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Game of Thrones - Trigoria edition

Scusate l’accostamento, è stato per rompere il ghiaccio. Non è mai facile parlare delle cose a cui tieni particolarmente. Sono di questi giorni l’attesa e l’ansia per quella che è una delle serie tv più seguite di sempre, (quasi) tutti ne parlano. Si parla anche di Endgame, certo, ma anche questi due colossi del piccolo e del grande schermo si piegano di fronte alle dinamiche interne all’AS Roma. Da qui l’idea del titolo. Il trono vacante (siamo sicuri che lo sia davvero?) fa gola a tutti, è IL centro di potere (cit.) più ambito tra i dirigenti che fanno capo a James Pallotta.

Prima di addentrarci, facciamo una fotografia della situazione dirigenziale dell’AS Roma. Pallotta è a Boston e non ha la benché minima intenzione di passare per Roma (da un anno non mette piede nella capitale); Franco Baldini è il direttore ombra e fa la spola tra il Sudafrica e Londra (dove incontra uomini mercato, dirigenti, allenatori, come fa un vero e proprio dirigente operativo); Ricky Massara è a Trigoria ma a giugno potrebbe lasciare o continuare in un nuovo ruolo diverso da quello attuale; Guido Fienga è il nuovo amministratore delegato, teoricamente il nuovo uomo forte di Trigoria (sua l’idea di avviare l’operazione Conte, drammaticamente naufragata con bocciatura pubblica delle ambizioni e delle possibilità del club, tramite la Gazzetta. Operazione non pienamente condivisa, eufemisticamente parlando, dall’intera dirigenza romana); Francesco Totti, ex capitano e leggenda vivente della Roma, in teoria figura in ascesa, ma nei fatti ancora in cerca/attesa di un ruolo definito e forte, in cui possa determinare. Questa è la Roma che tocca palla sulle questioni di campo.

Francesco Totti è ancora alla ricerca di una maglia da dirigente nella sua Roma

Il boss è a Boston, casa sua, osserva gli sviluppi della squadra giallorossa da lontano, con ovvio interesse e con contatti frequenti con dirigenti (ombra e ufficiali). Pallotta non ha risposte, ma ha tante domande: perché le cose non vanno? Perché il settore sportivo di questa società non riesce a ingranare o ad avere continuità, perché continuano a saltare teste? Cosa non funziona a Roma? Per il presidente le cause del problema vanno a ricercate a Trigoria. Non è un caso che siano stati allontanati allenatore, staff tecnico, alcuni preparatori, il medico e svariati terapisti. Dopo il burrascoso addio di Monchi, sostanzialmente scappato per tornare a casa in un ambiente più morbido e meno ambizioso, l’ex segretario generale Ricky Massara è stato nominato direttore sportivo, mentre l’ex direttore generale Mauro Baldissoni è stato promosso (?) e nominato vicepresidente esecutivo. 

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Nel frattempo, è arrivato Claudio Ranieri con un contratto a tempo (rimangono tre partite e poi sarà di nuovo libero), corteggiato in primis da Francesco Totti. Baldini consigliava Paulo Sousa, ora al Bordeaux. Il direttore ombra è stato sconfitto? E’ stato fatto fuori? Ma neanche per sogno, ha soltanto perso una battaglia, forse perché non c’era la volontà di impegnarsi economicamente con un allenatore che non convinceva pienamente (almeno i dirigenti di Trigoria, sempre per tornare ai centri di potere). Dopo questo episodio di GoT (game of Trigoria), ne inizia un altro: serve un nuovo direttore sportivo, perché Massara era a Trigoria durante i disastri di Monchi (e non solo), che hanno portato la Roma a fare tre passi indietro rispetto al percorso di crescita iniziato anni fa.

E se alla fine, alla Roma, rimanesse Claudio Ranieri?

Chi sarà il nuovo ds? Massara, no. Campos? Mislintat? Petrachi? I primi due sono stati scartati, o comunque hanno fatto altre scelte. Forse l’ultimo, anzi, si può dire che sia stato scelto proprio lui. Quando? Nel summit di Boston (Pallotta, Massara e Baldini), l’ex segretario generale è stato sostanzialmente depotenziato e la prova provata è data dai numerosi contatti con l’attuale ds del Toro. Il meno convinto (eufemisticamente parlando) di “affondare” su Antonio Conte. In attesa di Petrachi (che va “comprato” dal Torino, con un giocatore da prendere o qualche giovane…), lui continua a gestire le cose di Trigoria, con voglia e affetto (tanto, forse troppo) per la Roma. Non è da escludere una sua permanenza se le cose per Petrachi non dovessero andare come previsto. Non il massimo, potrebbe pensare un esterno. Ecco, appunto. Almeno per lui, no? Altro capitolo: Petrachi è stato “scelto” prima del tentativo per Conte, al massimo sarebbe stata una freccia in più nella faretra del club. Un nuovo uomo forte per Trigoria (dopo Sabatini e Monchi), sicuramente una figura diversa e nuova per la Roma americana. Non un accentratore, più pragmatico e meno visionario, meno colpi di genio ma sicuramente più interessato (e incline) a lavorare fianco a fianco con il tecnico. Ha tirato su un Torino forte e ambizioso, spendendo poco, funzionale per il tecnico che ora tiene vivo il sogno quarto posto. Il problema è sempre lo stesso: quanto potrà essere se stesso a Roma? A Monchi era stata promessa carta bianca, ma nei fatti non è stato così.

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Sabatini stesso, uomo e volto per eccellenza della Roma americana, ha deciso di andarsene più per le ingerenze di Baldini che non per il rapporto con James Pallotta. Il trono è davvero vacante o Franco Baldini vi è comodamente seduto sopra, mentre gli altri tentano scalate o conferme? Cosa deve succedere a Trigoria (o a Boston…) perché Baldini perda definitivamente i gradi e i dirigenti ufficiali possano cominciare a lavorare davvero liberamente? Non è una cosa all’orizzonte, in ogni caso, visto che Baldini è attualmente al lavoro (e da tempo) per portare Maurizio Sarri sulla panchina della Roma (il tutto mentre Fienga tentava Conte).

E a Trigoria cosa pensano? Potrebbero considerare più fattibile Gasperini, o Marco Giampaolo. In ogni caso, in questo momento a Trigoria sembra regnare la confusione, con un'immagine da riscattare dopo il sonoro no di Conte e una stagione, la prossima, da programmare. E a Torino, invece, cosa pensano? Cosa pensa Petrachi, sapendo che corre il rischio di venire a Trigoria giusto in tempo per realizzare le cessioni e le plusvalenze (la situazione per quest’anno non è drammatica, ma per il domani pare non ci sia aria da muro contro muro con l’Uefa) necessarie?

Una cosa è certa: fin quando non sarà fatto ordine, difficilmente in casa Roma le cose potranno funzionare senza problemi, senza ballare sul filo del rasoio. Equilibrio tra i poteri, grosse disponibilità economiche e unità di intenti sono alla base di un progetto sportivo vincente e solido. La Roma è ancora al lavoro per trovare la quadra e dopo otto anni non è una cosa molto rassicurante per i tifosi.

 

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Il trono di squadre

 

L’inverno è finalmente arrivato! Tranquilli, le vostre scampagnate primaverili non sono in pericolo, l’inverno non è arrivato da noi ma a Westeros, il continente immaginario dove si svolgono le vicende di Game of Thrones, la serie tv simbolo di questo decennio che è riuscita a coinvolgere milioni e milioni di fan.

La febbre del trono si fa sentire anche qui nella redazione de Il Catenaccio e allora per ingannare l’attesa tra una puntata e l’altra abbiamo provato a farci una domanda a modo nostro. Se le casate di GoT fossero una squadra di calcio a quale squadra reale assomiglierebbero di più?

Proviamo a dare una risposta, in modo quanto più possibile spoiler free e con una buona dose di ironia:

starkCasa Stark – Roma roma

Gli Stark sono i protettori del Nord, discendono direttamente dai Primi Uomini e venerano gli antichi Dei. Il loro temperamento glaciale non ha molto a che vedere con la passione dei tifosi giallorossi, ma anche loro venerano un dio tutto loro, detto Er capitano o Er pupone dai più devoti, e soprattutto hanno in comune il lupo che campeggia fiero sullo stemma degli Stark e su quello della Roma.

lannisterCasa Lannister – Juventusjuve

I Lannister sono la casata più ricca dei sette regni, grazie a prestiti e sotterfugi sono riusciti ad accumulare una ricchezza incredibile e a dominare economicamente le altre casate, il loro obiettivo però è raggiungere il Trono di Spade e dominare l’intero continente… Serve aggiungere altro?

 

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targaryenCasa Targaryen – Milanmilan

I Targaryen sono un’antica dinastia proveniente dalla misteriosa Valyria, giunti a Westeros sono riusciti a sottomettere l’intero continente grazie al fuoco dei draghi, ma scomparsi i draghi è scomparsa anche la loro potenza. Il Milan ha avuto per più di 30 anni un suo drago, anzi più un biscione, grazie al quale è riuscito a dominare l’Europa, ma da quando quel drago se n’è andato i giorni di gloria continentale sono solo un bel ricordo.

greyjoyCasa Greyjoy – Interinter

I Greyjoy sono i lord delle isole di Ferro, sono pirati e saccheggiatori, sempre pronti a sfruttare le debolezze degli altri lord per occuparne le terre. L’Inter si è dimostrata maestra in passato nello sfruttare la debolezza altrui e prendersi il primo posto per diversi anni, ora sembra che si sia un po’ assopita, ma si sa: “Pazza Inter, amala” e come recita il motto dei Greyjoy: “Ciò che è morto non muoia mai”.

martellCasa Martell – Napolinapoli

I Martell governano su Dorne, la parte meridionale di Westeros, sono fieri e passionali, il loro motto è: ”Mai inchinati, mai piegati, mai spezzati”. La stessa fierezza e passione, lo stesso fuoco e determinazione che hanno i tifosi napoletani e come ‘O sole mio di Napoli il loro stemma è un grande sole splendente.

arryn            Casa Arryn – Laziolazio

Gli Arryn governano da secoli da una fortezza inespugnabile chiamata Nido dell’Aquila, il loro motto  è “In alto come l’onore” e i loro colori sono il bianco e il blu. Non c’è bisogno di aggiungere altro, lassù dove volano le aquile c’è solo la Lazio ed è alto l’onore e l’orgoglio di essere La prima squadra della capitale.

Un Regno con due troni e troppi Re

Bagarre dal sapore infuocato in zona Champions. Lasciando in sospeso il ruolo della Lazio, alle prese sì con una gara in meno da recuperare con l’Udinese, ma con il ritardo forse decisivo in classifica frutto della sconfitta col Milan, almeno altre 4 squadre si trovano a lottare per i 2 posti rimasti disponibili per avere accesso alla prossima edizione della massima competizione continentale. Con tutto ciò che ne consegue.

Polemiche arbitrali, veleni, magliette alzate per schernire gli avversari, alcuni allenatori che sembrano aggiustare una stagione sotto un diluvio e altri che si rifugiano in silenzio stampa. Parliamo di Inter, Milan, Roma e Atalanta che combatteranno tra loro, fermo restando quanto accennato sulla Lazio, per vincere una battaglia decisiva: conquistare uno strano Regno dai 4 troni, di cui 2 già occupati da ottobre. E accanto a ogni trono si trova il suo forziere. Per un club entrare in Champions comporterebbe già solo per l’ingresso una pioggia di denaro spropositato.

Secondo un articolo pubblicato su investireoggi.it nel giugno dello scorso anno, si è stimato che Juve, Roma, Inter e Napoli abbiano incassato per accedere alla competizione continentale riferita alla stagione 2018-2019 dapprima un dividendo fisso di 15,5 milioni, poi una somma che oscillerebbe tra gli 11 e i 29 milioni in base al ranking di tali squadre, infine cifre calcolate sul market pool fisso e variabile consistenti nel complesso ad almeno altri 10 milioni. Anche i soldi da assegnare per l’ingresso nella prossima edizione non saranno granché diversi. Il che fa capire la ruvidezza dello scontro per le prime posizioni.

Sabato la gara tra Milan e Lazio, finita 1 a 0, gol di Kessie su rigore, è il sintomo di tensioni alle stelle che serpeggiano in queste ultime partite in cui il gioco conta assai poco rispetto ai singoli episodi. Cross da distanza siderale di Laxalt verso Piatek e Musacchio, che non ci arrivano con quest’ultimo buttato giù in area da Durmisi. Rigore contestato a favore del Milan. Iniziano i primi guai in campo, dopo che, precedentemente, era stato anche fischiato un rigore per i rossoneri da Rocchi per poi essere annullato dallo stesso alla Var. Un contrasto tra Milinkovic e Rodriguez fa gridare allo scandalo la Lazio, ma l’arbitro non concede il rigore. Da lì la rissa finale con Inzaghi allontanato e con terrificante contorno a fine partita fornito dalla maglietta di Acerbi alzata da Kessie e Bakayoko in segno di spregio dell’avversario. Un inquietante nuovo rituale che sancisce il crollo definitivo dell’ultimo brandello di sportività rimasto nel Paese, cioè lo scambio della maglia.

Fa riflettere invece la vittoria catenacciara della Roma, che nel diluvio dell’Olimpico si impone sull’Udinese 1 a 0 con gol di Dzeko. Viene un dubbio: ma non è che, con un mister così attento agli equilibri difensivi fin da inizio stagione, i giallorossi, evitando di prendere 3 gol a gara, avrebbero potuto occupare un tranquillo terzo posto solitario in classifica con distacchi importanti sulle altre?

 

di Federico Cavallari

Alexander Doni, l’arte della plasticità

Lo sport è un’attività complessa che porta gli atleti a dover mescolare capacità fisiche e psichiche in pochissime frazioni di tempo. Questo composto riesce a dar vita ad una serie di gesti piacevoli per l’occhio umano, in grado di intrattenerlo e di ispirarlo. Ci sono sportivi a cui questo lavoro riesce meglio: Rudolf Nureyev sosteneva che Cruijff avrebbe dovuto fare il ballerino. “Era intrigato dai suoi movimenti, dal suo virtuosismo, dal modo in cui riusciva a cambiare improvvisamente direzione lasciandosi tutti alle spalle e a fare tutto ciò mantenendo un controllo, un equilibrio e una grazia perfetti. Era stupefatto dalla rapidità mentale. Si vedeva che ragionava così velocemente da anticipare tutti”. Lo ha raccontato David Winner in Brilliant Orange: The Neurotic Genius of Dutch Football, sottolineando involontariamente, come ha fatto il Pelé Bianco a far comprendere al mondo intero che esiste una nuova forma di arte visiva: il calcio. In questo sport il ruolo del portiere è quello che più si avvicina alla plasticità artistica. A Roma, dal 2005, si è riscoperta grazie a Doniéber Alexander Marangon.

IL PORTIERE DALLA PARATA PLASTICA

Alexander Doni arriva a Roma nella sessione di calciomercato estiva che anticipa la stagione 2005/2006, pagando di tasca propria i 18.000€ della clausola rescissoria che lo legava alla Juventude. Con il suo esordio nel derby del 23 ottobre 2005, diventa il secondo portiere straniero della storia romanista dopo l’austriaco Konsel. Con l’intento di sostituire Gianluca Curci, Spalletti decide di dargli fiducia, permettendogli di mettere in mostra il suo stile di gioco particolare e affascinante. Da quella partita in poi, il pubblico della Serie A comincia a notare un approccio alla parata innovativo, non sempre fondato sulla neutralizzazione del tiro correndo meno rischi possibili, ma basato sul senso estetico, portando a termine quella che più comunemente viene definita parata plastica.

 
Parata in controtempo, plastica ed efficace.

Doni si approccia al ruolo del portiere seguendo i canoni di Cláudio Taffarel. Il suo punto di forza era quello che, soprattutto oggi, viene definito un difetto del portiere: l’assenza del passetto. “Ci sono tante scuole di pensiero diverse. In Brasile facciamo così, ma in Italia e a Liverpool ho imparato altri modi che ci sono per fare questo ruolo”. Effettuare un passo nella direzione del tiro permette al portiere di avere una maggiore possibilità di arrivare in tempo sul pallone. I portieri brasiliani hanno preso questa tecnica e l’hanno cancellata dalla loro memoria (o si sono sempre rifiutati di accettarla), opponendosi come se fosse uno stratagemma utile solo a semplificare il proprio mestiere. Doni, con la sua maglia numero 32, prende questa caratteristica verdeoro e la rende esteticamente soddisfacente. La maggior parte delle sue parate arrivano dopo un tuffo che lo tiene sospeso in aria per almeno un paio di secondi. Un omone di 91 kg e alto 194 cm che in modo fulmineo spicca il volo, sostituendo per quegli istanti la pressione terrestre con quella lunare. L’estensione del suo corpo longilineo gli permette di arrivare su quel pallone, senza effettuare quell’inutile passo che, invece, non gli permetterebbe di compiere quella parata tanto odiata da chi non vuole ancora capire che il calcio è anche spettacolo. Viene definita parata plastica non a caso, perché in aria il corpo di Doni assomiglia a una scultura che ha un solo compito da portare a termine: appagare gli occhi di chi lo guarda.

ARRIVARE PRIMA DELLO SWEEPER-KEEPER

Lo sweeper-keeper è il risultato finale dell’evoluzione del ruolo del portiere. Negli ultimi anni, i vari club in giro per l’Europa hanno cercato di acquistare un interprete del ruolo che avesse la particolarità di saper gestire il pallone con i piedi. Questa tendenza, accentuata dallo stile di gioco innovativo portato dal Bayern Monaco di Neuer, aiuta la maggior parte delle squadre ad uscire dalla pressione alta degli avversari con meno difficoltà. Alcune squadre sfruttano i loro numeri uno anche per impostare e verticalizzare la manovra della squadra. Alexander Doni non aveva questa tipologia di compiti, ma la sua tecnica con i piedi gli permetteva in alcune occasioni di risolvere situazioni complesse in modo efficace. Stereotipicamente è una capacità che viene attribuita a qualsiasi calciatore carioca, ma in realtà non è assolutamente da dare per scontato. Júlio Sérgio Bertagnoli o, addirittura, Artur Moraes, non erano in grado di gestire il pallone con le sue stesse abilità (questa fu probabilmente una delle motivazioni che spinse Montella a restituire la maglia da titolare a Doni).

 
Cristiano RonalDoni. 

 

La Roma, nella prima stagione di Di Francesco, si è abituata all’immagine dello sweeper-keeper grazie ad Alisson Becker, che partecipava costantemente alla manovra di gioco. La sua sicurezza nella gestione della palla lo portava molto spesso a compiere dribbling rischiosissimi, ma estremamente divertenti per il pubblico. Con Doni la situazione era differente: non faceva le stesse cose di Alisson, ma restituiva l’immagine di un portiere che sapeva giocare anche con i piedi, che aveva una padronanza del pallone probabilmente assente nelle gambe di qualche difensore. Il suo modo di giocare fu un assaggio di quello che è l’interpretazione moderna di un ruolo in cui si usano le mani in uno sport in cui si usano i piedi.

Doni ha rappresentato la fase di transizione che ha portato il ruolo del portiere da quello tradizionale a quello moderno e attuale, in cui in Brasile hanno cominciato a fare il passetto e ad essere meno plastici nell’esecuzione della parata. Alisson e Ederson sono due grandi portieri che stanno aiutando le rispettive squadre a fare bene sia in campionato che in Champions League, ma che hanno subito un’europeizzazione grazie ai loro preparatori atletici e alla mutazione del gioco. L’ex giallorosso, il numero 32, ha mantenuto il suo stile singolare e sudamericano che, nonostante dei periodi negativi (dovuti a infortuni e a una pessima forma fisica), lo hanno aiutato a lasciare un’immagine positiva di sé. Nella mente dei romanisti ci sono ancora quella serie di parate in Lione – Roma e quell’insieme di tuffi che gli hanno permesso di consolidarsi come il portiere della rinascita giallorossa.

 

 

 

Date a Rino quel che è di Totti

Ricostruire dalle fondamenta non è mai semplice. Farlo in una città in tumulto che ti ha eletto negli anni a divinità calcistica e non, risulta ancora più difficile e complicato. Questo il compito che spetterà dal primo luglio 2019 a Francesco Totti, ingombrante dirigente romano ed ex capitano mai dimenticato.

Al volgere di una stagione nefasta per i colori giallorossi, otto partite separano la Lupa Capitolina dall’ennesima rivoluzione annunciata. A guidarla, appunto, er Pupone, investito finalmente di responsabilità e di quei pieni poteri operativi che venivano invocati per lui fin dal giorno successivo al suo ritiro, in quella famosa domenica del 28 maggio 2017. In esclusiva oggi, tramite questo pezzo, noi de ilCatenaccio siamo pronti a svelarvi i piani della Roma che verrà, idee e pensieri che si intrecciano indissolubilmente alla figura di Ivan Gennaro Gattuso, bandiera rossonera e condottiero mal sopportato di una barca, quella milanista, che sta tentando faticosamente l’approdo in Champions a 5 anni di distanza dall’ultima proficua apparizione sulle migliori “coste” europee.

totti

Ammettetelo: non ci state capendo nulla? Andiamo con ordine.

Dopo l’allontanamento del Ds spagnolo Monchi susseguente alla disfatta col Porto, a Roma si è creato un vuoto di potere che Pallotta, ricalcando i passi della gestione immediatamente post Sabatini, ha tamponato con la promozione del fedele Massara. Fin qui niente di nuovo se non fosse che Francesco Totti, liberato dall’opprimente naftalina in cui era affossato da un anno e mezzo, ha preso la prima vera decisione importante nelle sue nuove vesti, richiamando a Roma quel Claudio Ranieri quasi scudettato nell’amara stagione 2009/2010. È inutile oggi soffermarsi sulla bontà o meno della scelta (per essere onesti, al momento il campo la sta smentendo clamorosamente), ma ciò che ci preme sottolineare invece è la nuova consapevolezza dirigenziale che il campione del mondo 2006 lega indissolubilmente a questa scelta: posso incidere anche in questo ruolo.

Da qui, e da questo momento comincia l’esplicazione del piano futuro romanista, l’idea di Pallotta, dopo un confronto con lo stesso Totti, di affidargli la gestione futura della Roma, declassando così Baldini a mero consigliere esterno piuttosto che saccente deus ex machina romanista. Con o senza la qualificazione alle coppe europee, il piano è solare: ricostruire una squadra di giocatori giovani (soprattutto) e meno giovani (pochi ma buoni) che possa aprire le porte ad un futuro stavolta condito da qualche successo.

A chi affidare questo manipolo di ragazzotti? Nessun dubbio: Gennaro Gattuso. È lui l’uomo identificato come quello della rinascita romanista, avanti oggi a Sarri nelle preferenze del Capitano. Un gladiatore all’ombra del Colosseo, banalità vera o presunta, il nativo di Corigliano Calabro si appresta a guidare la sua truppa, come una sorta di Massimo Decimo Meridio 2.0. Le richieste? Belotti per Dzeko, bosniaco sempre più triste e a secco da quasi un anno all’Olimpico in campionato, e Tonali, regista classe 2000 del Brescia per dare freschezza e vivacità ad un reparto di centrocampo reso acerbo dall’inconsistenza di Nzonzi e Cristante e al contempo annacquato dai malanni fisici di De Rossi.

Già, proprio lui. Filtra negli ambienti vicini al giocatore la voglia di ritirarsi a fine anno, un ginocchio malandato e la volontà di non mettere a repentaglio la sua incolumità fisica post carriera. L’idea di Totti? Intuitiva, Daniele vice Gattuso, un po' come in quel mondiale 2006. L’immagine ci riporta alla memoria una delle formazioni “politiche” più importanti della storia romana: il Triumvirato. Totti-Gattuso-De Rossi come Cesare-Crasso-Pompeo? Alla storia e ai posteri, come sempre del resto, l’ardua sentenza.

Una Roma ribelle

C’è stato un momento, nel secondo tempo di Roma Napoli, in cui la squadra partenopea faceva torello con quella giallorossa. Un giro palla sterile, tanto per. Tanto per non rendere ancora più crudele e drammatico un parziale che già era sul 4 a 1.

I giocatori della Roma, in tutto questo, non riuscivano ad opporsi in nessun modo, rotolavano sul campo “come na balla de fieno a Porta Portese”, erano un’entità minima in balìa degli eventi.

Questa è la Roma adesso. Come la biglia nel piano inclinato, dove per quanto impercettibile sia l’inclinazione, viene trascinata verso il basso, sempre più velocemente, sempre più inesorabilmente. Il Milan è sopra da più di un mese, la Lazio ti ha superato e ha anche una partita in meno, l’Atalanta scalpita, Torino e Sampdoria sono pronte ad approfittarne.

Basterebbe un gesto, un gol, una vittoria, a fermare il corso delle cose. Basterebbe una frase qualsiasi. Come quelle di Claudio Ranieri in conferenza stampa: “Penso 25 ore al giorno a come migliorare questa squadra, credetemi sto pensando a tutto”. L'altra frase chiave il Testaccino la rivolge più che come una preghiera come un ordine: “Io chiedo sempre il supporto del pubblico, ma anche loro vogliono vedere una ribellione in campo, che la squadra faccia qualcosa. Chiedo questo ai miei uomini”.

Una Roma ribelle, ecco quello che ci vuole. Proprio come il senso etimologico del termine: ri-bellare, ricominciare la battaglia, riprendere la guerra. Ranieri non parla mai di combattimento per aprire la partita, ma parla di uomini, di tifosi. La Roma quest’anno non ha mai combattuto ed è questo quello che serve in questo momento. Una ribellione, una rivoluzione contro il nulla, contro questo svuotamento della classifica e dei cuori. Un 68 giallorosso che duri il tempo di dieci partite, una presa della Bastiglia tascabile. 

Rebel Rebel, you’ve torn your dress
Rebel Rebel, your face is a mess

Sì, è vero. Il vestito di squadra è strappato, la sua faccia è un casino, la sua regola è l’eccesso. Ma serve incredibilmente poco per riacciuffare qualcosa, per far sì che la biglia del piano inclinato si interrompa. Il Milan ha pareggiato di nuovo, la Lazio ha ancora uno scontro diretto in cui perdere punti, l’Europa ti sta ancora aspettando. La domanda, che fa paura, è se qualcuno dentro la squadra ne abbia veramente voglia. Ci affidiamo al più vecchio, a chi ha la barba e gli occhi per capire quando è il momento di ribellarsi.

Serve una Roma ribelle, che si scuota da un letargo che dura da agosto, serve una Roma che scavi sul fondo per vedere se è rimasto qualcosa, un briciolo di voglia, di passione. Prima di essere un altro tipo di ribelli, quelli da pugni chiusi, senza speranze e notte più nera.

Non è più Primavera

L’inizio della primavera è fissato, per convenzione, il 21 marzo. Giorno dell’equinozio, momento della rivoluzione terrestre in cui il sole si trova allo Zenit dell’equatore e attraversa la costellazione dei Pesci. Di diverso parere era Giulio Cesare, che promulgando il calendario giuliano fissava l’equinozio primaverile il 25 marzo.

La primavera, per noi, arriva una settimana dopo quella normale. Arriva oggi, il 28 marzo. E la congiunzione astrale è quasi la stessa: Thomas Häßler è infortunato, Vujadin Boskov chiama in panchina Rizzitelli e ordina di alzarsi a Francesco Totti. Erano le 16.43 di un 28 marzo 1993, al Rigamonti di Brescia arriva la primavera.

Era una primavera strana, mezz’ala, trequartista, punta, ancora non si sapeva bene come. Proprio come il ragazzino di oggi, biondino pure lui. Ma è meglio non pensarci…

Oggi non ci sono più le stagioni di una volta, fanno 30 gradi a mezzogiorno e la sera invece si gela. Si gela come quel febbraio in cui per l'ultima volta, e non lo sapevamo, festeggiavamo per un gol di Totti, al 97esimo di un anonimo e scialbo Roma Cesena di Coppa Italia. Si gela come quando non c'è il sole, si gela come quando si è da soli. Perchè dopo Francesco a scaldarci c'è Daniele, è vero, ma il ginocchio inizia a fare paura. Perché dopo Daniele ci saranno Alessandro e Lorenzo, giusto, ma è tutta un’altra cosa.

E allora eccoci ad aggrapparci, come Linus alla sua coperta, a qualsiasi cosa di bello passi sotto questo cielo, dove se c'è qualcosa di speciale passerà di qui, prima o poi.

Prima o poi...

Prima o poi la Roma ritornerà a giocare e magari pure a vincere. Una volta le pause di campionato non passavano mai, erano pesanti e vuote, si dovevano riempire con Ikea o Tremors su Italia 1, angoli di strazio in attesa del sollievo. Stavolta la Roma è a distanza siderale dalla vetta, il quarto posto è un miraggio. Stavolta la pausa di campionato è una boccata di ossigeno. Ci si può concedere il lusso di andare a letto sereni, di fare cose e vedere gente, di allontanare un'incazzatura che, stavolta, non ti avvelenerà il finesettimana.

Perchè da quando non gioca Totti non solo non è più domenica, come per Baggio e Ayrton Senna. Da quando non gioca Totti non è più proprio primavera. Da casa esco ancora col giacchetto, dormo sempre col piumone, ho ancora la gola che fa male. L'immagine di Totti che porto con me non è solo quella che ho in tasca dentro al portafoglio. L'immagine di Totti è un profumo e un suono. Odore di petti d'angelo appena sbocciati, il super santos che si infrange contro il cancello.

E non è roba da retorica, da ultimi romantici o sentimentalismi vari. A noi, del calcio, piace questo. A noi del calcio serve questo. I numeri sono importanti, è vero, le statistiche fondamentali. Ma a noi serve il cuore, la luce negli occhi, le lacrime. A noi serve credere in qualcosa che vada aldilà del fair play finanziario o del settlement agreement. A noi servono le favole. A noi serve che un bambino, con la faccia più seria del mondo, come se stesse per interrogarci sul prossimo conflitto in Medio Oriente o sulla crisi economica mondiale, ci chieda “ma secondo te è meglio Totti o Zaniolo?”.

E lo sai che è una domanda inutile, vana, sbagliata, ingenua, che non si deve dire e neanche pensare. Ma a noi servono le favole, servono quegli occhi lì. Serve aggrapparci a qualcosa senza pensare alle conseguenze. Perché la prossima sarà un’estate di inferno, di ennesime rivoluzioni e partenze, e ci saranno un autunno buio e un inverno ancora più freddo. Ma forse, dopo, tornerà anche la primavera.

Dove lo festeggia il capodanno Nicolò Zaniolo?

Il 5 luglio 2017, quando Nicolò Zaniolo firmava il contratto con l’Inter, sulla scrivania dell’ufficio nerazzurro c’era un calendario con un lupo. Forse era lì per controllare, per assicurarsi che le cose andassero tutte nel verso giusto, per far sì che il destino del ragazzo seguisse il suo corso. Lo avevano comprato dall’Entella, dove era stato raccolto da scarto della Fiorentina, per 3.5 milioni. Un’estate dopo lo rivendevano a 4.5, dentro l’affare Nainggolan.

zaniolo firma

Quante risate isteriche, quante mani tra i capelli in quei giorni di calura estiva, di revolucion sevillana. Quanta incredulità a leggere il suo nome tra i convocati per la nazionale maggiore, nell’undici iniziale del Bernabeu, nel tabellino contro il Sassuolo. A Firenze, per l’esordio in Serie A, Zaniolo è entrato al posto di Javier Pastore, quello comprato per fare il titolare, costato almeno sette volte tanto. Lì ci siamo incrociati per la prima volta, nella sua Toscana, all’ombra del Brunelleschi, dove fu cacciato perché troppo acerbo. Preso in trappola da un tailleur grigio fumo.

Poi l’ho rivisto altre volte, nelle scivolate in mezzo al campo, da falso nueve o da trequartista, nei palloni recuperati e in quelli illuminati, negli sgambetti subiti e non visti in area di rigore. C’era qualcosa che mi piaceva, ma non era ancora amore. Come le spizzate in discoteca, come le bambine occhiate in chiesa, oggi tutte quante spose, oggi tutte via da qui. Poi l’ho visto ballare, muoversi, scattare per 70 metri, arrivare in area, con un occhio guardare Schick, solo, con l’altro tenere a bada gli avversari. La palla dietro al sinistro, poi la finta, lo scavetto. Il gol. L’ho visto danzare. Come le zingare del deserto, come i dervishes turners che girano. Come Francesco.

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Qualche giorno prima mi ero imbattuto in un articolo dal titolo “10 buoni motivi per non scrivere al tuo ex durante le feste”. Fatalità poi arrivi te. Manco per gli auguri di Natale, proprio per fà un casino. “Vojo tornà” mi dici, “sto a fa un macello qua”. Ed è subito flash back che diventa flash forward. Un flusso di se, magari, chissà, forse.

Poi per fortuna arriva lui, ed è tutto cancellato. Come la chat tua su whatsapp.  

Ma quant’è bello Nicolò Zaniolo? Troppo, anche se ha la bocca sempre aperta. Ma quanto rimorchia Nicolò Zaniolo? Ma, soprattutto, dove lo festeggia il capodanno Nicolò Zaniolo? Dì un po’, secondo te. Per me potrebbe stare pure davanti alla tv con Carlo Conti. Di sicuro non andrà in discoteca, o magari sì e non ce ne fregherebbe comunque niente.

Si passano poco più di 200 minuti di utilizzo, Nicolò Zaniolo e Radja Nainggolan. 697’ il primo, 980’ il secondo, il primo rimasto a guardare in panchina, il secondo tra infermeria e tribuna. A proposito, dove lo festeggia il capodanno Radja Nainggolan? Fosse per lui a Roma, di nuovo, come si ascolta negli audio rubati e messi in rete. Nel dubbio, lo passerà da fuori rosa, dove lo ha messo Beppe Marotta. La sua prima mossa da nuovo dirigente nerazzurro. Monchi ha avuto fortuna, se l’ex juventino fosse arrivato alla Pinetina a giugno, oggi Zaniolo non sarebbe qui. E non passerebbe Capodanno con noi.

L’ultima volta che Roma e Porto si sono incontrate agli ottavi erano quelli di Coppa delle Coppe, era il 1981, era la squadra di Nils Liedholm. In campo, quel giorno, c’era anche Dario Bonetti, bresciano, classe 1961. Difensore da oltre 250 presenze in Serie A, 90 delle quali con la Roma, quasi 40 con la Juventus. 5 Coppe Italia, una Coppa Uefa e una Supercoppa Italiana in bacheca, poi una carriera da allenatore soprattutto all’estero. Abbiamo chiesto a lui un commento sui sorteggi di Nyon. Ne è venuta fuori un’intervista su Roma e Juventus, settori giovanili e calcio italiano. Ecco le sue parole, in esclusiva per ilCatenaccio.

 

 

Atletico Madrid per i bianconeri, Porto per i giallorossi. È andata bene alle italiane?  

Alla Roma poteva andare sicuramente molto peggio, soprattutto in questo momento. Per quanto riguarda la Juventus, l'Atletico Madrid non sarà avversario facile, è una squadra che ha grande compattezza, grande carattere, grande organizzazione, sa andare bene negli spazi.

Nell’ambiente romanista c’è ottimismo per la sfida con i portoghesi, ma i precedenti vedono solo pareggi e sconfitte. L’ultima volta che Roma e Porto si sfidarono agli ottavi erano quelli di Coppa delle Coppe, nel 1981, lei era in campo.

Ricordo quella partita, ricordo perdemmo 2-0 all'andata, con reti di Walsh e Costa, avevano una grande intensità, giocavano molto meglio. Erano una squadra di qualità, quindi di conseguenza fummo eliminati. In casa non riuscimmo ad andare oltre quello 0-0, ma stavamo costruendo una squadra.

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Quella di Liedholm, dello scudetto, di Falcao e Di Bartolomei.

Ho ricordi bellissimi di loro due. Sia come uomini che come calciatori. Erano dei fuoriclasse, erano le colonne di una squadra fortissima e che sarebbe arrivata in finale di Coppa Campioni nel 1984.

Un’impresa sfiorata l’anno scorso, con la rimonta sul Barcellona e la semifinale col Liverpool. Sembra passato un secolo, non crede?

Io penso che dopo tutte quelle cessioni fosse sotto gli occhi di tutti che la Roma anche quest'anno sarebbe ripartita da zero. Hanno preso dei giovani molto interessanti, ma si sono dimenticati che Roma è una piazza in cui c'è grande passione. E dove c'è grande passione a volte manca l'equilibrio e possono nascere depressioni molto forti. Questo ovviamente crea numerosi problemi ai ragazzi più giovani che, magari, devono dimostrare immediatamente il valore che hanno, non gli viene concesso tempo. Sono talenti di sicura prospettiva, però in questo momento c'è bisogno che vincano e che convincano. E non è così semplice.

Di questi giovani chi l'ha colpita di più?

Devo dire che tutti e tre gli attaccanti, Justin Kluivert, Cengiz Under e Nicolò Zaniolo, sono molto bravi. Mi aspettavo molto di più da Patrick Schick, che aveva confermato la sua grande qualità alla Sampdoria e ora invece sta deludendo. Faccio veramente fatica a capirlo. Evidentemente non ha carattere.

Lei con la Roma ha vinto quattro Coppe Italia, una invece con la Juventus, con la quale ha vinto anche in Europa la Coppa Uefa nel 1990. Cosa manca alle italiane per tornare al top in ambito continentale?

Dobbiamo essere sinceri, a parte quello della Juventus non vedo progetti. Creare un progetto non significa cambiare 5-6 giocatori tutti gli anni. Perchè giocatori forti ne ha anche l'Inter, li ha anche il Napoli, ma manca la progettazione seria, quella che permette di fare 1-2 innesti all'anno per alzare l'asticella della squadra sotto il profilo fisico, tecnico e tattico. Senza sconvolgimenti. Le grandi squadre hanno bisogno di giocatori pronti, di andare sul mercato per rinforzarsi. Penso che lo farà l'Inter di Marotta, un dirigente che ha grande esperienza e sa benissimo come si costruisce.

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Rinforzarsi quindi non solo in campo ma anche nei quadri dirigenziali.

Assolutamente sì. Marotta l'ha dichiarato apertamente, c'è bisogno di tempo ma soprattutto di essere sicuri. Se si prende un calciatore pronto, che ha già dimostrato qualcosa, che sa andare in bicicletta, allora ci sa andare sempre. Bisogna aspettare e inserirlo in un contesto che gli permetta di essere valorizzato al massimo, deve capire la storia del club, la lingua, trovare un senso di appartenenza. Ecco perchè dico che il campionato della Roma me lo aspettavo. I giovani hanno grande prospettiva ma sono, naturalmente, soggetti ad alti e bassi. La cosa che mi ha lasciato perplesso della partita di domenica sera è il modo in cui hanno giocato i giallorossi, il Genoa avrebbe potuto fare 4-5 gol, dal punto di vista tattico erano veramente allo sbando, la difesa imbarazzante.

Ai vertici solo la Juventus ha una coppia di centrali difensivi italiani. Per il resto ci si affida a Manolas e Fazio, De Vrij e Skriniar, Koulibaly e Albiol. Da centrale, si è fermata la scuola italiana dei difensori?

Il grande problema sta nei settori giovanili purtroppo. Voglio essere onesto, quello che penso lo dico, con il massimo rispetto: nei settori giovanili lavorano troppi raccomandati, che non sanno insegnare. La grande qualità che deve avere un allenatore di giovanili è trasferire ai suoi ragazzi l'esperienza che hai avuto in campo. Non sempre questo avviene.

Lei ha allenato soprattutto all’estero. La Dinamo Bucarest, il Dundee, la nazionale dello Zambia. La vedremo su qualche panchina tricolore?

Difficile, io ho allenato più all'estero che in Italia per una questione di rapporti. A parte Ancelotti e Mancini, che son partiti dall'alto, qui si fa fatica a far allenare chi ha fatto la gavetta. Lo vediamo con Zenga, con Bergomi, sono tutti in televisione ma potrebbero fare gli allenatori. Purtroppo è così, io quando vedo Beppe Bergomi allenare la Berretti del Como e sulla panchina dell'Inter magari Stramaccioni, lo dico con il massimo rispetto, c'è qualcosa che non va.

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Torniamo alla Roma, di recente è stato fatto il nome dell’esterno d’attacco rumeno Razvan Marin. Lei che ha allenato in Romania l’ha mai visto giocare?

Sinceramente no. E anche qui vorrei aprire un'altra pagina su Monchi, anche se ci sarebbe da aprire un'enciclopedia. La Roma non ha bisogno di un direttore sportivo spagnolo. Bisognerebbe dare valore anche qui ai prodotti nostrani, ai direttori italiani. In Serie A non si guarda il curriculum, lavorano raccomandati, gente che porta gli sponsor ma che alla fine fa i danni.

Tra le squadre in cui ha giocato, a fine anni 80, c’è anche il Milan. Che con la Roma e con la Lazio si contende il quarto posto. Alla fine chi la spunterà?

Devo dire che in questo momento vedo la Lazio più organizzata e più completa, con un ambiente compatto. Anche la Roma ha qualità ma deve ritrovare l'idea di gioco e, soprattutto, deve recuperare i giocatori che sono fuori.

In loop

Insomma non eri te Eusè. Non eri te quello giusto. Ci siamo presi pause di riflessioni che sembravano secoli, fiducie a tempo, per vedere se le cose, quasi per magia, si sarebbero risolte da sole, momenti da separati in casa. Eppure avevo pensato fossi quello giusto, magari non da sposare, ma da stare insieme il più tempo possibile. Mi piacevi anche se non piacevi a tutti, anzi, forse per questo mi piaci di più. Oggi te ne vai, come fanno tutti, prendi le tue cose, il tuo 4-3-3, il tuo calcio le tue verticalizzazioni, gli esterni di piede invertito, l'azione che parte dal basso. E saluti. Avanti un altro. Ma non è questo il problema.

Once upon a time I was falling in love, but now I’m only falling apart.

Te lo ricordi il Boemo? Te lo ricordi sì, dicevano che eri zemaniano, anche se quest'anno il tuo miglior marcatore è un terzino sinistro. Beh pure col Boemo ho preso una tranvata. Una di quelle cotte assurde, che durano un attimo ma te ti vedi già in abito da sposo, magari è solo una botta e via ma te ci stai sotto. Zemanlandia, lo spettacolo al potere, 4-3-3 sbrocco pe te, all'attacco vai / in difesa mai / non ti fermerai. Fu il Cagliari, come poteva essere per te ma non è stato, ancora una volta segnò Sau. C'erano Goicoechea e Piris, Dodò e Tachtsidis. Sembra passato un secolo. Perché ora ci sono Nzonzi, Kluivert e Schick, campioni del Mondo e campioni del futuro. Ma il presente è uguale al passato. Il sogno non s'avvera quasi mai.

Te lo ricordi il francese? Per dieci giornate consecutive a pensare che fosse veramente quello giusto. La chiesa al centro del villaggio, gli uomini Rudi, i gol solo nel secondo tempo. Del pelato neanche te lo dico, perché già sai tutto.

Punto di non ritorno, partita assurda, giocatori inadatti, allenatore da cacciare, squadra in ritiro. Così, a ripetizione, un'anaciclosi giallorossa, un eterno ritorno romanista. In loop. Roma Cagliari, il 26 maggio, Lo Spezia in Coppa Italia. Ora in mezzo c'è da aggiungere un derby perso senza un briciolo di dignità, un nuovo 7 a 1 ma stavolta in Coppa Italia e contro la Fiorentina. C'è da aggiungere una squadra svuotata, un cuore scavato, privo. E domani saranno rifondazioni estive, giovani promettenti, uomini duri, nuovi amori. Mi ricordo che quando sei arrivato a Roma mi scrissero "Sarà il vostro Conte". E sotto sotto c'ho creduto, sotto sotto c'ho sperato.

È più facile lasciarsi che continuare insieme. È più facile mandare via a te che undici calciatori, se non di più. E già lo so come andrà a finire. Come quando arriva il messaggio dell’ex che ti scrive “come stai?”. Te ci ricaschi. E se sull’anteprima di whatsapp leggessi Vincenzino, non saprei come prenderla. Ci ricascherei, lo so, l’Aeroplanino, i derby e tutto quello che vuoi. Figurati ora che mi ha fatto uno squillo Claudio, io già sono pronto a ricrederci. Ci ritroveremo a parlare come niente fosse, il fumo della pipa, Testaccio, la Sampdoria. Sarà come se non ci fossimo mai lasciati, ci guarderemo in faccia e tutto sarà come prima. Ma, come sempre, non sarà per sempre. Sarà fino a giugno, bene che va. 

E chissà, magari a Boston capiranno, magari nella testa spagnola qualcosa scatterà prima di lasciare Roma per sempre. And I need you now tonight, and I need you more than ever. Non ho bisogno di portoghesi bianconeri o di francesi fermi da due anni, le scappatelle estere non mi hanno mai attratto e con la Francia mi sono già scottato. La soluzione a tutto porta lo stesso cognome del Presidente del Consiglio, sta in causa con una squadra mezza biancoazzurra e, soprattutto odia la Juventus. Forever's gonna start tonight.

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