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Ho pianto per Roger Federer

Quando dopo quattro ore e cinquantacinque minuti Roger Federer ha steccato l’ennesimo dritto in controbalzo consegnando l’edizione 2019 di Wimbledon a Novak Djokovic, ci si è fermato il cuore. 

Un attimo. L’attimo più lungo della nostra vita. Se è vero che il tennis è unanimemente riconosciuto come lo sport del Diavolo, la finale di domenica ci ha devastato l’anima. Squassata, come quelle onde alte che nei giorni di tempesta zampillano prepotenti sugli scogli della penisola. Ho pianto per Federer. Non ce ne vergogniamo. Non me ne vergogno. Il sublimarsi delle tue passioni, delle tue ideologie sportive, convogliate in un uomo di 38 anni che da più di venti scrive la storia di questo meraviglioso sport. Ci avevamo creduto che la storia, ancora una volta, si compisse.

Su quel maledetto 40-15/ 8-7/ nel set decisivo avevamo già immaginato la scena di re Roger che da lì a poco avrebbe alzato il nono Wimbledon e il suo personalissimo ventunesimo slam. Abbiamo pregato con Mirka che il destino balordo delle finali con l’insensibile Novak girasse finalmente lo sguardo verso il re. E invece no. Il destino becero e baro ha chiuso gli occhi lasciando lo svizzero solo con le sue paure e col peso dell’angoscia di milioni di tifosi. E quando abbiamo incrociato idealmente lo sguardo di Roger dopo quel maledetto passante finito sulla riga avevamo capito che era finita. Nonostante la classe straordinaria e le stimmate del campione lo tenessero, nei vibranti game successivi, ancora in vita, sapevamo che era tutto finito. Una sorta di atarassia sportiva.

Game set and match Djokovic. Non ci volevamo credere. Facciamo fatica ancora oggi a crederci. E ho pianto. Forte. Da solo. In silenzio. Avevamo perso noi sul campo centrale. Noi con Federer. Una sorta di mistica estatica che solo chi non prova lo stesso fremito ad ogni servizio, ad ogni dritto, ad ogni stupendo rovescio ad una mano, ad ogni back non può capire. Oggi, a 48 ore dalla finale più lunga dello slam londinese e alla più bella partita di tennis a cui abbiamo personalmente assistito, ci rimane la consapevolezza di aver guardato finalmente la trasformazione in realtà della classica retorica dello scontro fra bene e male. E di aver goduto delle magie di un uomo che non è stanco, all’alba dei 40, di inseguire sogni e raggiungere vette per noi inarrivabili. Abbiamo perso, Roger, ma abbiamo incantato il mondo.

Nulla è finito. Nemmeno dopo una batosta che ammazzerebbe chiunque, ma non te. Non noi. Seguaci indefessi di un tennis che non esiste se non nella geniale mente di Roger Federer da Basilea, Abbiamo pianto. Siamo caduti, Ci rialzeremo. Con la consapevolezza di aver guardato il compiersi del genio. Soli con le nostre debolezze. Soli con le nostre paure, Ma al tuo fianco, Perchè lo sport non è SOLO sport se lo guardi con i nostri occhi. Gli occhi dello sportivo più grande della storia. Gli occhi del re del tennis. Gli occhi di Roger Federer.

 

Ogni buon appassionato di tennis sa bene che è molto raro poter esultare per la vittoria di un trofeo da parte di un tennista italiano. Differente è la questione per quanto riguarda il tennis femminile che negli ultimi anni ci ha regalato il Roland Garros di Francesca Schiavone, nel 2010, e lo Us Open di Flavia Pennetta, nel 2015. Proprio Flavia Pennetta è la moglie di Fabio Fognini che, parlando di appassionati di tennis, ma anche di semplici appassionati di sport, è molto conosciuto, soprattutto per la sua fama da testa calda.

fognini1

Una fama che Fognini si è costruito nel tempo, purtroppo. Oltre alle frequenti racchette spezzate possiamo annoverare nel curriculum del buon Fabio anche insulti ad arbitri o ad avversari. Ma questa è una storia che preferiremmo non dover raccontare e quindi cambiamo discorso. Perché Fabio è molto altro, è sempre stato dotato di un talento cristallino. Quando è in giornata esprime un tennis paragonabile ai top 3 del mondo. Su terra rossa, suo terreno naturale, forse è il migliore insieme a Rafael Nadal e Novak Djokovic per qualità di tennis. Quando è in giornata, perché lui è cosi. È capace di battere Murray come a Roma, nel 2017, trascinato dal pubblico per poi perdere con Zverev, che ora è fortissimo ma all’epoca era poco più che un esordiente, in una partita in cui sembrava addirittura infastidito da un pubblico che in realtà lo adorava.

 

Punto contro coric

Nonostante tutti i suoi difetti, però, è difficile trovare un italiano che non sia suo tifoso. Sarà per il suo fantastico talento, sarà proprio perché da buoni italiani ci ritroviamo anche nel suo carattere ma chiunque si ritrova davanti alla tv per vedere un match di Fognini inevitabilmente si lascia trasportare dalla partita e da un tifo scatenato per l’italiano. Nel suo palmares, prima di Montecarlo, poteva annoverare 8 titoli atp: 7 titoli 250 e 1 500. Il suo 2019 era iniziato molto male, fino a Montecarlo aveva raccolto 3 vittorie e ben 8 sconfitte. Anche il torneo monegasco non era partito in quarta, con la partita sofferta contro il giovane russo Andrey Rublev. Mano a mano che andava avanti il torneo, però, Fabio acquisiva fiducia. Prima il forfait di Simon, che gli è servito per rifiatare, poi la vittoria contro Zverev, attuale numero 3 del mondo, che ha dato consapevolezza, infine la semifinale contro Rafael Nadal, il padrone di casa con 11 vittorie all’attivo nel torneo, che ha consacrato il suo torneo. Nonostante i risultati, nessuno era tranquillo, visto che nella sua carriera Fognini aveva abituato a vittorie inaspettate seguite da sconfitte clamorose.

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Questa volta è andata diversamente. Sarà per la tranquillità familiare, erano con lui la moglie Flavia e il piccolo Federico, sarà perché voleva fare un regalo all’amata mamma, che avrebbe compiuto gli anni il giorno seguente, ma l’importante è che è successo. Il 21 aprile 2019 arriva il primo master 1000 vinto da Fabio Fognini, il primo in 43 anni di singolare maschile italiano. Prima di lui l’ultimo ad avere alzato un master 1000 fu Adriano Panatta, nel 1976 vincendo Roma, per far capire la portata dell’evento. Perché questo, alla vigilia del 32 anni, può rappresentare uno spartiacque nella carriera di Fabio ma, sopratutto, rappresenta un’ondata di passione per i più piccoli appassionati di questo sport. Le vittorie di atleti italiani, portano giovani ragazzi a voler praticare questo sport, ed è questa la vittoria più grande. Uno sport splendido come il tennis ha sempre bisogno di nuove leve e per questo ti ringraziamo, Fabio, e ci auguriamo che questo sia solo il primo di una serie di successi, perché sappiamo tutti che sono alla tua portata. Vai Fogna.

Nel saggi pubblicato sul New York Times il 20 agosto 2006 dal titolo "Roger Federer come esperienza religiosa" David Foster Wallace si sofferma sulla questione della bellezza. La bellezza cinetica, che non ha niente a che vedere col sesso e le norme culturali, ma piuttosto con la possibilità di un essere umano di riconciliarsi con il fatto di avere un corpo. Quando si parla di sport maschili, si preferisce fare riferimento a una simbologia di guerra: uniformi, fervore tribale, eliminazione e avanzamento. "Per ragioni che non sono totalmente chiare” scrive infatti Wallace “molti di noi trovano i codici della guerra più sicuri di quelli dell’amore”. Ma se ci si riferisce a Federer la potenza-aggressività-velocità, cioè quanto è utile nel combattimento (e quindi nell’incontro), non è che lo scheletro del suo tennis.

La carne, quello che fa di lui il più rande di tutti i tempi, è appunto la bellezza. Intesa in maniera classica: la grazia del movimento, la leggerezza, la plasticità del gesto… ma soprattutto l’abilità di far sembrare tutto semplice, spin di rovescio, o uno slice lento addormentato da un back spin, non fossero che la normale conseguenza di colpire una palla con una racchetta per mandarla di là dalla rete entro un perimetro di righe. Qualcosa che chiunque può riuscire a fare se solo decide di farlo. Sono passato dodici anni da allora. David Foster Wallace è morto, si è ucciso impiccandosi nel suo salotto il 12 settembre del 2008 cedendo alla depressione che lo ha perseguitato per tutta la vita. Federer vince ancora quasi tutto quello che c’è. E se allora era considerato il più grande tennista di tutti i tempi, come possiamo definirlo adesso, che ha 36 anni e sconfigge tennisti che ne hanno, dieci, quindi di meno? Si è detto tutto di lui, del suo carattere plasmato con pazienza, del fisico eccezionale, dell’impermanenza dei suoi allenatori (tra questi anche Stefan Edberg, che Carmelo Bene definì l’ultimo grande poeta del novecento), del mal di schiena e il prodigioso recupero.

Si è detto della sua vita privata giudiziosa, dei gemelli e della moglie perfetta, ma nessuna di queste cose, ovviamente, spiega niente. Ieri, alla fine dell’incontro, Federer ha pianto. Durante la premiazione dell’Australian Open, conquistato per la sesta volta (la seconda consecutiva) ottenendo il ventesimo titolo in un circuito Slam, mentre il pubblico in piedi non smetteva di applaudire, sul volto di Federer hanno cominciato a scorrere le lacrime. Stringeva la coppa tre le sue lunghissime braccia e piangeva, tranquillo. Ha un volto buffo, Federer. Per niente elegante, a differenza di tutto il resto, gommoso e infantile. Quanto è disumana la sua bravura, quanto sono irreali la sua longevità e l’invulnerabilità, tanto quel suo volto è semplice, identico a mille altri, umano. Non è aristocratico, Federer, non è intangibile e altero. Né lo immagini mai alle prese con qualcosa di complesso. Però ha in dono che è prerogativa delle divinità: gioca a tennis come se il tennis l’avesse inventato lui. Come se tutti gli altri lo avessero imparato, e lui lo sapesse già. Da prima di cominciare a giocare, come le note che canticchiano i musicisti prima ancora di scriverle sul pentagramma, di conoscere il solfeggio. E tutto quello che fa, le palle rocambolesche, i “momenti Federer” – quelli in cui lo spettatore strabuzza gli occhi chiedendosi come diavolo ha fatto – non sono altro che variazioni inventate al momento per non annoiarsi. La bellezza dunque, l’amore il divertimento, la sua totale consustanzialità con il tennis. Federer non si usura perché non combatte, non è rabbioso come tutti i giocatori.

La sua non è una guerra. Lui gioca a tennis, da sempre, come fosse un’unica lunghissima partita, la stessa. Fin quando un giorno, semplicemente, non si allontanerà dal campo. Magari a metà di un incontro asciando per l’ennesima volta il suo avversario sconcertato e incredulo.

Elena Stancanelli, la Repubblica, 29 gennaio 2018

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