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Pessimismo cosmico

Se il simbolo del Napoli è un ciuccio, ci sarà un motivo. In realtà agli albori della storia azzurra, si trattò di un declassamento del cavallino sul primo scudo della SSC Napoli, in seguito a una serie di stagioni poco fortunate. Il peccato originale del vittimismo e dell’autolesionismo vive, dunque, in ogni tifoso della società partenopea, un popolo da sempre orfano di Re e ancora troppo nostalgico dei pochi anni in cui Diego Maradona prese il potere surclassando San Gennaro e Masaniello.

L’estate nella quale l’addio di Sarri, Reina e Jorginho, in contemporanea all’arrivo di Ancelotti, ha smosso le tettoniche presenti alle falde del Vesuvio, è quella tipica scossa di assestamento necessaria per raggiungere un nuovo equilibrio. Via il virtuosismo e lo specchiarsi nel bel gioco e benvenuti alla mentalità vincente e alla concretezza. O almeno così dovrebbe essere dopo la decisione di puntare su uno degli allenatori più titolati della storia. Eppure, a molti non va bene niente. L’Apocalisse (rigorosamente in maiuscolo) sembra essere approdata al San Paolo per stravolgere tutto. Fino ad ora è vero che i soliti cerotti applicati dal comune su una struttura vetusta e (de)cadente non depongono bene. È anche vero che il Napoli ha perso due fonti di gioco e che è un cantiere aperto. È verissimo che di acquisti di campioni affermati o di Deux Ex (il gioco di parole è voluto) Machina come Cavani non si è registrato. Eppure, il pessimismo cosmico sembra avvolgere totalmente l’ambiente, anche a causa delle sconfitte per 5 a 0 contro il Liverpool e per 3 a 1 contro il Wolfsburg.

Nulla di nuovo, in fin dei conti. Siamo a Napoli, capitale mondiale della sceneggiata, degli strepiti e dell’insoddisfazione. Dove il grigio non esiste se non quando piove. E tutto è nero o è bianco, ma mai insieme. Il campionato deve ancora iniziare e gli scenari più disperati sono già stati messi in conto. In molti hanno già indossato il paracadute prima di iniziare il decollo, rischiando di restare asfissiati dal gonfiore dello stesso. Quel che non è ancora chiaro nella piazza è che occorrerà avere pazienza. Il jogo bonito sarriano è finito. O meglio, si è trasferito a Londra. Al San Paolo, o quel che ne resta, è arrivato Ancelotti. E grazie a lui sono rimasti quasi tutti i migliori. I bilanci, societari a parte, meglio farli a maggio.

Ci vogliono nemmeno due ore di macchina da Livorno a Figline Valdarno. 130 km di strada che dividono il mare tirreno e l'entroterra fiorentino, Massimiliano Allegri e Maurizio Sarri, i due allenatori che domenica sera si giocheranno un pezzo di sogno e di realtà, una fetta di scudetto.

Tra le colline toscane, il tecnico azzurro ci è finito dopo tre anni a Bagnoli, vicino Napoli, dove è nato. Figlio di un gruista di stanza nella città partenopea, ottimo ciclista, nipote di un partigiano che recuperava i piloti americani abbattuti in val d'Arno. Il resto della storia è fissato ormai nella retorica e nell'immaginario sportivo: la banca, la terza catgoria, i modi rudi.
Questo è Maurizio Sarri, la tuta, la sigaretta in bocca, lo sguardo torvo, cupo.

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L'altro invece, è la giacca e la cravatta, il volto pulito e sbarbato, il sorriso sornione, navigato. Massimiliano Allegri, cresciuto in una famglia di operai, il padre scaricatore di porto, la madre infermiera. Faccia da bischero, "ma posso spiegare" dice. Dalla fuga dall'altare a ventiquattro anni, ai nuovi matrimoni, ai flirt, ai divorzi. "Quando succede, succede. Ma ho la coscienza a posto".

L'altro invece è sposato da venticinque anni con Marina, lontano dai riflettori e dal gossip, "presenza discreta e cordiale". Con cui condivide tutto, tutto tranne le sigarette. Allegri non le ha mai fumate, neanche da ragazzo, giura.
Così diversi, così lontani. Lo stesso, simile soprannome. Se il tecnico bianconero è Acciuga, un'etichetta imposta da Rossano Giampaglia, l'altro è Secco, quando ancora giocava da terzino e falciava su e giù per la fascia.
Come ha scritto Mirko Di Natale su Przeglad Sportowy, se si dovesse pensare ad una metafora cinematografica Allegri sarebbe l'intramontabile commedia all'italiana, una sicurezza, un qualcosa di senza tempo, a volte anche autoironica e fuori dagli schemi. Sarri invece preferisce gli effetti speciali da film hollywoodiani, da fantascienza o forse gli spari da western.

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E quello di domenica sera sarà proprio uno scontro all'ultimo colpo di pistola, alla Sergio Leone, per due allenatori lontanissimi anche in campo, nella tattica, nelle idee.
E visto che siamo in tema di metafore, ne usiamo un'altra. Se fossimo in cucina, Allegri sarebbe la nonna pronta a creare un pranzo per venti persone con quello che trova in dispensa. Sarri sarebbe lo chef esigente sui prodotti, con le sue fisse sul bio e sul km 0, con i suoi negozi di fiducia, il fruttarolo all'angolo, il macellaio amico. Tra gli ingredienti più usati dall'allenatore juventino solo in tre superano i 3000 minuti stagionali. Uno per settore: Higuain, Chiellini, Pjanic. La spina dorsale della sua squadra. Quasi il triplo invece quelli del Napoli: Reina, Callejon, Koulibaly, Hysai, Mertens, Insigne, Allan e Albiol, con Hamsik a quota 2978.
Una rosa spremuta fino all'ultimo, fino alla partita decisiva per mantenere in vita un sogno. Perchè saranno pure diversi, lontani, forse all'opposto. Ma domenica sera saranno uguali. Sarri ed Allegri si giocano lo scudetto.

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