0

Quanto sta crescendo il Cagliari?

Ci sono già due record per il Cagliari in questa ...
0

Il corpo della NBA

The Raging Bull. The Bronx Bull. Pronti per ...
0

Franco Armani, l'arquero estrella

"Ponelo a Armani, si quieres salir campeon". Così ...
0

4 cose belle (e nuove) che sono successe questa ...

Qualcosa si muove nel calcio per quanto riguarda ...
0

È successo proprio a noi

Consigli per la lettura. Mettere in sottofondo: ...

Giocatori Divertenti da Vedere | Numero 2

1. Piotr Zielinski
di Gianluca Di Mario

Tra i lasciti di Maurizio Sarri per Ancelotti lo scorso anno al Napoli c’era un piccolo centrocampista polacco che si era portato con lui da Empoli e a cui aveva affidato fin da subito una maglia da titolare. Piotr Zielinski è un jolly del centrocampo, nasce come trequartista ma può giocare anche più arretrato, dove nonostante la statura riesce comunque a far sentire la sua presenza. Il baricentro basso gli ha donato una tecnica sopra la media, un’accelerazione palla al piede degna dei migliori centometristi e un’ottima capacità di dribbling.

Le sue doti più sorprendenti però le mostra quando deve concludere l’azione che sia con un tiro o con un assist. Riesce ad alternare filtranti alti o bassi, di destro o di sinistro, passaggi tesi o parabole a scavalcare la difesa, riuscendo quasi sempre ad anticipare le mosse dell’avversario e a prevedere quelle del compagno; quando parte un suo cross, la maggior parte delle volte l’azione finisce con l’abbraccio tra lui e Insigne o Mertens. Un esempio su tutti, l’assist per il gol di Mertens nel 4 a 1 contro la Lazio al San Paolo lo scorso campionato: doppia finta per ubriacare il difensore e passaggio filtrante in avanti per Mertens che arrivava di corsa ed era ancora 30 metri dietro rispetto al pallone.


Il pazzesco gol di Zielinski contro l'Inter

Piotr si può definire un vero e proprio uomo assist, ma non disdegna qualche gol, viaggia su una media di 5 gol a campionato di cui nemmeno uno banale. L’ultimo gol che ha segnato contro l’Inter è una dimostrazione di potenza tecnica straordinaria, in pochi riescono a calciare da 40 metri direttamente all’incrocio e quasi senza una rincorsa. Altro gol da tramandare è quello segnato all’inizio della scorsa stagione contro l’Atalanta: gli arriva la palla dopo un rimpallo da calcio d’angolo, controllo di petto e tiro al volo da fuori area che non lascia scampo al portiere.

Zielinski è un centrocampista completo ed imprevedibile, quando prende la palla ci si può aspettare di tutto: accelera, dribbla, passa, tira, esulta.

Tra i tifosi del Napoli l’addio di Hamsik è una ferita ancora aperta, ma per fortuna al suo posto c’è un piccolo centrocampista polacco che è riuscito pian piano in tre anni, prima ad affiancarsi al maestro e poi a raccoglierne la pesante eredità, fino a non far sentire la sua assenza.

 

2. Gary Mackay-Steven 
di Daniele Furii

 

Sulle rive del fiume di Thor, a Thurso (Scozia), nasce nel 1990 Gary, un ragazzo che vuole giocare a calcio con un solo scopo: dribblare. Passa, nella sua carriera, per grandi squadre, come le giovanili del Liverpool o il Celtic di Glasgow, ma è nei contesti più piccoli dove si esalta e riesce a fare la differenza. Incide nelle partite scatenando il caos, alimentando le transizioni offensive con delle grandi accelerazioni palla al piede e aggiungendo quell’insana voglia di superare qualsiasi avversario gli si ponga di fronte. Non è un giocatore che potrebbe avere un ruolo chiave in una grande squadra, proprio per via di questa sua folle ossessione, ma, per uno spettatore casuale, si tratta di un calciatore estremamente divertente da guardare. 

 


Top 5 moments of Mackay Steven 

Sulla fascia del Dundee United si è fatto conoscere grazie alle sue incredibili giocate, le stesse che gli hanno permesso di essere uno dei giocatori più utilizzati anche nei videogiochi. La sua fantasia gli ha permesso di essere innovativo nel dribbling in ogni partita, in ogni circostanza e in ogni singola area del campo anche oggi con la maglia dell’Aberdeen. La velocità di pensiero gli permette di saltare in corsa più avversari con più finte e questo fa da collante tra lo spettatore e lo schermo della televisione. Il suo modo di giocare si distacca completamente dal pragmatismo che gli allenatori ossessionati dalla vittoria vogliono dai loro undici titolari, ma entra a far parte di quell’area del calcio dedicata esclusivamente all’intrattenimento. Mackay-Steven potrebbe essere un giocatore perfetto per qualsiasi spot televisivo collegato al calcio, perché riuscirebbe a stupire anche chi, con questo sport, non vuole averci nulla a che fare. I suoi innumerevoli e diversissimi dribbling sono perfetti per qualsiasi tipologia di compilation perché tagliano le gambe ai suoi avversari e lascia chi lo guarda a bocca aperta.

Non si tratta di un grande finalizzatore, ma di un giocatore che in chiave tattica può essere fondamentale negli ultimi minuti di gioco, quelli in cui è necessario avere in campo qualcuno in grado di risalirlo con la sua stessa sicurezza. Chi lo ha allenato ha sempre deciso di lasciargli libero arbitrio, evitando di vincolarlo in qualsiasi modo. Senz’altro, si potrebbe ipotizzare che con qualche suggerimento in più e una scuola di pensiero più ancorata al concretizzare le manovre di gioco, la sua crescita avrebbe percorso strade differenti, non diventando però il giocatore che ci intrattiene oggi. Rocambolesco, esagerato e sempre pronto a far divertire: questo è Gary Mackay-Steven. 

 

3. Georgino Wijnaldum
di Lamberto Rinaldi

 

È vero, ieri sera, nella finale di Champions League tra Tottenham e Liverpool, Georgino Wijnaldum non ha brillato. “Scricchiola un po’” ha scritto il Corriere della Sera nelle sue pagelle. Ma è un giudizio per forza influenzato da quello che abbiamo visto fino ad oggi di questo calciatore.

Ieri sera, con i Reds in vantaggio sin dal 20esimo secondo di partita dopo il rigore di Momo Salah, la forza irruenta e barbara della squadra di Klopp si è fermata. Procedeva a fiammate, con la fretta di chi voleva subito ammazzare la partita e la confusione di chi si sentiva già al sicuro. Wijnaldum, in questo discorso, ha svolto il ruolo del normalizzatore. Quando la palla finiva tra i suoi piedi, calmava le acque, gestiva, aveva sempre il passaggio pronto. E infatti non ne ha sbagliato neanche uno: 100% di realizzazione di passaggi, ieri sera al Wanda Metropolitano, ovviamente il migliore di tutto il match, più di Firmino (75%) e l’avversario Rose (87.5%).Ma non è qui che risiede la virtù divertente di Georgino Wijnaldum. La vera forza dell’olandese sta nella sua capacità di girarsi (ne avevamo già parlato qui). È il centrocampista perfetto, in questo senso, per il gioco di Klopp, in grado di fare legna grazie ad un fisico compatto (non è altissimo, 175 cm) e di ripartire subito con l’azione offensiva. Dove fa apprezzare tutte le sue doti: tiro, passaggio filtrante, dribbling, velocità.


Il clamoroso pezzaccio di Wijnaldum contro il Barcellona

Retaggio degli anni del Feyenoord e del PSV Eindhoven soprattutto, dove in quattro anni, da trequartista, riuscì a mettere a segno qualcosa come 56 reti in 154 partite. Oggi Klopp lo usa prevalentemente sul centrosinistra, facendolo spingere in avanti ad aggredire l’avversario. Ed è qui che tutta la forza di Wijnaldum si manifesta: sradica il pallone dai piedi degli avversari, con le spalle alla porta, poi si rigira in un secondo, mentre la squadra avversaria sta risalendo, e spalanca praterie per le tre cavallette impazzite dell’attacco del Liverpool.

Un Giano bifronte prestato alla mediana, un rotatore automatico, un trequartista fortissimo diventato una mezzala assurda grazie alle mani di Klopp. Che può permettersi il lusso di tenerlo in panchina. E inserirlo quando gli pare. Proprio come contro il Barcellona.

 

4. Matteo Politano
di Francesco Di Rosa

 

Arrivato in una big a 25 anni, Matteo Politano si è guadagnato il riscatto sul campo. Dopo anni di gavetta non si è fatto spaventare da uno stadio come San Siro, che di solito non è clemente con i giovani talenti, e Matteo magari non è più giovanissimo, ma sicuramente è un talento. Negli ultimi anni l’Inter è avara di giocatori tecnici come l’esterno romano, visto che Ausilio e Co. hanno preferito costruire rose incentrate principalmente sulla forza fisica, a discapito della fantasia. Inizialmente doveva fare staffetta con Candreva, ma si è reso fin dall’inizio fondamentale tanto da non uscire più dal campo.


Politano con la maglia del Sassuolo

 

Esterno mancino, veloce, tecnico e generoso ha portato fantasia nell’attacco della squadra nerazzura. L’unico aspetto negativo della sua prima stagione in una big è senza dubbio il numero di reti segnate: 5 gol per un attaccante di una squadra arrivata quarta in classifica non sono molti. Questo, però, non gli ha precluso l’affetto dei nuovi supporter: stregati dalla sua costanza e dalla sua tenacia, i tifosi si sono affezionati fin da inizio stagione. Ha tutto il tempo per migliorare in fase realizzativa, ma senza dubbio Matteo Politano è, già da adesso, un giocatore divertente da vedere.

 

5. Jeremie Boga
di Alberto Petrosilli

 

Jeremie Boga mi ha stregato fin dal suo esordio in Serie A con la maglia del Sassuolo, subentrato al minuto 76 della sfida con l’Inter al posto di Di Francesco. Prelevato in estate dal Chelsea per la modica cifra di 3.5 milioni di euro, ha firmato con i neroverdi un contratto quadriennale, sul quale è però pendente il diritto di recompra a favore degli inglesi.

Evidentemente la perspicace Marina Granovskaia ha intravisto nel promettente ivoriano quelle qualità che hanno colpito anche me. Ala mancina di piede destro, il buon Jeremie fa dell’uno contro uno e dello scatto bruciante nel breve le sue peculiarità migliori, unite poi ad una inventiva sorprendente da trovare in un esterno. Volendo azzardare un paragone, e lo azzardiamo, Boga mi ricorda Walcott, esterno inglese che ha fatto le fortune dell’Arsenal fino a poco tempo fa e che condivide col neroverde quella clamorosa imprevedibilità che manda costantemente al manicomio il malcapitato terzino di turno.

Su youtube sono forti tutti no? Boga lo è anche in campo

Al centro già di tantissime voci di mercato, il presidente Squinzi spera di poter resistere alle sirene mercatare e di potersi gustare ancora per qualche anno le giocate dello sfrontato ex Chelsea. Giocatore atipico nella sua versatilità, può certamente migliorare in zona goal (sono 3 le reti segnate al termine della stagione 2018-2019) ma il classe ‘97 possiede tutte le doti che gli potranno permettere di consacrarsi a livello europeo. Dovessimo dare consigli ai fantallenatori del futuro non esiteremmo a fare il suo nome, talento e gioventù al servizio della qualità. Quella che non manca proprio a lui: Jeremie Boga.

 

6. Antonio Mirante
di Federico Cavallari 

 

Mi viene un dubbio. Non è che a volte mi affeziono troppo ad alcuni giocatori? No, assolutamente. Lo nego con forza. Come si può anche solo sospettare una cosa del genere? Bene, avendo ribadito doverosamente la mia serenità di giudizio in stile anglosassone, fornite le dovute precisazioni, è arrivata l’ora di parlare di Mirante il Grande.

Questo giocatore mi riporta freneticamente a quando ero un indomito bambino sognatore. Avevo degli idoli tra i portieri non proprio usuali nel mondo calcistico. Invece di un Buffon nella sua prima versione juventina o di un Peruzzi mito laziale o di un Abbiati nel suo fulgore milanista, io preferivo concentrarmi su altro. Fare degli eroi di tutti anche i miei è sempre stato difficile per me. Ho questo ricordo, scolpito nella mente, di vere e proprie leggende dalla lunga carriera, la quale veniva elencata, per ognuno di loro, in almeno 2 pagine dell’album dei calciatori Panini. Parliamo di personaggi eletti nel mio Pantheon personale come Massimo Taibi, Andrea Mazzantini, Luigi Turci, Sebastian Frey, Marco Ballotta e Gianluca Pagliuca. Portieri affidabili, granitici, validi per tutte le stagioni, alcuni dal passato glorioso, altri dalla gavetta incredibile risalente fino all’alba dei tempi.

Cattura
Ognuno ha gli eroi che si merita. Il nostro Fred, ad esempio, aveva Taibi

Erano esempi di onestà e colonne portanti della loro squadra, indipendentemente dal nome altisonante che diversi tra costoro magari non avevano. Taibi ho capito che esisteva davvero e che non era il frutto dei miei sogni nel concepire il portiere perfetto solo nel 2002. Mirante mi ricorda questa schiera di Avengers, che poco fa ho elencato con somma devozione, motori di un calcio che sta sparendo. E’ un portiere veterano che vanta la sicurezza che solo 398 presenze in serie A possono garantire. Una carriera vissuta intensamente da Re della provincia italiana tra il Parma, la Sampdoria e il Bologna.


Mirante para. E nella stagione della Roma è una grande notizia

Umile nelle dichiarazioni, fortemente dedito al lavoro, quest’anno ha avuto la sua occasione a 35 anni di misurarsi con una grande piazza come quella giallorossa, attendendo paziente l’autodistruzione di Olsen, che, con il vizio di prendere 3 gol a gara, ha travolto la certezza di andare in Champions di una squadra che si era abituata ormai a trovarsi in certi palcoscenici prestigiosi, nonostante certi allenatori dalla indiscussa fama rilascino interviste in cui mostrano preferire altre realtà peggiori, spacciandole per paradisi terrestri, almeno per quanto costruito in questi ultimi anni. Diciamoci la verità, a Mirante è stato concesso il posto da titolare troppo tardi, così come Ranieri troppo tardi è stato chiamato sulla panchina della Roma. L’estremo difensore in questione unisce grande agilità, doti fisiche di buon livello, ottime capacità di coordinamento del quartetto difensivo che lo precede, essenzialità negli interventi, spettacolarità solo in certi momenti clou delle gare, solidità e sicurezza in quantità industriali. Dateci un Mirante titolare pure la prossima stagione, sempre lì, pronto a giocarsi le sue carte. In modo tale che anche un ragazzino di questa generazione possa dubitare un giorno della sua esistenza così come accadde a me con Massimo Taibi.       

Nemici mai

...Per chi si ama come noi. Potrebbe, o avrebbe potuto, essere questo il sottofondo musicale perfetto dell’abbraccio tra Ancelotti e Gattuso nel pre-partita di Napoli-Milan, anticipo serale della seconda giornata di campionato.

Banalità: il maestro e l’allievo. Bennato docet: il gatto e la volpe. Forse stiamo scadendo nel sentimentale e se si parla di calcio troppo spesso questo non va bene, ma per un milanista, in quell’abbraccio lungo un minuto si è tornati per un momento a respirare il clima del Milan che fu. 10 anni di storia condensati in 60 secondi. La clessidra che scandisce ogni millesimo di secondo, ogni istante, della nostra vita pallonara si ferma e ci ricorda chi siamo stati. Chi dovremmo tornare ad essere. Flashback.

Milan-Manchester 3-0, 2 maggio 2007, la partita perfetta. Al novantesimo, Rino Gattuso strapazza letteralmente il volto paffuto di Carletto, sorpreso ma felice. Nessuno avrebbe potuto pensare che 12 anni dopo i due si sarebbero affrontati in un big match di Serie A. Eppure, in quel minuto precedente l’inizio delle ostilità Rino Gattuso è tornato ad essere il guerriero indomabile di Carlo. L’alfa e l’omega. “Il Milan di Ancelotti va al ritmo del cuore e della corsa di Gennaro Ivan Gattuso”. Quante volte l’abbiamo sentita questa frase in quegli anni d’oro? In quell’abbraccio c’è tutto.

C’è l’aspirazione di voler diventare come lui. C’è la deferenza per l’allenatore che più ha esaltato le tue caratteristiche. “Io ho corso per te, Carlo”. Brillavano, gli occhi di Gennaro. E siamo sicuri che il cuore pulsava. Forte, intenso. “Le volte nelle quali in questi anni sono stato giù, vedevo qualcosa che non mi quadrava, l’ho chiamato per un consiglio, per una rassicurazione”. Parole pronunciate dall’allenatore rossonero nella conferenza di vigilia. Te lo ricordi, Carlo, che siamo amici?

Trasfigurazione in campo di quello che non è solo un rapporto fraterno fra due persone fatte della stessa identica, purissima, pasta: una missione. Sudo per te. Lotto per te. Mi rompo un menisco ma continuo a giocare per altri 88 minuti. Per te. Prima di quella semifinale sopra ricordata, la panchina di Carletto, nel turno precedente, i quarti col Bayern, era a serio a rischio. Mancavano pochi bulloni da allentare per farla saltare definitivamente. “Dammi elmetto e trapano, da qui non te ne vai”. Rino Black & Decker. Il Milan espugna Monaco di Baviera, Gattuso corre per 3. Rino uno e trino. Sacralità e blasfemia. Il Diavolo e l’acqua santa. Pane e salame. Caviale e champagne. Anima e corpo. Solo per te, Carletto.

Alla fine di tutto ciò, mille emozioni in due corpi che riunendosi riallineano la storia, ci sarebbe stata anche una partita di calcio. L’ha vinta il Napoli per 3-2, con la doppietta di Zielinski e il suggello finale di Mertens che hanno ribaltato a mezz’ora dalla fine il doppio vantaggio milanista siglato dall’accoppiata Bonaventura-Calabria. Ma questa è una storia marginale rispetto al resto. Al fischio finale, gli occhi di Rino incrociano quelli di Carlo: “Oggi hai vinto, amico mio, al diavolo le mozzarelle di bufala che mi hai promesso. Ma stanotte, Carletto, solo io saprò a chi pensi tu”.

Ricordati di me.

Che tesoro sei.

Triplice fischio.

Internazionale

Altri sport

Interviste

Amarcord

Chi siamo

Il Catenaccio - Web Magazine Sportivo | Approfondimenti, statistiche, interviste, amarcord su tutto il calcio, italiano ed estero, e tutto lo sport! Ripartiamo in contropiede, dopo esserci chiusi e aver difeso, pronti ad andare in rete insieme a voi! Seguiteci per restare sempre aggiornati sul mondo dello sport!