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La storia di Patrik Schick alla Roma è tutta racchiusa in una manciata di secondi. Una sliding door natalizia, del dicembre 2017. Prendete Juventus-Roma, con tutto quello che si porta dietro. Prendete l'attaccante scartato da loro in estate e venuto da te per un sacco di soldi, talmente tanti da renderlo l’acquisto più costoso della tua storia. Prendete i minuti e fateli scorrere fino al 90esimo passato. Prendete il difensore loro, che qualche anno fa era tuo, e che fino a quel momento sta decidendo il match. Ora fate fare a quel difensore, Mehdi Benatia, una cazzata. Un controllo sbagliato che manda solo davanti al portiere, anche lui tuo qualche anno fa, il tuo attaccante scartato da loro.

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Patrik Schick con Monchi

Trattieni il fiato, non te ne sei reso nemmeno conto. Ma se non respiri è perché lo sai, lo sai che il ragazzo non segnerà. Lo sai che quel pallone non sarebbe mai entrato, lo sapevi benissimo e lo avresti potuto spiegare con un sacco di motivazioni razionali, psicologiche e tecnico tattiche: la postura, la freddezza, la cattiveria, il movimento della palla. Te lo sai e basta.

Però stai lì, trattieni il fiato. E in una frazione di secondo, il tempo che il difensore loro fa la classica ‘quaglia’ che in quello stadio, mille volte su mille, nessuno farà mai, te pensi ad un miliardo di cose. E se invece quel pallone entrasse? E se invece quel ragazzo segnasse? E se qualcosa stesse veramente cambiando? Stai lì e ci speri. Trattieni il fiato.

Non so cosa deve scattare nella testa del tifoso quando si innamora di un calciatore. Non delle bandiere, dei capitani, di Totti e di De Rossi. Ma di quelli sconosciuti, scarsi, maltrattati dalla storia e dal fato. Uno dei primi ricordi che ho della mia vita calcistica è quello di un Rosso&Giallo d’annata, sfogliato di nascosto e scovato in qualche cassetto nella camera di mio zio, datato 1998. Mi innamorai di tale Alessandro Frau, attaccante classe 1997 che con la maglia della Roma collezionò solo 7 presenze. Così, senza ragione, senza motivo. Era diventato il mio giocatore preferito.

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Marco Delvecchio e Alessandro Frau

In mezzo, fino ad oggi, ci sono degli amori assurdi e infelici chiamati Ivan Tomic e Gianni Guigou, Francisco Govinho Lima e Samuel Kuffour, un po’ di felicità raccolta con John Arne Riise per poi tornare nel baratro insieme a Mattia Destro. In loro riponevo, senza spiegazione alcuna, senza traccia di logica e di razionalità, speranze e sogni. Quando più avanti ho iniziato a capire qualcosa, sempre poco, di pallone, puntualmente mi convincevo che il prossimo sarebbe stato l’anno giusto, il loro anno, la loro stagione. Persino oggi, che mi ero ripromesso di essere nuovamente lucido e distaccato, ho eletto a mio beniamino Mert Cetin.

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Con Patrick Schick è stata la stessa cosa dal momento in cui è arrivato. Stavolta però non era lo sconosciuto, la scommessa: era un giocatore che aveva fatto vedere alla Sampdoria cose clamorose. Era, sommando i 42 milioni della formula trovata da Monchi (5 per il prestito oneroso, 9 per l’obbligo di riscatto, 8 per i bonus e altri 20 cash dopo due anni), l’acquisto più oneroso della storia del mio club. Era lo sgarbo fatto a Napoli, Inter e Juventus. Da quel momento ho iniziato ad aspettarlo. E ho capito che l’attesa è un sentimento nobile, è il massimo grado dell’innamoramento. Lo sanno bene i tifosi della Roma, che cantano “in Curva Sud noi staremo ad aspettar / un tricolore giallorosso per gli ultrà”. Aspettare, nonostante tutto.

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Patrik Schick con la maglia della Sampdoria

A dire la verità c’era un’altra persona, in quella squadra, che aspettava qualcosa. Era Eusebio Di Francesco, in attesa eterna di un esterno destro di piede sinistro, un erede di quello che era stato Domenico Berardi nel suo Sassuolo, se non direttamente lui. Il primo anno il prescelto sembrava essere Riyad Mahrez, il gioiello algerino protagonista nel Leicester di Claudio Ranieri. Anche qui, la sua attesa, si era fatta assurda e stressante: lo avevano visto cambiare le sterline in euro, lo avevano sentito informarsi di una villa vicino Trigoria, lo avevano notato allenarsi in maniera strana, distaccata. L’attesa, anche stavolta, si concluse senza lieto fine. Lo sarebbe stato anche l’anno successivo: l’esterno prescelto era Malcolm, l’affare saltò all’ultimo minuto e Monchi, al suo posto, prese un centrocampista, Steven Nzonzi. Quando si pensa a Di Francesco e alla sua squadra, si dovrebbe partire soprattutto da questo.

Schick non era il giocatore che serviva alla Roma, non era un esterno ma è lì che veniva fatto giocare. L’attesa, infinita, di un gol, durò fino a dicembre, nel match perso contro il Torino in Coppa Italia, per il campionato addirittura fino ad aprile, contro la Spal. In mezzo c’è la straordinaria rimonta contro il Barcellona, dove il ceco giocò titolare. Lo vedi, mi dicevo, è forte, va solo aspettato, la prossima sarà la sua stagione. Invece no, 32 presenze e solo 5 reti, con un sussulto ogni volta che andava in nazionale e timbrava il cartellino. Facce lunghe, infortuni vari, mental coach. Anche questa estate mi sono illuso, per un assist in amichevole addirittura. Lo vedi, eccolo, è la sua.

E invece no, Patrik Schick sta per lasciare la Roma, per lui la Germania. L’attesa anche stavolta non ha portato a nulla.

Ma riallacciamo il nastro del racconto. Torniamo a Torino, al minuto 95. Il numero 14 giallorosso è solo davanti a Szczesny. Trattengo il fiato e aspetto, quasi mi reggo a chi ho intorno per non sbarellare, per non sbattere. Ma l’unica cosa che sbatte è il pallone addosso al portiere polacco. La Roma perde, la Juve vince e allunga a +5. Patrick Schick poteva cambiare la vita sua e quella nostra, poteva farci sperare nello Scudetto e segnare 30 gol. Non è successo. Lo sapevo, lo sapevamo, ero preparato. Lo sono da una vita. Ma ogni volta ci vado a sbattere.


Tutta la storia di Patrik Schick con la maglia della Roma

A me piacciono troppe cose – scriveva Jack Kerouac - e mi ritrovo sempre confuso e impegolato a correre da una stella cadente all’altra finché non precipito”. In attesa della prossima caduta, in attesa della prossima risalita, in attesa del nuovo nome a cui aggrapparsi per sognare e diventare bambini. O solamente per diventare scemi. Visto che dopo la maglia di Borini adesso sogno quella di Cetin. 

L’ultima volta che Roma e Porto si sono incontrate agli ottavi erano quelli di Coppa delle Coppe, era il 1981, era la squadra di Nils Liedholm. In campo, quel giorno, c’era anche Dario Bonetti, bresciano, classe 1961. Difensore da oltre 250 presenze in Serie A, 90 delle quali con la Roma, quasi 40 con la Juventus. 5 Coppe Italia, una Coppa Uefa e una Supercoppa Italiana in bacheca, poi una carriera da allenatore soprattutto all’estero. Abbiamo chiesto a lui un commento sui sorteggi di Nyon. Ne è venuta fuori un’intervista su Roma e Juventus, settori giovanili e calcio italiano. Ecco le sue parole, in esclusiva per ilCatenaccio.

 

 

Atletico Madrid per i bianconeri, Porto per i giallorossi. È andata bene alle italiane?  

Alla Roma poteva andare sicuramente molto peggio, soprattutto in questo momento. Per quanto riguarda la Juventus, l'Atletico Madrid non sarà avversario facile, è una squadra che ha grande compattezza, grande carattere, grande organizzazione, sa andare bene negli spazi.

Nell’ambiente romanista c’è ottimismo per la sfida con i portoghesi, ma i precedenti vedono solo pareggi e sconfitte. L’ultima volta che Roma e Porto si sfidarono agli ottavi erano quelli di Coppa delle Coppe, nel 1981, lei era in campo.

Ricordo quella partita, ricordo perdemmo 2-0 all'andata, con reti di Walsh e Costa, avevano una grande intensità, giocavano molto meglio. Erano una squadra di qualità, quindi di conseguenza fummo eliminati. In casa non riuscimmo ad andare oltre quello 0-0, ma stavamo costruendo una squadra.

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Quella di Liedholm, dello scudetto, di Falcao e Di Bartolomei.

Ho ricordi bellissimi di loro due. Sia come uomini che come calciatori. Erano dei fuoriclasse, erano le colonne di una squadra fortissima e che sarebbe arrivata in finale di Coppa Campioni nel 1984.

Un’impresa sfiorata l’anno scorso, con la rimonta sul Barcellona e la semifinale col Liverpool. Sembra passato un secolo, non crede?

Io penso che dopo tutte quelle cessioni fosse sotto gli occhi di tutti che la Roma anche quest'anno sarebbe ripartita da zero. Hanno preso dei giovani molto interessanti, ma si sono dimenticati che Roma è una piazza in cui c'è grande passione. E dove c'è grande passione a volte manca l'equilibrio e possono nascere depressioni molto forti. Questo ovviamente crea numerosi problemi ai ragazzi più giovani che, magari, devono dimostrare immediatamente il valore che hanno, non gli viene concesso tempo. Sono talenti di sicura prospettiva, però in questo momento c'è bisogno che vincano e che convincano. E non è così semplice.

Di questi giovani chi l'ha colpita di più?

Devo dire che tutti e tre gli attaccanti, Justin Kluivert, Cengiz Under e Nicolò Zaniolo, sono molto bravi. Mi aspettavo molto di più da Patrick Schick, che aveva confermato la sua grande qualità alla Sampdoria e ora invece sta deludendo. Faccio veramente fatica a capirlo. Evidentemente non ha carattere.

Lei con la Roma ha vinto quattro Coppe Italia, una invece con la Juventus, con la quale ha vinto anche in Europa la Coppa Uefa nel 1990. Cosa manca alle italiane per tornare al top in ambito continentale?

Dobbiamo essere sinceri, a parte quello della Juventus non vedo progetti. Creare un progetto non significa cambiare 5-6 giocatori tutti gli anni. Perchè giocatori forti ne ha anche l'Inter, li ha anche il Napoli, ma manca la progettazione seria, quella che permette di fare 1-2 innesti all'anno per alzare l'asticella della squadra sotto il profilo fisico, tecnico e tattico. Senza sconvolgimenti. Le grandi squadre hanno bisogno di giocatori pronti, di andare sul mercato per rinforzarsi. Penso che lo farà l'Inter di Marotta, un dirigente che ha grande esperienza e sa benissimo come si costruisce.

bonetti 2

Rinforzarsi quindi non solo in campo ma anche nei quadri dirigenziali.

Assolutamente sì. Marotta l'ha dichiarato apertamente, c'è bisogno di tempo ma soprattutto di essere sicuri. Se si prende un calciatore pronto, che ha già dimostrato qualcosa, che sa andare in bicicletta, allora ci sa andare sempre. Bisogna aspettare e inserirlo in un contesto che gli permetta di essere valorizzato al massimo, deve capire la storia del club, la lingua, trovare un senso di appartenenza. Ecco perchè dico che il campionato della Roma me lo aspettavo. I giovani hanno grande prospettiva ma sono, naturalmente, soggetti ad alti e bassi. La cosa che mi ha lasciato perplesso della partita di domenica sera è il modo in cui hanno giocato i giallorossi, il Genoa avrebbe potuto fare 4-5 gol, dal punto di vista tattico erano veramente allo sbando, la difesa imbarazzante.

Ai vertici solo la Juventus ha una coppia di centrali difensivi italiani. Per il resto ci si affida a Manolas e Fazio, De Vrij e Skriniar, Koulibaly e Albiol. Da centrale, si è fermata la scuola italiana dei difensori?

Il grande problema sta nei settori giovanili purtroppo. Voglio essere onesto, quello che penso lo dico, con il massimo rispetto: nei settori giovanili lavorano troppi raccomandati, che non sanno insegnare. La grande qualità che deve avere un allenatore di giovanili è trasferire ai suoi ragazzi l'esperienza che hai avuto in campo. Non sempre questo avviene.

Lei ha allenato soprattutto all’estero. La Dinamo Bucarest, il Dundee, la nazionale dello Zambia. La vedremo su qualche panchina tricolore?

Difficile, io ho allenato più all'estero che in Italia per una questione di rapporti. A parte Ancelotti e Mancini, che son partiti dall'alto, qui si fa fatica a far allenare chi ha fatto la gavetta. Lo vediamo con Zenga, con Bergomi, sono tutti in televisione ma potrebbero fare gli allenatori. Purtroppo è così, io quando vedo Beppe Bergomi allenare la Berretti del Como e sulla panchina dell'Inter magari Stramaccioni, lo dico con il massimo rispetto, c'è qualcosa che non va.

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Torniamo alla Roma, di recente è stato fatto il nome dell’esterno d’attacco rumeno Razvan Marin. Lei che ha allenato in Romania l’ha mai visto giocare?

Sinceramente no. E anche qui vorrei aprire un'altra pagina su Monchi, anche se ci sarebbe da aprire un'enciclopedia. La Roma non ha bisogno di un direttore sportivo spagnolo. Bisognerebbe dare valore anche qui ai prodotti nostrani, ai direttori italiani. In Serie A non si guarda il curriculum, lavorano raccomandati, gente che porta gli sponsor ma che alla fine fa i danni.

Tra le squadre in cui ha giocato, a fine anni 80, c’è anche il Milan. Che con la Roma e con la Lazio si contende il quarto posto. Alla fine chi la spunterà?

Devo dire che in questo momento vedo la Lazio più organizzata e più completa, con un ambiente compatto. Anche la Roma ha qualità ma deve ritrovare l'idea di gioco e, soprattutto, deve recuperare i giocatori che sono fuori.

85 palloni giocati su 329 minuti in cui è rimasto in campo. Questo il dato, sconcertante, che ieri, sul numero tre di Rudi, Valerio Albensi metteva in luce su Patrick Schick. Un giocatore isolato, dalla tecnica sopraffina e dalle qualità indubbie ma che a Roma non ha ancora trovato la giusta carica e, forse, la giusta posizione. Se il titolare Edin Dzeko gioca, tira e gestisce più palloni, 1 ogni 2 minuti e mezzo, l'ex attaccante della Sampdoria ne tocca 1 ogni 4 minuti.

Un tempo infinitamente lungo, in una partita di calcio, che può fare la differenza tra una vittoria e una sconfitta.

Ecco, in quei 4 minuti in cui attende di toccare un nuovo pallone, Patrick Schick cosa potrebbe fare? E, soprattutto, cosa sono riusciuti a fare, in giro per il mondo, in appena 4 minuti?

1 Ripetere il monologo di Al Pacino in Ogni Maledetta domenica

2 Preparare una coppetta di tiramisù
Per tenere occupato il difensore che lo marca, magari. Per ogni coppetta prendere tre biscotti (scegliete voi se pavesini o savoiardi), mezzo barattolo di yogurt bianco dolce, una tazza di caffè. Poi alternare biscotti, caffè e yogurt e completare con del cacao amaro in polvere. Tempo di preparazione? Bastano 3-4 minuti.

3 Guardare il video dei 26 gol di Edin Dzeko dello scorso anno 
Basta andare su youtube, aprire il link  e prendere appunti.

4 Ridisegnare le strisce al centro di una carregiata
Come ha fatto lo stradino di Sondrio, qualche anno fa. 4 minuti per una strada nuova, da segnalare a Virginia Raggi.

5 Vedere cosa è successo nell'ultima puntata di X Factor 

6 Prendere 3 gol dal Salisburgo
Come successo ai cugini della Lazio lo scorso aprile: 72' Haidara, 74' Hwang, 76' Lainer. 4-1 risultato finale.

7 Provare a battere il record di Kosmic in SuperMario.
Tale Kosmic è riusciuto a rompere il record di Darbian (4 minuti e 56 secondi) per un livello di Super Mario Bros 

8 Risolvere 53 cubi di Rubik
Seguendo il ritmo di Feliks Zemdegs, ragazzo australiano di 22 anni capace di risolverne uno in 4,5 secondi.

9 Segnare 3 gol
Come riuscì a fare Lewandowski contro il Wolfsburg oppure Anastasi in Juventus Lazio. 

10 Cantare tutta "Grazie Roma"
4 minuti di Antonello Venditti. 

Patrick Schick, una spallata alla paura

Da Roma Spal a Roma Spal, da aprile a ottobre, sono passati 425 minuti di Patrick Schick, due sole partite da titolare quest'anno (contro Milan ed Empoli), il resto solo spezzoni anonimi, o quasi. Nel mezzo ci sono solo due gol, entrambi di fila, nel finale della passata stagione, contro i ferraresi e il Chievo. Nel mezzo, però, c'è anche un precampionato fatto di gol e fiamme, di prestazioni importanti, di una forma che finalmente sembrava essere quella giusta. 


Tutta la preparazione svolta con regolarità, il ritiro pieno fatto con la squadra e il mister, i guai muscolari che finalmente sembrano passati. Eppure c'è qualcosa che ancora non va. Il Patrick Schick che scende in campo con la Roma è l'ombra di sé stesso: sfortunato e tenero, gracile, dal contributo praticamente vicino allo zero. 


Il suo score giallorosso è ancora fermo a 3 reti in 32 presenze complessive, al netto del suo costo di cartellino (il più alto nella storia della Roma, 42 milioni) è praticamente 14 milioni a gol, mentre alla Sampdoria, con appena 2 presenze in più, era arrivato a 13 marcature.


Qual è il problema di Schick? Se lo chiedono i tifosi, si interrogano a Trigoria. "Patrick ha avuto un anno meraviglioso nella sua stagione alla Sampdoria senza essere un titolare indiscutibile di quella formazione. Molte volte partiva dalla panchina - spiegava Monchi lo scorso giugno alla rivista The Tactical Sport - Quest’anno, invece, ha avuto un percorso normale. Credo che lo troveremo molto più preparato per l’anno che verrà. È un ragazzo di 21 anni e sappiamo quali sono le sue qualità. Schick è un fuoriclasse e lo dimostrerà".


Parlava di panchina, il ds giallorosso, centrando quello che per molti era il vero nodo della questione. Troppo basso il minutaggio per il giovane ceco, troppo pressante il dualismo con il mostro sacro Edin Dzeko. Eppure la panchina non sembra essere un problema. Prendete la partita di Nations League di sabato scorso, tra Slovacchia e Repubblica Ceca. Schick è ancora in panchina, entra al 73esimo, al posto di quel Michael Krmencik attaccante del Viktoria Plzen battuto dalla Roma in Champions League. Gli bastano appena 3 minuti per beccare il cross di Dockal, anticipare Skriniar, mettere il pallone nel sacco e regalare la vittoria alla sua nazionale.
Basta poco per sbloccarsi. Serve un gol per stracciare freni e paure di un giocatore che quando scende in campo sembra portarsi dietro il fardello del contratto, delle aspettative, delle eredità. Sta a Di Francesco aiutarlo a liberarsi.

E il ciclo che attende la Roma potrebbe forse giocare a suo favore: in un mese i giallorossi dovranno vedersela contro Spal, Napoli, Fiorentina e Sampdoria in campionato, mentre in Champions League saranno impegnati nella doppia sfida contro il CSKA Mosca. Per fare bottino servono tutte le forze possibili, specie quelle ancora non liberate.

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