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Non ho mai visto giocare Di Bartolomei

C'è una parola tedesca che è intraducibile in italiano. E' "Fernweh" e, letteralmente, significa "nostalgia per un posto in cui non si è mai stati". Un luogo fisico, una città, una via, uno scorcio. Un luogo dell'anima, dei sogni. Una squadra, un calciatore, un capitano.
 
Ogni volta che si parla di Agostino Di Bartolomei provo nostalgia, nostalgia di un'epoca mai vissuta, di una Roma non conosciuta, di un calciatore mai visto. Sono nato venti giorni prima di quel 30 maggio di Castellabate. Non ho mai visto giocare Di Bartolomei. E provo invidia a sentire raccontare certe cose. Provo nostalgia per quel calcio senza creste e tatuaggi, senza nomi sulla maglia. Ma si può essere gelosi di una cosa che non ti appartiene?
 
Che cos'è Di Bartolomei per chi non l'ha mai visto giocare? Un simbolo innanzitutto. Un punto di riferimento in un firmamento di campioni, neanche troppo immaginario. Non ho mai sentito parlare Agostino, non l'ho mai visto. Ma me lo immagino silenzioso, quasi timido. Mi piacerebbe essere così, non dover parlare per forza, non dover aprire la bocca ad ogni costo. Vorrei essere come Agostino, capace di dare qualcosa per scontato. A sussurrare quando tutti urlano, a strillare quando serve, a rispondere davvero quando ti chiedono qualcosa. "In porto sicuramente, vediamo di arrivarci col vessillo". Agostino è un vessilo. Sai che è lì. Me lo immagino leggero, sincero, vero. "Faccio uno dei più bei lavori del mondo perchè ti diverti lavorando, ti danno i soldi per divertirti".
 
Vorrei saper esultare come Agostino. Una corsa, un abbraccio con i compagni, un cazzotto al cielo. Quel cielo a cui, a volte, bisogna anche inginocchiarsi, magari con entrambi i pugni in alto. Sempre dopo un gol. Niente isterismi, magliette, orecchie.
 
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"Oggi che essere serio è quasi una tara, oggi che molti calciatori hanno più tatuaggi che idee" scriveva Gianni Mura, appena un anno fa, proprio su Agostino. Paragonandolo, qualche riga più in basso al "profumo del pane fresco, la mattina presto". Qualcosa che ti rimanda al senso di dovere, di quotidianità, di casa, di buono.
 
Leggendo il suo manuale di calcio, mi immagino un Di Bartolomei minuzioso, fissato, quasi ossessivo, ma non rigido, severo. Ogni volta che, dopo un allenamento o una partita, mi asciugavo dopo la doccia facevo particolare attenzione alle dita dei piedi. Lo aveva scritto lui, nei suoi appunti di educazione calcistica. Lì micosi e batteri avrebbero attaccato con più facilità. Meglio passarci due volte.
 
Per me Di Bartolomei è una maglia senza nome, l'essere al posto dell'apparire, la fascia da capitano bianca, candida, senza peccato, data al leader silenzioso. Quello che non ti sbrocca davanti a tutti per metterti in ridicolo, ma che ti consiglia per non sbagliare più.
 
Si può allora essere gelosi di tutto questo? No, Agostino appartiene a tutti. Ai tifosi della Roma e ai tifosi di calcio. Si può essere gelosi anche di una cosa mai vissuta. Non ho mai visto giocare Di Bartolomei. Ma in un mondo in cui siamo tutti con il numero 10 sulla schiena, e poi sbagliamo i rigori, so che in fondo, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore. E se quei rigori, nella metafora calcistica della vita, sono le occasioni da concretizzare, la svolta sperata, allora vorrei batterli come Di Bartolomei. Una botta secca, precisa, forte. Senza guardare. Come Ago, che non ho mai visto giocare.
 
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Le notti di Zibì

Se c’è un giocatore che incarna meglio la sfida tra Juventus e Roma, questo è Zbigniew Boniek. Primo giocatore polacco del nostro campionato, sei stagioni in Italia, tre a Torino e tre a Roma. E una serie infinite di duelli tra bianconeri e giallorossi. Ecco le parole del “bello di notte”, in esclusiva per ilCatenaccio.es, sulla sfida di domenica.

Martedì contro il Manchester City, domenica contro la Juventus. Per molti è questa la settimana cruciale della stagione romanista, lei che ne pensa?

Non sono d’accordo. Le vittorie valgono comunque tre punti. Può succedere che in una settimana perdi una partita e poi vinci per quattro mesi di fila. Certo, settimane come questa possono servire a livello psicologico. Perché se fai una buona prestazione a Manchester, come è successo, esci con più convinzione nei tuoi mezzi e capisci di potertela giocare con chiunque. Ma alla fine non esistono partite più decisive di altre, tutte sono fondamentali e tutte valgono tre punti.

Una gara quella di Manchester dove ha ben figurato Skorupski, al suo esordio in Champions League.

Lukasz ha dato sicurezza alla squadra. Ha grande talento, è bravo anche a giocare con i piedi. È un giocatore con tanta personalità, lo abbiamo visto perché non si è fatto intimorire da avversario e pubblico. Poi c’è da dire che i Citizens non lo hanno mai impensierito, meglio così. Certo per crescere deve giocare di più, prendere più feeling con il campo. Ma ora c’è De Sanctis e va benissimo così, quando ce ne sarà bisogno Skorupski risponderà presente.

Juventus-Roma non sarà decisiva ma sicuramente è sfida tra le favorite al titolo. Lei che partita si aspetta?

Negli ultimi anni i giallorossi quando sono andati a Torino hanno sempre subito il gioco degli avversari. Ovviamente è una Roma diversa rispetto agli ultimi anni. Lo ha dimostrato la partita di Manchester, dove sei andato in trasferta a giocartela a viso aperto. La chiave della partita sarà il centrocampo. Ci sono grandi interpreti in entrambe le squadre, giocatori capaci di far girare il pallone, di mettere in moto la manovra. La Juventus forse dopo la partita di Madrid arriva con qualche punto interrogativo in più. Staremo a vedere.

Contro non ci sarà più Antonio Conte, ma Massimiliano Allegri. Cosa pensa del tecnico toscano?

Sono due allenatori molto diversi. Conte spronava di più la squadra, era un tecnico più carico e aveva un modo diverso di allenare. Poi ovvio, ognuno ha la sua strategia. Entrambi però hanno lo stesso problema: quello dell’Europa. Perché esiste una Juve straripante in Italia ma che non riesce a vincere fuori dai confini. L’anno scorso non si è riusciti a superare un girone con Galatasaray e Copenaghen e non si è arrivati in fondo nemmeno in Europa League. Affermarsi in patria è sicuramente importante ma bisogna far bene anche fuori. Ecco, Allegri è chiamato a invertire questo trend.

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Diamo uno sguardo al passato, quando Juve-Roma era un derby. La sfida è tornata ai livelli di allora?

In un certo senso si. Perché ad inizio anni 80 c’erano solo Roma e Juventus e anche oggi, da qualche campionato, ci sono solo Roma e Juventus. Per come si sente il duello forse siamo tornati alle sensazioni di quell’epoca. Ad essere cambiato è però il calcio. Noi giocavamo sempre gli stessi undici, c’erano poche riserve, la squadra era solo quella titolare, si ragionava partita per partita. Era tutto un altro calcio…

Qual è il ricordo più bello che ha di queste sfide?

Tutte le partite erano intense, combattute, sia da una parte che dall’altra. Mi ricordo quando ero alla Juventus rimasi a bocca aperta per un gol di Pruzzo. Era il dicembre del ’83, giocavamo a Torino e la Roma segna con Bruno Conti, noi ribaltiamo con Platini e Penzo. Sembrava fatta ma poi Roberto si è inventato questa rovesciata spalle alla porta, un gol magnifico. Altro ricordo indelebile, questa volta con la maglia della Roma, quando travolgemmo la Juve per 3 a 0 all’Olimpico, nel ’86. Erano gare particolari, che sentivamo molto. Erano sfide che ti davano una carica eccezionale.

Ma torniamo alla partita di domenica, qual è il pronostico di Boniek?

La Juventus nella sua tana è molto difficile da battere. Si sente al sicuro, ha i tifosi dalla sua parte. Io penso che se la Roma mette in campo la stessa prestazione di Manchester ci sarà grande equilibrio tra le due squadre. Dico 1 a 1.

De Rossi Transformers

"Ho un unico rimpianto, quello di donare alla Roma una sola carriera". Non è solo la dichiarazione più famosa di Daniele De Rossi, uno che le parole sa usarle e dosarle abbastanza bene. E' soprattutto una delle dichiarazioni d'amore più belle e allo stesso tempo semplici che un calciatore possa fare alla sua squadra. La sua carriera, l'unica da donare ai colori giallorossi, si è mossa sempre sotto l'ottica della promessa, del domani, di quello che verrà. Il Capitan Futuro è oggi Capitan Presente, la fascia da capitano è passata sul suo braccio, con tutto quello che ne consegue in termini di responsabilità e sentimentalismi.

Quello che ci proponiamo di fare è proprio non calcolare questi due ultimi fattori: il cuore e la testa. Niente romanticismo sulla romanità e niente approfondimenti psicologici su pugni o simulazioni. Un approccio tattico, sul campo, e fisico, sulla traformazione corporea oltre che di posizione del centrocampista (e non solo) Campione del Mondo. Per andare a vedere quante carriere, in una sola, ha regalato De Rossi alla sua squadra.

con Mauro Bencivenga| 14 anni, trequartista, mediano |

“Dove giocavo? Mah, non si è mai capito. La mezza sega, credo. Trequartista o largo a sinistra. Non ero velocissimo, ma avevo il piede, mettevo la palla, l’assist, entravo e poi si intravedeva quello che si vede adesso: il tempo di inserimento. La mia carriera è sbocciata con Mauro Bencivenga”

10 anni, Ostia Mare. Categoria Esordienti e poi Giovanissimi. Daniele è un ragazzo non particolarmente alto per la sua età, ma agile, veloce. E con un piede niente male. Gioca in attacco, senza avere una collocazione fissa. Punta, trequartista, esterno. "Giocare da attaccante mi ha aiutato molto, sia quando ti trovi in zona gol sia a livello tecnico-tattico: un attaccante non ha mai tantissimo tempo per giocare il pallone, ha sempre un difensore alle spalle. Mi ha aiutato a velocizzare il gioco, ma soprattutto mi è servito tatticamente". La prima chiamata della Roma arriva a 9 anni, nel 1992. Rifiutata. Troppo forte il legame con gli amici di Ostia. Ma quando i dirigenti giallorossi tornarono a bussare, tre anni più, De Rossi approda a Trigoria. Qui finisce agli ordini di mister Mauro Bencivenga, ex allenatore delle giovanili della Lazio portato a Trigoria da Bruno Conti. "Quando Daniele arrivò agli Allievi della Roma giocava attaccante - ha raccontato l'allenatore, oggi responsabile del settore giovanile della Lupa Roma, in esclusiva ai nostri microfoni - a dirla tutta non aveva un ruolo definito. Un po' esterno un po' punta. Con me non giocava. Ma nonostante non lo vedessi mi dimostrò un grandissimo carattere, un grande voglia. Lo spostai davanti alla difesa". E De Rossi lo ha ricordato anche nell'intervista alla Uefa Training Ground: "La mia carriera è sbocciata con lui, è stato un cambiamento lento".

con Fabio Capello | 18 anni, interno di centrocampo | 3-5-2

“Avere Capello da allenatore a quell’età è stato fondamentale. Ti forgia. Se ti deve trattare male lo fa e sei fortunato, perché lo fa se ci tiene a te. E poi è arrivato lui e io ero negli Allievi Nazionali, è andato via ed ero in Nazionale A. Ha avuto una passione per me come calciatore e forse è stata la più grande fortuna della mia vita.”

Nel 2001 arrivano le prime convocazioni con i grandi, l'esordio nel match di Champions League contro l'Anderlecht il 30 ottobre 2001 e qualche minuto in Coppa Italia. Poi le prime partite importanti, la prima in Serie A contro il Como, il primo gol con il Torino (“Già prima di questa partita era una promessa giallorossa, però al suo gran destro anche il presidente Sensi si è alzato in piedi per applaudirlo. Come Capello dalla panchina, come tutti i compagni”). Nel 3-5-2 di Capello è l'interno di centrocampo veloce, rapido, senza impellenti compiti di manovra ma di quantità. Le prime partite infatti le gioca prendedo il posto di Francisco Lima, facendo da spalla a Dacourt, Tommasi ed Emerson. Si fa vedere spesso in zona gol perchè la gamba gli permette di correre avanti e indietro, il fiato non gli manca e la grinta è da vendere. Sono gli stessi attributi, in proporzione, di uno dei suoi grandi modelli: Steven Gerrard.

con Cesare Prandelli, Luigi Del Neri, Rudy Voeller, Bruno Conti | 21 anni, centrocampista centrale | 4-4-2

“Prandelli ha grande cultura. Grandi idee. È uno di quelli che ti insegnano a giocare a calcio. In Nazionale nel primo biennio ha fatto cose pazzesche.

Nella sciagurata stagione dei quattro allenatori, De Rossi diventa titolare della squadra. Sulle spalle arriva il numero 4 e in campo si sposta sempre di più verso il centro. I suoi compiti, in una Roma che si salverà solo alla penultima giornata di campionato, sono sempre più difensivi. Utilizzato accanto a Dacourt sia da Del Neri che da Conti i suoi sono i polmoni della squadra e saranno proprio dinamnismo e tecnica, abbinati alla giovane età, ad attirare su di lui le attenzioni di Sir Alex Ferguson.

con Luciano Spalletti | 23 anni, mediano | 4-2-3-1

“È stato l'allenatore che mi ha condizionato di più. Ho cominciato a vedere il calcio con gli occhi di questo allenatore. Ed è un bel vedere”. “Lo odiavo con tutto me stesso, ma per quanto bene gli voglio penso a quanto l’ho odiato la prima settimana. Con lui, comunque, ero veramente forte”

Il 2005, ma soprattutto il 2006, sono gli fondamentali della crescita fisica e tattica di De Rossi. I tratti e il corpo da ragazzino sono un abito chiuso in armadio, gambe e stazza iniziano ad essere quelle del centrocampista rognoso, da legna e d'intensità. La metamorfosi fisica si accompagna a quella sul campo, merito soprattutto del tecnico di Certaldo che disegna la sua rosa su un fantastico 4-2-3-1. Le chiavi della squadra sono affidate a David Pizarro, un piccolino a cui va affiancato qualcuno per guardargli le spalle e per sbrigare pratiche prettamente difensive. I due diventano una coppia perfetta, di quelle così diverse da completarsi a vicenda. Sarà con questa posizione e dal rendimento che ne trae che De Rossi sarà convocato per i mondiali di Germania da Marcello Lippi. Il copione si ripeterà 10 anni dopo, con il ritorno dalla Russia di Spalletti: prima al fianco di Pjanic, poi insieme a Strootman dietro a Nainggolan. Lo schema a triangolo del centrocampo è ancora lo stesso: Radja-Perrotta possono pensare ad inserirsi o a far male dalla distanza, dietro a manovrare e a recuperare ci pensa De Rossi. La stagione 2016-17 vede un De Rossi in forma strepitosa e lo si evince in particolar modo dal fisico: di nuovo asciutto, diete personalizzate e muscolatura più forte.

con Claudio Ranieri e Vincenzo Montella| 26 anni, regista | 4-3-1-2 / 4-2-3-1

"Quello con cui ho vissuto la stagione più esaltante. Un allenatore di campo, preparato tatticamente, ma che in campo non si inventa l’acqua calda. E un grandissimo motivatore. Forse il più bravo se è riuscito a prendere la Roma, che era in grandi difficoltà, e l’ha portata a sfiorare lo scudetto e se, soprattutto, è riuscito a far vincere la Premier al Leicester".


L'accentramento e l'abbassamento di De Rossi diventano definitivi. Con Ranieri in panchina le chiavi della squadra, i suoi ritmi e i suoi schemi sono in mano al centrocampista di Ostia. La perdita di dinamismo e la lontananza dalla porta vanno di pari passo al difficile rapporto che il tecnico testaccino instaura con David Pizarro, che tornerà ad essere metronomo con l'Aeroplanino.

Con Luis Enrique | 28 anni, mediano e difensore centrale | 4-3-3

"Per lui ho avuto una vera passione. Mi ha fatto appassionare a un tipo di calcio diverso. Il primo giorno di allenamento ha tirato un pallone in aria, noi gli siamo andati tutti addosso, come i bambini delle scuole calcio, e da lì ha fatto un lavoro enorme, tattico e di impostazione generale. Ha allenato una squadra meno forte di quelle che ha allenato dopo e meno forte anche di altre Roma."


La rivoluzione americana parte dal campo con l'arrivo dell'allenatore spagnolo Luis Enrique, che per la nuova Roma ha in mente un 4-3-3 sul modello del Barcellona. Nel centrocampo giallorosso De Rossi è l'equivalente di Javier Mascherano per i blaugrana. Ancora una volta è lui il cardine della squadra: "Per me è un giocatore chiave - dirà Luis Enrique - Lo apprezzavo da tempo, ma solo ora che l'ho conosciuto ho capito quanto è grande. Spero che venga coinvolto da questo progetto". Sarà coinvoltissimo: ““È un calcio nel quale io mi ritrovo, un calcio pensato: non che io sia un fenomeno, ma in un calcio ragionato mi trovo meglio. Forse perché non ho il lancio millimetrico di Pirlo o la falcata di Pogba o la corsa di Nainggolan”. Intanto, come logico che sia, continua a cambiare il fisico: 183cm x 84kg, numeri ovviamente da centrocampista statico. L'intuizione dell'ex Barcellona B è quella di sfruttare questo cambiamento atletico nella fase difensiva. A fine stagione saranno oltre 500 i minuti collezionati da difensore centrale, in un ruolo e in una funzione che piaceranno tantissimo anche ad Antonio Conte in nazionale.

Con Zdenek Zeman | 29 anni, intermedio | 4-3-3

"L’altro giorno un amico mi chiedeva se questa sia la mia miglior stagione. Non lo so. Credo che nei primi sette-otto anni abbia avuto un livello molto alto. So invece qual è stata la peggiore: quella con Zeman. È stata difficile, è stata la prima in cui ho giocato di meno, non mi sentivo indispensabile".

Appena 856' in campionato, pari a 14 presenze, per De Rossi con Zeman. Le squadre del boemo corrono, hanno ritmi altissimi, in allenamento con in campo. Il centrocampista non gli sta dietro così perde il posto a favore di Panagiotis Tachtsidis e addirittura di Michael Bradley. I compiti che spettano al centrale zemaniano infatti non sono solo quelli di impostazione: la propensione offensiva è totale, il regista deve essere in grado di inserirsi in area da rigore ("Il tipo di gioco che adottavo non si adattava alle sue qualità. Il calcio che voglio io è diverso, da giovane lo ha fatto, quando è diventato più esperto non è riuscito ad adattarsi. Per me nel ruolo è meglio Tachtsidis. Ma anche Bradley fa meglio di De Rossi come centrale, va più dentro"). Ma le difficoltà di Daniele stanno tutte nei numeri, non solo quelli dei minuti giocati: con Zeman da regista aveva una media di 17 palle perse rispetto alle 5 da intermedio, 12 lanci sbagliati contro i 4,2 e una media voto di 5,60.

con Rudi Garcia | 30 anni, centrale | 4-3-3

"Ha preso una squadra e una città in difficoltà e le ha rimesse in carreggiata. Ha fatto un lavoro mostruoso. Mi spiace che di lui si ricordi solo l’ultimo periodo. All’inizio ci ha fatto giocare veramente bene e ha creato un grande gruppo."

Il tecnico francese capisce subito l'importanza delle caratteristiche di De Rossi e continua a fare la stessa cosa di Luis Enrique: asseconda i suoi cambiamenti, trasforma i difetti in punti di forza. De Rossi non corre più come una volta? Tende ad abbassarsi troppo? Benissimo, sarà registra e difensore aggiunto. De Rossi torna quasi ai livelli di Spalletti e la Roma ne esce rafforzata. Nelle prime 14 giornate con il tecnico francese i giallorossi subiscono solo 4 reti. Merito di una difesa che oltra a Benatia e Castan può fare affidamento sullo schermo del centrocampista di Ostia che, continuando i movimenti iniziati con Luis Enrique, con azione sulle fasce va ad abbassarsi nella linea difensiva. Sicurezza, posizione e forza fisica. Senza trascurare i lavoro da regista, insieme a Pjanic è lui il leader dei passaggi della squadra: una media di 85 a partita.

con Eusebio Di Francesco | 35 anni, regista | 4-3-3.

"Con Di Francesco mi trovo bene, l'ho conosciuto tanti anni fa. Lui era il De Rossi di allora e io ero il Gerson, il Pellegrini. Ero molto piccolo ed è sempre stato un compagno di squadra che esercitava la leadership in modo corretto, quello con più esperienza che tratta bene e insegna ai giovani".

E alla fine arriva DiFra. Che ancora una volta affida a lui le chiavi del gioco, prendendo per la panchina Maxime Gonalons. Arrivato con l'etichetta di zemaniano, il tecnico abruzzese ha dimostrato di saper curare soprattutto la fase difensiva della sua squadra senza tralasciare l'interesse per il gioco offensivo, specie quello sulle fasce. E il perno, in entrambi i casi, è ancora De Rossi. Primo per distanza percorsa in campo con 11.254 km di media a partita (con Spalletti aveva una media di poco inferiore, intorno ai 10km), primo per passaggi intercettati a partita (2.2 di media) e secondo per passaggi effettuati, 59.9 contro i 62.8 di Kolarov, rispetto al quale è però più preciso (84.1% di affidabilità).

"La prima persona che ho chiamato appena ho trovato l’accordo con la Roma - racconta il mister - è stato Daniele De Rossi. Penso che in questo momento lui sia un po’ l’emblema di questa Roma nell’atteggiamento e nel modo di fare". Perchè oltre che il timone, a De Rossi è toccata in maniera definitiva anche un'altra cosa. Quella fascia da capitano eredità importante, roba da figli di Roma, capitani e bandiere. Ma questo è un altro discorso.

La storia di Giuliano Taccola, eroe dimenticato

Era la dodicesima partita del campionato 68/69. La Roma volava a Cagliari e Taccola aveva già segnato sette reti. Pochi giorni dopo ci sarebbe stata una partita fondamentale per la Coppa Italia, contro il Brescia. L’attaccante della Roma quella partita non la giocherà mai.

La storia di Giuliano Taccola inizia ad Uliveto Terme, nella provincia di Pisa, dove nasce nel giugno del 43. La sua era una famiglia povera, il padre era un venditore ambulante. A 15 anni il giovane scappa di casa e va in Liguria, dove giocherà per il Genoa.

Con la maglia del grifone e soprattutto con quella del Savona, Taccola fa grandi cose e viene acquistato dalla Roma. Nella capitale, l’attaccante toscano trova Helenio Herrera, “Il mago” che aveva vinto tutto con l’Inter. Tra i due è amore a prima vista. Taccola è forte, veloce, abile a smarcarsi e con un gran tiro. Con Capello forma una coppia capace di riaccendere la passione dei tifosi. Nel corso della stagione 68/69 il rendimento dell’attaccante romanista inizia però a calare per i frequenti attacchi influenzali. I medici gli diagnosticano un problema cardiaco ma Herrera non sentiva scuse: “Il giovedì voleva che tutti i giocatori annullassero le cure e scendessero in campo per preparare la partita della domenica” diceva il medico della Roma nel marzo del 1969.

Taccola si infortuna al malleolo e viene poi sottoposto ad una operazione chirurgica per curare una forte tonsillite. Il tempo di recupero è di due mesi. Ma ancora una volta Herrera si impone e vuole che il giocatore segua la squadra fino a Cagliari. La mattina tutti i giocatori effettuano la rifinitura. Compreso Taccola, sebbene impossibilitato a scendere in campo.

La Roma pareggia la partita contro il Cagliari ma negli spogliatoi avviene la tragedia: Taccola sviene per un malore e subisce un arresto cardiaco. Arriverà morto all’ospedale di Cagliari.

Ma ancora una volta Herrera tira dritto: “La vita va avanti, Giuliano è morto ma noi abbiamo una partita importante per la Coppa Italia, torniamo a Roma e andiamo in ritiro”. I giocatori però non ci stanno e si dirigono all’ospedale per stringersi attorno a Taccola e alla sua famiglia. “A Roma vedono Herrera come un mago, ma io penso che prima di tutto bisogna essere uomini” dirà il Presidente della Roma, Marchini.

Era il 16 marzo del 1969, Taccola moriva in un modo silenzioso e misterioso. Una storia dimenticata, finita nel cassetto dei brutti ricordi, ma che ogni tanto merita di essere rivissuta. Come quando si toglie la polvere da un libro che non si legge da tanto tempo. Ecco, nella libreria della storia romanista c’è il volume che parla di Giuliano Taccola, eroe dimenticato.

Tra stazione Termini e Trigoria ci sono appena 20 km. Ma tra il Camerun e l’Italia ce ne sono addirittura 4000. E Joseph Bouasse Perfection, nuovo centrocampista della Roma primavera, li ha percorsi tutti.

È partito da Yaoundè, sua città natale, appena un anno fa. In tasca aveva un contratto, falso, con una squadra. Era stato un agente, o forse un trafficante, a convincerlo a partire. “Vieni in Italia, giocherai in Serie A e poi arriverai in Premier League”. Ma quando Joseph arriva a Roma viene parcheggiato a stazione Termini, il procuratore sparisce e con lui il contratto.

Ci penserà la Liberi Nantes, la squadra di Pietralata in cui giocano rifugiati politici e richiedenti asilo, ad accoglierlo. “Quando ha toccato il pallone per la prima volta ho subito pensato: abbiamo vinto il campionato!” racconta l’allenatore Salvatore Lisciandrello. “In terza categoria, era trenta spanne sopra gli altri. Anche un orbo lo avrebbe notato. Lui era ancora scosso dalle sue vicessitudini personali, ma voleva giocare”.

Joseph si allena, scende in campo e in amichevole viene notato dalla Roma. Questa volta il contratto esiste veramente, e a settembre, quando diventa maggiorenne, Perfection diventa un giocatore giallorosso.

Centrocampista per la precisione, ma anche esterno di difesa se dovesse servire. Il tesseramento ufficiale è però un odissea. Si aspettano i documenti, le pratiche burocratiche. Ma quando tutto è pronto Perfection scende in campo, prima contro il Crotone e poi con il Novara. “L’ho sentito telefonicamente proprio ieri sera – continua l’allenatore - mi ha chiamato per comunicarmi la notizia. Era felicissimo e io sono felice per lui. E’ un ragazzo splendido, sia come calciatore che sotto il profilo umano”.

Dalle parti di Trigoria lo definiscono “una ruspa”.  E Luciano Spalletti, che lo ha chiamato per allenarsi con i grandi, più volte gli ha chiesto interventi più morbidi. Fisico imponente, faccia da bambino e nessuna paura di entrare sul pallone. D’altronde uno che percorre 4000 km e attraversa il deserto potrebbe avere timore su un campo da calcio?

"Io non sono uno scienziato e nemmeno un professore, ho un'idea di calcio e voglio portarla avanti". Se dici Mauro Bencivenga, a Roma e dintorni, dici calcio giovanile. Tra le sue mani sono passati generazioni di talenti, tra Formello e Trigoria. Le mani di un allenatore, in questi casi, sono un po' come quelle di un artigiano, di uno scultore. Devono saper modellare quello che toccano. Mister Bencivenga, oggi responsabile del settore giovanile e della scuola calcio della Lupa Roma, ha quelle mani. E ci parla, in questa intervista esclusiva per ilCatenaccio, del mondo del calcio giovanile, del mestiere dell'allenatore e dei suoi anni da tecnico a Trigoria. 

 

Mister, De Rossi parla di lei come dell’allenatore che gli ha cambiato e trovato ruolo. Che qualità ha visto in lui?

Io allenavo gli Allievi lui invece veniva dalle categorie inferiori, dai Giovanissimi. Non aveva un ruolo ben definito, giocava punta, esterno. Aveva un bel piede ma io non lo facevo giocare. Un allenatore però, soprattutto nelle giovanili, deve avere la capacità di modellare i suoi ragazzi così lo spostai davanti la difesa. Mi colpirono subito il carattere e la grinta, nonostante non lo vedessi infatti continuò sempre ad allenarsi con grande voglia. Mi pare che sia rimasto uguale.

Cosa e chi ricorda di quel gruppo di ragazzi?

Tutti, li ricordo tutti con grande piacere. Non ero semplicemente il loro allenatore, cercavo di essere un educatore. Ho fatto sempre calcio con sentimenti e valori. E quando vedi che tutta la passione che gli hai dato ti torna indietro, allora significa che hai fatto bene. Li sento ancora oggi, chi per un messaggio, chi per gli auguri, chi per un caffè. Anche con Daniele così, ogni tanto lo bacchetto (ride ndr). Alberto è il suo papà, io sono stato anche vice papà sul campo. Abbiamo raggiunto traguardi importanti, grazie soprattutto a Bruno Conti e al suo lavoro. Era un settore stupendo, abbiamo vinto tanto ma soprattutto abbiamo creato. Io mi sono sempre messo in discussione, sono andato avanti con merito, senza agganci, amicizie o raccomandazioni. Ricordo ancora quando ho conosciuto Bruno: era il campionato Esordienti, io allenavo la Lazio e lui la Roma. Ci siamo scontrati in campo, ci siamo conosciuti e qualche anno dopo ero a Trigoria. Insieme a De Rossi c’erano Bovo, Lanzaro, Ferri, Biasi, D’Agostino. Ma anche quelli che non hanno sfondato, ragazzi forti come Sansovini, Morini, Rizzi. E mi dispiace non citarli tutti ma li porto dentro al cuore.

Daniele De Rossi, quarto da sinistra in basso, ai tempi dell'Ostia Mare

Quanto è stato importante Bruno Conti per le giovanili della Roma?

Mamma mia, era determinante. Mi dispiace ora sia un po’ in disparte. Aveva creato una famiglia. Ci vedevamo tutti insieme per programmare, studiare, migliorare insieme, con Ugolotti, Sella. Mi ricordo con Ezio ci vedevamo sempre prima di ogni allenamento per riflettere insieme, eravamo alla costante ricerca del miglioramento. Quello dell’allenatore non è un mestiere, è una vocazione.

L’Italia è molto indietro rispetto agli altri settori giovanili?

Non molto, secondo me, ma è palese che ci sia qualcosa che non va. C’è una politica sbagliata, troppi interessi economici, poca meritocrazia. Invece di programmare si preferisce acquistare. Si va all’estero, si comprano giocatori pronti, utili subito. Ma non ha senso e così non si cresce.

Prima ha detto, “abbiamo vinto tanto ma soprattutto abbiamo creato”. In Italia si pensa più a vincere che a creare?

Io combatto tutti i giorni contro il culto del risultato. Da responsabile della Lupa Roma, con Di Michele, un altro che ho cresciuto io e che mi sta ridando quanto io ho dato a lui, cerchiamo di cambiare innanzitutto questo. L’allenatore lascia un segno tecnico, ma se è bravo lo lascia anche umano. Io mi sento cultore del calcio, del bello. Ha ragione De Gregori, un giocatore lo vedi dal coraggio e dalla fantasia.

Qual è la soluzione?

Capire che, a questi livelli, perdere non è un problema. Altrimenti come si cresce? Se al bambino insegni la paura, il pericolo, saranno sempre frenati. Il risultato nella scuola calcio è sbagliato. Io non sono uno scienziato, non sono un professore. Sono nato così, da grandi maestri, e voglio portare avanti la mia idea di calcio. Ho avuto il piacere di confrontarmi con grandissimi allenatori. Persino con Pep Guardiola, quando era alla Roma. Ma le vedete le squadre di Guardiola? Non fermatevi ai grandi giocatori, guardate le idee e la cultura.

È un problema culturale quindi, ma come si può cambiare la cultura sportiva di un’intera nazione?

I progetti si costruiscono con gli esempi. Guardati intorno, tutti isterici, tutti stressati, tutti che urlano. Vedo genitori che si arrabbiano perché il figlio non gioca, perché non hanno vinto. Questo mi fa male. In Italia devono cambiare le cose ed è possibile solo con persone belle, intelligenti, competenti.

Damiano Tommasi con la maglia della Roma

Si riferisce alla Federazione?

Penso alla FIGC e penso subito a Damiano Tommasi. E lo dico non solo perché lo conosco, ma perché so che è una ricchezza per il nostro calcio. E con lui Simone Perrotta, Demetrio Albertini. Gente che conosce questo sport.

Lei ha allenato anche all’estero, Albania e Cina, che impressione le ha fatto il calcio asiatico?

Veramente buona, stanno programmando seriamene. Sono andato ad un college vicino Pechino e ho visto allenatori preparati e anche individualità discrete. Ero stato anche in Giappone, a Tokyo, con Bruno Conti. Certo, i grandi sono un po’ meno bravi.

Insomma, fuori dall’Italia c’è una strategia sportiva diversa.

Guarda la Spagna, mi hanno raccontato delle riunioni tecniche che fanno gli allenatori delle giovanili del Real Madrid, del Barcellona. Ai bambini non gli chiedevano i gol, gli dicevano: “Tu non hai dribblato, tu non hai fatto il tunnel”. Gli insegnano a divertirsi, a vedere la partita come una festa, a scendere in campo con il sorriso. Gli insegnano coraggio e fantasia. Aveva proprio ragione De Gregori…

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  • Scandalo Giallo

    Durante la tappa con arrivo all’Alpe d’Huez valida per il Tour de France 2018 e famosa per le imprese di grandi campioni del passato come il compianto Marco Pantani ci…

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Interviste

Amarcord

  • El Equipo Fantasma

    La Paz, la capitale amministrativa della Bolivia si trova a più di 3500 m d'altitudine, è la capitale più alta del mondo, fare sport ad un'altitudine così elevata non è facile per chi non ci è abituato, l'aria rarefatta riduce le capacità respiratorie e il pallone prendendo più velocità, assume…

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  • Un Raggio di Luna sul derby

    La punizione con cui Kolarov ha squarciato barriera e derby, sabato scorso, è un raggio di luce sparato con una frattura al piede. È un raggio di sole al 71esimo, sessant’anni dopo un Raggio di Luna. Così chiamavano Arne Selmosson, l’unico, fino a sabato, a segnare un gol, con entrambe…

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