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Amico mio, la vita è cambiata. Adesso sono ricco”. Diego Pablo Simeone sorride mentre brinda con Antonio Scuglia, giornalista de Il Tirreno. Siamo a Pisa, primi anni Novanta, sul tavolo un po’ di foto, qualche dolce secco e una bottiglia di buon rosso toscano.

90 milioni di lire all’anno, questo il contratto che Romeo Anconetani ha cucito per lui. “Stavolta lo straniero mi è costato davvero. L’ho pagato un miliardo e mezzo – si lamentava il presidente – quello che i grandi club danno solo d’ingaggio ai giocatori migliori”. Il presidentissimo era un mago del calciomercato. Guardava all’estero, scovava talenti nascosti e li portava all’ombra della Torre Pendente quando lo scouting, il fairplay finanziario e le plusvalenze ancora non erano state inventate. Così dopo la Scarpa d’oro Wim Kieft, dopo Klaus Berggreen, dopo Dunga, ecco Simeone. Sull’argentino c’era da tempo l’Hellas Verona, poi la retrocessione in B fece saltare tutti i piani. Sembrava fatta per l’approdo alla Fiorentina, che lo aveva fatto seguire da Roberto Pruzzo, invece, alla fine, a spuntarla è stato il Pisa.

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L'arrivo di Simeone

Ricco, in verità, Simeone lo era sempre stato. Classe 1970, è nato sotto il segno del Toro e cresciuto nel quartiere Palermo, tra i più belli e anche i più raffinati di Buenos Aires. Santa Fe Avenue, Villa Freud, il Planetario Galileo Galilei, la Casa Rosada a due passi. Papà Carlos dirige una fabbrica di utensili e prova a farlo studiare, ma non c’è verso. “La prima parola che ha pronunciato fu gol, da quel momento capii subito. Un giorno gli regalarono un gioco molto grande, un terreno fatto di soldati e di indios. Lui lo trasformò in un campo da calcio”.

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La prima maglia che indossa è quella del Club Atletico Velez Sarsfield. Gioca da centrocampista, mettendo in campo tutta la sua grinta e la sua cattiveria. Per questo Victorio Spinetto, allenatore delle giovanili, lo inizia a chiamare Cholo, lo stesso soprannome di Carmelo Simeone, difensore di Velez e Boca Juniors negli anni Cinquanta-Sessanta. La parola viene dall’antico azteco “Xoloitzcuintli” e significa meticcio, incrocio di razze. Il giovane Pablo ha un repertorio di grinta e intensità, di furbizia e voglia di vincere. Come quella volta a el Fortin, lo stadio del Velez nel barrio de Liners, quando a 11 anni faceva il raccattapalle e fu espulso. “Si giocava contro il Boca Juniors, ad un certo punto il portiere, el Loco Gatti, era distratto. Io lanciai un pallone qualche metro più avanti, mentre Mario Vanemerack arrivava di gran carriera. Alla fine c’erano due palloni in campo e quasi facemmo gol”. L’arbitro Juan Carlos Loustau, però, vede tutto, va verso il ragazzino diabolico e lo caccia dal campo.

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La figurina di Simeone al Pisa

Con la prima squadra del Velez Simeone gioca tre anni. Disciplinato, tattico, emotivo, aggressivo, carismatico. Un rapporto privilegiato con la porta avversaria, con 14 reti, nonostante il suo compito principale fosse quello di difendere la propria. Diventa, a neanche venti anni, un punto di riferimento per tutti i suoi compagni. Finchè Romeo Anconetani decide di portarlo in Italia, sfruttando la crisi economica argentina. “Nessuno è come me a comprare stranieri. Ora punto molto sullo svezzamento di Larsen e Simeone che ho ingaggiato perchè rispondevano a due requisiti essenziali per il Pisa: sono giovani e costavano poco”. In Toscana fa appena in tempo a conoscere Mircea Lucescu, al Pisa fino al marzo 1991, a cui bastano pochi mesi per capire che il ragazzino “diventerà uno dei più forti centrocampisti d’Europa”.

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Intanto, in quel Pisa, Simeone affianca Henrik Larsen e David Fiorentini, Aldo Dolcetti e Mario Been, Lamberto Piovanelli e Josè Chamot, detto el Flaco. E proprio con quest’ultimo, un altro argentino scovato da Anconetani nel Rosario Central, el Cholo lega più di tutti. Il presidentissimo li aveva scelti nello stesso momento, lo stesso giorno, l’ultimo del calcio mercato estivo 1990. Il Pisa non aveva ancora chiuso la Rosa, dall’Argentina arriva un fax con una lista di nomi. Un elenco, fatto di foto, ruolo, altezza e peso. Lo ha raccontato Marco Malvaldi, scrittore pisano autore dei Delitti del BarLume: “Romeo, dopo aver esaminato il fax, disse con piglio deciso: «Quetto qui e quetto qua. Soprattutto quetto qua. Mi garba, ha la faccia decisa». «Quetto qui» e «quetto qua» erano José Antonio Chamot e soprattutto Diego Pablo Simeone”.

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Romeo Anconetani mentre sparge il sale prima di una partita

El flaco ed el cholo hanno solo un anno di differenza, uno gioca in difesa e l’altro a centrocampo. “Stavano sempre insieme – racconta Luca Giannini, che affiancava Lucescu in panchina – arrivavano sempre, ogni giorno, 40 minuti prima degli altri. Iniziavano a scaldarsi, a palleggiare, a fare batti muro. Poi, ad allenamento finito, restavano in campo per fare addominali e flessioni. Erano un esempio per tutti”.

Sulla carta d’identità c’era scritto 20 anni, in campo però, e soprattutto nella testa, ce n’erano almeno 30. Giocava con rabbia, ma anche con intelligenza, in campo come negli allenamenti, dove qualche senatore chiedeva al mister di placare i tackle del ragazzino. “L’unico sudamericano che migliora alla distanza” scriveva il Corriere. Non aveva paura di nessuno. Nemmeno di quelli più forti e più grandi di lui, come Tony Adams, quasi 2 metri di difensore inglese, che sfidò in un’amichevole con l’Argentina. “Tornò con una gamba completamente nera – racconta ancora Antonio Scuglia - Gli dissi di farsi visitare. Mi rispose: ma sei scemo? Il presidente già non voleva che andassi, figurati se gli dico che sono infortunato”. Pisa lo accolse e lo coccolò per due anni. Abitava in pieno centro, in Borgo, dietro Ponte di Mezzo. Tutte le domeniche mattina in chiesa, i litri di mate, l’amore per la famiglia. Con il padre che quando veniva a trovarlo si ritrovava a giocare a calcio, fuori città, con tifosi e giornalisti.

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Altra figurina di Simeone

Simeone indossò la maglia nerazzurra 62 volte, mettendo a segno 6 reti. Le sue più grandi sfortune furono due. La prima esere capitato in una Serie A pazzesca, fatta di Zico, Platini, Baggio, van Basten. La seconda, la retrocessione del Pisa, nel 1992, e l’obbligo, da regolamento, di ridurre il numero di stranieri in rosa.

Il ballottaggio era tra Simeone e Henrik Larsen, che per uno strano scherzo del destino si ritrovò a giocare, e a vincere, gli Europei 92: la sua Danimarca fu ripescata in seguito all’esclusione della Jugoslavia. Il biondo centrocampista segnò tre reti e alzò la coppa in cielo. Così Anconetani decise di privarsi del suo gioiello argentino. Lo voleva il Siviglia, Carlos Billardo si era innamorato di lui e riuscì a pagarlo solo 160 milioni. Il resto è storia nota, con le vittorie all’Inter e alla Lazio, i trofei in campo e in panchina all’Atletico Madrid. Che, forse, non ci sarebbero mai stati senza gli anni di Pisa.

 

Si ringrazia Antonio Scuglia, de Il Tirreno, per le preziose notizie e informazioni.

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