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L'ora di Luca

"Gioca Luca Pellegrini, sarà titolare all’esordio. Kolarov non sarà nemmeno tra i convocati, oggi non camminava nemmeno". È stato chiaro e diretto il mister Eusebio Di Francesco in conferenza stampa. Dopo quelle manciate di minuti contro Frosinone e Viktoria Plzen, ma soprattutto dopo un precampionato vissuto con l'acceleratore abbassato, è arrivato il momento del terzino romano.

L'investitura ufficiale era arrivata poco più di una settimana fa, nella sfida contro i ciociari. Pellegrini entra, Kolarov viene spostato in mediana e si confeziona così un gol che è quasi una parabola tra presente e futuro, tra i veterani e le giovani leve. Assist del bambino, cannonata in porta del vecchietto. E delle parole, sussurrate all'orecchio: "Devi giocare sempre".

Stasera toccherà proprio a lui e sarà l'esordio da titolare in Serie A. "Le sensazioni all'esordio non si possono spiegare, sono tante emozioni che ti avvolgono e rivelano la persona che sei. Sono molto, moltissimo felice. So quanto ho lavorato per arrivarci".

Quanto ha lavorato, quanto ha faticato e quanto ha sofferto. Due infortuni letali nel giro di pochi mesi. Il legamento crociato a luglio 2017, 140 giorni ai box, poi al rientro frattura della rotula, per un altro calvario di quattro mesi. Luca Pellegrini non ha mai smesso di lavorare e di crederci. In fondo gli infortuni possono essere anche una fortuna. Fortificano, ti maturano, ti creano possibilità. Come quando giocava nella Tor Tre Teste, con mister Mastropietro. Aveva iniziato con le gare di nuoto, da cui ha preso il fisico piazzato e le spalle larghe, poi il pallone con la Cinecittà Bettini. Quando a Trigoria si sparge la voce di questo ragazzo, Luca Pellegrini gioca trequartista o esterno alto e nell'ultimo campionato ha messo a segno 30 gol. Bruno Conti e Roberto Muzzi organizzano una spedizione per osservarlo da vicino. Quel giorno però mancano molti suoi compagni di squadra, Luca viene spostato terzino sinistro. E crea il panico. I modelli sono Gareth Bale e Paolo Maldini, anche se lui dice di ispirarsi a Marcelo. Con le giovanili della Roma vince due scudetti, Giovanissimi e Allievi Nazionali, unico giallorosso insieme a Mirko Antonucci ad aver vinto due finali così con la stessa maglia.

In Primavera, a dire la verità, non gioca praticamente mai tra infortuni e convocazioni in prima. Ma è il destino dei forti, dei predestinati. Lo stesso che l'ha portato a rifiutare tutte le offerte arrivate da mezza Europa. In origine fu il Reading, poi l'AZ Alkmaar, il Monaco, il Manchester City, il Liverpool e il PSV Eindhoven, la Juventus e la Fiorentina. Luca Pellegrini ha detto sempre di no e, grazie alle manovre del suo procuratore, Raiola, è riuscito a strappare alla Roma un contratto a cifre record: 800.000€ a stagione fino al 2022.

E stasera, ad Empoli, arriva il momento di farsi vedere davvero.

La pioggia batte incessante sullo Stadio Nicola Ferrucci di Campagnano di Roma, dove la Lazio Primavera ha appena battuto per 2-1 il CreCas Palombara. "Di pomeriggio piove sempre eh, uno si prepara ad una bella giornata e poi ecco qua". Valter Bonacina, tecnico dei biancocelesti, scruta il campo pensieroso. Dal 3 febbraio è sulla panchina di Formello, ma sembra ancora non essersi abituato ai pazzi acquazzoni romani. Bergamasco, classe 1964, ex centrocampista. È lui l'uomo scelto dalla dirigenza laziale per rimpiazzare Andrea Bonatti e far ripartire il ciclo. Perchè dopo tre campionati dominati, le coppe Italia vinte con Roma e Fiorentina e la Supercoppa contro il Chievo, l'anno scorso è arrivata la retrocessione. "I ragazzi hanno fatto di tutto per evitarla, ma il campo ha detto questo e dobbiamo attenerci al verdetto".

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C'era bisogno di una sterzata, di persone nuove. E il nome era Valter Bonacina, tecnico che, in oltre dieci anni di settore giovanile all'Atalanta, aveva plasmato Caldara, Kessiè, Gagliardini, Grassi, Conti, Barrow. "Il merito non è stato mio, ma di tutto il settore, a partire dallo scouting per arrivare fino alla dirigenza". Adesso i nomi su cui rifondare, e da tenere d'occhio, sono Alessio Bianchi, classe 2000 arrivato ad agosto dal Milan, Abukar Mohamed, già ribattezzato "il Pogba finlandese", Szymon Czyz, mancino polacco soffiato al Lech Poznan. "La squadra deve crescere, però si impegna, i ragazzi ci stanno dando dentro, sono fiducioso. Abbiamo appena iniziato la preparazione, quindi siamo un po' indietro come fiato, come misure".

bONACINAROMA

Quello di Bonacina a Roma è un ritorno. C'era stato da calciatore, nei primi anni Novanta, sulla sponda giallorossa. Erano i tempi di Bianchi, Boskov e Mazzone, erano le stagioni del Principe Giannini, libero di fantasticare avendo le spalle coperte proprio da Bonacina. "Fu il mio salto di qualità, la prima esperienza in una grande squadra. Mi sono tolto belle soddisfazioni, furono tre anni intensi, con più di 80 presenze. Penso di aver dato il mio piccolo contributo". Prima e dopo la parentesi romanista ci sono però 331 presenze, tra Serie A e Coppa Uefa, con la maglia della Dea, condite di ben 19 gol. Quanto basta, insieme al sudore e ai chilometri, per diventare una bandiera degli orobici.

La pioggia non accenna a smettere, così mentre ci ripariamo sotto la panchina degli ospiti, Bonacina è in trappola. E deve per forza rispondere alle nostre domande:

Dopo Zingonia, anche Formello è uno dei migliori settori giovanili d’Italia?

Si, basta guardare i risultati negli anni. Poi è chiaro, bisogna sempre dare continuità, specie nel settore giovanile. Non bisogna saltare le annate, perdere tempo. Forse qui negli ultimi due anni i risultati non sono stati dalla parte della Lazio, ma se si guarda alla storia, soprattutto recente, i biancocelesti sono stati sempre ai vertici.

Su 24 tesserati della sua rosa ben 15 sono stranieri e 2 con il doppio passaporto italiano-albanese. Può essere un limite la presenza di calciatori provenienti dall'estero per il rinnovamento dei settori giovanili?

È chiaro che ormai è in atto un cambiamento importante, a livello globale: negli ultimi anni si sono aperti gli orizzonti del calcio in maniera ampia, le società vanno a pescare in tutto il mondo. Il calcio è cambiatoe bisogna accettarlo. Certo, il settore giovanile italiano ha più difficolta ad emergere, ma bisogna farci i conti. Il tempo ha detto così.

A proposito di calciatori stranieri, l'ultimo che ha allenato è Musa Barrow, classe 1998, già 4 gol in appena 54' nei preliminari di Europa League.

 

Per me può essere la rivelazione di quest'anno. Ha terminato benissimo lo scorso campionato: 3 gol in 12 presenze in Serie A, ma con me in Primavera ha fatto qualcosa come 23 reti in 18 partite. Poi ha iniziato benissimo anche questa stagione. Si sta veramente affermando, sarà la sua annata.

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L'altro nome che ha dominato l'estate è quello di Mattia Caldara, anche lui passato sotto la sua guida.

Lui ha già bei campionati alle spalle. Ha dimostrato di avere una continuità impressionante per l'età che ha, facendosi valere anche in fase realizzativa, mettendo in mostra qualità importanti. Ha meritato la Juventus, seppure di passaggio, e ora merita il Milan. Sono sicuro che emergerà anche in una grande piazza.

E ora i suoi ragazzi dominano la scena italiana. Kessiè, Caldara e Conti al Milan, Gagliardini all'Inter, Grassi al Parma ma di proprietà del Napoli. Da mister, cosa cerca in un calciatore?

La testa è determinante, può fare veramente molto. La determinazione, la grinta, la fame, il voler arrivare, l'impegnarsi giorno dopo giorno, sono tutti fattori che portano miglioramenti incredibili. Poi è chiaro che devi avere di base delle tue qualità, ma se il ragazzo le coltiva, ci crede, è lì che può fare strada.

È così che a Zingonia si sfornano talenti?

L'Atalanta ha una grande velocità di ricambio. Merito di tutti, dello staff, della dirigenza, della rete di osservatori.

E su questa Serie A che ci dice?

La Juventus era forte e ora lo è ancora di più, ha una mentalità giusta. Perchè i giocatori forti li hanno anche le altre, guarda l'Inter, il Napoli, ma è la mentalità a farla partire da un gradino sempre superiore. Poi il calcio non è mai scontato, non è mai detto...

"Io non sono uno scienziato e nemmeno un professore, ho un'idea di calcio e voglio portarla avanti". Se dici Mauro Bencivenga, a Roma e dintorni, dici calcio giovanile. Tra le sue mani sono passati generazioni di talenti, tra Formello e Trigoria. Le mani di un allenatore, in questi casi, sono un po' come quelle di un artigiano, di uno scultore. Devono saper modellare quello che toccano. Mister Bencivenga, oggi responsabile del settore giovanile e della scuola calcio della Lupa Roma, ha quelle mani. E ci parla, in questa intervista esclusiva per ilCatenaccio, del mondo del calcio giovanile, del mestiere dell'allenatore e dei suoi anni da tecnico a Trigoria. 

 

Mister, De Rossi parla di lei come dell’allenatore che gli ha cambiato e trovato ruolo. Che qualità ha visto in lui?

Io allenavo gli Allievi lui invece veniva dalle categorie inferiori, dai Giovanissimi. Non aveva un ruolo ben definito, giocava punta, esterno. Aveva un bel piede ma io non lo facevo giocare. Un allenatore però, soprattutto nelle giovanili, deve avere la capacità di modellare i suoi ragazzi così lo spostai davanti la difesa. Mi colpirono subito il carattere e la grinta, nonostante non lo vedessi infatti continuò sempre ad allenarsi con grande voglia. Mi pare che sia rimasto uguale.

Cosa e chi ricorda di quel gruppo di ragazzi?

Tutti, li ricordo tutti con grande piacere. Non ero semplicemente il loro allenatore, cercavo di essere un educatore. Ho fatto sempre calcio con sentimenti e valori. E quando vedi che tutta la passione che gli hai dato ti torna indietro, allora significa che hai fatto bene. Li sento ancora oggi, chi per un messaggio, chi per gli auguri, chi per un caffè. Anche con Daniele così, ogni tanto lo bacchetto (ride ndr). Alberto è il suo papà, io sono stato anche vice papà sul campo. Abbiamo raggiunto traguardi importanti, grazie soprattutto a Bruno Conti e al suo lavoro. Era un settore stupendo, abbiamo vinto tanto ma soprattutto abbiamo creato. Io mi sono sempre messo in discussione, sono andato avanti con merito, senza agganci, amicizie o raccomandazioni. Ricordo ancora quando ho conosciuto Bruno: era il campionato Esordienti, io allenavo la Lazio e lui la Roma. Ci siamo scontrati in campo, ci siamo conosciuti e qualche anno dopo ero a Trigoria. Insieme a De Rossi c’erano Bovo, Lanzaro, Ferri, Biasi, D’Agostino. Ma anche quelli che non hanno sfondato, ragazzi forti come Sansovini, Morini, Rizzi. E mi dispiace non citarli tutti ma li porto dentro al cuore.

Daniele De Rossi, quarto da sinistra in basso, ai tempi dell'Ostia Mare

Quanto è stato importante Bruno Conti per le giovanili della Roma?

Mamma mia, era determinante. Mi dispiace ora sia un po’ in disparte. Aveva creato una famiglia. Ci vedevamo tutti insieme per programmare, studiare, migliorare insieme, con Ugolotti, Sella. Mi ricordo con Ezio ci vedevamo sempre prima di ogni allenamento per riflettere insieme, eravamo alla costante ricerca del miglioramento. Quello dell’allenatore non è un mestiere, è una vocazione.

L’Italia è molto indietro rispetto agli altri settori giovanili?

Non molto, secondo me, ma è palese che ci sia qualcosa che non va. C’è una politica sbagliata, troppi interessi economici, poca meritocrazia. Invece di programmare si preferisce acquistare. Si va all’estero, si comprano giocatori pronti, utili subito. Ma non ha senso e così non si cresce.

Prima ha detto, “abbiamo vinto tanto ma soprattutto abbiamo creato”. In Italia si pensa più a vincere che a creare?

Io combatto tutti i giorni contro il culto del risultato. Da responsabile della Lupa Roma, con Di Michele, un altro che ho cresciuto io e che mi sta ridando quanto io ho dato a lui, cerchiamo di cambiare innanzitutto questo. L’allenatore lascia un segno tecnico, ma se è bravo lo lascia anche umano. Io mi sento cultore del calcio, del bello. Ha ragione De Gregori, un giocatore lo vedi dal coraggio e dalla fantasia.

Qual è la soluzione?

Capire che, a questi livelli, perdere non è un problema. Altrimenti come si cresce? Se al bambino insegni la paura, il pericolo, saranno sempre frenati. Il risultato nella scuola calcio è sbagliato. Io non sono uno scienziato, non sono un professore. Sono nato così, da grandi maestri, e voglio portare avanti la mia idea di calcio. Ho avuto il piacere di confrontarmi con grandissimi allenatori. Persino con Pep Guardiola, quando era alla Roma. Ma le vedete le squadre di Guardiola? Non fermatevi ai grandi giocatori, guardate le idee e la cultura.

È un problema culturale quindi, ma come si può cambiare la cultura sportiva di un’intera nazione?

I progetti si costruiscono con gli esempi. Guardati intorno, tutti isterici, tutti stressati, tutti che urlano. Vedo genitori che si arrabbiano perché il figlio non gioca, perché non hanno vinto. Questo mi fa male. In Italia devono cambiare le cose ed è possibile solo con persone belle, intelligenti, competenti.

Damiano Tommasi con la maglia della Roma

Si riferisce alla Federazione?

Penso alla FIGC e penso subito a Damiano Tommasi. E lo dico non solo perché lo conosco, ma perché so che è una ricchezza per il nostro calcio. E con lui Simone Perrotta, Demetrio Albertini. Gente che conosce questo sport.

Lei ha allenato anche all’estero, Albania e Cina, che impressione le ha fatto il calcio asiatico?

Veramente buona, stanno programmando seriamene. Sono andato ad un college vicino Pechino e ho visto allenatori preparati e anche individualità discrete. Ero stato anche in Giappone, a Tokyo, con Bruno Conti. Certo, i grandi sono un po’ meno bravi.

Insomma, fuori dall’Italia c’è una strategia sportiva diversa.

Guarda la Spagna, mi hanno raccontato delle riunioni tecniche che fanno gli allenatori delle giovanili del Real Madrid, del Barcellona. Ai bambini non gli chiedevano i gol, gli dicevano: “Tu non hai dribblato, tu non hai fatto il tunnel”. Gli insegnano a divertirsi, a vedere la partita come una festa, a scendere in campo con il sorriso. Gli insegnano coraggio e fantasia. Aveva proprio ragione De Gregori…

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