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La storia di cui parla Giuseppe Culicchia nel suo “Superga 1949” parla del grande Torino ma inizia al sud, precisamente in Sicilia. “Inizia da mio padre, arrivato in Piemonte nel Dopoguerra, ma innamorato di quella squadra come tanti altri bambini siciliani che immaginavano di essere calciatori granata senza averli mai visti, ma solo sentiti alla radio, immaginati dietro una telecronaca”.

Uscito quest’anno per l’editore Solferino, il libro ha come sottotitolo “Il destino del Grande Torino. Ultima epopea dell’Italia unita”. Perché la squadra di Mazzola, di Ossola, di Ballarin, di Grezar, non era solo l’armata calcistica capace di vincere in casa quasi cento partite di fila (88 per la precisione), né la macchina da gol che aveva abituato i suoi tifosi a goleade fantascientifiche (10 a 0 all’Alessandria, altro record) o che mise a segno 125 reti in una stagione (di nuovo record). Il grande Torino è un mito, una tradizione popolare, un’eredità che si tramanda. “Se oggi i bambini vanno allo stadio con la maglietta di Belotti, è perché probabilmente hanno un papà o un nonno che gli ha spiegato quanto era grande Mazzola”.


La copertina del libro di Giuseppe Culicchia "Superga 1949"

Giuseppe Culicchia, torinese classe 1965, scrittore e traduttore, parte dai numeri per spiegare la grandezza di quella squadra: “Torino, all’epoca della strage, aveva 500 mila abitanti. Ai funerali andarono 600 mila persone”. I granata erano una squadra che univa, era simbolo della riscossa del dopoguerra, la voglia di riscoprirsi di nuovo uniti: la stessa nazionale italiana, in campo, metteva 10 giocatori del Torino, più il portiere della Juventus.

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Il libro si snoda attraverso racconti e figure, personaggi simbolo di quel Torino. Dall’allenatore, l’ungherese Leslie Lievesley, tecnico modernissimo, il primo a curare anche l’alimentazione dei suoi atleti, al presidente Ferruccio Novo, che aveva costruito la squadra pezzo per pezzo, soprattutto comprando Loik e Mazzola dal Venezia. “Una delle storie più struggenti – ha raccontato l’autore durante la presentazione al Festival Caffeina – è quella di uno dei pochi sopravvissuti: Sauro Tomà. Difensore, non era stato convocato per la trasferta per un infortunio al menisco. Quel 4 maggio era andato regolarmente ad allenarsi al Filadalefia, quando sentì il boato. Tornò a casa, fu bloccato dal barista: “Non lo sai, ma è successa una strage”. Prese la bicicletta, arrivò al colle di Superga e solo il segretario del Torino riuscì a prenderlo per la giacca: “Fermati, non puoi vedere i tuoi compagni ridotti così”. Mi ha raccontato di averlo ringraziato per tutta la vita”.


Il Grande Torino

C’è spazio ovviamente per il capitano Mazzola, per il magico Stadio Filadelfia, per le cronache della tragedia dell’inviato del Corriere della Sera, Dino Buzzati. C’è spazio, ovviamente, per una riflessione sul presente. “Essere del Torino oggi è difficile. È una rivalità diversa da quella tra Roma e Lazio, tra Inter e Milan, dove l’equilibrio è sostanzialmente lo stesso. Fortunatamente, però, la città continua ad essere granata”. Cambiano le squadre, i calciatori, cambia il calcio: “Oggi non c’è più magia perché puoi vedere tutto, non devi immaginare niente: si gioca ogni giorno, ad ogni orario, con le telecamere entri fino negli spogliatoi. Ma il calcio continua ad essere metafora della vita, per quella capacità di prendere vie sempre diverse, inaspettate”. Come quella del Grande Torino. Che non è morto, è solo in trasferta.

Renato Casalbore non è morto, è inviato speciale

Domani i campioni partono per Lisbona. Partono a cuore leggero”. Termina così l’ultima cronaca su Tuttosport di Renato Casalbore, che del giornale sportivo è fondatore e direttore. Parlava del pareggio appena strappato dall’Inter al Grande Torino. Era il maggio 1949, lo scudetto, il quinto di fila, era ad un passo.

C’era anche lui sul maledetto aereo di Superga, insieme a Renato Tosatti, della Gazzetta del Popolo, e Luigi Cavallero, de La Nuova Stampa. Avrebbe dovuto esserci anche Nicolò Carosio, l’uomo della radiocronaca, ma per la cresima del figlio non potè partire. A Renato glielo dice nella hall dell’Hotel Touring, davanti ad un bicchiere di cognac, “che fa sempre bene, scalda i cuori”, secondo il fondatore di Tuttosport.

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La grande passione di Renato Casalbore: l'aviazione. Foto tratta da La Stampa Sportiva 1949

Salernitano, del 1891, si era formato alla scuola napoletana nata intorno a Scarfoglio. A Torino arrivò nel 1912, per lavorare prima come impiegato a La Stampa, poi per scrivere su la Stampa Sportiva, di Gustavo Verona, tra i primi lenzuoli tematici d’Italia, e successivamente per ricoprire il ruolo di segretario di redazione allo Sport del Popolo. Una grande passione per i motori, pioniere dell’aviazione, era sposato e aveva una bambina. Negli anni 40 abbandonò la Gazzetta del Popolo, lo chiamava la Resistenza. Divenne partigiano per la 5° Divisione Giustizia e Libertà “Val Pellice”, agli ordini di Riccardo Vanzetti prima e Paoluccio Favout poi.

 

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Fu nel dopoguerra che gli venne l’idea di fondare Tuttosport, dove non si limitava a dirigere, a organizzare. Ma continuava a scrivere, a mandare i suoi resoconti, a fare la cronaca di partite, gare, discese con lo stesso stile veloce e vivo. Ad affiancarlo, in questa nuova avventura che da settimanale diventa quotidiano, c’è Carlo Bergoglio, che Aldo Biscardi vorrebbe cugino di Papa Francesco.

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Un articolo di Renato Casalbore su La Stampa Sportiva

 

Renato Casalbore conquista tutti con quel suo fare distinto, signorile, garbato. Innamorato del Torino, che aveva gli stessi colori che sarebbero stati della sua Salernitana, amò anche la Juventus, di cui scrisse: “Nessuna società è tanto aderente alla sua squadra come la Juventus: probità, tenacia, scaltrezza, soprattutto serietà. Una società e non un luogo di ritrovo: ognuno per il suo conto, tutti per la 'Juventus'. I giocatori arrivarono alla 'Juventus' col bagaglio dei loro difetti e delle loro virtù: dopo due mesi sono livellati. La 'Juventus' che non fabbrica in serie gli atleti ne fa dei giocatori di serie”. Usava la penna nello stesso modo in cui salutava, con lo stesso rispetto. Scriveva di sport, motori e calcio, ma anche ciclismo, con la stessa brillantezza con cui beveva un cognac.

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La redazione de La Stampa Sportiva

E proprio dal cognac eravamo partiti. Quel bicchiere all’Hotel Touring insieme al collega Carosio e al capitano del Torino, Valentino Mazzola. Il centrocampista e attaccante granata non è al meglio, ha la febbre, ma decide di partire lo stesso. L’ha chiamato Francisco Ferreira, capitano del Benfica, l’amichevole era stata organizzata per lui.

Come Renato Casalbore, che sorseggia il cognac con il passaporto e il biglietto dell’aereo in tasca. Di lui non resta solo un piazzale nella sua Salerno, davanti allo Stadio Donato Vestuti, e un giornale. Di lui resta soprattutto un sogno: raccontare lo sport, raccontare il calcio. E quello non lo può spezzare nessuna tragedia.

70 anni fa la tragedia di Superga. Erano le 17.03 del 4 maggio 1949 quando il Fiat G.212, partito da Lisbona, si andò a schiantare contro la basilica di Superga, sulla collina torinese. I morti furono 31, tra cui tutta la squadra del Grande Torino, di ritorno da un amichevole per beneficenza giocata contro il Benfica. Insieme a loro i quattro membri dell'equipeggio, tre allenatori, tre dirigenti e tre giornalisti. Renato Casalbore, fondatore e direttore di Tuttosport, Renato Tosatti della Gazzetta del Popolo e Luigi Cavallero de La Stampa.

Qui di seguito si riporta l’articolo dal titolo “I tre giornalisti” comparso proprio sul quotidiano torinese il 5 maggio 1949, all’indomani della tragedia di Superga.

la stampa
La prima pagina de La stampa all'indomani della tragedia di Superga

*****

Luigi Cavallero

Gino Cavallero non doveva volare: soffriva di cuore, i medici lo sconsigliavano, lo supplicava la moglie, gli amici stessi tentavano di dissuaderlo. Ma Cavallero, ogni volta che rimetteva piede a terra, reduca da questa o quella “tournée”, sorridendo, rassicurava tutti.

Il mio cuore? Va benone, l’aria dei quattromila gli giova!”.

La sua passione pareva dovesse sempre averla vinta sull’organismo; attendeva ogni viaggio con un’ansia di fanciullo, pregustando la gioia stessa del volo. E non pensava, forse non aveva pensato mai alla fine, quella fine…

Tornando, scherzava con chi s’era preoccupato di lui: “Quante volte ha telefonato mia moglie?”. Sapeva, conosceva l’ansia di chi della vita gli era sicura compagna. E noi, che con lei eravamo stretti di una tacita solidarietà per i suoi timori, eravamo abituati alle sue richieste pressanti e amorevoli: “Stia sicura, signora, tutto a posto. Sono partiti regolarmente e con altrettanta regolarità arriveranno. Piove, ma le nuvole sono alte, c’è un po’ di foschia, ma senza vento!”.

cavalleroLuigi Cavallero

Poi più tardi: “Ci siamo, atterrati bene…”.

Così ogni volta fino a ieri. Fino a quando il destino crudele, quel destino che rompe i fili dell’esistenza con uno strappo brutale, che obbliga al silenzio ed allo stupore prima che al pianto, lo ha fatto morire nel cielo di Superga. Lui, con il Torino, in uno schianto immenso, in un rogo di tanti cuori abituati a pulsare di passione generosa.

Luigi Cavallero era entrato giovanissimo in giornalismo: nato il 2 aprile 1907, aveva iniziato la sua opera appassionata nel 1924-1925, quando, rubando il tempo al suo lavoro abituale – aiutava il papà in un’azienda commerciale – si precipitava al giornale, il suo primo giornale, l’Illustrazione Sportiva.

Anni duri, di pasti appena abbozzati, di nottate bianche: all’ombra del sacrificio, però il ragazzo si “faceva”, diventava un nome, si affermava, pieno d’iniziativa, ricco di una volontà di ferro.

Passò al Paese Sportivo; poi, il 10 ottobre del 29 fu chiamato dal direttore de La Stampa. Quanti gli hanno vissuto insieme, fianco a fianco nella fatica quotidiana, gli han sentito ricordare tante volte l’episodio. Era la ricompensa che giungeva a premiare la fatica d’un ventenne, era il riconoscimento, meritato e giusto.

la gazzetta
La prima pagina della Gazzetta dello Sport

1929-1949. Si specializzò nel calcio, mai abbandonando la “sua” Stampa, cui diede sempre, sereno e cordiale, la sua energia più bella. Era diventato capo dei servizi sportivi, tecnico capace, stimato. Gli volevano bene, lo invidiavano. Lo invidiavano per i suoi viaggi, perché poteva vedere, e scrivere. Scrivere di sport, di foot-ball, di tante squadre, di tanti paesi….

Gli era nato pochi mesi or sono un maschietto, l’erede tanto, tanto desiderato, dopo due figlie Manuela e Daniela. A loro che non sanno, alla moglie che cerca di nascondere il suo dolore sotto una maschera d’impassibilità, perché nulla si riveli, perché nulla trapeli ai bimbi, ci accostiamo oggi, trattenendo il desolato singhiozzo.

 

 

Renato Casalbore

Il direttore di Tuttosport, Renato Casalbore, era conosciuto in primo luogo per la signorilità e la correttezza dimostrata in ogni sua manifestazione della vita: doti che lo contraddistinguevano in modo netto, ponendolo immediatamente su un piano di superiorità umana ed intellettuale. Ma Renato Casalbore non faceva pesare queste sue qualità. Egli, direttore di giornale, presidente del gruppo giornalisti sportivi torinesi, si considerava in ogni occasione soltanto e soprattutto un giornalista, un collega.

Proveniva, nella sua professione, dalla scuola napoletana sorta attorno agli Scarfoglio. Venne a Torino, dalla grande città meridionale, nel 1912. Collaborò prima alla Stampa Sportiva di Gustavano Verona, un altro pioniere dell’attività atletica; poi, nel 13, divenne segretario di redazione dello Sport del Popolo.

casalbore fotoRenato Casalbore

Nel 1914 passò alla Gazzetta del Popolo, dove rimase un trentennio. Dopo la liberazione, fondò e diresse Tuttosport, accompagnando alla attività direttoriale un intenso lavoro giornalistico: puntualmente uscivano sul foglio, diventato assai popolare, le sue cronache, sempre vive per uno stile spigliato e la capacità di dare il senso immediato dell’avvenimento.

Appassionato sportivo e praticante aveva gareggiato in attività agonistiche ed era stato anche pioniere dell’aviazione.

Era sposato ed aveva una bimba

Scompare con lui un giornalista integerrimo, dalla penna abile e dal cuore generoso, figura particolarmente cara nel mondo degli appassionati dello sport.

 

 

Renato Tosatti 

Renato Tosatti, Kid, Totò: tre nomi, tre firme per un uomo solo. Tre ottime firme. Il collega Tosatti era uno dei più scanzonati e brillanti giornalisti sportivi. Nato nel 1908, a Genova Sestri, era entrato nella carriera a 18 anni, affrontando con pigio baldanzoso la sua professione. Era stato redattore al Giornale di Genova, poi al Piccolo edizione sportiva del lunedì dello stesso foglio, e subito si era distinto per il suo stile piacevole e spigliato. Da Genova aveva iniziato la sua collaborazione alla Gazzetta dello Sport ed al Guerin portivo.

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Renato Tosatti

Col passare degli anni progredì rapidissimo nella carriera: passò al Lavoro, fu capo redattore della Gazzetta Sportiva. Dal 1945 tenne la redazione ligure del Giornale di Torino e finalmente nell’ottobre 1946 si trasferì alla Gazzetta del Popolo. A Torino egli si era ben presto ambientato, raccogliendo intorno a sé molte amicizie che la sua penna tagliente, ma leale, non diradava. E nella nostra città a firma Kid e Totò scrisse settimanalmente per Tuttosport e per il Guerin Sportivo.

Questo il collega. Di Tosatti, padre di famiglia ricordiamo l’affettuosa preoccupazione con cui in ogni suo viaggio parlava dei suoi cari. Si era sposato a poco più di vent’anni ed aveva tre figli, Mirella di 17 anni, Giorgio di 11 e Marco di uno e mezzo.

 

 

 

Tratto dall'archivio storico de La Stampa

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