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Magica Roma

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Magica Roma

 

Domenica 12 settembre 1965, Roma SPAL all'Olimpico. Losi, Da Silva e Francesconi in campo, Pugliese sulla panchina. Risultato: 0-2 per i ferraresi, reti di Muzio e Massei. Dopo quasi ventimila giorni, dopo tre fallimenti biancocelesti e una risalita dagli inferi, ecco la magia. Roma SPAL di nuovo 0-2, reti di Petagna e Bonifazi. La squadra emiliana non vinceva in trasferta con due gol di scarto da cinquantatre anni, sempre la Roma davanti.

E inutile dire che per Kevin Bonifazi, difensore reatino classe 1996, quella contro i giallorossi era anche la prima rete in assoluto in Serie A. Stessa magia riuscita neppure un mese prima a Bologna, contro una squadra fino a quel momento a secco di gol, contro un centravanti, Federico Santander, che ancora non aveva mai segnato in Italia. Come Emiliano Rigoni, 0 minuti in Serie A prima della doppietta con la maglia dell'Atalanta all'Olimpico.

Nel mezzo di questi incantesimi e sortilegi, c'è la vittoria nel derby, 3-1 contro una Lazio lanciatissima, in piena striscia di vittorie consecutive. Come se non bastasse, dopo la stregoneria della SPAL, ecco la vittoria per 3-0 contro il CSKA Mosca, in Champions League. La settima vittoria consecutiva, tra le mura amiche, in Europa, contro una squadra che nel turno prima aveva mandato a casa a mani vuote niente di meno che il Real Madrid.

La Roma bella de notte, Regina di coppe, grande con le grandi e altri mille, banalissimi, titoli. Roma magica, cenerentola e principessa senza soluzione di continuità, zucca e carrozza, protagonista e controfigura. Come Edin Dzeko, che sbaglia tutto quello che c'è da sbagliare contro la SPAL e che diventa il capocannoniere della Champions League con la doppietta contro i russi.

Cosa c’è che non va tra di noi, Roma? Perché non possiamo avere una storia tranquilla, normale come tutte le altre coppie? Guarda che belli questa Juve e questo Ronaldo, alla terza vittoria di fila in Europa, in testa alla classifica da imbattuti. Guarda quanto sono fichi l'Inter e Spalletti, la garra charrua, i palloni toccati da Icardi e i gol al novantesimo. Non possiamo essere come gli altri? Vincere quando si deve vincere, perdere quando si può anche perdere, pareggiare ogni tanto. Te la immagini una stagione normale? Senza Giuseppe Cozzolino a segnare (1 gol in Serie A, con la maglia del Lecce), senza Vlada Avramov a fare i fenomeni, senza retrocesse che vengono a fare le padrone di casa. Un anno tranquillo, senza sbalzi d'umore. With no alarms and no surprises. A forza di stare con te e provare a capirti siamo diventati allenatori e direttori sportivi, psicologi e osteopati, tatuatori e aruspici, storici e fisioterapisti. A correre dietro ai dolori di Pastore, ai sorrisi di Schick, alle parole di Di Francesco.

La squadra più bipolare del mondo. Ecco cosa sei. Capace di perdere 2-0 in casa contro la Fiorentina e dopo tre giorni farne 3 al Barcellona di Messi. Capace di fare figure barbine in giro per l'Italia per poi estrarre dal cilindro la prestazione della vita. Il marzo scorso, prima di Napoli Roma 2-4, i giallorossi le avevano prese in casa da Milan, Sampdoria e Atalanta, rischiando di perdere contro il Sassuolo e venendo raggiunti dall'Inter al 86esimo con Vecino. Poi la magia: rimonta, doppietta di Dzeko e nuovo ciclo di vittorie.

Alterna, discontinua, instabile, irregolare, mutevole, variabile, magica Roma. Trascinati, rapiti dalle montagne russe di sensazioni. Di grandi ottimismi e tristi depressioni, di tabelle per lo scudetto e scontri salvezza, di vittorie schiaccianti e sconfitte inimmaginabili.

Domenica sera, contro il Napoli, tra la normalità e la sorpresa allora è meglio non scegliere. Tanto lo sai, sarebbe inutile. Fai te.

Notte di sogni, di coppe e di spettri

C'è uno spettro che si aggira su mezza Europa. È lo spettro di Antonio Conte. Lo si può sentire sussurrare nei bar di Milano, lo puoi ascoltare quasi urlare attraverso le radio della capitale.

Inter e Roma, Spalletti e Di Francesco, accomunati dal destino, dagli stessi fantasmi nell'armadio e dallo stesso, zoppicante, avvio di campionato. 4 punti per i nerazzurri, capaci di vincere solo contro il Bologna, perdere alla prima con il Sassuolo e all'ultima con il neopromosso Parma. Manovra zoppicante, gioco a tratti inesistente, giocatori chiave lontani dai loro standard normali. Brozovic e Perisic ancora devono tornare dai Mondiali che li hanno visti protagonisti con la Croazia, Handanovic si è subito esibito in una sequela imbarazzante di dubbi e incertezze tra i pali, Icardi è sempre più avulso dal gioco, Nainggolan deve ancora entrare in condizione. E Luciano Spalletti sembra non riuscire più a trasmettere idee e gioco ai suoi.

Con il Parma lo potevi vedere scrutare il vuoto davanti a sé, oppure passeggiare nervoso, fissando il basso, sul manto erboso di San Siro. Atteggiamenti e pose che conoscono bene a Roma, ma che appartengono al passato. Il presente è invece un allenatore, Eusebio Di Francesco, che continua a parlare del "mio calcio" in conferenza senza lasciarlo trasparire in campo e che ha raccolto finora 5 punti in campionato, frutto di una vittoria (fortunosa o fortemente voluta?) con il Torino e due rimonte, una eseguita contro l'Atalanta e l'altra subita contro il Chievo, entrambe in casa. E la Roma in campo sembra quella dell'inverno dell'anno scorso: confusa, isterica, priva di idee. Colpa della nuova, ennesima, rivoluzione estiva che ha portato via da Trigoria senatori e titolari? Colpa del tempo, componente necessaria per plasmare i nuovi e far apprendere il sistema di gioco?

Se è complicato trovare la causa dei problemi, facile è invece trovarne la soluzione: Antonio Conte. Licenziato dal Chelsea e pronto, anzi prontissimo, a calarsi in una nuova avventura.

Ma il calcio concede sempre una seconda possibilità per ripartire e scacciare i fantasmi. E in genere lo fa nel giro di qualche settimana, nei casi più fortunati di qualche giorno. Così quell'Inter irriconoscibile che cedeva sotto i colpi di Berardi e Dimarco si trasforma nell'Inter della garra charrua niente di meno che in Champions League, al suo ritorno contro il Tottenham, ribaltando in 5 minuti uno svantaggio che sembrava cristallizzato. E Icardi di colpo, da attaccante ai margini del gioco, ridiventa la punta rapace che tocca un pallone e lo butta in rete. E Nainggolan ritorna ninja, anche senza troppo appariscenti meriti. E Spalletti ritorna l'allenatore che tutti vorrebbero.

Via gli spettri, la nebbia, le nubi all'orizzonte. A Milano, almeno sulla sponda nerazzura, splende il sole stamattina. A Roma, o meglio a Madrid, mettono ancora pioggia. Ma ci vuole un attimo per ribaltare tutto. Per Di Francesco e i suoi basterebbe anche un punto, magari tre, certo una prestazione dignitosa contro il Real Madrid di Lopetegui e Asensio, orfano di Cristiano Ronaldo. Se sarà di nuovo estate o antipasto d'autunno lo sapremo dalle 20.45.

Sputate in faccia a Gerson

Non comprate i miei dischi e sputatemi addosso” era l’invito di un Guccini avvelenato. “Gerson deve giocare e prendere gli sputi in faccia” era il consiglio, più recente, di Luciano Spalletti. “Gerson deve velocizzare le giocate, muoversi di più senza palla, ma ci posso lavorare” ammetteva invece, l'estate scorsa, Eusebio Di Francesco. Perché se vendere o no non passava tra i rischi del cantautore emiliano, vincere o no è sicuramente un fatto determinante per la Roma e per il tecnico abruzzese.

E per vincere servono giocatori pronti, adatti, validi. Gerson ancora non lo è, non lo era nemmeno lo scorso anno, quando fu bocciato e salutato. Spedito al Lille, in un affare che tra i 5 milioni per il prestito e i 13 per il riscatto, avrebbe permesso alla Roma di rientrare completamente dell’investimento con cui l’aveva strappato, o perlomeno così si dice, al Barcellona e alla Juventus.

Avrebbe. Perché Gerson a Lille c’è stato il tempo di prenotare un volo per il ritorno. Troppo pochi i soldi che i francesi avevano offerto al calciatore, e soprattutto, al padre procuratore. Così il diciannovenne è tornato a Roma.

Risultati immagini per gerson

Tra quella parentesi francese durata un giorno e oggi ci sono tanti giorni di silenzio, di allenamento e di sputi. Ci sono, soprattutto, 1.468 minuti disputati, e due gol fatti, di cui oltre mille con Eusebio Di Francesco. L’ex tecnico del Sassuolo, che aveva raccontato di averlo monitorato e seguito ai tempi neroverdi, l’ha utilizzato 1067 minuti in totale, tra Europa, campionato e Coppa Italia, andando praticamente a triplicare il minutaggio del brasiliano nella gestione Spalletti.

Certo, per gli amanti delle statistiche, un minuto di Gerson, al netto del costo del cartellino, è costato fin qui alla Roma oltre 10.000 €. Ma da quella partita da titolare allo Juventus Stadium, quando fu gettato nella mischia dal tecnico di Certaldo, un po’ mossa a sorpresa e un po’ ripicca verso la società, ad oggi sono molte le cose cambiate.

Innanzitutto c’è un allenatore che lo ha reintegrato nel gruppo, nelle rotazioni e nella sua idea tattica. C’è un Gerson nuovo, più umile forse, sicuramente più silenzioso e dedito al lavoro. Migliorato nel fisico e nella posizione, meno invece nella velocità d’esecuzione e di decisione. Poi ci sono anche le altre, solite, magagne. L’enigma del ruolo, innanzitutto: il brasiliano nell'ultima stagione è stato schierato sia da esterno destro (le sue due migliori partite sono proprio in questo ruolo, contro il Chelsea a Stamford Bridghe e contro la Fiorentina, quando mise a segno i suoi unici gol in giallorosso) ma anche da centrale di centrocampo o da intermedio destro. E' la sua occasione giusta, la piazza giusta, l'allenatore giusto. Dopo aver rifiutato l'Empoli di Andreazzoli e la corte della Sampdoria del suo mentore, Walter Sabatini: "Qualche segnale l’ha dato - racconta il DS blucerchiato - E' un giocatore indolente. Non ha capito che deve sfruttare le sue enormi qualità fisiche. Non sfida mai l’avversario, si accontenta. Gli dicono di giocare semplice ma esagera. Una volta gli ho scritto: ‘Mi corri in verticale con la palla e mi dribbli un uomo una volta ogni tanto?’".

Di diverso, però, c'è anche la squadra. Gerson vola a Firenze, l'unica città che ha visto i suoi gol, con la formula del prestito secco, senza diritto di riscatto. Una manovra tutta a favore della Roma, almeno sulla carta, che affida un suo giovane alle cure della provincia, pronta a riabbracciarlo, magari pronto e cresciuto, tra un anno. Il medico a cui si è rivolto Monchi è Stefano Pioli, che ha salutato l'approdo del brasiliano in viola dicendo: " Io lo vedo molto più da mezzala che da esterno". Mezzala come Benassi e Veretuout, ai lati di Badelj, oppure trequartista nel 4-3-1-2 / 4-3-2-1 visto fare dalla Fiorentina nelle ultime partite di campionato. 

Di sputi, insomma, ne deve prendere ancora.  E come recita la ricetta del calcio romantico, anche di calci in mezzo al campo, di freddo in panchina e pacche sulla spalla. Con la consapevolezza di avere piede e tempo. Soprattutto perchè, parafrasando il cantante dell’inizio, “a vent’anni è tutto ancora intero, a vent’anni è tutto chi lo sa”.

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De Rossi Transformers

"Ho un unico rimpianto, quello di donare alla Roma una sola carriera". Non è solo la dichiarazione più famosa di Daniele De Rossi, uno che le parole sa usarle e dosarle abbastanza bene. E' soprattutto una delle dichiarazioni d'amore più belle e allo stesso tempo semplici che un calciatore possa fare alla sua squadra. La sua carriera, l'unica da donare ai colori giallorossi, si è mossa sempre sotto l'ottica della promessa, del domani, di quello che verrà. Il Capitan Futuro è oggi Capitan Presente, la fascia da capitano è passata sul suo braccio, con tutto quello che ne consegue in termini di responsabilità e sentimentalismi.

Quello che ci proponiamo di fare è proprio non calcolare questi due ultimi fattori: il cuore e la testa. Niente romanticismo sulla romanità e niente approfondimenti psicologici su pugni o simulazioni. Un approccio tattico, sul campo, e fisico, sulla traformazione corporea oltre che di posizione del centrocampista (e non solo) Campione del Mondo. Per andare a vedere quante carriere, in una sola, ha regalato De Rossi alla sua squadra.

con Mauro Bencivenga| 14 anni, trequartista, mediano |

“Dove giocavo? Mah, non si è mai capito. La mezza sega, credo. Trequartista o largo a sinistra. Non ero velocissimo, ma avevo il piede, mettevo la palla, l’assist, entravo e poi si intravedeva quello che si vede adesso: il tempo di inserimento. La mia carriera è sbocciata con Mauro Bencivenga”

10 anni, Ostia Mare. Categoria Esordienti e poi Giovanissimi. Daniele è un ragazzo non particolarmente alto per la sua età, ma agile, veloce. E con un piede niente male. Gioca in attacco, senza avere una collocazione fissa. Punta, trequartista, esterno. "Giocare da attaccante mi ha aiutato molto, sia quando ti trovi in zona gol sia a livello tecnico-tattico: un attaccante non ha mai tantissimo tempo per giocare il pallone, ha sempre un difensore alle spalle. Mi ha aiutato a velocizzare il gioco, ma soprattutto mi è servito tatticamente". La prima chiamata della Roma arriva a 9 anni, nel 1992. Rifiutata. Troppo forte il legame con gli amici di Ostia. Ma quando i dirigenti giallorossi tornarono a bussare, tre anni più, De Rossi approda a Trigoria. Qui finisce agli ordini di mister Mauro Bencivenga, ex allenatore delle giovanili della Lazio portato a Trigoria da Bruno Conti. "Quando Daniele arrivò agli Allievi della Roma giocava attaccante - ha raccontato l'allenatore, oggi responsabile del settore giovanile della Lupa Roma, in esclusiva ai nostri microfoni - a dirla tutta non aveva un ruolo definito. Un po' esterno un po' punta. Con me non giocava. Ma nonostante non lo vedessi mi dimostrò un grandissimo carattere, un grande voglia. Lo spostai davanti alla difesa". E De Rossi lo ha ricordato anche nell'intervista alla Uefa Training Ground: "La mia carriera è sbocciata con lui, è stato un cambiamento lento".

con Fabio Capello | 18 anni, interno di centrocampo | 3-5-2

“Avere Capello da allenatore a quell’età è stato fondamentale. Ti forgia. Se ti deve trattare male lo fa e sei fortunato, perché lo fa se ci tiene a te. E poi è arrivato lui e io ero negli Allievi Nazionali, è andato via ed ero in Nazionale A. Ha avuto una passione per me come calciatore e forse è stata la più grande fortuna della mia vita.”

Nel 2001 arrivano le prime convocazioni con i grandi, l'esordio nel match di Champions League contro l'Anderlecht il 30 ottobre 2001 e qualche minuto in Coppa Italia. Poi le prime partite importanti, la prima in Serie A contro il Como, il primo gol con il Torino (“Già prima di questa partita era una promessa giallorossa, però al suo gran destro anche il presidente Sensi si è alzato in piedi per applaudirlo. Come Capello dalla panchina, come tutti i compagni”). Nel 3-5-2 di Capello è l'interno di centrocampo veloce, rapido, senza impellenti compiti di manovra ma di quantità. Le prime partite infatti le gioca prendedo il posto di Francisco Lima, facendo da spalla a Dacourt, Tommasi ed Emerson. Si fa vedere spesso in zona gol perchè la gamba gli permette di correre avanti e indietro, il fiato non gli manca e la grinta è da vendere. Sono gli stessi attributi, in proporzione, di uno dei suoi grandi modelli: Steven Gerrard.

con Cesare Prandelli, Luigi Del Neri, Rudy Voeller, Bruno Conti | 21 anni, centrocampista centrale | 4-4-2

“Prandelli ha grande cultura. Grandi idee. È uno di quelli che ti insegnano a giocare a calcio. In Nazionale nel primo biennio ha fatto cose pazzesche.

Nella sciagurata stagione dei quattro allenatori, De Rossi diventa titolare della squadra. Sulle spalle arriva il numero 4 e in campo si sposta sempre di più verso il centro. I suoi compiti, in una Roma che si salverà solo alla penultima giornata di campionato, sono sempre più difensivi. Utilizzato accanto a Dacourt sia da Del Neri che da Conti i suoi sono i polmoni della squadra e saranno proprio dinamnismo e tecnica, abbinati alla giovane età, ad attirare su di lui le attenzioni di Sir Alex Ferguson.

con Luciano Spalletti | 23 anni, mediano | 4-2-3-1

“È stato l'allenatore che mi ha condizionato di più. Ho cominciato a vedere il calcio con gli occhi di questo allenatore. Ed è un bel vedere”. “Lo odiavo con tutto me stesso, ma per quanto bene gli voglio penso a quanto l’ho odiato la prima settimana. Con lui, comunque, ero veramente forte”

Il 2005, ma soprattutto il 2006, sono gli fondamentali della crescita fisica e tattica di De Rossi. I tratti e il corpo da ragazzino sono un abito chiuso in armadio, gambe e stazza iniziano ad essere quelle del centrocampista rognoso, da legna e d'intensità. La metamorfosi fisica si accompagna a quella sul campo, merito soprattutto del tecnico di Certaldo che disegna la sua rosa su un fantastico 4-2-3-1. Le chiavi della squadra sono affidate a David Pizarro, un piccolino a cui va affiancato qualcuno per guardargli le spalle e per sbrigare pratiche prettamente difensive. I due diventano una coppia perfetta, di quelle così diverse da completarsi a vicenda. Sarà con questa posizione e dal rendimento che ne trae che De Rossi sarà convocato per i mondiali di Germania da Marcello Lippi. Il copione si ripeterà 10 anni dopo, con il ritorno dalla Russia di Spalletti: prima al fianco di Pjanic, poi insieme a Strootman dietro a Nainggolan. Lo schema a triangolo del centrocampo è ancora lo stesso: Radja-Perrotta possono pensare ad inserirsi o a far male dalla distanza, dietro a manovrare e a recuperare ci pensa De Rossi. La stagione 2016-17 vede un De Rossi in forma strepitosa e lo si evince in particolar modo dal fisico: di nuovo asciutto, diete personalizzate e muscolatura più forte.

con Claudio Ranieri e Vincenzo Montella| 26 anni, regista | 4-3-1-2 / 4-2-3-1

"Quello con cui ho vissuto la stagione più esaltante. Un allenatore di campo, preparato tatticamente, ma che in campo non si inventa l’acqua calda. E un grandissimo motivatore. Forse il più bravo se è riuscito a prendere la Roma, che era in grandi difficoltà, e l’ha portata a sfiorare lo scudetto e se, soprattutto, è riuscito a far vincere la Premier al Leicester".


L'accentramento e l'abbassamento di De Rossi diventano definitivi. Con Ranieri in panchina le chiavi della squadra, i suoi ritmi e i suoi schemi sono in mano al centrocampista di Ostia. La perdita di dinamismo e la lontananza dalla porta vanno di pari passo al difficile rapporto che il tecnico testaccino instaura con David Pizarro, che tornerà ad essere metronomo con l'Aeroplanino.

Con Luis Enrique | 28 anni, mediano e difensore centrale | 4-3-3

"Per lui ho avuto una vera passione. Mi ha fatto appassionare a un tipo di calcio diverso. Il primo giorno di allenamento ha tirato un pallone in aria, noi gli siamo andati tutti addosso, come i bambini delle scuole calcio, e da lì ha fatto un lavoro enorme, tattico e di impostazione generale. Ha allenato una squadra meno forte di quelle che ha allenato dopo e meno forte anche di altre Roma."


La rivoluzione americana parte dal campo con l'arrivo dell'allenatore spagnolo Luis Enrique, che per la nuova Roma ha in mente un 4-3-3 sul modello del Barcellona. Nel centrocampo giallorosso De Rossi è l'equivalente di Javier Mascherano per i blaugrana. Ancora una volta è lui il cardine della squadra: "Per me è un giocatore chiave - dirà Luis Enrique - Lo apprezzavo da tempo, ma solo ora che l'ho conosciuto ho capito quanto è grande. Spero che venga coinvolto da questo progetto". Sarà coinvoltissimo: ““È un calcio nel quale io mi ritrovo, un calcio pensato: non che io sia un fenomeno, ma in un calcio ragionato mi trovo meglio. Forse perché non ho il lancio millimetrico di Pirlo o la falcata di Pogba o la corsa di Nainggolan”. Intanto, come logico che sia, continua a cambiare il fisico: 183cm x 84kg, numeri ovviamente da centrocampista statico. L'intuizione dell'ex Barcellona B è quella di sfruttare questo cambiamento atletico nella fase difensiva. A fine stagione saranno oltre 500 i minuti collezionati da difensore centrale, in un ruolo e in una funzione che piaceranno tantissimo anche ad Antonio Conte in nazionale.

Con Zdenek Zeman | 29 anni, intermedio | 4-3-3

"L’altro giorno un amico mi chiedeva se questa sia la mia miglior stagione. Non lo so. Credo che nei primi sette-otto anni abbia avuto un livello molto alto. So invece qual è stata la peggiore: quella con Zeman. È stata difficile, è stata la prima in cui ho giocato di meno, non mi sentivo indispensabile".

Appena 856' in campionato, pari a 14 presenze, per De Rossi con Zeman. Le squadre del boemo corrono, hanno ritmi altissimi, in allenamento con in campo. Il centrocampista non gli sta dietro così perde il posto a favore di Panagiotis Tachtsidis e addirittura di Michael Bradley. I compiti che spettano al centrale zemaniano infatti non sono solo quelli di impostazione: la propensione offensiva è totale, il regista deve essere in grado di inserirsi in area da rigore ("Il tipo di gioco che adottavo non si adattava alle sue qualità. Il calcio che voglio io è diverso, da giovane lo ha fatto, quando è diventato più esperto non è riuscito ad adattarsi. Per me nel ruolo è meglio Tachtsidis. Ma anche Bradley fa meglio di De Rossi come centrale, va più dentro"). Ma le difficoltà di Daniele stanno tutte nei numeri, non solo quelli dei minuti giocati: con Zeman da regista aveva una media di 17 palle perse rispetto alle 5 da intermedio, 12 lanci sbagliati contro i 4,2 e una media voto di 5,60.

con Rudi Garcia | 30 anni, centrale | 4-3-3

"Ha preso una squadra e una città in difficoltà e le ha rimesse in carreggiata. Ha fatto un lavoro mostruoso. Mi spiace che di lui si ricordi solo l’ultimo periodo. All’inizio ci ha fatto giocare veramente bene e ha creato un grande gruppo."

Il tecnico francese capisce subito l'importanza delle caratteristiche di De Rossi e continua a fare la stessa cosa di Luis Enrique: asseconda i suoi cambiamenti, trasforma i difetti in punti di forza. De Rossi non corre più come una volta? Tende ad abbassarsi troppo? Benissimo, sarà registra e difensore aggiunto. De Rossi torna quasi ai livelli di Spalletti e la Roma ne esce rafforzata. Nelle prime 14 giornate con il tecnico francese i giallorossi subiscono solo 4 reti. Merito di una difesa che oltra a Benatia e Castan può fare affidamento sullo schermo del centrocampista di Ostia che, continuando i movimenti iniziati con Luis Enrique, con azione sulle fasce va ad abbassarsi nella linea difensiva. Sicurezza, posizione e forza fisica. Senza trascurare i lavoro da regista, insieme a Pjanic è lui il leader dei passaggi della squadra: una media di 85 a partita.

con Eusebio Di Francesco | 35 anni, regista | 4-3-3.

"Con Di Francesco mi trovo bene, l'ho conosciuto tanti anni fa. Lui era il De Rossi di allora e io ero il Gerson, il Pellegrini. Ero molto piccolo ed è sempre stato un compagno di squadra che esercitava la leadership in modo corretto, quello con più esperienza che tratta bene e insegna ai giovani".

E alla fine arriva DiFra. Che ancora una volta affida a lui le chiavi del gioco, prendendo per la panchina Maxime Gonalons. Arrivato con l'etichetta di zemaniano, il tecnico abruzzese ha dimostrato di saper curare soprattutto la fase difensiva della sua squadra senza tralasciare l'interesse per il gioco offensivo, specie quello sulle fasce. E il perno, in entrambi i casi, è ancora De Rossi. Primo per distanza percorsa in campo con 11.254 km di media a partita (con Spalletti aveva una media di poco inferiore, intorno ai 10km), primo per passaggi intercettati a partita (2.2 di media) e secondo per passaggi effettuati, 59.9 contro i 62.8 di Kolarov, rispetto al quale è però più preciso (84.1% di affidabilità).

"La prima persona che ho chiamato appena ho trovato l’accordo con la Roma - racconta il mister - è stato Daniele De Rossi. Penso che in questo momento lui sia un po’ l’emblema di questa Roma nell’atteggiamento e nel modo di fare". Perchè oltre che il timone, a De Rossi è toccata in maniera definitiva anche un'altra cosa. Quella fascia da capitano eredità importante, roba da figli di Roma, capitani e bandiere. Ma questo è un altro discorso.

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