0

Luciano De Crescenzo e il calcio, tra ...

"San Gennaro mio, non ti crucciare, lo sai che ti ...
1

Bill Russell: icona del gioco e della storia

Quando negli anni ’50 William Felton Russell, più ...
0

Fabio Quagliarella e il lieto fine

Un lieto fine dipende da dove interrompete la ...
0

Ho pianto per Roger Federer

Quando dopo quattro ore e cinquantacinque minuti ...
0

Un pelota e un bianco del Penedes al tavolo di ...

Scrivere di sport non è un mestiere inferiore”. ...

Non hanno vinto solo i Toronto Raptors

Ad  Oakland, in California, nella contea di Alameda, è ubicato il palazzetto più antico della NBA: la Oracle Arena. Chissà se un qualsiasi John o Joe, venuto a lavorare dall’Oklahoma, mettendo l’ultimo mattoncino nel 1966 abbia mai pensato a tutti i gloriosi momenti che si sarebbero vissuti là dentro. Evidentemente no perché di anni se ne sono dovuti aspettare: nove per il primo titolo e altri quaranta per quelli che saranno il secondo, il terzo e il quarto per i Golden State Warriors. E proprio questi “guerrieri”, stanotte, hanno dovuto deporre le armi in favore della prima squadra non americana, bensì canadese, a vincere nella storia della NBA il così tanto agognato titolo: i Toronto Raptors. Anche in questo caso qualsiasi John o Joe non avrebbe mai pensato a nulla del genere.

 

Sono  tutti in piedi ad ammirare una delle ultime giocate che si terrà in quella Arena. Toronto sta vincendo di un punto e ha una gara di vantaggio. Palla a Golden State che “batte” una  rimessa a dir poco rischiosa, al limite della stessa palla persa che i Raptors hanno registrato nell’azione precedente. Draymond Green salva miracolosamente sulla linea laterale, scarica su Wardell Stephen Curry che aveva sfruttato bene il blocco cieco di DeMarcus Cousins. Curry tira da tre!

 

Quel tiro da tre esce, viene sputato dal ferro come fiamme sfavillanti dalle fauci di un drago. Quella manciata di pochi secondi rimasti va scemandosi. E proprio lui, Wardell Stephen Curry, in arte Steph, uno dei tiratori più irrazionali della Storia di questo gioco non centra il bersaglio che avrebbe definitivamente consacrato la sua carriera e avrebbe tirato una netta linea della sua eredità lasciata al gioco.

 

Il rimbalzo lo prende Kawhi Leonard! Il rimbalzo lo prende Kawhi Leonard! Da spacciati a vincenti in pochi successivi istanti! Tutto il Canada esplode. Il tanto agognato titolo, il Larry O’ Brien Trophy, quest’anno non sarà più adagiato sul suolo americano. Per le strade canadesi il popolo è in festa, coriandoli e fuochi d’artifici vengono lanciati sulla folla che aveva ammirato i propri eroi dai maxischermi, spargi in giro per la città, qua e là.

 

“Vedo una magnifica città e uno splendido popolo sollevarsi da questo abisso. Vedo le vite per le quali sacrifico la mia, pacifiche, utili, prospere e felici. Vedo che nell'intimo del loro cuore essi hanno per me un santuario e l'hanno i loro discendenti, generazione dopo generazione. Quel che faccio è certo il meglio, di gran lunga, di quanto abbia mai fatto e quel che mi attende è di gran lunga il riposo più dolce che abbia mai conosciuto”.

 

Non hanno vinto solo i Toronto Raptors, hanno vinto gli ideali e le idee di coloro che hanno creduto nel potere africano di Pascal Siakam, che ora in un universo parallelo è chiuso in un qualche monastero dopo aver concluso il suo percorso da seminarista, e di “Air Congo”, Serge Ibaka. Ha vinto la dirigenza che ha scelto la strada razionale piuttosto che quella del cuore, scambiando il miglior amico di un signor giocatore, Kyle Lowry, per avere in cambio un leader di Jordaniana e LeBroniana fattura: Kawhi “Kawow” Leonard. Ma un leader non solo risolve i problemi, indica la strada ed è in questo frangente che il tanto vituperato Lowry si è superato, andando a smentire le critiche copiose ricevute in tutti questi anni.

 

Ora piove fuori l’Oracle Arena, il luccichio dei cofani delle macchine riflette un sole californiano moralmente sempre più sbiadito. A testa bassa escono i tifosi, consci del fatto che hanno però tutto il diritto di alzarla quella testa e di dire che i ragazzi che sempre sosterranno hanno scritto la Storia in questi anni. Certo è che rimane un “What if” grosso quanto tutto il Canada. E se Kevin Durant fosse stato sano? E se in questa ultima gara Klay non si fosse rotto il crociato del ginocchio sinistro?

 

Tante domande che non hanno bisogno di risposte. Gli infortuni fanno parte del gioco ma soprattutto c’è da dire che i Golden State Warriors hanno saputo afferrare il concetto di “stay in the moment”, eludendo la mancanza, in momenti chiave, di due armi offensive a dir poco letali. Chi ha visto le partite sa. Sa che Toronto non ha vinto per altrui sfortuna ma per propri meriti. Chi conosce il gioco sa. Sa che Golden State il prossimo anno rialzerà la testa, recupererà gli infortunati e continuerà a far paura a molti Stati americani più il Canada. Cala il sipario, il ritorno sarà più che dolce. La vendetta più che spietata.

Toronto Raptors, una parabola italiana nel DNA

In cima alla lista dei dischi più venduti del 1996 ce n’è uno, quello di Jay-z, intitolato “Reasonable Doubt”. Tradotto : “Dubbio ragionevole". Come dare torto ad uno dei più grandi rapper e nigga del panorama americano. Il 1995 infatti non solo era stato l’anno del verdetto del caso OJ Simpson, dichiarato non colpevole dopo essere stato accusato di aver ucciso moglie e amante di lei prima di scappare davanti a 150 milioni di spettatori con la sua Ford, ma era l’anno in cui, nella stagione NBA 1995/1996, furono create e ammesse nel campionato due squadre canadesi: i Vancouver Grizzlies e i Toronto Raptors. Reasonable doubt? Certo, le due squadre nel 1996 finirono entrambe la stagione con un record negativo. La prima con 15 vittorie a fronte di 67 sconfitte e la seconda con un 21-61.

hi res ba3a998c692fea385e8bd07ba7bb1f19 crop north

Non sembra un buon principio per una storia da raccontare ma, invece, lo è perché i Toronto Raptors, ora unica squadra canadese nella NBA, sono giunti quest’anno fino alle Finals e nel loro patrimonio genetico scorre sangue anche in parte italiano. Nel 1995 la stagione dei Raptors inizia con un italiano nel roster, Vincenzo Esposito, in arte Vincenzino, primo giocatore italiano a giocare nella NBA assieme a Stefano Rusconi che, in quello stesso anno approderà ai Phoenix Suns. Certo, sarebbe stata tutta un’altra cosa se nel 1970 Dino Meneghin avesse accettato le avances che aveva ricevuto dal continente oltre la pozza. Ma come biasimarlo, oltre tutto è stato uno dei giocatori europei più forte e più vincente di ogni epoca. Vincenzino Esposito è stato poco in America, giusto durante quella stagione, e non ha viaggiato certo a cifre entusiasmanti ( 4 punti, 0,5 assist e 0,5 rimbalzi a partita) ma, con Rusconi, ha rotto quel muro che sembrava invalicabile, ha fatto diventare realtà quello che ancora per pochi era un sogno, facendo diffondere la parola “America” e “NBA” sulle bocche degli italiani. Sicuramente la storia di Esposito e Rusconi sarà balzata nelle orecchie e nella testa dei Marco Belinelli, dei Danilo Gallinari, ma anche dei Carlton Myers, dei  Gianmarco Pozzecco che nel 2004 hanno fatto sognare milioni di tifosi del’Italbasket.

LEGGI ANCHE: JAMES HARDEN, NON ERA IMPORTANTE SAPERE CHI FOSSE..

Non era mica così, prima, come invece lo è oggi. Per ascoltare i risultati della notte cestistica oltreoceano si doveva accendere la radio sulle frequenze sportive e aspettare fino a che, dopo esserti sorbito anche i risultati della pallavolo croata, non dicevano anche quelli della NBA. E tappale tu le orecchie a un ragazzino che sente della squadra di Vincenzino Esposito essere una delle poche, quell’anno, a battere i Chicago Bulls di Michael Jordan, Scottie Pippen e Dennis Rodman. L’anno successivo Vincenzino è ritornato in Italia, a Pesaro, ma la NBA per gli italiani non è stato più quel posto tanto spettacolare quanto irraggiungibile e la passione che l’italiano c’ha messo ha spinto i Toronto Raptors, qualche anno dopo, a selezionare come prima scelta assoluta “il Mago”, Andrea Bargnani che, nonostante i rimpianti di una carriera altalenante, è stato uno dei primi a giocare in America in un modo del tutto non convenzionale.

D6oIeLXW4AABdtB

Anche i Toronto Raptors hanno avuto una storia altalenante e molti talenti che l’hanno scritta non sono stati da meno: Tracy McGrady, uno che era in grado di mettere 13 punti in 35 secondi, Vince Carter, il più forte schiacciatore di tutti i tempi sono stati tutte meteore che hanno messo sulla mappa una città che con il basket aveva poco a che fare.

Ma nonostante una storia romantica e alquanto frizzante, solo ora i Toronto Raptors hanno la possibilità di scrivere la storia tutta in maiuscolo. Sono approdati, anche se tortuosamente, nelle finali e dovranno fronteggiare uno dei cicli più vincenti della storia del gioco con la palla a spicchi. Indovinate chi c’è in panchina? Sergio Scariolo, un italiano. Vice allenatore ma vate  del capo allenatore dei Raptors che di esperienza ne ha di gran lunga di meno, per quelle occasioni. Eccola qui, la parabola italiana dei Toronto Raptors. E se per molti un tempo andare in NBA era un “ragionevole dubbio”, oggi è diventato quasi un “must”, soprattutto se ti telefona Toronto.

 

Internazionale

Altri sport

Interviste

Amarcord

Chi siamo

Il Catenaccio - Web Magazine Sportivo | Approfondimenti, statistiche, interviste, amarcord su tutto il calcio, italiano ed estero, e tutto lo sport! Ripartiamo in contropiede, dopo esserci chiusi e aver difeso, pronti ad andare in rete insieme a voi! Seguiteci per restare sempre aggiornati sul mondo dello sport!