancora una volta il Cagliari, ancora una volta segnò Sau. C'erano Goicoechea e Piris, Dodò e Tachtsidis. Sembra passato un secolo. Perché ora ci sono Nzonzi, Kluivert e Schick, campioni del Mondo e campioni del futuro. Ma il presente è uguale al passato. Il sogno non s'avvera quasi mai.

Te lo ricordi il francese? Per dieci giornate consecutive a pensare che fosse veramente quello giusto. La chiesa al centro del villaggio, gli uomini Rudi, i gol solo nel secondo tempo. Del pelato neanche te lo dico, perché già sai tutto.

Punto di non ritorno, partita assurda, giocatori inadatti, allenatore da cacciare, squadra in ritiro. Così, a ripetizione, un'anaciclosi giallorossa, un eterno ritorno romanista. In loop. Roma Cagliari, il 26 maggio, Lo Spezia in Coppa Italia. E poi rifondazioni estive, giovani promettenti, uomini duri, nuovi amori. Mi ricordo che quando sei arrivato a Roma mi scrissero "Sarà il vostro Conte". E sotto sotto c'ho creduto, sotto sotto c'ho sperato.

Turn around. Girati, guarda chi hai sotto. L’Empoli di Iachini, la Sampdoria di Defrel. Ti ritrovi a pari punti con Scozzarella e Gagliolo, Berisha e Palomino. Stai sotto a Djidji e Rincon, Correa e Wallace. Con Atalanta, Chievo, Spal, Bologna, Udinese e Cagliari la Roma ha fatto solo 3 punti su 18.

È più facile lasciarsi che continuare insieme. È più facile mandare via a te che undici calciatori, se non di più. E già lo so come andrà a finire. Come quando arriva il messaggio dell’ex che ti scrive “come stai?”. Te ci ricaschi. E se sull’anteprima di whatsapp leggessi Vincenzino, non saprei come prenderla. Ci ricascherei, lo so, l’Aeroplanino, i derby e tutto quello che vuoi. Ma, come sempre, non sarà per sempre.

E chissà, magari a Boston capiranno, magari nella testa spagnola qualcosa scatterà. And I need you now tonight, and I need you more than ever. Non ho bisogno di portoghesi bianconeri o di francesi fermi da due anni, le scappatelle estere non mi hanno mai attratto e con la Francia mi sono già scottato. La soluzione a tutto porta lo stesso cognome del Presidente del Consiglio, sta in causa con una squadra mezza biancoazzurra e, soprattutto odia la Juventus. Anche se per ora l’avversario è il Torino. Forever's gonna start tonight.

Di Roma, di giri immensi e di amori che finiscono

Questa sera non chiamarmi, no stasera devo uscire con lui. Lo sai non è possibile. Io lo vorrei ma poi, mi viene voglia di piangere.

Non guardarmi così, è inutile. A che serve ricordarsi? A che serve immaginare? A niente. Cosa rimane delle parole dette, delle rincorse tentate, delle notti magiche, dei secondi posti? Cosa rimane dei salti mancati, dei treni persi, delle occasioni buttate? Niente. Anche di te, alla fine cosa rimane? Numeri grigi, spenti, statistiche utili per i paragoni e i bilanci. Cosa rimane degli amori che non finiscono fanno dei giri immensi e poi ritornano? Niente.

Allora è inutile pensarci ancora, stare qui a fantasticare sui se, sui ma, su quello che poteva essere, non è stato e non sarà.

Su Salah che resta, su Alisson che rinnova, su Pallotta che si indebita e compra il fenomeno, sulla Roma finalmente pronta per lo Scudetto. Sognare non costa nulla, ma illudersi sì. "Solo l'amare, solo il conoscere conta, non l'aver amato, non l'aver conosciuto". E allora basta così e non pensiamoci più. Non mi cercare e io proverò a non pensarti. Non mi fomenterò e non mi farò illusioni. Io quando ti vedo, ormai, cambio strada, mi giro dall’altra parte, spengo la televisione. Spero che, mi auguro di cuore che, non ci incontreremo mai più. Però ogni tanto capita, e ci ripensi. Quanto siete belli insieme, i palloni toccati da Icardi, la garra charrua, il terzo posto, Milano. Ma scommetto che non può dirti, tutto quello che ti dico io. Quanto stai bene in cappotto, tutto elegante, tutto tirato a lucido. A me, però, piacevi anche con la tuta.

Però.

Ora però c'è lui e allora forza Eusebio. Per quanto ancora poco. Ora, al posto di Radja, c’è Bryan, e allora forza Bryan. Ora, e chissà per quanto tempo ancora, ci sarà Cencio, e allora forza pure Cencio. E così per Kostas, Daniele, Javier, Ramon, Lorenzo, Aleksandar, Federico, Robin e gli altri. A tutti uno schiaffo e una carezza, rigorosamente in quest'ordine. Domani si vedrà.

Cosa resterà del petto gonfio dopo la notte di Stamford Bridge o delle farfalle nello stomaco dopo il Barcellona? Niente. Anche di te, cosa rimane alla fine? Un posto sullo scaffale dei bei ricordi forse, un capitolo negli almanacchi e un nome negli archivi, un centinaio di battute utili per riempire la rubrica "succede oggi", qualcosa a cui pensare ogni tanto con un sorriso amaro di rabbia, delusione e amore. Ma solo l'amare conta, non l'aver amato. E quando pure Eusebio se ne sarà andato e con lui il biondo Karsdorp, nel cassetto insieme ad Abel Xavier e Iturbe, e con lui Cengiz Under, nel cassetto della plusvalenza, conterà di nuovo solo l'amare. Un eterno presente, hic et nunc, un "che sarà sarà" senza fine. E rimarranno i sogni senza tempo, la maglia che, diceva l'Ingegnere, trattiene il sudore, rimarrà la Roma. E rimarranno quelli che, sempre e per sempre, dalla stessa parte, li troverai. Anche se di calcio non ci capiscono niente.

Ma d’amore, ci puoi giurare, d’amore sì.

 

85 palloni giocati su 329 minuti in cui è rimasto in campo. Questo il dato, sconcertante, che ieri, sul numero tre di Rudi, Valerio Albensi metteva in luce su Patrick Schick. Un giocatore isolato, dalla tecnica sopraffina e dalle qualità indubbie ma che a Roma non ha ancora trovato la giusta carica e, forse, la giusta posizione. Se il titolare Edin Dzeko gioca, tira e gestisce più palloni, 1 ogni 2 minuti e mezzo, l'ex attaccante della Sampdoria ne tocca 1 ogni 4 minuti.

Un tempo infinitamente lungo, in una partita di calcio, che può fare la differenza tra una vittoria e una sconfitta.

Ecco, in quei 4 minuti in cui attende di toccare un nuovo pallone, Patrick Schick cosa potrebbe fare? E, soprattutto, cosa sono riusciuti a fare, in giro per il mondo, in appena 4 minuti?

1 Ripetere il monologo di Al Pacino in Ogni Maledetta domenica

2 Preparare una coppetta di tiramisù
Per tenere occupato il difensore che lo marca, magari. Per ogni coppetta prendere tre biscotti (scegliete voi se pavesini o savoiardi), mezzo barattolo di yogurt bianco dolce, una tazza di caffè. Poi alternare biscotti, caffè e yogurt e completare con del cacao amaro in polvere. Tempo di preparazione? Bastano 3-4 minuti.

3 Guardare il video dei 26 gol di Edin Dzeko dello scorso anno 
Basta andare su youtube, aprire il link  e prendere appunti.

4 Ridisegnare le strisce al centro di una carregiata
Come ha fatto lo stradino di Sondrio, qualche anno fa. 4 minuti per una strada nuova, da segnalare a Virginia Raggi.

5 Vedere cosa è successo nell'ultima puntata di X Factor 

6 Prendere 3 gol dal Salisburgo
Come successo ai cugini della Lazio lo scorso aprile: 72' Haidara, 74' Hwang, 76' Lainer. 4-1 risultato finale.

7 Provare a battere il record di Kosmic in SuperMario.
Tale Kosmic è riusciuto a rompere il record di Darbian (4 minuti e 56 secondi) per un livello di Super Mario Bros 

8 Risolvere 53 cubi di Rubik
Seguendo il ritmo di Feliks Zemdegs, ragazzo australiano di 22 anni capace di risolverne uno in 4,5 secondi.

9 Segnare 3 gol
Come riuscì a fare Lewandowski contro il Wolfsburg oppure Anastasi in Juventus Lazio. 

10 Cantare tutta "Grazie Roma"
4 minuti di Antonello Venditti. 

Gol-Angelo

I giornali, quel 7 gennaio di ormai tre anni fa, titolarono: "Udinese Roma deciso da un gol fantasma". Un colpo di testa in area, la palla che sbatte sulla traversa, torna verso terra e supera la linea quel tanto che basta che portare in vantaggio i giallorossi. Furono tre punti, vittoria in trasferta e polemiche sull'arbitro.

Quel gol-fantasma, adesso, è un gol-angelo. Angelo come lui che l'ha realizzato. Davide Astori, che con la maglia della Roma, in 30 presenze, ha segnato solo quel gol.

È strano come di alcuni calciatori ti restino impresse nella mente tante fotografie. Di Astori, ad esempio, ricordo il messaggio che mi arrivò sul cellulare la sera che si sparse la notizia del suo arrivo a Roma: "Sabatini j'ha fregato pure questo alla Lazio". Ricordo la palla di Totti, e chi se no, per la sua zuccata ad Udine. Ricordo quel 4 marzo, giornata di urne e di elezioni, quando fuori dai seggi si iniziò a parlare della sua morte. Poi la pioggia che ha avvolto Firenze, l'ultimo approdo della sua carriera. I fumogeni viola davanti al Duomo. Giorgio Chiellini che piange tra le braccia di un ultras della Fiesole.

Ed è proprio un amico tifoso della Fiorentina a regalarmi un'ultima fotografia di Astori. Scattata nelle partite viste in Curva, quando guardando verso il campo, l'ultimo uomo a difesa della porta era Astori, capitan Astori. Condottiero di una squadra smantellata e riconvertita, pietra fondante di un nuovo progetto tecnico. Calciatore silenzioso, che quando doveva urlare preferiva parlare sottovoce.

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Quell'immagine di Astori, solo davanti alla porta, a gridare alla squadra di salire, di alzare la linea, non l'ho mai vista dal vivo ma è come se ce l'avessi davanti agli occhi. Sarà che quel gesto chi ha giocato in difesa lo conosce bene. Sarà che quel gesto, visto dalla Curva, dalla gradinata o da dove volete voi, immaginato alla radio o visto in televisione, prende tutto un altro sapore. Sarà che essere ultimo uomo è "qualcosa che non puoi capire se non ci sei dentro", diceva Paul Ashworth. L'ultimo baluardo non solo davanti alla porta, ma davanti alla tifoseria stessa, davanti alle sciarpe e alle bandiere, davanti ai cuori e al portiere. Vedere l'ultimo uomo che tiene in ordine il reparto con le braccia larghe e vedere sul braccio sinistro la fascia da capitano ti dà forza, ti fa sentire sicuro, tranquillo. Ma allo stesso tempo, a quell'ultimo uomo, dà forza il soffio della Curva, il suo calore, la sua spinta. Si fa albero maestro, gonfia le vele, spinge la squadra in avanti, verso il gol e verso la vittoria.

L'esordio in giallorosso, Davide Astori, l'ha fatto proprio a Firenze. Il suo unico gol in giallorosso, Davide Astori, l'ha fatto proprio a Udine. E a Udine, Davide Astori, è morto. Morte cardiaca improvvisa seguita a fibrillazione ventricolare dovuta a una cardiomiopatia aritmogena silente, ha detto l'autopsia. Morto nel sonno, come fanno solo i sognatori. Per "seguire ogni battito del mio cuore / Per capire cosa succede dentro e cos'è che lo muove / Da dove viene ogni tanto questo strano dolore". Parole di Lucio Dalla, Le Rondini, canzone che fu scelta per risuonare in tutti campi di Serie A dopo l’interruzione per la sua scomparsa.

Oggi la Roma torna a Udine e i gol-fantasma non esistono più. Ci sono solo gol-angelo.

Magica Roma

 

Domenica 12 settembre 1965, Roma SPAL all'Olimpico. Losi, Da Silva e Francesconi in campo, Pugliese sulla panchina. Risultato: 0-2 per i ferraresi, reti di Muzio e Massei. Dopo quasi ventimila giorni, dopo tre fallimenti biancocelesti e una risalita dagli inferi, ecco la magia. Roma SPAL di nuovo 0-2, reti di Petagna e Bonifazi. La squadra emiliana non vinceva in trasferta con due gol di scarto da cinquantatre anni, sempre la Roma davanti.

E inutile dire che per Kevin Bonifazi, difensore reatino classe 1996, quella contro i giallorossi era anche la prima rete in assoluto in Serie A. Stessa magia riuscita neppure un mese prima a Bologna, contro una squadra fino a quel momento a secco di gol, contro un centravanti, Federico Santander, che ancora non aveva mai segnato in Italia. Come Emiliano Rigoni, 0 minuti in Serie A prima della doppietta con la maglia dell'Atalanta all'Olimpico.

Nel mezzo di questi incantesimi e sortilegi, c'è la vittoria nel derby, 3-1 contro una Lazio lanciatissima, in piena striscia di vittorie consecutive. Come se non bastasse, dopo la stregoneria della SPAL, ecco la vittoria per 3-0 contro il CSKA Mosca, in Champions League. La settima vittoria consecutiva, tra le mura amiche, in Europa, contro una squadra che nel turno prima aveva mandato a casa a mani vuote niente di meno che il Real Madrid.

La Roma bella de notte, Regina di coppe, grande con le grandi e altri mille, banalissimi, titoli. Roma magica, cenerentola e principessa senza soluzione di continuità, zucca e carrozza, protagonista e controfigura. Come Edin Dzeko, che sbaglia tutto quello che c'è da sbagliare contro la SPAL e che diventa il capocannoniere della Champions League con la doppietta contro i russi.

Cosa c’è che non va tra di noi, Roma? Perché non possiamo avere una storia tranquilla, normale come tutte le altre coppie? Guarda che belli questa Juve e questo Ronaldo, alla terza vittoria di fila in Europa, in testa alla classifica da imbattuti. Guarda quanto sono fichi l'Inter e Spalletti, la garra charrua, i palloni toccati da Icardi e i gol al novantesimo. Non possiamo essere come gli altri? Vincere quando si deve vincere, perdere quando si può anche perdere, pareggiare ogni tanto. Te la immagini una stagione normale? Senza Giuseppe Cozzolino a segnare (1 gol in Serie A, con la maglia del Lecce), senza Vlada Avramov a fare i fenomeni, senza retrocesse che vengono a fare le padrone di casa. Un anno tranquillo, senza sbalzi d'umore. With no alarms and no surprises. A forza di stare con te e provare a capirti siamo diventati allenatori e direttori sportivi, psicologi e osteopati, tatuatori e aruspici, storici e fisioterapisti. A correre dietro ai dolori di Pastore, ai sorrisi di Schick, alle parole di Di Francesco.

La squadra più bipolare del mondo. Ecco cosa sei. Capace di perdere 2-0 in casa contro la Fiorentina e dopo tre giorni farne 3 al Barcellona di Messi. Capace di fare figure barbine in giro per l'Italia per poi estrarre dal cilindro la prestazione della vita. Il marzo scorso, prima di Napoli Roma 2-4, i giallorossi le avevano prese in casa da Milan, Sampdoria e Atalanta, rischiando di perdere contro il Sassuolo e venendo raggiunti dall'Inter al 86esimo con Vecino. Poi la magia: rimonta, doppietta di Dzeko e nuovo ciclo di vittorie.

Alterna, discontinua, instabile, irregolare, mutevole, variabile, magica Roma. Trascinati, rapiti dalle montagne russe di sensazioni. Di grandi ottimismi e tristi depressioni, di tabelle per lo scudetto e scontri salvezza, di vittorie schiaccianti e sconfitte inimmaginabili.

Domenica sera, contro il Napoli, tra la normalità e la sorpresa allora è meglio non scegliere. Tanto lo sai, sarebbe inutile. Fai te.

Patrick Schick, una spallata alla paura

Da Roma Spal a Roma Spal, da aprile a ottobre, sono passati 425 minuti di Patrick Schick, due sole partite da titolare quest'anno (contro Milan ed Empoli), il resto solo spezzoni anonimi, o quasi. Nel mezzo ci sono solo due gol, entrambi di fila, nel finale della passata stagione, contro i ferraresi e il Chievo. Nel mezzo, però, c'è anche un precampionato fatto di gol e fiamme, di prestazioni importanti, di una forma che finalmente sembrava essere quella giusta. 


Tutta la preparazione svolta con regolarità, il ritiro pieno fatto con la squadra e il mister, i guai muscolari che finalmente sembrano passati. Eppure c'è qualcosa che ancora non va. Il Patrick Schick che scende in campo con la Roma è l'ombra di sé stesso: sfortunato e tenero, gracile, dal contributo praticamente vicino allo zero. 


Il suo score giallorosso è ancora fermo a 3 reti in 32 presenze complessive, al netto del suo costo di cartellino (il più alto nella storia della Roma, 42 milioni) è praticamente 14 milioni a gol, mentre alla Sampdoria, con appena 2 presenze in più, era arrivato a 13 marcature.


Qual è il problema di Schick? Se lo chiedono i tifosi, si interrogano a Trigoria. "Patrick ha avuto un anno meraviglioso nella sua stagione alla Sampdoria senza essere un titolare indiscutibile di quella formazione. Molte volte partiva dalla panchina - spiegava Monchi lo scorso giugno alla rivista The Tactical Sport - Quest’anno, invece, ha avuto un percorso normale. Credo che lo troveremo molto più preparato per l’anno che verrà. È un ragazzo di 21 anni e sappiamo quali sono le sue qualità. Schick è un fuoriclasse e lo dimostrerà".


Parlava di panchina, il ds giallorosso, centrando quello che per molti era il vero nodo della questione. Troppo basso il minutaggio per il giovane ceco, troppo pressante il dualismo con il mostro sacro Edin Dzeko. Eppure la panchina non sembra essere un problema. Prendete la partita di Nations League di sabato scorso, tra Slovacchia e Repubblica Ceca. Schick è ancora in panchina, entra al 73esimo, al posto di quel Michael Krmencik attaccante del Viktoria Plzen battuto dalla Roma in Champions League. Gli bastano appena 3 minuti per beccare il cross di Dockal, anticipare Skriniar, mettere il pallone nel sacco e regalare la vittoria alla sua nazionale.
Basta poco per sbloccarsi. Serve un gol per stracciare freni e paure di un giocatore che quando scende in campo sembra portarsi dietro il fardello del contratto, delle aspettative, delle eredità. Sta a Di Francesco aiutarlo a liberarsi.

E il ciclo che attende la Roma potrebbe forse giocare a suo favore: in un mese i giallorossi dovranno vedersela contro Spal, Napoli, Fiorentina e Sampdoria in campionato, mentre in Champions League saranno impegnati nella doppia sfida contro il CSKA Mosca. Per fare bottino servono tutte le forze possibili, specie quelle ancora non liberate.

Segnatevi il nome: Devid Eugene Bouah

Bisogna dirlo un po’ a bassa voce, senza farsi sentire, per evitare macumbe, cabale e sfortune. La Roma sembra essere uscita, o quasi, dalla maledizione dei terzini. È vero, Rick Karsdorp è ancora l’oggetto misterioso di questa rosa, con un ginocchio non totalmente recuperato e una testa forse già in volo verso l’Olanda, dove potrebbe tornare a gennaio. Ma se Kolarov e Florenzi erano le garanzie dell’anno scorso, quest’anno nella manica di Eusebio Di Francesco ci sono anche un Davide Santon rigenerato e un Luca Pellegrini in rampa di lancio.

Contro l’Empoli è stato il suo grande giorno. Esordio dal primo minuto, a scoprire come il campionato non sia fatto di soli assist e controlli volanti, ma anche, e soprattutto, di sportellate e di rincorse. La parabola di Luca Pellegrini, che approdò a Trigoria da trequartista e da esterno alto, sembra essere la stessa dell’altro nastro nascente delle corsie laterali giallorosse.

Il suo nome è Devid Eugene Bouah, terzino destro già a quota 3 gol in questo avvio dei ragazzi di Alberto De Rossi. Nato il 13 agosto 2001, primo tesserato giallorosso nato dopo il terzo scudetto della Roma a sedersi in panchina con i grandi, è andato a segno sia nella disfatta contro il Sassuolo che nella goleada, 7-1, contro il Milan.

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Padre ivoriano, madre italiana, un fratello più piccolo, Ethan, anche lui in maglia giallorossa. La storia romanista di Bouah inizia, ovviamente, grazie a Bruno Conti, che lo scova all'età di 10 anni alla Lodigiani. Con i Giovanissimi Fascia B di D'Andrea, il ragazzo gioca esterno alto nel tridente e fa vedere subito le sue qualità offensive. Nel 2015 però arriva alla Roma, dalla Vigor Perconti, Mory Bamba, autentico trascinatore della squadra. Bouah si siede in panchina, il minutaggio inizia a scendere.

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La svolta arriva con il cambio di ruolo. Negli Under17 di mister Toti e poi nella Primavera, raggiunta con un anno di anticipo, gioca da terzino destro. Sfrontatezza e gamba, dribbling e recuperi. Forte fisicamente e dotato di un'ottima velocità, il sito worldfootballscouting lo paragona al difensore del Liverpool Trent Alexander-Arnold e dopo l'appuntamento, saltato, in terra inglese per gli Europei Under17, mister Nunziata l'ha convocato per i test estivi contro Slovenia e Lettonia.

"Come si raggiunge un traguardo? Senza fretta ma senza sosta" scriveva appena un anno fa Bouah sui social. Quello che ha davanti può essere l'anno decisivo nel suo processo di crescita. In attesa delle nuove convocazioni in prima squadra. Senza fretta, ma senza sosta.

L'ora di Luca

"Gioca Luca Pellegrini, sarà titolare all’esordio. Kolarov non sarà nemmeno tra i convocati, oggi non camminava nemmeno". È stato chiaro e diretto il mister Eusebio Di Francesco in conferenza stampa. Dopo quelle manciate di minuti contro Frosinone e Viktoria Plzen, ma soprattutto dopo un precampionato vissuto con l'acceleratore abbassato, è arrivato il momento del terzino romano.

L'investitura ufficiale era arrivata poco più di una settimana fa, nella sfida contro i ciociari. Pellegrini entra, Kolarov viene spostato in mediana e si confeziona così un gol che è quasi una parabola tra presente e futuro, tra i veterani e le giovani leve. Assist del bambino, cannonata in porta del vecchietto. E delle parole, sussurrate all'orecchio: "Devi giocare sempre".

Stasera toccherà proprio a lui e sarà l'esordio da titolare in Serie A. "Le sensazioni all'esordio non si possono spiegare, sono tante emozioni che ti avvolgono e rivelano la persona che sei. Sono molto, moltissimo felice. So quanto ho lavorato per arrivarci".

Quanto ha lavorato, quanto ha faticato e quanto ha sofferto. Due infortuni letali nel giro di pochi mesi. Il legamento crociato a luglio 2017, 140 giorni ai box, poi al rientro frattura della rotula, per un altro calvario di quattro mesi. Luca Pellegrini non ha mai smesso di lavorare e di crederci. In fondo gli infortuni possono essere anche una fortuna. Fortificano, ti maturano, ti creano possibilità. Come quando giocava nella Tor Tre Teste, con mister Mastropietro. Aveva iniziato con le gare di nuoto, da cui ha preso il fisico piazzato e le spalle larghe, poi il pallone con la Cinecittà Bettini. Quando a Trigoria si sparge la voce di questo ragazzo, Luca Pellegrini gioca trequartista o esterno alto e nell'ultimo campionato ha messo a segno 30 gol. Bruno Conti e Roberto Muzzi organizzano una spedizione per osservarlo da vicino. Quel giorno però mancano molti suoi compagni di squadra, Luca viene spostato terzino sinistro. E crea il panico. I modelli sono Gareth Bale e Paolo Maldini, anche se lui dice di ispirarsi a Marcelo. Con le giovanili della Roma vince due scudetti, Giovanissimi e Allievi Nazionali, unico giallorosso insieme a Mirko Antonucci ad aver vinto due finali così con la stessa maglia.

In Primavera, a dire la verità, non gioca praticamente mai tra infortuni e convocazioni in prima. Ma è il destino dei forti, dei predestinati. Lo stesso che l'ha portato a rifiutare tutte le offerte arrivate da mezza Europa. In origine fu il Reading, poi l'AZ Alkmaar, il Monaco, il Manchester City, il Liverpool e il PSV Eindhoven, la Juventus e la Fiorentina. Luca Pellegrini ha detto sempre di no e, grazie alle manovre del suo procuratore, Raiola, è riuscito a strappare alla Roma un contratto a cifre record: 800.000€ a stagione fino al 2022.

E stasera, ad Empoli, arriva il momento di farsi vedere davvero.

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