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Guardami ancora

Per noi che la primavera iniziava il 28 marzo. Per noi che l’adolescenza è finita lo scorso 17 giugno. Per noi che il 26 maggio ci siamo morti di freddo e a pensare a quella sera di pioggia e sudore ci viene ancora la tremarella. Per noi, oggi, le parole non bastano più.

C’è la conferenza di Petrachi? Non mi interessa. Tanto sarà l’ennesima farsa, l’ennesimo copione già sentito. Ok, la ascolto, ma solo perché non ho niente di meglio da fare.

C’è la presentazione di Fonseca? E cosa vuoi che dica? Dopo che ci ha detto di no mezza Italia, era l’unico rimasto.

No stavolta non ci casco, non mi farò trascinare dalle parole, dai manifesti programmatici, dalla retorica e dai ghirigori. Sono cresciuto, sono cambiato, sono diverso. Sono distaccato e razionale, sono maturo. Il campionato non mi manca e in fondo di domenica si sta un sacco bene. C’ha ragione Coez: “senza stadio né partite e una coda patetica”. C’ha ragione Totti: “la Roma non la seguo e non mi manca”.

E se ti sento Gianlù, è perché in tv non c’è niente. E se ti ascolto Fonsè, è perché ho mangiato tardi.

Ed è inutile che parli portoghese, che strascini così le parole, che pronunci così le vocali, ("Spinassola"), non mi fai nessun effetto. Prima di te ci sono stati uomini Rudi, asturiani rivoluzionari (ricordi quel "Bibiani"?), boemi intossicati, toscani che sembravano quelli giusti. Sulle risate testaccine non ci torno, sono diventate lacrime. Prima di te c’è stato “il mio calcio”.

Ma sono proprio le parole che ti fregano.

Ed ecco che l’attenzione si focalizza su un aggettivo possessivo, banale, scontato, lasciato lì. Però quando hai detto “Questa non sarà la mia Roma, ma la nostra Roma”, qualcosa mi hai mosso. Forse mi sbaglio eh, forse ci sto ricascando anche io. Perché mi lego così tanto alle parole? Come con Petrachi, è bastato uno sguardo, il volto tirato, i sorrisi dosati, le frasi giuste: “Voglio gente motivata”. Quel io sbattuto in faccia, quella prima persona singolare messa come soggetto ovunque, senza bisogno di essere etrusco crepuscolare o re Mida, senza due orologi al polso e cartelli con su scritto “Se gana”. Voglio la normalità, voglio Foggia al posto di Siviglia, Torino al posto di Buenos Aires.

E quando v’ho visto in conferenza, insieme, ci sono cascato completamente di nuovo. Mi piaceva quel modo in cui vi guardavate, quel modo in cui Paulo cercava Gianluca, quel modo in cui Gianluca ascoltava Paulo. Un gioco di sguardi, di posture, di occhiate fugaci. Le mani non le guardo più, ora mi fisso sugli occhi. E sulle parole. E allora parlatevi e guardatevi ancora. Costruite una Roma che sia degna di questo nome, che sia degna di questo amore.

Perché è come con tutti gli innamorati, che litigano e minacciano di lasciarsi, ma li vedi ancora lì a rincorrersi e a stare insieme. Perché è vero, non è più la stessa cosa: siamo cambiati. Tu non sei più la stessa e io mi illudo di essere cresciuto. È vero, non ci sono più Daniele e Francesco, ma certe cose restano. E non le cambierà nessuno.

Mi ero detto di non cascarci più, di essere più distaccato e razionale, lucido e calcolatore. Mi ci sono voluti un paio di mesi scarsi, due parole giuste e un paio di sguardi. E mentre scrivo il cellulare vibra, mi arriva un messaggio: “Non so te, ma io senza Roma non so stare”. Così, de botto, senza senso.

E capisci allora che Coez non ha proprio capito un cazzo. Capisci che stavolta pure Totti ha detto una cazzata. Sì, hai sbagliato Francè. Non saremo più regazzini, non saremo più adolescenti. Ma romanisti lo saremo sempre, è questo il guaio, è questa la fortuna. E la Roma la guarderò ancora.

Anche se Fonseca tra tre anni sarà al Real Madrid. Sti cazzi, ma magari.

 

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Tornare a parlare di calcio

Tempo fa - non ricordo neanche bene quando - c’era una città in cui ogni abitante viveva la sua quotidianità con la convinzione di essere un membro appartenente a un qualcosa di molto grande, a una sorta di dinastia lunga circa 92 anni. In quel luogo si diventava parte integrante della famiglia grazie a uno sport - una cosa che, tutto sommato, non ti dice nulla sulle persone che hai a fianco - che faceva da collante, diventando la chiave principale per la costruzione di ogni sorta di legame.

Si trattava di una città che, come spesso accade alle comunità unite da qualcosa, aveva un punto di ritrovo settimanale, dove si concretizzava la coesione. Ogni singolo minuto in quella struttura permetteva a ogni cittadino di alimentare la propria appartenenza a quella strana fede, materializzandosi in lunghi abbracci con degli sconosciuti, conditi da urla di pura gioia, quando l’oggetto di interesse, una sfera solitamente a scacchi bianchi e neri, finiva dentro una rete. Non a caso quel posto ha un nome che, se messo al contrario, si legge “amor”.

Oggi però il calcio - lo sport che univa quelle persone - non fa più parte della quotidianità di questo grande cerchio sociale. In questa fase storica si parla di liti, tradimenti o fazioni anche durante le partite e, infatti, allo stadio - quel luogo di ritrovo settimanale -  prima di abbracciarsi ci si chiede: “ma lui da che parte sta? La penserà come me?”. Quella città adesso convive con un malessere costante e a tratti nauseante, ma non tutti se ne sono ancora resi contro.

Non parlano più di calcio, ma solo di chi ha ragione o torto. E si, sicuramente c’è chi ha sbagliato di più e chi si dovrebbe assumere le proprie responsabilità, perché alcune circostanze prendono forma solo quando vengono effettuate delle decisioni non ponderate, ma il punto non è questo. Di quanto cambierebbe la situazione sapendo, con estrema precisione, chi ha torto e perché? Nulla, probabilmente. L’innamorato sta dimenticando cosa ama. Chi si abbraccia senza domande sta lentamente sparendo, formulando costantemente tanti pensieri dubbiosi sul prossimo. In questo periodo i messaggi sono sempre stati più contraddittori all’interno della città e il tutto è culminato con l’allontanamento, nato da decisione personale, del leader di quella comunità che per tutti impersonificava la fede di appartenenza.

Andandosene ha lasciato un grande vuoto, soprattutto di sensazioni. Ma forse, guardandolo sotto un altro punto di vista, lo si potrebbe intendere come un volontario sacrificio per far tornare quella città a vivere nuovamente per l’unico concetto che alimenta la passione: il calcio. Il 17 giugno 2019 potrebbe essere stato il giorno in cui Roma - la città che al contrario si legge “amor” - ha messo il punto finale su una discussione tossica. Ci credo? Non molto, ma il 17 giugno per la storia di Roma ha significato due cose: toccare il fondo (1951) e toccare la vetta (2001). Magari, per il bene della sua comunità, tra qualche anno lo ricorderemo anche come il giorno in cui è tornata a parlare di calcio.

 

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Il 17 giugno di 18 anni fa, alle ore 17.00, costringevo papà e mamma, e sorella di sei mesi, a prendere la macchina, attaccare due bandiere giallorosse per lato e iniziare a fare i caroselli per le strade per la Roma Campione d'Itali. Avevo sette anni e festeggiare uno scudetto a 40 km dalla capitale non era facile. Le prime macchine le incontrai solo dopo mezzora, ma le ricordo tutte, una ad una. Anche quella che abbiamo tamponato.

Avevo appena seguito la partita su Quelli che il calcio, con qualche fugace scappata su Tutto il calcio minuto per minuto. Avevo addosso una maglietta con la faccia di Batistuta, al collo la sciarpetta di Giallo&Rosso, in testa una fascetta per capelli, perché la indossava quello con la numero 10.

Francesco Totti ha scandito la mia vita. Forse non solo quella sportiva.

In qualche modo le sue gesta sportive hanno segnato ogni tappa, ogni traguardo, ogni momento, bello o brutto che sia. Ogni bivio, ogni cambiamento, ha come sistema di datazione temporale il capitano della Roma. “Ti ricordi? Era l’anno dell’infortunio di Totti”.  Ricordo le telecronache di Carlo Zampa che ripeteva il suo nome ai tempi delle gite delle medie, la tesina di maturità sognata, preparata e poi bocciata sul Capitano della Roma, le litigate con la ragazza che all'epoca era la mia fidanzata, tutte finite con un inviolabile "te lo giuro su Totti", timbro indelebile di onestà e amore.

Totti mi ha accompagnato passo dopo passo. E, dal punto di vista del tifoso, è stato un'ancora di salvataggio in anni di magra, in stagioni in cui non si vinceva niente e non si sarebbe vinto per chissà quante altre ancora. Perchè se è vero che chi tifa Roma non perde mai, lo si deve soprattutto a Francesco e a Daniele, e prima di loro ad Agostino, Bruno, un altro Francesco, Giuseppe, Giacomo, Amedeo. La romanità, il romanismo, gli occhi di chi guarda la Roma con gli stessi occhi miei, tuoi, nostri, non è solo un esercizio di retorica, una cosa fine a sé stessa, nè tantomeno un contentino. Era una sicurezza, una certezza. Il nostro scudetto per sempre.

Il 17 giugno 2019, alle 12.41, Francesco Totti ha rassegnato le sue dimissioni da dirigente della Roma. Alle 15.30 del 17 giugno 2019, purtroppo o finalmente, è finita la mia adolescenza sportiva.

Se la mattina del 27 maggio, dopo l'addio di De Rossi, ci siamo svegliati infreddoliti, nonostante la primavera, e soli, nonostante i 60.000 della sera prima, adesso ci svegliamo smarriti. E cresciuti.

Perchè dopo la conferenza stampa di Totti niente sarà più come prima. La Roma non sarà più come prima. Basta con i sogni, i simboli, le bandiere, il cuore, la passione, le vene, le urla. Inizia l'era dell'aziendalismo, del rendiconto, del brand. Le parole di Totti sono come la sveglia del primo lunedì di scuola dopo un'estate di vacanza. Lo sai che prima o poi arriva, come sapevi benissimo che la Roma americana era questa cosa qui. Però continuavi a non pensarci, a fare finta di niente, a illuderti. Fino a che non suona e ripartono le lezioni. Le parole di Totti, allo stesso modo, ci svegliano e ci fanno capire meglio, ci confermano quanto sospettavamo. Ci riportano alla realtà.

E se fino a ieri ti eri cullato nei sogni e nella passione, nelle letture poetiche, adesso ti svegli in un mondo fatto di curricula, di soft skills, di application, di human resources e di recruiting day. Se ieri era un gol a farti svoltare la giornata, adesso è l'arrivo di una mail. Se prima ti emozionavi per un colpo di tacco, per una vena gonfiata, per le parole di un allenatore, adesso ti esalti per un colloquio, per un bonus nell'obiettivo centrato, per il planning settimanale rispettato, i fogli Excel perfetti. Se prima la Roma ti faceva tirare avanti con serate magiche e rimonte impensate, adesso ti farà esultare per il fairplay finanziario, per l'account Twitter in lingua swahili, per il segno + nell'ultimo bilancio.

E forse era sbagliato davvero credere in certe cose. Era da provinciali, da romantici, da bambini. Da perdenti. Figli di Roma, capitani e bandiere? Che cazzata. Mai schiavi del risultato? Che mentalità assurda. Adesso dateci l'aziendalismo, i dipendenti, il brand, il marketing. Dateci l'economia e la finanza, l'inglese spicciolo, le strategie di marketing e comunicazione, gli sponsor e il social. Svuotateci di tutto e riempiteci di numeri.

Ma non illudetevi di riuscirci a cambiare. O di farci crescere davvero.

 

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Date a Rino quel che è di Totti

Ricostruire dalle fondamenta non è mai semplice. Farlo in una città in tumulto che ti ha eletto negli anni a divinità calcistica e non, risulta ancora più difficile e complicato. Questo il compito che spetterà dal primo luglio 2019 a Francesco Totti, ingombrante dirigente romano ed ex capitano mai dimenticato.

Al volgere di una stagione nefasta per i colori giallorossi, otto partite separano la Lupa Capitolina dall’ennesima rivoluzione annunciata. A guidarla, appunto, er Pupone, investito finalmente di responsabilità e di quei pieni poteri operativi che venivano invocati per lui fin dal giorno successivo al suo ritiro, in quella famosa domenica del 28 maggio 2017. In esclusiva oggi, tramite questo pezzo, noi de ilCatenaccio siamo pronti a svelarvi i piani della Roma che verrà, idee e pensieri che si intrecciano indissolubilmente alla figura di Ivan Gennaro Gattuso, bandiera rossonera e condottiero mal sopportato di una barca, quella milanista, che sta tentando faticosamente l’approdo in Champions a 5 anni di distanza dall’ultima proficua apparizione sulle migliori “coste” europee.

totti

Ammettetelo: non ci state capendo nulla? Andiamo con ordine.

Dopo l’allontanamento del Ds spagnolo Monchi susseguente alla disfatta col Porto, a Roma si è creato un vuoto di potere che Pallotta, ricalcando i passi della gestione immediatamente post Sabatini, ha tamponato con la promozione del fedele Massara. Fin qui niente di nuovo se non fosse che Francesco Totti, liberato dall’opprimente naftalina in cui era affossato da un anno e mezzo, ha preso la prima vera decisione importante nelle sue nuove vesti, richiamando a Roma quel Claudio Ranieri quasi scudettato nell’amara stagione 2009/2010. È inutile oggi soffermarsi sulla bontà o meno della scelta (per essere onesti, al momento il campo la sta smentendo clamorosamente), ma ciò che ci preme sottolineare invece è la nuova consapevolezza dirigenziale che il campione del mondo 2006 lega indissolubilmente a questa scelta: posso incidere anche in questo ruolo.

Da qui, e da questo momento comincia l’esplicazione del piano futuro romanista, l’idea di Pallotta, dopo un confronto con lo stesso Totti, di affidargli la gestione futura della Roma, declassando così Baldini a mero consigliere esterno piuttosto che saccente deus ex machina romanista. Con o senza la qualificazione alle coppe europee, il piano è solare: ricostruire una squadra di giocatori giovani (soprattutto) e meno giovani (pochi ma buoni) che possa aprire le porte ad un futuro stavolta condito da qualche successo.

A chi affidare questo manipolo di ragazzotti? Nessun dubbio: Gennaro Gattuso. È lui l’uomo identificato come quello della rinascita romanista, avanti oggi a Sarri nelle preferenze del Capitano. Un gladiatore all’ombra del Colosseo, banalità vera o presunta, il nativo di Corigliano Calabro si appresta a guidare la sua truppa, come una sorta di Massimo Decimo Meridio 2.0. Le richieste? Belotti per Dzeko, bosniaco sempre più triste e a secco da quasi un anno all’Olimpico in campionato, e Tonali, regista classe 2000 del Brescia per dare freschezza e vivacità ad un reparto di centrocampo reso acerbo dall’inconsistenza di Nzonzi e Cristante e al contempo annacquato dai malanni fisici di De Rossi.

Già, proprio lui. Filtra negli ambienti vicini al giocatore la voglia di ritirarsi a fine anno, un ginocchio malandato e la volontà di non mettere a repentaglio la sua incolumità fisica post carriera. L’idea di Totti? Intuitiva, Daniele vice Gattuso, un po' come in quel mondiale 2006. L’immagine ci riporta alla memoria una delle formazioni “politiche” più importanti della storia romana: il Triumvirato. Totti-Gattuso-De Rossi come Cesare-Crasso-Pompeo? Alla storia e ai posteri, come sempre del resto, l’ardua sentenza.

Non è più Primavera

L’inizio della primavera è fissato, per convenzione, il 21 marzo. Giorno dell’equinozio, momento della rivoluzione terrestre in cui il sole si trova allo Zenit dell’equatore e attraversa la costellazione dei Pesci. Di diverso parere era Giulio Cesare, che promulgando il calendario giuliano fissava l’equinozio primaverile il 25 marzo.

La primavera, per noi, arriva una settimana dopo quella normale. Arriva oggi, il 28 marzo. E la congiunzione astrale è quasi la stessa: Thomas Häßler è infortunato, Vujadin Boskov chiama in panchina Rizzitelli e ordina di alzarsi a Francesco Totti. Erano le 16.43 di un 28 marzo 1993, al Rigamonti di Brescia arriva la primavera.

Era una primavera strana, mezz’ala, trequartista, punta, ancora non si sapeva bene come. Proprio come il ragazzino di oggi, biondino pure lui. Ma è meglio non pensarci…

Oggi non ci sono più le stagioni di una volta, fanno 30 gradi a mezzogiorno e la sera invece si gela. Si gela come quel febbraio in cui per l'ultima volta, e non lo sapevamo, festeggiavamo per un gol di Totti, al 97esimo di un anonimo e scialbo Roma Cesena di Coppa Italia. Si gela come quando non c'è il sole, si gela come quando si è da soli. Perchè dopo Francesco a scaldarci c'è Daniele, è vero, ma il ginocchio inizia a fare paura. Perché dopo Daniele ci saranno Alessandro e Lorenzo, giusto, ma è tutta un’altra cosa.

E allora eccoci ad aggrapparci, come Linus alla sua coperta, a qualsiasi cosa di bello passi sotto questo cielo, dove se c'è qualcosa di speciale passerà di qui, prima o poi.

Prima o poi...

Prima o poi la Roma ritornerà a giocare e magari pure a vincere. Una volta le pause di campionato non passavano mai, erano pesanti e vuote, si dovevano riempire con Ikea o Tremors su Italia 1, angoli di strazio in attesa del sollievo. Stavolta la Roma è a distanza siderale dalla vetta, il quarto posto è un miraggio. Stavolta la pausa di campionato è una boccata di ossigeno. Ci si può concedere il lusso di andare a letto sereni, di fare cose e vedere gente, di allontanare un'incazzatura che, stavolta, non ti avvelenerà il finesettimana.

Perchè da quando non gioca Totti non solo non è più domenica, come per Baggio e Ayrton Senna. Da quando non gioca Totti non è più proprio primavera. Da casa esco ancora col giacchetto, dormo sempre col piumone, ho ancora la gola che fa male. L'immagine di Totti che porto con me non è solo quella che ho in tasca dentro al portafoglio. L'immagine di Totti è un profumo e un suono. Odore di petti d'angelo appena sbocciati, il super santos che si infrange contro il cancello.

E non è roba da retorica, da ultimi romantici o sentimentalismi vari. A noi, del calcio, piace questo. A noi del calcio serve questo. I numeri sono importanti, è vero, le statistiche fondamentali. Ma a noi serve il cuore, la luce negli occhi, le lacrime. A noi serve credere in qualcosa che vada aldilà del fair play finanziario o del settlement agreement. A noi servono le favole. A noi serve che un bambino, con la faccia più seria del mondo, come se stesse per interrogarci sul prossimo conflitto in Medio Oriente o sulla crisi economica mondiale, ci chieda “ma secondo te è meglio Totti o Zaniolo?”.

E lo sai che è una domanda inutile, vana, sbagliata, ingenua, che non si deve dire e neanche pensare. Ma a noi servono le favole, servono quegli occhi lì. Serve aggrapparci a qualcosa senza pensare alle conseguenze. Perché la prossima sarà un’estate di inferno, di ennesime rivoluzioni e partenze, e ci saranno un autunno buio e un inverno ancora più freddo. Ma forse, dopo, tornerà anche la primavera.

Ancora una volta, il calcio è solo un pretesto. Si tratta di un modo come gli altri per raccontare paure e sogni, solitudini e incontri. Lo sanno bene i ragazzi del Collettivo Melkanaa, autori del documentario "Fuoricampo". Nata durante la prima edizione del Master in Cinema del Reale dell’Università degli Studi Roma Tre e nelle sale dallo scorso 18 ottobre grazie a Distribuzione Indipendente, la pellicola racconta la storia della Liberi Nantes Football Club, squadra romana composta interamente da rifugiati e richiedenti asilo che milita in Terza Categoria senza poter concorrere al titolo: la maggior parte dei calciatori infatti non ha i documenti necessari per il tesseramento.

Tre storie, Chijioke, Abdoulaye e Mohamed. Attaccante, centrocampista e portiere. Perse tra un passato difficile, un futuro fatto di utopie, un presente di tempi morti, di identità privata, di solitudine.

Abbiamo chiesto ai ragazzi del Collettivo Melkanaa di raccontarci com'è nato questo documentario. Ne è venuta fuori un'intervista sull'accoglienza, sul calcio, sul cinema. Sugli uomini.

 

Chiariamo innanzitutto cos'è il cinema del reale? E' giusto parlare di Fuoricampo come di un documentario?

Sotto l’etichetta di “cinema del reale” si nasconde un mondo molto vasto e altrettanto vario. Non si tratta, come si pensa normalmente, di un genere che prescinde dalla presenza e dallo sguardo del regista o che vive di totale imparzialità. Ciò che manca rispetto al cinema di finzione è sicuramente la messa in scena che normalmente si riscontra in quest’ultimo. Nel cinema del reale si lavora, invece, con personaggi che decidono volontariamente di mettere uno squarcio della loro vita al servizio della macchina da presa (la cui presenza e influenza sul soggetto inquadrato, seppur minima, non può essere negata) per un determinato periodo di tempo, e con storie che non sono né inventate né romanzate, ma il più possibile vere. La base è, appunto, la relazione che si costruisce con il personaggio. Alla luce di questo, Fuoricampo è a tutti gli effetti un documentario e ricade sotto la definizione di “cinema del reale”, purché non si ignori che questo film non si pone come oggettivo e imparziale: sarebbe impossibile, dal momento che noi registi abbiamo compiuto delle scelte precise e che la nostra posizione emerge da ciascuna di queste scelte.

Fuoricampo si divide in tre sequenze, Attacco-Centrocampo-Difesa, e tre storie diverse. Come avete scelto i tre ragazzi protagonisti?

I protagonisti non sono davvero stati scelti, almeno non nel senso comune del termine. Piuttosto si potrebbe dire che essi stessi si sono proposti, dopo una lunga fase di relazione, a noi registi. Inizialmente, infatti, ci siamo presentati a tutta la squadra, lasciando che la relazione tra noi e i giocatori si costruisse naturalmente giorno dopo giorno. Inevitabilmente con alcuni siamo riusciti a instaurare qualcosa di più profondo, che ci ha permesso poi di ricorrere - con il consenso dichiarato dei tre protagonisti - alla macchina da presa, sapendo di poter contare su un rapporto ormai saldo di fiducia reciproca. Il rapporto si è venuto a creare anche con altri ragazzi, ma abbiamo alla fine scelto i tre personaggi che vediamo nel film perché ciascuno di loro rappresenta un momento diverso e specifico del percorso di integrazione in Italia. Altri ancora, invece, hanno deciso di non prendere affatto parte al film per varie ragioni, pur avendo instaurato con noi un legame forte.

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I protagonisti mettono a nudo le loro paure, i loro sogni, le loro ansie, le loro felicità. Quanto è stato difficile raggiungere questo rapporto di tranquillità e di fiducia, sia dal punto di vista tecnico-cinematografico che da quello umano?

La costruzione del rapporto tra noi registi e i protagonisti è stata la fase principale e più delicata del nostro lavoro, nonché la più intensa: qui abbiamo gettato le basi di quello che sarebbe poi diventato un documentario a tutti gli effetti. In primo luogo, abbiamo cercato di costruire un dialogo con i ragazzi e di acquisire una certa fiducia e confidenza reciproca, prima ancora di ricorrere alla macchina da presa. Questa fase ha richiesto più tempo con alcuni, meno con altri, a seconda ovviamente del carattere personale. Una volta ottenuto questo dal punto di vita umano, è stato facile metterlo in pratica dal punto di vista più puramente tecnico, perché da lì in poi abbiamo lavorato attraverso un pedinamento quotidiano, mentre i ragazzi erano lasciati liberi di vivere normalmente la loro vita. La macchina da presa era ovviamente presente, ma il suo peso era mitigato dal fatto di aver concordato in anticipo con i personaggi lo sviluppo delle singole storie, rispettando il criterio di verità, ma anche la loro volontà di mettersi in scena.

Il sogno di questi ragazzi è quello di diventare un giorno "famosi come Totti, il re di Roma, rispettati da tutti", giocare per il Milan, il Napoli, avere successo, soldi e fama, tanto da poter dire "io lo conoscevo". Si può parlare di colonialismo culturale per questo modello "occidentale" di vita che si innesta sui protagonisti?

Di certo la produzione di valori e modelli di comportamento ha un ruolo determinante nelle pratiche di governo delle popolazioni, ma oggi appare complicato dire se sia una forma di colonialismo culturale imposto dall'occidente oppure piuttosto un’adesione attiva a modelli e stili di vita ormai globali. In fondo i protagonisti del nostro documentario non sono nient'altro che giovani ventenni cresciuti in una società globalizzata e tardocapitalista come quella attuale, in cui fama e successo risultano valori predominanti. La ricerca del successo (poco cambia se nel calcio, nella musica o nell'alta finanza) è probabilmente l'unica strada ritenuta come legittima per affermare e vedere riconosciuta la propria esistenza. È però vero che quello di diventare un calciatore affermato, in realtà, non è il sogno di tutti i protagonisti (nel nostro film infatti solo uno di loro ambisce a questo), né tantomeno rimane l’unico: per gli altri due ragazzi, invece, il calcio è più che altro una passione da coltivare mentre ricercano una vita semplice ma stabile. Al sogno calcistico si aggiungono ben altre aspettative. Per tornare al possibile rapporto tra colonialismo culturale e calcio, non era di certo l'intenzione di Fuoricampo raccontare questo aspetto, ma sarebbe comunque interessante capire come il calcio riesca a veicolare valori e modelli altri rispetto a quelli prettamente sportivi. Ma allora potrebbero essere prese in considerazione - tra le tante cose - le pratiche di scouting delle società calcistiche europee in Africa o ancora si potrebbe vedere cosa hanno significato e prodotto i Mondiali di calcio giocati in quel continente quasi dieci anni fa. Questi però potrebbero essere spunti per un altro documentario.

Il calcio però non è solo soldi e successo. Qual è l'immagine di questo sport che avete voluto mettere in risalto?

L’immagine del calcio legata a denaro e successo è venuta a coincidere incidentalmente solo con la storia di uno dei protagonisti, ma non era ciò che volevamo mostrare a priori. Il calcio nel nostro film è più che altro il luogo - fisico e simbolico - dove le vite dei vari protagonisti, solitamente traiettorie singole e solitarie, possono incrociarsi e condividere insieme principalmente un momento di unione e gioco di squadra, mettendo da parte per un momento i problemi quotidiani e immaginando per se stessi un’opportunità di rivalsa. Il calcio è anche una metafora della loro vita: costantemente in lotta per un qualsiasi tipo di affermazione e conquista personale, ma spesso bloccati appena prima del traguardo dalla lunga burocrazia, dalla mancata padronanza della lingua italiana, da un sistema di accoglienza miope.

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Ricorre in questi giorni l'anniversario della morte di Pier Paolo Pasolini, grande appassionato di calcio e ovviamente anche tra i più grandi esponenti del cinema della realtà. C'è anche lui tra i vostri modelli?

Abbiamo volutamente evitato di rifarci a dei modelli cinematografici specifici, per evitare di legarci troppo rigidamente allo stile di un regista in particolare. Inevitabilmente, però, il nostro percorso didattico e personale ci ha portato a toccare e ad approfondire il lavoro di molti artisti, tra cui ovviamente anche Pasolini, dai quali abbiamo preso in prestito molti strumenti, che ci sono stati utili in tutte le fasi del lavoro: dalla costruzione della relazione tra regista e personaggio, alla scrittura del soggetto, fino alle riprese vere e proprie.

Fuori dai corridoi asettici dei centri di accoglienza, fuori dalle file infinite delle questure, fuori dalla burocrazia labirintica, Fuoricampo fa vedere anche un mosaico di accoglienza esterno ai canali ufficiali. L'allenatore della Giardinetti, il signore che aiuta nel trasloco Abdoulaye, l'amico di Mohamed. Che percezione avete avuto di questa integrazione? Pensate sia cambiato qualcosa dall'estate 2016, quando avete girato, ad oggi?

La nostra percezione di questa integrazione parallela è che essa è vitale a garantire un’accoglienza efficace. Anzi, riteniamo che essa sia ancora più risolutiva ed importante rispetto al sistema di accoglienza istituzionale, il quale al contrario presenta numerose lacune e malfunzionamenti. Come abbiamo mostrato nel film, ci siamo imbattuti in questo numerose volte, quando, di fronte ad una impasse burocratica subentrava l’aiuto del singolo a dare un nuovo impulso alla risoluzione del problema. In questo scenario, l’attività di realtà come l’Acrobax, l’Atletico San Lorenzo e ovviamente la Liberi Nantes, come pure - al di fuori del film - il Baobab e altre ancora, sono state e sono fondamentali. Allo stato attuale delle cose, infatti, questa divergenza appare ancora maggiore rispetto al 2016 ed è ancora più importante incentivare sistemi di accoglienza collaterali rispetto al modello istituzionale.

 

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