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"San Gennaro mio, non ti crucciare, lo sai che ti voglio bene. Ma na finta 'e Maradona scioglie 'o sanghe dind''e vene... E chest'è!". Sembra la frase di una canzone di Pino Daniele. Invece è Luciano De Crescenzo, che in "Così parlò Bellavista", da napoletano, non riusciì a non tessere gli elogi di Diego Armando Maradona. Scrittore e regista, ma anche attore, filosofo, condutture, ingegnere, è scomparso pochi giorni fa, il 18 luglio 2019.
Renzo Arbore racconta che il ricordo più bello della sua amicizia con lui è "Lo scudetto del Napoli. Era un grande tifoso e non si parlava quando c'era una partita". De Crescenzo della sua città amava tutto, anche la squadra di calcio. E la guardava con occhi filtrati di mitologia e pensiero, storia e filosofia.

A questo proposito, ecco un estratto dell'intervista fatta a Luciano De Crescenzo da Il Mattino nel novembre 2017.

 

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Ora che tutti parlano di filosofia sarriana, possiamo dire che Maurizio Sarri è un erede del professor Bellavista? E se sì, dove si incontrano i due?

Non so se possa definirsi in senso stretto un erede del professor Bellavista, di sicuro però i due hanno alcuni punti in comune, sono entrambi napoletani, particolare che non è da sottovalutare, ed hanno una notevole capacità di trasmettere e insegnare le proprie teorie filosofiche e di gioco

Che differenza c’è tra quel Napoli che le ha regalato uno dei giorni più belli della sua vita vincendo lo scudetto e questo che rischia di vincerlo?

Non sono del tutto sicuro che oggi un singolo campione basterebbe per vincere un campionato. Nel calcio moderno il rendimento di una squadra è dato per metà dalle qualità tecniche dei giocatori e per metà dalla grinta e compattezza con cui la squadra affronta la partita. Ora però, per ottenere questa determinazione è necessario che tutti i giocatori sentano di appartenere a un unico complesso

Lei preferisce questo Napoli catalano-olandese dove tutti hanno una funzione o quello Maradoniano con l’eroe solitario?

Maradona è il genio assoluto, un condottiero, un Achille dei nostri giorni, con il suo coraggio e i suoi punti deboli. La squadra di Sarri invece, è una perfetta macchina da guerra, ogni giocatore sa esattamente qual è il suo ruolo. Ovviamente sono di parte, ma penso che il gioco del Napoli sia in questo momento tra i più belli d’Europa, non ci si annoia mai.

Sa che al Napoli si rimprovera un eccesso di bellezza senza il realismo della vittoria, non è che stiamo sopravvalutando i vincitori? Torniamo sempre alla storia di Tonino Capone, quello che avendo guadagnato abbastanza andava al mare chiudendo il negozio, senza mai diventare Pirelli.

Il realismo della vittoria è di sicuro importante, ma senza l’estetica del bel gioco si corre il rischio di annoiarsi

E non siamo uomini di noia. Cosa avrebbe detto a Nietzsche se l’avesse conosciuto? (Non dimentichiamo che il momento del suo collasso mentale avviene a Torino). 

Nietzsche sosteneva che la rovina dell’uomo è nella sua razionalità. Ecco, forse se invece di trattenersi a Torino fosse venuto a Napoli, probabilmente per lui le cose sarebbero andate diversamente

Che cosa è mancato nella lunga e bella vita di De Crescenzo?

Tirando le somme, non mi posso lamentare, anche se, detto tra noi, c’è stato un momento della vita in cui avrei voluto fare il cantante e non ero nemmeno così stonato. Forse avrei preferito qualche acciacco in meno, ma posso ritenermi di sicuro fortunato. Del resto, sono nato a Napoli, nel quartiere Santa Lucia e le prime cose che ho visto, sono state il mare e il Vesuvio. Se non è fortuna questa!

Don’t touch my Sarri

Dobbiamo raccontare una storia caratterizzata da una premessa fondamentale. Ci aiuta a descrivere tale antefatto, insolitamente, visto l’ambito sportivo che trattiamo, una famosa definizione contenuta in un’opera che è una pietra miliare della cultura italiana. La nostra introduzione consiste nel ricordare la filosofia del Sarrismo, neologismo inserito appositamente nella famosa Enciclopedia Treccani per illustrare “la concezione del gioco del calcio propugnata dall’allenatore Maurizio Sarri, fondata sulla velocità e la propensione offensiva; per estensione, l’interpretazione della personalità di Sarri come espressione sanguigna dell’anima popolare della città di Napoli e del suo tifo.”

Bene, ritorniamo ora con la mente a pochi giorni fa. Siamo in Azerbaigian e non è una data come le altre questo 29 maggio. Si è appena svolta la finale di Europa League, vinta 4 a 1 dal Chelsea contro l’Arsenal, dopo una gara dominata dai Blues soprattutto nel secondo tempo. C’è un signore che si aggira pensieroso ed emozionato sul campo dello stadio Olimpico di Baku, rigirandosi tra le mani una medaglia, consegnatagli a seguito della già avvenuta premiazione per sancire la conquista della seconda coppa europea più prestigiosa a livello continentale. Parliamo di Maurizio Sarri, proprio lui, il mister che è entrato nel cuore della gente, ricevendo a Napoli numerosi strali di amore e di odio che solo chi conta davvero può attirare, essendo invece principalmente poi, una volta sbarcato in UK, disprezzato dai tifosi londinesi e dai tabloid britannici, noti nel globo per mandare a quel paese chiunque abbia il sudato merito di stare semplicemente al mondo.


In un istante che ha commosso il web, il momento in cui Sarri dà forma
al motto social "date una medaglia a quest'uomo"

Questo Maestro dalla tuta mitica e caratterizzato dalla voglia di fumarsi un bel sigaro, prima di unirsi definitivamente ai festeggiamenti intensi dei suoi giocatori, solo un po’ particolari per l’assenza surreale di coriandoli all’atto dell’alzata del trofeo, è stato colto in un attimo di forte impatto emotivo, seppure della durata di qualche secondo. Ci concentriamo su un singolo istante appena precedente il delirio, l’isterismo e il suo sollevare la Coppa con un attaccamento morboso, conoscendo forse il piano dei propri calciatori di farne un uso improprio, versandoci dentro il contenuto di almeno un centinaio di bottiglie di champagne immortalate nello spogliatoio. 

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Il buon Maurizio è stato sorpreso in solitudine ad osservare quella medaglia e possiamo chiederci, curiosi, quali siano stati i suoi mille pensieri balenati in quel frame. Avrà forse ricordato i suoi esordi nello Stia nel 1990 in Seconda Categoria; probabilmente avrà avuto in mente il doppio salto fino in Promozione con la Faellese e le sue prime imprese maturate nel portare in Eccellenza il Cavriglia e l’Antella; sicuramente avrà masticato una dolce nostalgia anche per il Sansovino, squadra presa dopo aver lasciato il lavoro in banca nel 1999 e trascinata dall’Eccellenza in C2 in 3 anni fino al 2002-2003, azione leggendaria che gli ha consentito l’esordio l’anno seguente tra i professionisti alla guida della Sangiovannese. Certamente sarà stato memore anche della successiva promozione in C1 e, avendo cambiato di nuovo il club, questa volta della salvezza in B con il Pescara. Avrà riflettuto compiutamente sull’ignara inconsapevolezza dell’epoca circa il significato insito nel sostituire Antonio Conte all’Arezzo sempre nella serie cadetta e avrà avuto miserevolmente un tuffo al cuore circa la trafila posteriore di squadre che ha dovuto allenare, ripiombando stabilmente in quella che è conosciuta ormai come la Prima Divisione di Lega Pro, la cui organizzazione e i cui gironi hanno ispirato l’Inferno dantesco.

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Sarri alza al cielo la Coppa Italia di Serie D. Era il 2003 e allenava il Sansovino

Indiscutibilmente avrà pensato al magico triennio con l’Empoli dal gioco sfavillante che è valso l’ingresso trionfale in A prima e la salvezza l’anno dopo con 4 giornate di anticipo. Inevitabilmente infine avrà ripercorso le gioie e i dolori passati al Napoli, ancora un triennio volto a scandire un pezzo della sua vita. Parliamo però degli anni del Sarrismo vero consacrato a grandi livelli, del calcio spettacolare che hanno spinto a Sacchi a fare paragoni un po’ azzardati, delle corse a piazzamenti altissimi nella nostra serie A, delle gioie irrefrenabili, dei tentativi folli e oltre misura in Champions, delle amarezze nelle coppe e del campionato fantastico targato 2017-2018, perso in modo rocambolesco contro la Super Juve di Allegri.

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Da una parte Maurizio Sarri alza in cielo l'Europa League, dall'altra Massimiliano Allegri spiega il "circo" perdente del collega

Sarri avrà quindi pensato molto a tutto questo. O forse no. Di certo avrà considerato i visi dei suoi ragazzi al Chelsea con cui ha vissuto momenti da film, a tratti horror, a tratti kolossal dall’epico epilogo, passando dal disastroso 6 a 0 subito dal City di Guardiola nella Premier a un terzo posto di grande caratura in un campionato così difficile, che ha sancito l’ingresso in Champions League della squadra londinese. E soprattutto arrivando a vincere un’Europa League, nonostante la precedente bruciatura della nuova sconfitta maturata con i Citizens in finale di English Cup.

Ma si può ritenere, per concludere, che alla fine Sarri abbia cessato di avere queste eventuali rimembranze flash per dar vita a una sonora risata dedicata al Profeta della Vittoria, Max Allegri, quello che sosteneva in tutte le TV che nel calcio conta solo vincere, anche con un gioco pessimo, prendendo in giro il Sarrismo bollato come un circo. Mi dispiace Max, perché in Europa ha vinto solo uno dei due e costui non sei tu, pur allenando corazzate ininterrottamente dal 2012. Sarri invece è ancora lì a Baku. A ridere incessantemente dal 29 maggio.  

 

Federico Cavallari

 

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L’estate 2019 si preannuncia rovente per quanto riguarda il toto-allenatore. Se dal punto di vista climatico questo pazzo maggio sembra tutto tranne che prossimo ad accogliere il tipico caldo estivo, la stessa cosa non si può dire per i tantissimi mister che con la valigia in mano sono pronti ad imbarcarsi in una nuova e affascinante avventura.

È di 24 ore fa la notizia della separazione consensuale tra la Juve e Massimiliano Allegri, a conclusione di un ciclo di 5 anni che ha portato in dote 11 trofei: nel dettaglio, 5 scudetti, 4 Coppe Italia e 2 Supercoppe Italiane. Altrettante le finali di Champions giocate. E perse. E sta proprio qui il punto di non ritorno. Quella terribile e incessante ossessione di Agnelli, Paratici e -soprattutto- Nedved di alzare finalmente la coppa dalle grandi orecchie. Troppo logoro e consumato ormai il rapporto, poche le motivazioni per continuare a dare impulsi ad un gruppo che vince continuativamente da otto anni.


Un pacato Allegri

Si cambia dunque, buonuscita e tanti saluti. La domanda a questo punto sorge spontanea: chi a Vinovo? Premettendo che non abbiamo la presunzione di affermare di avere la verità in tasca, se dovessimo scommettere un euro avremmo pochi dubbi nel metterlo su Pochettino, attuale finalista di Champions col suo Tottenham. I motivi sono facilmente intuibili. Allenatore elegante, aziendalista, europeo. Proprio tutte quelle caratteristiche che fanno gola ai vertici Fiat e proprio l’uomo identificato come perfetto a dare ai bianconeri un respiro più internazionale.

L’alternativa porta il nome e il cognome di Antonio Conte, promesso sposo nerazzurro. Promesso, appunto. Tremendamente legato al famoso detto popolare della sora Camilla, Conte sembra assomigliare sempre più a quello che tutti lo vogliono ma nessuno se lo piglia. Più precisamente, la strategia del tecnico leccese è ormai chiara, aspettare la migliore occasione prendendo tempo con qualsiasi squadra che lo cerchi. E in Italia cosa c’è di meglio della Juve? In attesa d sciogliere questa intricata matassa, osservano interessate al valzer delle panchine anche Milan e Roma, entrambe sconquassate al proprio interno da lotte intestine che ne minano serenità e competitività futura.

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L’addio di De Rossi ha definitivamente lacerato il già sottile laccio che teneva uniti tifosi e proprietà, con un Totti praticamente esautorato e un Baldini sempre più occulto deus ex machina delle sorti giallo-rosse. Il progetto giovani che si scorge all’orizzonte (insieme al numero 16 dovrebbero lasciare anche Manolas e Dzeko) sembra tagliato su misura per Giampiero Gasperini, condottiero indefesso dell’Atalanta dei miracoli e desideroso di una nuova occasione dopo il fallimentare trimestre interista. Fonti autorevoli parlano di un accordo già sottoscritto col nuovo Ds romanista Petrachi, un triennale a 2.5 milioni all’anno. Ridimensionamento o meno, siamo dell’idea che Gasperini abbia tutte le carte in regola per infiammare nuovamente la glaciale piazza romana di questo periodo.

Sponda rossonera, la situazione non è di certo più tranquilla: tensioni esasperate tra Leonardo e Gattuso hanno lastricato di ostacoli il percorso quarto posto e le stesse tensioni tra il brasiliano e Gazidis sembrano propendere per un licenziamento in tronco del direttore sportivo a fine anno, Ennesima rivoluzione societaria dunque: i nomi per la sua successione sono quelli di Tare e Campos. E Gattuso? L’ottimo rapporto instaurato con l’ex Arsenal potrebbe portarlo ad una clamorosa conferma in caso di insperata qualificazione europea, ma la linea Elliott sarebbe quella di dare finalmente via al proprio corso affidando le questioni di campo ad un allenatore scelto da loro e non ereditato dalla passata gestione sportiva.


Sarri probabilmente lascerà il Chelsea a fine stagione

Il nome, già fatto di recente su queste pagine, è sempre quello di Maurizio Sarri, in odore di esonero dal Chelsea dopo la finale di EL del 29 maggio e forte di un pre-accordo col Diavolo sulla base di un contratto di 3 anni a 4 milioni a stagione, bonus inclusi. Che sia di nuovo l’avvento del Sarrismo? Probabile, anche se all’orizzonte si staglia minacciosa la sagoma di un livornese sorridente, amante dell’ippica e ironico quanto basta. Perplessità? Ragazzi, è molto semplice: state...Allegri.

Il Diavolo veste Sarri

Intendiamoci subito, cari lettori: questo non sarà uno di quei classici articoli di informazione sportiva, asettici nelle loro fredde informazioni, glaciali nelle analisi più dettagliate, avulsi da qualsiasi considerazione personale. No, non sarà tutto questo.

Assomiglierà molto di più ad una lettera a cuore aperto a quello che con tutta probabilità sarà il nuovo allenatore dell’AC Milan di Milano: Maurizio Sarri. Siamo felici di questa notizia? Vibriamo al pensiero del toscano con le natiche ben piantate sulla panchina di San Siro? Ebbene, no. Noi lo sappiamo, caro Maurizio, che l’aria di Londra ti sta stretta, che il rapporto con Abramovich stenta a decollare per quell’incompatibilità di caratteri figlia di origini di vita troppo distanti una dall’altra, conosciamo bene quel tuo ammaliante, ripetitivo, ossessivo modo di giocare con le sovrapposizioni dei terzini, i tagli degli esterni, il tiki-taka di Guardiolana memoria, l’idiosincrasia spiccata al turnover. Ti abbiamo ben presente, una maschera di insoddisfazione tra il fumo del tuo amato sigaro, il taccuino da novello Mourinho, i modi burberi e soprattutto quell’inseparabile tuta, manco fosse l’armatura di uno degli Avengers.

sarri galliani

Galliani fa i complimenti a Maurizio Sarri, sulla panchina del Napoli

Ti abbiamo ammirato, in principio, invocato in quella torrida estate del 2015, quando alla fine dell’ecatombe Inzaghi e in bilico tra i mille tentennamenti di Ancelotti ci sembravi l’unica ancora di salvezza di una nave ormai alla deriva. Fummo molto vicini a quei tempi, Galliani ti strappò un accordo e un sorriso (!), prima che Berlusconi stracciasse tutto per mere ideologie politiche. Diverse ai tempi, così diverse che ti spinsero fra le braccia dell’eccentrico patron De Laurentiis e della calorosissima piazza napoletana.

Forse è lì che la nostra cotta per te cominciò a vacillare, ad attenuarsi, a rivendicare quella pia illusione che ancora una volta ci era stata strappata via. I tuoi anni all’ombra del Vesuvio sono filati via tutto sommato lisci, iniziali incomprensioni tattiche culminate con la splendida cavalcata quasi scudettata della stagione 2017-2018. Tutto molto bello. Tutto, forse, troppo bello.

Non ci convinceva, caro Maurizio, quella litania cantilenante sui fatturati che ci propinavi ad ogni maledetta conferenza stampa, quell’usura nell’utilizzo diabolico di pochissimi componenti della rosa, quella maniacalità tattica che da pregio ai nostri occhi era ed è diventata un urticante e pruriginoso difetto. Ti abbiamo collocato, per tutta queste serie di ragioni, nel limbo dei tanti allenatori del “vorrei ma non posso”, il bel calcio a discapito dei risultati, la rigidità calcistica fatta dogma.

Non ci piaci più. burbero Maurizio. Ed è per questo che siamo sobbalzati quando in questi ultimi giorni abbiamo appurato che potresti essere il condottiero scelto da Maldini e Leonardo per avviare definitivamente il progetto targato Elliott. Se avremo mai l’opportunità di confrontarci, ti diremmo schiettamente che avremmo preferito o preferiremmo altro, che ci inquieta quella tua incapacità di essere versatile mista forse ad una lievissima ignoranza paesana. Potremmo annusarci, lanciarci frecciatine, ma non andremmo mai pienamente d’accordo.

Eppure sei il prescelto. Eppure sappiamo che possiedi tutte le carte in regola per farcela tornare quella stra-maledetta cotta del 2015. Eppure una vocina ci sussurra che forse potresti essere quello giusto, anche più di quell’Antonio Conte che tanti, forse troppi, bramano. Non ci piaci, caro Maurizio. Ed è magari per questo che ci intrighi. Come un bel vestito di Prada. Anche se te, lo sappiamo, sei più comodo in tuta.

Alberto Petrosilli

Pessimismo cosmico

Se il simbolo del Napoli è un ciuccio, ci sarà un motivo. In realtà agli albori della storia azzurra, si trattò di un declassamento del cavallino sul primo scudo della SSC Napoli, in seguito a una serie di stagioni poco fortunate. Il peccato originale del vittimismo e dell’autolesionismo vive, dunque, in ogni tifoso della società partenopea, un popolo da sempre orfano di Re e ancora troppo nostalgico dei pochi anni in cui Diego Maradona prese il potere surclassando San Gennaro e Masaniello.

L’estate nella quale l’addio di Sarri, Reina e Jorginho, in contemporanea all’arrivo di Ancelotti, ha smosso le tettoniche presenti alle falde del Vesuvio, è quella tipica scossa di assestamento necessaria per raggiungere un nuovo equilibrio. Via il virtuosismo e lo specchiarsi nel bel gioco e benvenuti alla mentalità vincente e alla concretezza. O almeno così dovrebbe essere dopo la decisione di puntare su uno degli allenatori più titolati della storia. Eppure, a molti non va bene niente. L’Apocalisse (rigorosamente in maiuscolo) sembra essere approdata al San Paolo per stravolgere tutto. Fino ad ora è vero che i soliti cerotti applicati dal comune su una struttura vetusta e (de)cadente non depongono bene. È anche vero che il Napoli ha perso due fonti di gioco e che è un cantiere aperto. È verissimo che di acquisti di campioni affermati o di Deux Ex (il gioco di parole è voluto) Machina come Cavani non si è registrato. Eppure, il pessimismo cosmico sembra avvolgere totalmente l’ambiente, anche a causa delle sconfitte per 5 a 0 contro il Liverpool e per 3 a 1 contro il Wolfsburg.

Nulla di nuovo, in fin dei conti. Siamo a Napoli, capitale mondiale della sceneggiata, degli strepiti e dell’insoddisfazione. Dove il grigio non esiste se non quando piove. E tutto è nero o è bianco, ma mai insieme. Il campionato deve ancora iniziare e gli scenari più disperati sono già stati messi in conto. In molti hanno già indossato il paracadute prima di iniziare il decollo, rischiando di restare asfissiati dal gonfiore dello stesso. Quel che non è ancora chiaro nella piazza è che occorrerà avere pazienza. Il jogo bonito sarriano è finito. O meglio, si è trasferito a Londra. Al San Paolo, o quel che ne resta, è arrivato Ancelotti. E grazie a lui sono rimasti quasi tutti i migliori. I bilanci, societari a parte, meglio farli a maggio.

Ci vogliono nemmeno due ore di macchina da Livorno a Figline Valdarno. 130 km di strada che dividono il mare tirreno e l'entroterra fiorentino, Massimiliano Allegri e Maurizio Sarri, i due allenatori che domenica sera si giocheranno un pezzo di sogno e di realtà, una fetta di scudetto.

Tra le colline toscane, il tecnico azzurro ci è finito dopo tre anni a Bagnoli, vicino Napoli, dove è nato. Figlio di un gruista di stanza nella città partenopea, ottimo ciclista, nipote di un partigiano che recuperava i piloti americani abbattuti in val d'Arno. Il resto della storia è fissato ormai nella retorica e nell'immaginario sportivo: la banca, la terza catgoria, i modi rudi.
Questo è Maurizio Sarri, la tuta, la sigaretta in bocca, lo sguardo torvo, cupo.

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L'altro invece, è la giacca e la cravatta, il volto pulito e sbarbato, il sorriso sornione, navigato. Massimiliano Allegri, cresciuto in una famglia di operai, il padre scaricatore di porto, la madre infermiera. Faccia da bischero, "ma posso spiegare" dice. Dalla fuga dall'altare a ventiquattro anni, ai nuovi matrimoni, ai flirt, ai divorzi. "Quando succede, succede. Ma ho la coscienza a posto".

L'altro invece è sposato da venticinque anni con Marina, lontano dai riflettori e dal gossip, "presenza discreta e cordiale". Con cui condivide tutto, tutto tranne le sigarette. Allegri non le ha mai fumate, neanche da ragazzo, giura.
Così diversi, così lontani. Lo stesso, simile soprannome. Se il tecnico bianconero è Acciuga, un'etichetta imposta da Rossano Giampaglia, l'altro è Secco, quando ancora giocava da terzino e falciava su e giù per la fascia.
Come ha scritto Mirko Di Natale su Przeglad Sportowy, se si dovesse pensare ad una metafora cinematografica Allegri sarebbe l'intramontabile commedia all'italiana, una sicurezza, un qualcosa di senza tempo, a volte anche autoironica e fuori dagli schemi. Sarri invece preferisce gli effetti speciali da film hollywoodiani, da fantascienza o forse gli spari da western.

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E quello di domenica sera sarà proprio uno scontro all'ultimo colpo di pistola, alla Sergio Leone, per due allenatori lontanissimi anche in campo, nella tattica, nelle idee.
E visto che siamo in tema di metafore, ne usiamo un'altra. Se fossimo in cucina, Allegri sarebbe la nonna pronta a creare un pranzo per venti persone con quello che trova in dispensa. Sarri sarebbe lo chef esigente sui prodotti, con le sue fisse sul bio e sul km 0, con i suoi negozi di fiducia, il fruttarolo all'angolo, il macellaio amico. Tra gli ingredienti più usati dall'allenatore juventino solo in tre superano i 3000 minuti stagionali. Uno per settore: Higuain, Chiellini, Pjanic. La spina dorsale della sua squadra. Quasi il triplo invece quelli del Napoli: Reina, Callejon, Koulibaly, Hysai, Mertens, Insigne, Allan e Albiol, con Hamsik a quota 2978.
Una rosa spremuta fino all'ultimo, fino alla partita decisiva per mantenere in vita un sogno. Perchè saranno pure diversi, lontani, forse all'opposto. Ma domenica sera saranno uguali. Sarri ed Allegri si giocano lo scudetto.

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