0

I sogni di Joseph Perfection, tra Liberi Nantes e ...

Forse questo vento che soffia oggi su Roma è ...
0

Icilio Zuliani, il calciatore partigiano della ...

Quando la mattina dell'11 aprile 1945 i militari ...
0

Cosa vedi in questa foto?

Il Decreto dice che non si può uscire di casa se ...
0

Il San Valentino di Marco Pantani

Marco Pantani ha cominciato a morire quella ...
0

Vado in Curva Sud, mà

A Daniele De Rossi quando guarda la Roma, la ...

Cosa vedi in questa foto?

Il Decreto dice che non si può uscire di casa se non per motivi di estrema necessità. Lavoro, salute, spesa. Ha ragione. Ma vaglielo a spiegare che alcuni bisogni primari hanno un nome e un cognome. E che altri nemmeno ce l'hanno.

Lo scatto pubblicato oggi dal Corriere della Sera, che raffigura un bambino che gioca a calcio, per strada, è una medicina e un sollievo. Quello che più ci manca, tra le cose di cui potremmo fare più facilmente a meno ("Il calcio è la cosa più importante tra le cose meno importanti" diceva Sacchi), quanto di più romantico possiamo ricollegare alla nostra passione: una strada, una sfera di cuoio, un bambino. Ma come si può spiegare?  

"Oh quanto è corto il dire e come fioco al mio concetto". Il bisogno necessario, la violazione indispensabile, hanno la forma di un pallone e i colori giallorossi. Un lampo di luce tra le tenebre di una città deserta, in quella selva oscura che dir "qual era è cosa dura". Non so a che ora è stata scattata la foto, ma mi immagino che siano le 3. Il bambino è tornato da scuola, o forse ha solo spento il computer. Ha mangiato davanti alla tv, Dragonball è finito e i compiti si possono anche fare più tardi. Ci sono delle priorità.

Sule soglie della città "non odo parole che dici umane". Sono le 3 e in giro non c'è nessuno. Forse è estate, ma il sole che spacca le pietre non può fermare la sua voglia di pallone. Oppure è semplicemente quarantena. Nessun umano in giro, nessuno che possa comprendere con la sua mente mortale quello che accade per strada. C'è il dio della felicità che indossa la maglia di Zaniolo, ma nessuno lo vede. "Non chiederci la parola che squadri da ogni lato" quello che c'è in questa foto. Non esiste.

Criminale. Ha violato la quarantena.

Scriteriato. Gioca sulle rotaie.

Irresponsabile. Dovrebbe stare a casa a studiare.

Addirittura antistorico e antigeografico. Ha la maglietta della Roma ma è a Milano.

Oltre l'attimo, poi, c'è il gesto. Bastava un palleggio, una challenge da postare, una cannonata alla saracinesca chiusa. Bastava un battimuro, qualche colpo di testa. E invece no. Il tacco, il gesto artistico, il barocco e il rococò, il bello a tutti i costi. Anche se di bello, intorno a te, non c'è nulla. Forse uno stop, forse un assist. Magari domani un goal.

Noi rinchiusi dentro casa, davanti a uno schermo e lui, pioniere e astronauta, Ulisse e Cristoforo Colombo, in strada, una maglia della Roma addosso e un pallone tra i piedi. "Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo" (più). Ma quello che vogliamo, invece sì. E se non esistono parole passaci la palla. Te lo spieghiamo in un altro modo.

Baciami ancora

Un bellissimo spreco di tempo, un'impresa impossibile oppure una vittoria per 4 a 1. Un pensiero che sfugge, una luce che sfiora, una fiamma che incendia l'aurora. Una domanda che sorge spontanea: perchè, quando Zaniolo ha baciato la maglia dopo il gol di Firenze, ho esultato più della rete stessa?

Cosa cerco? Cosa voglio? Cosa ho visto? O meglio, cosa mi sono sforzato o illuso di vedere? Serve una psicoanalisi del tifo.

La Roma per me è percezione sensoriale. È il tatto delle mani di chi la tocca, ruvide come quelle di Certaldo, delicate, da nonno, come quelle di Testaccio. È la vista di chi la guarda, con i miei stessi occhi anche se stanno a Buenos Aires. La Roma è brivido che corre sulla schiena, è arteria pulsante. Quando giochi sento che, crescono i brividi dentro di me. È amore. E quindi corpo, contatto, materialità. E gesti. Come il bacio.

zaniolo copertina

Zaniolo bacia la maglia della Roma, nel 4 a 1 contro la Fiorentina

"Dico la verità, recentemente ho baciato la maglia della Roma e voglio farlo ogni volta che segnerò" ha detto Nicolò Zaniolo al Daily Mail. Nessun per sempre, nessuna dichiarazione. Voglio stare con te il più a lungo possibile. Poi che sarà sarà. Che è anche il coro più bello della Curva Sud.

I greci avevano quattro parole per indicare il tempo. La prima era chronos, che si riferiva al tempo sequenziale, cronologico appunto. La seconda era Aion e rimandava al tempo eterno, degli Dei. La terza era eniautos e significava semplicemente 'anno'. La quarta era invece kairos e indicava, propriamente, "un tempo nel mezzo", un tempo supremo e indeterminato nel quale succede qualcosa. "Il battito di ciglia - scrive Simon Critchley in "Cosa pensiamo quando pensiamo al calcio" - l'Augenblick, è la traduzione luterana del concetto di kairos in San Paolo, il momento o l'istante in cui si decide di abbandonarsi all'atto di fede".

La Roma, per me, è questo. È un atto di fede. E Nicolò Zaniolo che bacia la sua maglia è il momento supremo in cui tutto accade. Perché ci sarebbero milioni di ragioni per non crederci, perché lo sanno tutti che andrà via, lo sanno tutti che sarà l'ennesima plusvalenza, lo sanno tutti che non ci sarà mai nessun altro come Totti. Però ci sono anche milioni di ragioni per crederci. L'atto di fede è un qualcosa di irrazionale, di insensato, è la decisione folle, l'incantesimo, l'estasi sobria.

Poi ci sono i numeri, la parte logica, a darti qualche suggerimento che in fondo hai ragione: 6 gol in 22 presenze, quest'anno. L'età, le reti, la nazionale. Ci sono addirittura le foto, che Daniele Manusia ha analizzato per L'Ultimo Uomo.

zaniolo totti
Totti e Zaniolo. Fonte: UltimoUomo

Ma allora è tutto vero? È lui il prescelto? L'erede? È lui quello giusto?

Quando Nicolò Zaniolo corre sotto il settore giallorosso all'Artemio Franchi di Firenze, prende la maglia tra le dita e se la porta alla bocca io non mi sono fatto nessuna di queste domande. Mi sono lasciato semplicemente trasportare. Ho esultato come se avesse segnato ancora una volta. Mi sono lasciato baciare. E non aveva nessuna importanza la prossima partita, la prossima stagione o il prossimo mercato. Contava il momento. Perché dopo Francesco e Daniele pensavamo fosse impossibile ma invece ci si può emozionare ancora. Perché come cantava la Curva, "passano gli anni, cambiano i giocatori e anche i presidenti ma noi saremo qua".


"Camminerò insieme a te" il nuovo coro degli ultras della Roma

E allora Nicolò dopo quelli di Roma e di Firenze dammi ancora mille baci, poi cento, poi ancora mille, poi di nuovo cento. Nox est perpetua una dormienda, dobbiamo dormire un'unica notte eterna.

Sogna ragazzo sogna e segna ragazzo segna. Continua a prendere gialli, arpionare palloni, disegnare parabole. Ma soprattutto continua a baciarmi, senza stare a sentire quelli che dicono che non si fa, che è buona educazione, che non serve. Senza stare a sentire Capelli o ex avvelenati. Tu baciami, baciami ancora.

Roma, forse ti sei svegliata?

La Roma è uno stato d’animo, non una squadra. Un’emozione di quelle potenti che può distruggere i cardini della logica nell’analizzare la situazione di un club in un certo momento della stagione. Occorre essere sinceri. Non si farà qui una noiosa cronaca dell’ultima partita europea o di campionato dei giallorossi in quanto a riprodurre in modo sterile e asciutto i tabellini delle partite è già delegato un circuito mediatico ben più attento a dettagli di cui francamente si può ignorare l’esistenza. Faremo ben altro.

Considereremo a che punto si trova la Roma nel suo complesso dopo queste primissime gare. Inizieremo proprio ora il discorso con una riflessione senza ipocrisie. La Roma gioca all’inglese ed è la big che si trova culturalmente più all’avanguardia sotto il profilo tattico rispetto alle altre. Sembra più avanti nel lavoro in questa specifica prospettiva di bianconeri, azzurri e neroazzurri. Apprezzabilissimi infatti sono i tentativi di Juve, Napoli e Inter di dar vita anch’essi a un cambio di mentalità nel nostro campionato vecchio, catenacciaro e spezzettato da così tante pause, dovute al fischio di falli inutili, che Celentano potrebbe ambientare i suoi Rock Economy in serie A insieme ai suoi proverbiali silenzi.

corpo1

 

Purtroppo la Roma nell’osare così tanto in avanti corre dei rischi notevoli in difesa. E chiariamolo a tutti coloro che rievocano il fantasma di Zeman appena la Roma inizia a giocare decentemente creando numerose occasioni da gol. Il problema della Roma non è tattico, ma tecnico. Tanto che in Roma-Sassuolo 4 a 2 si sono visti diversi miglioramenti rispetto alla gara col Genoa alla prima di campionato e al derby giocato alla seconda già solo con gli ingressi in campo di Veretout come mediano e di Mkhitaryan come esterno offensivo a sinistra. Il tutto condito da un Pellegrini restituito alla posizione naturale di trequartista alle spalle di uno Dzeko tornato ai livelli precrisi. Ma la difesa sembra mantenere una fragilità lignea come una casa costosa costruita all’americana, dotata cioè di travi come fondamenta destinate a consumarsi e a sfasciarsi per il cattivo clima e per le tarme.

A ogni lancio avversario in area la difesa entra in un corto circuito tale da generare il timore di poter subire da un momento all’altro la rete degli avversari, pur modesti. A chi attribuire il demerito di tale situazione così come emersa in queste prime gare? A Fonseca? Già pericolosamente accostato al boemo come se fosse un insulto poi? Per onor di cronaca la Roma con Zeman tra il 1997 e il 1999 ottenne i migliori risultati che i giallorossi possano ricordare negli anni 90 avendo una rosa dalla qualità combattiva, ma tecnicamente deludente. Unica eccezione il 1991 di Ottavio Bianchi. E’ vero peraltro che Zeman fece una pessima stagione nel 2012-2013 alla guida della compagine capitolina, ma il famoso derby di Coppa è stato perso in virtù dell’atteggiamento super catenacciaro di Andreazzoli. Ricordiamolo. Aperta e chiusa la parentesi sul boemo, comunque sia il paragone con Fonseca non regge. Proprio in base al principio che chi gioca un calcio piacevole non necessariamente equivale a Zeman. Piuttosto la difesa orripilante della Roma ha precedenti consolidatisi in questi ultimi anni in modo netto. Parliamo dell’ultimo anno e mezzo di Garcia, dei gol subiti nelle coppe dal Spalletti bis, delle valanghe che hanno travolto Di Francesco nell’ultimo campionato con la bellissima media di 3 gol subiti a gara addirittura col totem Manolas in campo, ancora rimpianto dalle vedove romaniste in quanto baluardo storico di una difesa che veniva bucata a ogni folata offensiva degli avversari. Questi allenatori cosa hanno in comune con Zeman? Poco, nulla o qualcosa. Il tema è che Fonseca sa bene di non avere problemi di costruzione dell’impianto difensivo a livello tattico, ma di avere a disposizione giocatori con limiti tecnici evidenti come Fazio e Juan Jesus.

corpo2

 

Per ora anche Mancini sta deludendo nelle prestazioni, ma ci riproponiamo di tornare a occuparci di questo giovane che ha un indubbio talento. In attesa di vedere all’opera Smalling affinché possa innalzare il tasso tecnico della coppia difensiva, non scordiamoci di Florenzi. Poniamo la questione. Questa sì che stavolta è tattica. Florenzi è fondamentale nelle azioni offensive della Roma, ma in difesa si posiziona in maniera imbarazzante quando si tratta di far scattare la trappola del fuorigioco, quando si tratta di coordinarsi col centrale destro per evitare le imbucate nel mezzo, quando si tratta di marcare l’avversario. Al neonato governo giallorosso chiediamo due cose: evitare l’aumento dell’IVA e togliere a Florenzi il ruolo di terzino per avanzarlo più avanti visto l’infortunio di Under. Capitolo infortuni. Mamma mia, ne parleremo in un altro articolo che è meglio. Oggi siamo di buon umore, preserviamo intatto il sentimento di fiducia che ci anima. Un’ultima nota invece sul debutto giallorosso stagionale in Europa League fresco di ieri sera. La Roma, dopo un primo tempo soporifero contro i turchi dell’Istanbul Basaksehir, pur in vantaggio 1 a 0 con gol di Spinazzola, vince facendo 4 gol addirittura senza rischiare pressochè nulla in difesa con la coppia Jesus-Fazio che, dopo diverso tempo, non ha fatto venire le vertigini e i collassi verticali ai tifosi ansimanti anche grazie all’ottimo lavoro di Cristante e in piccola parte dell’enigmatico Diawara.

Il collettivo comunque è stato protagonista esaltato dalle mille corse nel secondo tempo di Zaniolo e Kluivert a supporto di uno Dzeko sempre più al centro della sua squadra. Pure Pastore ha mostrato di essere ancora vivo. E questi sono segni che inducono a sperare.    

 

di Federico Cavallari

Nessuno parla di Pinamonti

Il tema giovani, dall’avvento di Roberto Mancini alla guida della nazionale italiana, ha avuto un gran risalto. Venendo da una mancata qualificazione al mondiale, il CT ha deciso di attuare una rivoluzione in tal senso. Tra stage, convocazioni per amichevoli, convocazioni per la Nation League, sono stati chiamati molti nomi nuovi e molti giovani. Tra questi, sicuramente, spicca Niccolò Zaniolo, nato nel 1999 e chiamato da Roberto ancor prima di aver fatto l’esordio in campionato con la maglia della Roma. Con lui, Mancini, ci ha visto sicuramente bene visto che il giovane fantasista, nel giro di pochissimo tempo, si è preso la scena sia in campionato sia in Champions League, chapeau Roberto. L’ultimo della lista è Moise Kean, classe 2000. Allegri nella prima metà di stagione non lo coinvolge praticamente mai. Le cose cambiano, però, dall’inizio del 2019 in poi. Il 12 gennaio trova il suo primo gol con la maglia della Juventus e da li non si ferma più. Arrivato a quota 5 reti con il gol segnato nella sfida contro il Milan, ha già raggiunto la convocazione in nazionale, nella quale ha già esultato per ben due volte.

Ma c’è un terzo giovane di cui non si parla, a cui non vengono dedicate prime pagine sui giornali e, nei salotti televisivi, si nomina a malapena. Di chi sto parlando? Di Andrea Pinamonti, classe 1999, stellina del settore giovanile dell’Inter che si è distinto per essere tra i migliori d’Italia negli ultimi anni. Gioca nel Frosinone, con il quale accumula appena 1250 minuti ma che gli sono bastati per diventare il più giovane giocatore di sempre a raggiungere le 5 reti in campionato (record poi battuto proprio da Kean). E i suoi gol non sono affatto banali. Il Frosinone, infatti, non è la Juve che va in rete ogni 45 minuti. Al Frosinone, per segnare un gol, servono 117 minuti. Le reti segnate da Andrea rappresentano quasi il 21% delle totali segnate dalla sua squadra. Parliamo di numeri pazzeschi visto che, delle 21 partite giocate, appena il 40% le ha iniziate da titolare. Però, Pinamonti, sulle prime pagine dei giornali, non ci è mai finito.

pinamonti2

L’Inter è la sua squadra del cuore da sempre, e il suo obiettivo è quello di tornare alla base, ovviamente. Nasce a Cles, Trentino-Alto Adige, in una famiglia interista. Quando fa la terza elementare, e gioca nella Bassa Anaunia, venne notato da Roberto Vicenza, responsabile del progetto “Calcio Valli del Noce”, su segnalazione di Bruno Tommassini, allenatore del ragazzo. Sono 3000 i bambini visionati in questa fase, in tutta Italia. A settembre 2007 arriva la chiamata: Pinamonti deve presentarsi a Milano per una partita di prova. Il sogno di una vita per un tifoso come lui, ma Andrea non sente la pressione e, nel corso del provino, segna 4 reti che convincono i dirigenti dell’Inter a tesserarlo, anche se le regole federali non permettono il tesseramento di Under14 residenti in altre regioni. Così il bambino resta alla Bassa Anaunia per poi passare nel settore giovanile del Chievo nell’attesa di raggiungere l’età richiesta per trasferirsi in nerazzurro, nel 2013.

L’esordio in campionato l’ha vissuto grazie a Stefano Pioli l’8 dicembre 2016, a soli 17 anni, contro lo Sparta Praga in Europa League. Il tecnico parmigiano se ne innamora e non perde mai occasione per sottolineare quanta strada possa fare questo giovane talento: “Pinamonti? È un ragazzo umile e serio, avrà futuro”. Il “The Guardian” lo nomina tra i migliori 50 giovani in Italia paragonandolo al suo mito, Mauro Icardi, ma “con molta più umiltà”. L’esordio in campionato lo farà il 12 febbraio 2017, nella partita Inter-Empoli finita 2-0. Ma, chiuso da Eder e da Icardi, nell’Inter accumula solo cinque presenze. Nel corso del gennaio 2018 stava per accettare la corte del Sassuolo, ma le condizioni fisiche non perfette di Icardi lo hanno convinto a rimanere per altri 6 mesi. Nell’estate, con la cessione di Eder e l’arrivo di un altro giovane talento, Lautaro Martinez, decide di cambiare aria per fare un po’ di esperienza, consigliato dal nuovo procuratore: Mino Raiola.

pinamonti3

I minuti e i gol col Frosinone non gli sono ancora bastati per guadagnarsi la nazionale, ma uno dei fattori preponderanti della breve carriera del giovane attaccante è l’umiltà. Mai una parola fuori posto, subito dopo il quinto gol parlava cosi: “Sono contento, tante volte ero felice ma il risultato di squadra non era bello. Il risultato di squadra va sempre anteposto a quello personale, oggi sono soddisfatto”. Il buon Cesare cantava “in questo mondo di eroi.. nessuno vuole essere Robin”... Se gli eroi sono Zaniolo e Kean, io mi schiero dalla parte di Robin. Con umiltà arriverai in alto e sempre più persone vorranno essere te. Vai Pina!

Dove lo festeggia il capodanno Nicolò Zaniolo?

Il 5 luglio 2017, quando Nicolò Zaniolo firmava il contratto con l’Inter, sulla scrivania dell’ufficio nerazzurro c’era un calendario con un lupo. Forse era lì per controllare, per assicurarsi che le cose andassero tutte nel verso giusto, per far sì che il destino del ragazzo seguisse il suo corso. Lo avevano comprato dall’Entella, dove era stato raccolto da scarto della Fiorentina, per 3.5 milioni. Un’estate dopo lo rivendevano a 4.5, dentro l’affare Nainggolan.

zaniolo firma

Quante risate isteriche, quante mani tra i capelli in quei giorni di calura estiva, di revolucion sevillana. Quanta incredulità a leggere il suo nome tra i convocati per la nazionale maggiore, nell’undici iniziale del Bernabeu, nel tabellino contro il Sassuolo. A Firenze, per l’esordio in Serie A, Zaniolo è entrato al posto di Javier Pastore, quello comprato per fare il titolare, costato almeno sette volte tanto. Lì ci siamo incrociati per la prima volta, nella sua Toscana, all’ombra del Brunelleschi, dove fu cacciato perché troppo acerbo. Preso in trappola da un tailleur grigio fumo.

Poi l’ho rivisto altre volte, nelle scivolate in mezzo al campo, da falso nueve o da trequartista, nei palloni recuperati e in quelli illuminati, negli sgambetti subiti e non visti in area di rigore. C’era qualcosa che mi piaceva, ma non era ancora amore. Come le spizzate in discoteca, come le bambine occhiate in chiesa, oggi tutte quante spose, oggi tutte via da qui. Poi l’ho visto ballare, muoversi, scattare per 70 metri, arrivare in area, con un occhio guardare Schick, solo, con l’altro tenere a bada gli avversari. La palla dietro al sinistro, poi la finta, lo scavetto. Il gol. L’ho visto danzare. Come le zingare del deserto, come i dervishes turners che girano. Come Francesco.

Immagine correlata

Qualche giorno prima mi ero imbattuto in un articolo dal titolo “10 buoni motivi per non scrivere al tuo ex durante le feste”. Fatalità poi arrivi te. Manco per gli auguri di Natale, proprio per fà un casino. “Vojo tornà” mi dici, “sto a fa un macello qua”. Ed è subito flash back che diventa flash forward. Un flusso di se, magari, chissà, forse.

Poi per fortuna arriva lui, ed è tutto cancellato. Come la chat tua su whatsapp.  

Ma quant’è bello Nicolò Zaniolo? Troppo, anche se ha la bocca sempre aperta. Ma quanto rimorchia Nicolò Zaniolo? Ma, soprattutto, dove lo festeggia il capodanno Nicolò Zaniolo? Dì un po’, secondo te. Per me potrebbe stare pure davanti alla tv con Carlo Conti. Di sicuro non andrà in discoteca, o magari sì e non ce ne fregherebbe comunque niente.

Si passano poco più di 200 minuti di utilizzo, Nicolò Zaniolo e Radja Nainggolan. 697’ il primo, 980’ il secondo, il primo rimasto a guardare in panchina, il secondo tra infermeria e tribuna. A proposito, dove lo festeggia il capodanno Radja Nainggolan? Fosse per lui a Roma, di nuovo, come si ascolta negli audio rubati e messi in rete. Nel dubbio, lo passerà da fuori rosa, dove lo ha messo Beppe Marotta. La sua prima mossa da nuovo dirigente nerazzurro. Monchi ha avuto fortuna, se l’ex juventino fosse arrivato alla Pinetina a giugno, oggi Zaniolo non sarebbe qui. E non passerebbe Capodanno con noi.

Internazionale

Altri sport

Interviste

Amarcord

Chi siamo

Il Catenaccio - Web Magazine Sportivo | Approfondimenti, statistiche, interviste, amarcord su tutto il calcio, italiano ed estero, e tutto lo sport! Ripartiamo in contropiede, dopo esserci chiusi e aver difeso, pronti ad andare in rete insieme a voi! Seguiteci per restare sempre aggiornati sul mondo dello sport!