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Interrogativo Icardi

Quanto è difficile essere Mauro Icardi. Personaggio controverso, argentino atipico, bomber di razza con scarsa propensione al gioco di squadra. Leader designato più che naturale, malinconico ex capitano dell’Internazionale FC. Ma, soprattutto, procuratrice ingombrante. Piccoli problemi di cuore, oseremmo dire.

È proprio attorno alla sua figura e a quella di Wanda Nara, avvenente moglie e procuratrice dell’ex Sampdoria, che verte oggi il nostro approfondimento. Inutile tornare a rivangare i fatti della stagione appena terminata, un lungo esilio dall’isola interista culminato poi con un rientro forzato ma degradante sotto l’aspetto della considerazione generale, ma molto importante capire come sbrogliare l’intricata matassa che la gestione Spalletti (impeccabile da questo punto di vista) ha lasciato. Sul fronte nerazzurro spira forte il vento della rivoluzione: approdato il condottiero salentino Conte si sta dando il via, per il momento solo mediaticamente, al nuovo corso tutto regole e morigeratezza targato Antonio&Beppe. Per carità, nulla da eccepire in merito, ma come logica conseguenza di ciò viene quasi naturale pensare che Icardi e Wanda mal si sposino con questa nuova impronta “militare”. Juventinizzare l’Inter, questo lo scopo del duo, quella rigidità molto spesso cameratesca tante volte criticata dal buon Antonio Cassano in questi lunghi anni.


Mauro Icardi, 11 gol in 29 presenze nell'ultimo campionato

Precisazione doverosa: dal nostro punto di vista nulla abbiamo da criticare rispetto alla professionalità di Mauro Icardi, puntualità agli allenamenti, mai una parola fuori posto, atteggiamento impeccabile se parametrato alla delicata questione “fascia di capitano”. Aggiunta altrettanto necessaria: il pesante fardello della moglie-procuratrice complica e rovina terribilmente il quadretto del perfetto calciatore che abbiamo appena disegnato. È proprio l’incapacità di separare i due lati della vicenda, quello prettamente sportivo da quello meramente familiare, a creare quella cappa di incertezza difficile da diradare.

La volontà di Mauro Icardi di rimanere in nerazzurro, vera o presunta che sia, trova il muro invalicabile eretto dall’ex CT della nazionale, convinto che sia meglio allontanarlo dal progetto tecnico interista. Dal nostro umile scranno ci permettiamo di dare un consiglio a tutti i protagonisti della vicenda: è proprio necessario, cara Wanda, ricamare così tanto sulla questione, andando allo scontro frontale con la società? È veramente così difficile, caro Mauro, dimostrare la tua voglia di Inter, professata magnificamente sui social, con un gesto forte e clamoroso come quello di separarsi, dal punto di vista lavorativo, dalla tua compagna? Ed era infine così difficile, caro Beppe, gestire la vicenda con più tatto e più malleabilità dal punto di vista societario? Suggerimenti posti come domande retoriche, vacui ammonimenti che restano sospesi continuando ad alimentare di dubbi, ansie e incertezze le più profonde sinapsi dei tifosi del biscione. A meno che..


Il gol di Icardi nel derby contro il Milan

L’ultimo grande dubbio, l’interrogativo principe che potrebbe completamente sparigliare l’intera faccenda è quello per cui i protagonisti abbiano volutamente creato il caos mediatico e interno per portare alla fine una storia d’amore ormai definitivamente incrinata. Le minacce di Wanda Nara di parcheggiare il giocatore ad Appiano Gentile fino alla naturale scadenza del contratto (giugno 2021) cozzano con la giovane età e le ambizioni dell’argentino, puledro pronto al galoppo ma costretto ad un più mite e deprimente trotto.

D’altro canto, l’inflessibilità della società mal si sposa con la flessibilità necessaria in un mercato dove la diplomazia e il cesello la fanno ormai da padrone. Più probabile credere che all’incertezza da show televisivo faccia da contraltare un fine lavoro di mediazione dietro le quinte che porterà inevitabilmente alla separazione estiva. Roma? Napoli? Juve? Pista estera? Solo i prossimi infuocati mesi estivi ci daranno il verdetto. Con l’augurio di risolvere una volta per tutte i piccoli, ma tremendi, problemi di cuore.

 

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Conte partirò

L’FC Internazionale comunica che a partire dalla data odierna Luciano Spalletti non è più l’allenatore della prima squadra”. Con queste parole stilate mediante canonico comunicato l’Inter di Marotta annuncia la fine dell’era del toscano e da il là a quella di Antonio Conte, juventino nel midollo, professionista esemplare dalla spiccata voglia di rivalsa proprio verso quell’ambiente bianconero con cui stridono ancora in lontananza vecchie ruggini.

Il nativo di Lecce, dopo essere stato in bilico fra santi e falsi dei o per meglio dire fra Roma, Inter e quotate piste estere, ha optato definitivamente per i nerazzurri, convinto da un contratto di 12 milioni totali e dalle promesse di un forte piano di investimento estivo. Se la scelta dell’allenatore salentino potrebbe per certi versi anche essere compresa, dunque, è opportuno soffermarsi sulle dinamiche che hanno portato alla decisione da parte del board interista di affidare l’ennesima rivoluzione tecnica proprio ad un personaggio ed un allenatore come Conte.


L'irrefrenabile corsa di Antonio Conte

Il salto da Spalletti - classico allenatore da piazzamento - all’ex ct della nazionale italiana - vincente per storia e tradizione - è netto. Che sia partito definitivamente l’attacco al monopolio juventino di questi 8 lunghi anni? La risposta potrebbe essere certamente positiva se non fosse che la situazione economica dei nerazzurri mal si concilia con l’allestimento di una squadra super competitiva attraverso ingenti investimenti.

Stretta nella morsa del FPF e oberata da debiti che sfiorano i 900 milioni, facciamo davvero fatica a credere come si possa costruire una rosa pari ai desiderata di Antonio Conte. Dal punto di vista mediatico la mossa è francamente ineccepibile. Grande impatto, presenza, stile, carisma, personalità e caratteristiche che permettono all’Inter di occupare con pieno merito le prime pagine dei quotidiani e le home page dei principali siti internet. Dietro la cortina di fumo dei riflettori però si ammassano mille interrogativi molto difficili da dirimere. È veramente il parametro 0 Godin o il chilometrato Dzeko il prototipo di rinforzo proposto (e accettato) da Antonio Conte?

Ci sorprenderemmo non poco se partissimo dal presupposto che l’allenatore divenne famoso per la famosa frase dei 10 euro nel portafoglio e i ristoranti da 100 euro, metafora economico-culinaria per spiegare l’allora evidente impossibilità della Juve di rivaleggiare con i migliori top team europei. E proprio perché ci pare francamente assurdo poter insistere su questo scenario, proviamo a porre invece l’accento sull’altro lato della medaglia: l’aspetto economico. Il vanesio Antonio, l’immarcescibile condottiero senza macchia, potrebbe essere stato solamente “corrotto” e convinto dal vile denaro? Una risoluzione positiva di questo quesito sbroglierebbe di gran lunga la matassa e ci permetterebbe di comprendere come l’inseguimento ad una squadra pronta per vincere da subito sia stato immolato sull’altare del mero aspetto economico.


Antonio Conte può fare anche il vigile urbano

Scelta legittima, sia chiaro. Inattaccabile e inappuntabile dal punto di vista del benessere sociale, proprio e dei suoi familiari. Criticabilissimo però se ricolleghiamo la scelta alle parole pronunciate 20 giorni fa dallo stesso Conte, le cui apparizioni televisive e non hanno quasi collimato con quelle dei leader politici in piena bagarre per le europee. Dimenticare il passato, vivere il presente, crearsi il futuro. Potrebbe essere questo il mantra del popolo interista un momento prima di imbarcarsi sul vascello guidato dall’ex Juve. Per capire strategie e programmi e per avere risposte ci attende una traversata lunga 3 mesi, fino al gong del fatidico 2 settembre. Su navi per mari che non ho mai veduto e vissuto Con-te. Adesso si li vivrò. Conte.

 

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Un disastro chiamato Inter

Il 20 maggio 2018 l’Inter entrava in Champions espugnando l’Olimpico grazie ad una rete di Vecino allo scadere. A distanza di un anno esatto l’Inter si ritrova nella medesima situazione che precedeva quella sfida. In pratica in un anno il miglioramento è stato pari a zero. Eppure con la Champions raggiunta le cose dovevano andare diversamente. Un buon mercato per completare la rosa, il consolidamento del lavoro di Spalletti, una maggiore consapevolezza dei propri mezzi, le altre che hanno fatto peggio, non sono servite a nulla queste cose. La situazione è la medesima di un anno fa.


Il gol di Vecino, contro la Lazio

La cosa paradossale è che a fine girone di andata non si poteva pensare ad un epilogo del genere. Addirittura a novembre si parlava di Inter come l’ipotetica anti-juve. Poi il caos: prima Nainggolan messo fuori rosa per due partite, poi la richiesta di cessione da parte di Perisic, successivamente la fascia di Icardi ed infine le voci su Conte arrivate un mese prima della fine del campionato e con Champions non ancora acquisita. In questo clima è davvero difficile lavorare e Spalletti, pur avendo le sue colpe, non può essere individuato come l’unico responsabile. Ma allora chi sono i responsabili principali del tracollo Inter?

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Luciano Spalletti non è così sicuro di rimanere all'Inter anche il prossimo anno

 

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Sicuramente Spalletti ha le sue colpe, tra le quali vi è soprattutto la perseveranza nello schierare i suoi due pupilli che in questa stagione hanno raramente reso come da aspettative: Perisic e Nainggolan. Marotta evidentemente ha portato un po’ di caos all’interno della società: doveva essere un’entrata in punti di piedi nel mondo Inter ma il dirigente ha preferito entrare a cannone per dare subito un’impronta severa e professionale nella squadra. Sicuramente il gruppo non è affiatato ma sopratutto non è vincente: troppi anni senza raggiungere l’obiettivo minimo dovevano suonare da campanello d’allarme per la costruzione della rosa. Ed infine colui che ha dato vita a questo gruppo: Piero Ausilio.

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Ausilio e Marotta, lo sguardo al futuro dell'Inter

Il dirigente milanese è dal 2010 direttore sportivo della società nerazzurra, ma già a partire dal 2005 si occupava della primavera. Dal 2014, inoltre, è anche responsabile dell’area tecnica dell’Inter. Si tratta di un rapporto che va avanti da 14 anni, e che negli ultimi 8 anni lo ha visto come protagonista nella creazione della rosa. Non è difficile fare 1+1, se negli ultimi 8 anni l’obiettivo si è raggiunto praticamente in soltanto una stagione evidentemente qualche colpa il buon Ausilio la deve avere. Senza dubbio lavorare sotto Settlement Agreement non è semplice, ma l’ostinazione nel trattenere i cosiddetti big (che di fatto big non sono visto che non riescono neanche a garantire la qualificazione alla Champions League) è quantomeno surreale. Doveva essere chiaro a tutti che questo gruppo non funzionava. Toccava avere la forza di attuare una rivoluzione sia per donare nuovi stimoli sia per creare un amalgama più coesa. Questa forza non si è vista e l’Inter per l’ennesimo anno non fa passi in avanti. Con l’auspicio di riuscire a raggiungere la tanto agognata Champions al fotofinish, mai come quest’anno, deve essere chiaro che in estate servirà una rivoluzione che dovrà interessare tutti gli ambiti societari: allenatore; giocatori; dirigenti. A Marotta il duro compito di creare un Inter vincente. In bocca al lupo Beppe, ti servirà!

 

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L’estate 2019 si preannuncia rovente per quanto riguarda il toto-allenatore. Se dal punto di vista climatico questo pazzo maggio sembra tutto tranne che prossimo ad accogliere il tipico caldo estivo, la stessa cosa non si può dire per i tantissimi mister che con la valigia in mano sono pronti ad imbarcarsi in una nuova e affascinante avventura.

È di 24 ore fa la notizia della separazione consensuale tra la Juve e Massimiliano Allegri, a conclusione di un ciclo di 5 anni che ha portato in dote 11 trofei: nel dettaglio, 5 scudetti, 4 Coppe Italia e 2 Supercoppe Italiane. Altrettante le finali di Champions giocate. E perse. E sta proprio qui il punto di non ritorno. Quella terribile e incessante ossessione di Agnelli, Paratici e -soprattutto- Nedved di alzare finalmente la coppa dalle grandi orecchie. Troppo logoro e consumato ormai il rapporto, poche le motivazioni per continuare a dare impulsi ad un gruppo che vince continuativamente da otto anni.


Un pacato Allegri

Si cambia dunque, buonuscita e tanti saluti. La domanda a questo punto sorge spontanea: chi a Vinovo? Premettendo che non abbiamo la presunzione di affermare di avere la verità in tasca, se dovessimo scommettere un euro avremmo pochi dubbi nel metterlo su Pochettino, attuale finalista di Champions col suo Tottenham. I motivi sono facilmente intuibili. Allenatore elegante, aziendalista, europeo. Proprio tutte quelle caratteristiche che fanno gola ai vertici Fiat e proprio l’uomo identificato come perfetto a dare ai bianconeri un respiro più internazionale.

L’alternativa porta il nome e il cognome di Antonio Conte, promesso sposo nerazzurro. Promesso, appunto. Tremendamente legato al famoso detto popolare della sora Camilla, Conte sembra assomigliare sempre più a quello che tutti lo vogliono ma nessuno se lo piglia. Più precisamente, la strategia del tecnico leccese è ormai chiara, aspettare la migliore occasione prendendo tempo con qualsiasi squadra che lo cerchi. E in Italia cosa c’è di meglio della Juve? In attesa d sciogliere questa intricata matassa, osservano interessate al valzer delle panchine anche Milan e Roma, entrambe sconquassate al proprio interno da lotte intestine che ne minano serenità e competitività futura.

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L’addio di De Rossi ha definitivamente lacerato il già sottile laccio che teneva uniti tifosi e proprietà, con un Totti praticamente esautorato e un Baldini sempre più occulto deus ex machina delle sorti giallo-rosse. Il progetto giovani che si scorge all’orizzonte (insieme al numero 16 dovrebbero lasciare anche Manolas e Dzeko) sembra tagliato su misura per Giampiero Gasperini, condottiero indefesso dell’Atalanta dei miracoli e desideroso di una nuova occasione dopo il fallimentare trimestre interista. Fonti autorevoli parlano di un accordo già sottoscritto col nuovo Ds romanista Petrachi, un triennale a 2.5 milioni all’anno. Ridimensionamento o meno, siamo dell’idea che Gasperini abbia tutte le carte in regola per infiammare nuovamente la glaciale piazza romana di questo periodo.

Sponda rossonera, la situazione non è di certo più tranquilla: tensioni esasperate tra Leonardo e Gattuso hanno lastricato di ostacoli il percorso quarto posto e le stesse tensioni tra il brasiliano e Gazidis sembrano propendere per un licenziamento in tronco del direttore sportivo a fine anno, Ennesima rivoluzione societaria dunque: i nomi per la sua successione sono quelli di Tare e Campos. E Gattuso? L’ottimo rapporto instaurato con l’ex Arsenal potrebbe portarlo ad una clamorosa conferma in caso di insperata qualificazione europea, ma la linea Elliott sarebbe quella di dare finalmente via al proprio corso affidando le questioni di campo ad un allenatore scelto da loro e non ereditato dalla passata gestione sportiva.


Sarri probabilmente lascerà il Chelsea a fine stagione

Il nome, già fatto di recente su queste pagine, è sempre quello di Maurizio Sarri, in odore di esonero dal Chelsea dopo la finale di EL del 29 maggio e forte di un pre-accordo col Diavolo sulla base di un contratto di 3 anni a 4 milioni a stagione, bonus inclusi. Che sia di nuovo l’avvento del Sarrismo? Probabile, anche se all’orizzonte si staglia minacciosa la sagoma di un livornese sorridente, amante dell’ippica e ironico quanto basta. Perplessità? Ragazzi, è molto semplice: state...Allegri.

Inter in emergenza gol

Per vincere le partite bisogna prendere meno goal degli avversari, ma anche farne almeno uno! La stagione dell’Inter di sicuro non è stata indimenticabile, anzi. Iniziata malissimo con la sconfitta di Sassuolo e il pareggio interno col Torino, aveva illuso tutti il periodo intercorso tra settembre e dicembre, nel quale l’Inter aveva mostrato sprazzi di bel gioco e si pensava potesse impensierire la Juventus nella corsa al titolo. “La vera anti - Juventus è l’Inter”, spesso si sentiva questa frase nei salotti televisivi nel periodo pre natalizio. Niente di più falso. Con l’arrivo dell’inverno l’Inter si è sciolta, esattamente come l’annata 2017/2018 e quella prima ancora.

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Si potrebbe parlare di mal d’inverno, ma è surreale pensare che il problema sia davvero il freddo. Dall’approdo di Beppe Marotta, immediatamente successivo all’eliminazione dalla Champions League, la situazione della società milanese si è fatta pesante. Il crollo di dicembre, probabilmente, è dovuto alla cocente delusione che ha portato l’uscita dalla competizione europea che tanto si voleva giocare. In seguito poi sono scoppiati i vari casi comportamentali: la multa per i ritardi di Radja Nainggolan, con successivi audio inviati ad un amico nei quali parlava male dell’ambiente milanese; la multa per il ritardo dell’allora capitano Mauro Icardi, in seguito alle vacanze natalizie; la richiesta di cessione di Ivan Perisic, che hanno tenuto fuori il croato per tre partite; il degradamento di Icardi da capitano, con fascia data ad Handanovic e il finto infortunio dell’argentino per il successivo mese.

 

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Tutte queste situazioni hanno portato ad un chiaro e fisiologico calo di prestazioni, che hanno prima allontanato la squadra dalla Juventus, ma anche dal Napoli, e poi fatto anche uscire l’Inter dalla coppa Italia. Se a Milano possono ancora essere abbastanza tranquilli sul raggiungimento del terzo posto è solo ed esclusivamente per la difesa che si ritrova, Skriniar e De Vrij con Miranda in panchina costituiscono il miglior reparto difensivo della Serie A. E qui ci riallacciamo alla frase iniziale di questo pezzo, è vero che per vincere le partite bisogna prendere meno goal degli avversari, ma aiuterebbe anche segnarne qualcuno. L’Atalanta sta accarezzando il sogno Champions grazie al proprio attacco stellare, ma l’Inter? con 52 gol fatti è attualmente il sesto attacco della Serie A. Per dire, l’Atalanta ha fatto 71 gol.

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Sono numeri non in linea con la storia dell’Inter, che appunto si tiene a galla solo ed esclusivamente grazie alla difesa, che con 28 gol subiti è la seconda della Serie A. Ma com’è possibile che una società che in estate ha comprato Politano, che nella stagione 2017/2018 fece 10 gol, Keita, che nell’ultima stagione italiana ha segnato addirittura 16 reti, e Lautaro Martinez, in doppia cifra regolarmente in argentina, che andavano ad affiancarsi ai già presenti Perisic, 11 gol la scorsa stagione, e Icardi, capocannoniere in carica con 29 reti non sia anche migliore attacco. Il problema del gol è atavico in casa Inter, anche se dai numeri appena snocciolati non si direbbe, il problema esisteva anche nella stagione precedente, conclusasi con il quarto attacco della Serie A. Ma perché questo problema se in rosa sono presenti giocatori con tali numeri nelle gambe? Di sicuro responsabile non è Spalletti, visto che la fase offensiva è sempre stata un punto di forza nei moduli di Luciano.

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Allora le problematiche sono da ricercare nelle sinergie che si sono create nella formazione meneghina. Perisic e Icardi sono sicuramente due ottimi giocatori, ma le ruggini tra i due hanno spaccato lo spogliatoio creando un clima che ha reso difficile l’introduzione di nuovi giocatori. Da quando è arrivata, Suning ha sempre voluto tenere tutti i “big” della rosa, spesso lasciando anche la squadra scoperta in certi ruoli (vedasi la stagione 2017/2018 disputata per metà stagione con 3 centrali di numero). Probabilmente questo è stato fatto per non dare un segnale di debolezza, ma la Juventus ha costruito le sue vittorie anche grazie ad ottime cessioni che sono servite per rinnovare la squadra e per donarle nuove motivazioni. Se il gruppo di “big” dell’Inter ha portato a solo una qualificazione in Champions, raggiunta per giunta negli ultimi minuti dell’ultima giornata di campionato, e nella stagione successiva ha mostrato le stesse lacune, evidentemente qualcosa da cambiare c’è. Il problema del gol non è da sottovalutare e l’impressione è che, sia con che senza Spalletti, quest’estate va attuata una rivoluzione.

Inter Skriniar, un destino da capitano

Il 7 luglio 2017 veniva acquistato dall’Inter Milan Skriniar. Non facendosi spaventare dal nome, Walter Sabatini, aveva messo le mani su di un giocatore che con la Sampdoria, sinceramente, non era propriamente esploso. Giocava spesso, quello sì, ma si balzava agli occhi sopratutto per gli errori, come quello contro il Milan. Nello scetticismo generale l’operazione passò come un modo per fare plusvalenza con Gianluca Caprari, valutato dal club di Ferrero ben 15 milioni di euro, e come un aggiunta in panchina in vista dell’acquisto di un top nel ruolo.

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Quell’estate, i tifosi interisti erano molto ottimisti e tutti si aspettavano un mercato scoppiettante. La squadra in teoria doveva essere uscita dai vincoli del settlement agreement, e Walter Sabatini doveva avere carta bianca per migliorare la rosa appena affidata a Luciano Spalletti. Tra un proclamo e l’altro, i giocatori, però, non venivano comprati. “Ci sono giocatori che, arrogantemente, controlliamo e vogliamo”. Era questo il tenore delle interviste che rilasciavano i direttori dell’Inter. “Da luglio ci divertiamo” giuravano di aver sentito, gli inviati di Sky, nei corridoi del centro sportivo della pinetina. Luglio arrivò, e portò con se l’acquisto di Milan Skriniar.

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Il centrale slovacco, nato l’11 febbraio del 1995, è cresciuto nelle giovanili dello Ziar nad Hronom per poi passare in quelle dello Zilina. È proprio nella squadra giallo verde che fa il suo esordio, ancora minorenne, nel calcio dei grandi. Sempre con quella maglia fa il suo debutto anche in Europa League e nella stagione 2014-2015 si consacra come pilastro della squadra segnando addirittura 6 reti. La Sampdoria lo monitora e decide di puntarci. Il 29 gennaio 2016 passa nella squadra blucerchiata e, il 24 aprile 2016, esordisce subentrando a Dodò, la meteora in prestito dall’Inter. Nella Sampdoria, come detto, non esplode. Si intravedono qualità in lui, ma le prestazioni spesso sono deludenti. Sabatini, però, è uno che di difensori ci capisce (ricordate Marquinhos, Benatia, Manolas ecc.?) e percepisce che quel difensore, imponente, poteva diventare qualcuno nella sua nuova Inter.

Arrivato a Milano si distingue subito per un ottimo precampionato. Quando i tifosi capiscono che non arriverà mai un top nel ruolo, ma neanche negli altri, cominciano a vedere a Skriniar come ad un possibile titolare. La prima partita, con la Fiorentina a San Siro, non fa che confermare le belle sensazioni che aveva lasciato l’estate. E Milan il campo, nella stagione 2017-2018, non lo lascia mai. Giocherà tutte le partite dall’inizio alla fine, segnando 4 gol, convincendo tutti: tifosi, allenatore e società. La seconda stagione, quella attuale, continua sulla falsariga della prima. Sempre più idolo dei tifosi, Skriniar ed il suo agente spingono anche per un rinnovo che certifichi la sua importanza nel progetto dell’Inter.

 

Visti i problemi avuti con l’ex capitano, Mauro Icardi, ed il suo agente per il rinnovo del contratto, si pensava di poter incorrere in difficoltà anche nel rinnovare con il centrale slovacco. E qualche problema in effetti si stava palesando. Nonostante le parole del difensore, il rinnovo tardava ad arrivare. Con uno stipendio da 1.7 milioni di euro all’anno, per intenderci Ranocchia ne guadagna 2.4, l’agente puntava ad ottenere sui 5 milioni con il nuovo contratto, forte di molte offerte ricevute negli ultimi tempi.

Com’è finita? Che quando l’agente spingeva per arrivare allo scontro con la società, Skriniar ha messo da parte l’agente e si è presentato in sede da solo per discutere direttamente del contratto e ha raggiunto un accordo per 3.5 milioni annui a salire, con scadenza che passa dal 2022 al 2023. Un gesto del tutto inaspettato nel calcio di oggi, che dimostra un attaccamento alla maglia reale e molto forte. I tifosi hanno apprezzato moltissimo e richiedono a gran voce che gli sia data la fascia di capitano dell’Inter. “Non è molto importante chi indossa la fascia di capitano, non ti porta a cambiare il modo di giocare” queste le parole dello slovacco, che qualche argentino in rosa dovrebbe ascoltare attentamente. È vero che la fascia magari non è fondamentale, ma sei destinato ad indossarla, Inter Skriniar!

Un Toro di passione

Ogni anno l’Inter arriva a marzo completamente svuotata. Con l’idea, ormai chiara, che per l’ennesima volta non si alzeranno trofei a fine anno, con la speranza di entrare in Champions come unico appiglio per tenere incollati i tifosi allo schermo e per farli andare allo stadio. Oltre alla passione, ovviamente. È un copione che va in scena da 8 anni e tutto l’ambiente Inter sembra quasi rassegnato a questo. In queste tribolate stagioni poche sono state le note liete. Fino a poco tempo fa una di queste era senza dubbio Mauro Icardi, ma le delicate situazioni extra-campo, avvenute in questo ultimo periodo, hanno decisamente staccato l’Inter dal suo ex-capitano. Ed ecco che entra in scena Lautaro Martínez...

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Lautaro Javier Martínez nasce il 22 agosto 1997 a Bahía Blanca, la capitale del basket argentino. La terra che ha dato i natali a Manu Ginobili, per intenderci. Fin da piccolo ha una grande passione sia per la pallacanestro che per il calcio, ma quando ha dovuto prendere una decisione, ha scelto il calcio! Inizia nelle giovanili del Club Liniers, squadra della sua città e dove aveva militato anche il padre, Mario Martínez. Viene notato dagli osservatori del Racing, che non perdono tempo e lo mettono sotto contratto. Milito, e qui il destino lo lega all’Inter, lo prende sotto la sua ala e l’esordio con la maglia biancoazzurra avviene il 31 ottobre 2015, sostituendo proprio il Principe. Il ruolo dell’ex 22 nerazzurro sarà fondamentale durante la trattativa per portarlo a Milano. Lo lavora ai fianchi, lo fa appassionare alla causa interista e lo convince a sceglierla rifiutando le avance dell’Atletico Madrid del Cholo. Una trattativa impostata da Sabatini e chiusa da Piero Ausilio porta la punta, atipica, nel naviglio.

Promessa estiva, come molte passate alla pinetina di questi tempi: giovane, argentino, costo del cartellino sui 25 milioni. Insomma, aveva tutto per fallire. I primi tempi sono duri, dopo l’ottimo pre-campionato scompare dai radar. Spalletti, del resto, non è il più indicato a far esplodere i giovani. Aleggia in aria l’etichetta di “nuovo Gabigol”, ma non lo è mai stato. I più attenti, o i meno pessimisti, se preferite, se ne erano accorti fin da subito che tra le fila dell’Inter fosse arrivato qualcosa di ben diverso dalla meteora brasiliana. Zero tocchetti e orpelli inutili, lo sguardo di Lautaro parla da solo. Ma la vera sliding-door si ha quando avviene il patatrac con il marito di Wanda, o Uanda come piace tanto a lei. Trova minuti, fiducia, e non delude mai. Si prende l’Inter come si era preso il Racing. Non segna a valanga, pur mantenendo un’ottima media gol, ma si spende per la squadra. Dall’inizio alla fine corre, si batte, a volte ci mette troppa foga e si guadagna troppi gialli. Migliora di partita in partita e inizia a prendersi anche la nazionale.

Nel video estivo girato dall’Inter per presentare Lautaro veniva messo in evidenza il suo soprannome: El Toro. Un simbolo di virilità, potenza, forza, che da tempo si è provato a domare senza risultati. Può descrivere perfettamente cosa rappresenta il nuovo 10 nerazzurro. Lui che era tanto indeciso, da piccolo, tra basket e calcio, si sta prendendo San Siro. Sta soprattutto alimentando la passione degli interisti, che mai erano stati concordi su Icardi, e dando un motivo in più per vedere il solito finale di stagione. La passione, del resto, è il leitmotiv della vita del Toro. Tra passione per il basket e passione per il calcio non poteva immaginare che a 21 anni sarebbe arrivato a far appassionare il difficile pubblico di San Siro. Continua così, con quello sguardo! Toro!

C’è ancora qualcuno che si stupisce?

Premessa doverosa: questo sarà un articolo polemico. Ironico. Puntiglioso. Velenoso. Non siamo dell’umore adatto, ne tanto meno intendiamo uniformarci ai giudizi e alle etichette che quando vengono appiccicate sembrano impossibili da togliere via. Il bersaglio? Luciano Spalletti. E ci teniamo caldamente a precisare che le considerazioni taglienti che sgorgheranno da queste righe non sono frutto di un’antipatia personale quanto piuttosto da fatti che ci paiono oltremodo inattaccabili. Perchè Luciano Spalletti viene considerato un grande allenatore?

Leggendo così la domanda senza soffermarcisi sopra più di tanto, potrebbe sembrare a primo impatto una provocazione bella buona, uno sfottò da curvaiolo radicato. Non è assolutamente così. A 2 giorni dalla inaspettata eliminazione dell’Inter dalla Champions, con conseguente scivolamento nella più modesta Europa League, molti tra gli addetti ai lavori si interrogano meravigliati sui perché di cotanto risultato nefasto. Noi, con sorriso maligno e beffardo, conosciamo intimamente la risposta: Luciano Spalletti non è mai stato un grande allenatore. Non serve l’ennesimo fallimento tecnico della sua modesta carriera per accorgersi che il tecnico di Certaldo ha fallito miseramente tutte le prove del nove che nei suoi lunghi anni di militanza panchinara gli si sono presentate davanti.

Sfide che non sempre hanno riguardato il raggiungimento dei risultati sportivi prefissati, ma anche la gestione di campioni ingombranti per carisma e personalità (un nome a caso: Totti). Aizzare le folle nelle conferenze, affrontare con sguardo truce e con risentimento troppe volte immotivato i giornalisti nelle conferenze non fa acquistare automaticamente lo status di allenatore top. Scappato dalla tumultuosa Roma e sbarcato nella fredda Milano, Spalletti ha avuto il grande merito di portare con se il suo lessico aulico e stordente in una realtà, quella interista, fiaccata da anni di vacche magre, con 0 trofei vinti e inesistenti qualificazione all’Europa di Serie A. Affascinati dalla sua carica emotiva e aiutato in questo anche da un suicidio collettivo dei dirimpettai laziali nella corsa Champions della scorsa stagione, l’ex Roma è riuscito a mascherare difetti cronici di gestione interna ed esterna dello spogliatoio. Ancorato ad un rigido 4-2-3-1 e condizionante nelle scelte di mercato dei nerazzurri. Da dove arriva l’ostinazione per Nainggolan, pacco dono gentilmente offerto dallo spagnolo Monchi? A cosa serve interrogarsi sulla sportività del Barcellona se poi ci si dimentica di preparare la propria di partita, quella decisiva col Psv? E pensare che in una situazione simile Spalletti ci si era già ritrovato nella sua seconda esperienza romana, incredibilmente eliminato nel 2016 dal Porto che rifilò un secco 3-0 alla sua Roma dopo l’1-1 in Portogallo. L’esperienza non ti ha insegnato nulla, caro Luciano?

A cosa serve avere una rosa di 25 giocatori se poi si sceglie deliberatamente di far giocare sempre gli stessi 11?

A cosa è servito mettersi contro una città intera per beghe personali col Capitano della squadra che stavi allenando?

Domande che rimarranno inevase, inascoltate, inespresse. Ci piacerebbe un giorno poterle fare al diretto interessato. Oggi, umilmente, le proponiamo ai nostri lettori, lasciandoli, forse, con una certezza: Luciano Spalletti non è un grande allenatore. C’è ancora qualcuno che si stupisce?

In loop

Insomma non eri te Eusè. Non eri te quello giusto. Ci siamo presi pause di riflessioni che sembravano secoli, fiducie a tempo, per vedere se le cose, quasi per magia, si sarebbero risolte da sole, momenti da separati in casa. Eppure avevo pensato fossi quello giusto, magari non da sposare, ma da stare insieme il più tempo possibile. Mi piacevi anche se non piacevi a tutti, anzi, forse per questo mi piaci di più. Oggi te ne vai, come fanno tutti, prendi le tue cose, il tuo 4-3-3, il tuo calcio le tue verticalizzazioni, gli esterni di piede invertito, l'azione che parte dal basso. E saluti. Avanti un altro. Ma non è questo il problema.

Once upon a time I was falling in love, but now I’m only falling apart.

Te lo ricordi il Boemo? Te lo ricordi sì, dicevano che eri zemaniano, anche se quest'anno il tuo miglior marcatore è un terzino sinistro. Beh pure col Boemo ho preso una tranvata. Una di quelle cotte assurde, che durano un attimo ma te ti vedi già in abito da sposo, magari è solo una botta e via ma te ci stai sotto. Zemanlandia, lo spettacolo al potere, 4-3-3 sbrocco pe te, all'attacco vai / in difesa mai / non ti fermerai. Fu il Cagliari, come poteva essere per te ma non è stato, ancora una volta segnò Sau. C'erano Goicoechea e Piris, Dodò e Tachtsidis. Sembra passato un secolo. Perché ora ci sono Nzonzi, Kluivert e Schick, campioni del Mondo e campioni del futuro. Ma il presente è uguale al passato. Il sogno non s'avvera quasi mai.

Te lo ricordi il francese? Per dieci giornate consecutive a pensare che fosse veramente quello giusto. La chiesa al centro del villaggio, gli uomini Rudi, i gol solo nel secondo tempo. Del pelato neanche te lo dico, perché già sai tutto.

Punto di non ritorno, partita assurda, giocatori inadatti, allenatore da cacciare, squadra in ritiro. Così, a ripetizione, un'anaciclosi giallorossa, un eterno ritorno romanista. In loop. Roma Cagliari, il 26 maggio, Lo Spezia in Coppa Italia. Ora in mezzo c'è da aggiungere un derby perso senza un briciolo di dignità, un nuovo 7 a 1 ma stavolta in Coppa Italia e contro la Fiorentina. C'è da aggiungere una squadra svuotata, un cuore scavato, privo. E domani saranno rifondazioni estive, giovani promettenti, uomini duri, nuovi amori. Mi ricordo che quando sei arrivato a Roma mi scrissero "Sarà il vostro Conte". E sotto sotto c'ho creduto, sotto sotto c'ho sperato.

È più facile lasciarsi che continuare insieme. È più facile mandare via a te che undici calciatori, se non di più. E già lo so come andrà a finire. Come quando arriva il messaggio dell’ex che ti scrive “come stai?”. Te ci ricaschi. E se sull’anteprima di whatsapp leggessi Vincenzino, non saprei come prenderla. Ci ricascherei, lo so, l’Aeroplanino, i derby e tutto quello che vuoi. Figurati ora che mi ha fatto uno squillo Claudio, io già sono pronto a ricrederci. Ci ritroveremo a parlare come niente fosse, il fumo della pipa, Testaccio, la Sampdoria. Sarà come se non ci fossimo mai lasciati, ci guarderemo in faccia e tutto sarà come prima. Ma, come sempre, non sarà per sempre. Sarà fino a giugno, bene che va. 

E chissà, magari a Boston capiranno, magari nella testa spagnola qualcosa scatterà prima di lasciare Roma per sempre. And I need you now tonight, and I need you more than ever. Non ho bisogno di portoghesi bianconeri o di francesi fermi da due anni, le scappatelle estere non mi hanno mai attratto e con la Francia mi sono già scottato. La soluzione a tutto porta lo stesso cognome del Presidente del Consiglio, sta in causa con una squadra mezza biancoazzurra e, soprattutto odia la Juventus. Forever's gonna start tonight.

Di Roma, di giri immensi e di amori che finiscono

Questa sera non chiamarmi, no stasera devo uscire con lui. Lo sai non è possibile. Io lo vorrei ma poi, mi viene voglia di piangere.

Non guardarmi così, è inutile. A che serve ricordarsi? A che serve immaginare? A niente. Cosa rimane delle parole dette, delle rincorse tentate, delle notti magiche, dei secondi posti? Cosa rimane dei salti mancati, dei treni persi, delle occasioni buttate? Niente. Anche di te, alla fine cosa rimane? Numeri grigi, spenti, statistiche utili per i paragoni e i bilanci. Cosa rimane degli amori che non finiscono fanno dei giri immensi e poi ritornano? Niente.

Allora è inutile pensarci ancora, stare qui a fantasticare sui se, sui ma, su quello che poteva essere, non è stato e non sarà.

Su Salah che resta, su Alisson che rinnova, su Pallotta che si indebita e compra il fenomeno, sulla Roma finalmente pronta per lo Scudetto. Sognare non costa nulla, ma illudersi sì. "Solo l'amare, solo il conoscere conta, non l'aver amato, non l'aver conosciuto". E allora basta così e non pensiamoci più. Non mi cercare e io proverò a non pensarti. Non mi fomenterò e non mi farò illusioni. Io quando ti vedo, ormai, cambio strada, mi giro dall’altra parte, spengo la televisione. Spero che, mi auguro di cuore che, non ci incontreremo mai più. Però ogni tanto capita, e ci ripensi. Quanto siete belli insieme, i palloni toccati da Icardi, la garra charrua, il terzo posto, Milano. Ma scommetto che non può dirti, tutto quello che ti dico io. Quanto stai bene in cappotto, tutto elegante, tutto tirato a lucido. A me, però, piacevi anche con la tuta.

Però.

Ora però c'è lui e allora forza Eusebio. Per quanto ancora poco. Ora, al posto di Radja, c’è Bryan, e allora forza Bryan. Ora, e chissà per quanto tempo ancora, ci sarà Cencio, e allora forza pure Cencio. E così per Kostas, Daniele, Javier, Ramon, Lorenzo, Aleksandar, Federico, Robin e gli altri. A tutti uno schiaffo e una carezza, rigorosamente in quest'ordine. Domani si vedrà.

Cosa resterà del petto gonfio dopo la notte di Stamford Bridge o delle farfalle nello stomaco dopo il Barcellona? Niente. Anche di te, cosa rimane alla fine? Un posto sullo scaffale dei bei ricordi forse, un capitolo negli almanacchi e un nome negli archivi, un centinaio di battute utili per riempire la rubrica "succede oggi", qualcosa a cui pensare ogni tanto con un sorriso amaro di rabbia, delusione e amore. Ma solo l'amare conta, non l'aver amato. E quando pure Eusebio se ne sarà andato e con lui il biondo Karsdorp, nel cassetto insieme ad Abel Xavier e Iturbe, e con lui Cengiz Under, nel cassetto della plusvalenza, conterà di nuovo solo l'amare. Un eterno presente, hic et nunc, un "che sarà sarà" senza fine. E rimarranno i sogni senza tempo, la maglia che, diceva l'Ingegnere, trattiene il sudore, rimarrà la Roma. E rimarranno quelli che, sempre e per sempre, dalla stessa parte, li troverai. Anche se di calcio non ci capiscono niente.

Ma d’amore, ci puoi giurare, d’amore sì.

 

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